cronache della città obesa (it)
La Città è obesa. Tutti la guardano. Provano a distogliere gli occhi, ma la visione è orrenda e perciò irresistibile: la guardano, e ne parlano perché non è possibile farne a meno. Fingono di farlo controvoglia, ma godono perché non reagisce.
La Città è obesa, e suda in silenzio. Puzza, non riesce a lavarsi da sola, e non si riesce a pulirla dall’esterno, perché ha mille pieghe e mille piaghe, nessuno sa quante e nessuno sa dove. Su di essa pullulano parassiti, felicemente impuniti e impunibili perché gli basta rifugiarsi in una piega nascosta, e aspettare che il campo sia di nuovo libero. E perché pulirla, poi? Di cosa si parlerebbe, se non ci fosse?
La Città è obesa, e fa schifo a tutti. I vicini discutono di lei, e fanno a gara a chi ne sparla meglio e di più, a chi ha un nuovo aggettivo o un nuovo verbo. E ogni volta che succede qualcosa la colpa è sua, della Città obesa, e come si potrebbe pensare altrimenti, se è così orribile a vedersi in un tempo in cui ognuno è quello che sembra, niente di più, niente di meno.
La Città è obesa, e perciò inerte; nulla la smuove, perché sono secoli che ha perso la voglia di reagire. La sua stessa natura è inerte, perché mai ha dovuto sforzarsi per mangiare o dormire, ha tutto a portata di mano. E siccome è inerte, è a disposizione di chi vuole approfittare. Tanto, chiunque entri nella sua casa è sempre stato il benvenuto, un’altra occasione per un piccolo spuntino gratis. La Città è obesa perché ha sempre fame.
La Città è obesa, e nel dormiveglia sogna. Sogna il suo tempo, quando credeva di essere bella e desiderabile e invece era solo un vestito nuovo, che sarebbe durato il tempo di un sorriso. Sogna delle volte che ha avuto un salotto buono, che consentisse di dimenticare i suoi vermi, di non sentirne il rumore. Sogna dei suoi viceré che non sono ancora finiti, e delle loro vergogne che non sono ancora finite.
La Città è obesa, e si fa a gara ad accanirsi sul suo corpo molle e informe. Non si lamenta nemmeno più. Noi abitiamo con lei, e lo sappiamo che soffre perché non può morire. E sappiamo che se potesse dipingerebbe i colori che conosce solo lei; e sappiamo che quelle grasse labbra chiuse saprebbero cantare con una voce dolcissima, se solo qualcuno le ricordasse le parole della sua canzone. Che le mani inerti saprebbero ancora modellare il suo tufo, e che quelle enormi, gonfie gambe morte ricordano i passi di antiche danze. Noi lo sappiamo, perché abitiamo tutti insieme nella sua disperata solitudine. Siamo la sua famiglia.
Siamo quelli della Città Obesa.