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maurizio de giovanni

dieci centesimi (it)

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Me lo ricordo, quel giorno. Me lo ricordo bene.
Era una delle prime mattine di ottobre, quando l’estate si rassegna e comincia ad arretrare per fare posto al vento che viene dal nord e porta il fresco e pure un po’ di pioggia. Non avevo voluto prendere la carrozza ed ero arrivato con la corriera e poi col treno. La grande piazza della stazione mi ricevette monumentale e maestosa, col grande palazzo e il porticato con gli archi altissimi, centinaia di persone che andavano in ogni direzione, per la maggior parte cariche di grandi involti che in tanti casi erano tutto quello che avevano.
L’ultimo anno prima del 1920. Com’era diverso il mondo, allora. E com’ero diverso io, ancora privo di tutto il peso che mi porto addosso ora. Un ragazzo, consapevole solo di questi maledetti occhi che vedono quello che gli altri non vedono. Consapevole solo della mia follia.
Avevo finito gli esami liceali all’inizio di quella stessa estate, nel collegio dove secondo la tradizione familiare i baroni Ricciardi di Malomonte assumevano la necessaria istruzione. La regola voleva che bastasse e avanzasse: c’era da occuparsi dei beni di famiglia, un’intricata lista di poderi, tenute, frutteti e viti, e animali al pascolo e case e casupole che mai avrei visto, e che nemmeno un po’ m’interessava vedere. Per fortuna nessuno poteva contestarmi le decisioni sulla mia vita: i miei genitori non c’erano più, e la parentela più distante non aveva la sufficiente autorità. Sospettavo peraltro che qualcuno tra i cugini avesse tirato un sospiro di sollievo quando avevo comunicato che avevo intenzione di iscrivermi all’università: avrebbero avuto molto più agio per i maneggi e i meschini interessi. Stupidi. Erano stupidi. Non capivano che a me comunque non interessavano né i soldi né il potere, tantomeno quello che si poteva esercitare a Fortino, nel basso Cilento.
Io, vedete, gli avrei detto, ho ben altro da sopportare. Sono solo un ragazzo, ma ho ben altro da sopportare.
Ricordo che mi guardai attorno, appena uscito dalla grande stazione. In mezzo a quella brulicante marea di sudore, miseria e inutile fretta, tra tutto quello scappare dalla sottile pioggia d’ottobre brillavano traslucidi almeno quattro morti. In mezzo ai vivi e ugualmente sofferenti, fermi nell’attimo che li aveva tolti dal mondo, contorti nel dolore del distacco, vividi e perfetti alla vista martoriata degli occhi della mia anima.
Due che si fronteggiavano coi coltelli, nella penombra di un portone, che urlavano invettive, uno col cuore spaccato e l’altro che vomitava sangue dai polmoni squarciati; sembrava che la questione avesse riguardato la donna di uno, e un certo bacio visto di nascosto.
Un ragazzo seduto in mezzo alla strada, dove una delle rare autovetture l’aveva investito mentre inseguiva una palla di stracci, che invocava la madre.
Una donna con la colonna vertebrale spezzata e il volto semicancellato, che rimpiangeva un amore partito o forse morto, dopo un volo di quattro piani dal balcone di un palazzo, un po’ più in là.
“Benvenuto, Luigi Alfredo Ricciardi di Malomonte” pensai. “Benvenuto in città.”
E allora, perché me n’ero andato? Per quale motivo avevo portato la mia follia lontano dalle mura del castello dov’ero nato, dove almeno avrei potuto rinchiudermi da solo, senza ascoltare quell’atroce mormorio? La risposta me l’ero data mille volte: dovevo capire. Dovevo capire il significato del dolore. Dovevo capirne il senso, la funzione: se per caso purificasse come dicevano i poeti, se salvasse da qualcosa come dicevano i preti, se aiutasse a capire come dicevano i filosofi. Io, che ne conoscevo il verso ottuso e concreto, potevo forse studiarlo più da vicino di altri. Nella mia giovane mente idealista speravo che il mio quotidiano martirio a qualcosa servisse.
Mi ero perciò convinto di dover continuare gli studi, e avevo scelto appunto la filosofia. Non avevo amici da imitare o da seguire, come del resto non ne ho adesso che osservo la stessa pioggia di allora cadere fuori e dentro la mia anima dalla finestra dell’ufficio, in questura, cercando le radici di questo lavoro che mi opprime ma senza il quale non saprei vivere. Non avevo attività paterne da curare in prima persona, né ricchezze da inseguire. Ero già fin troppo ricco, e disinteressato a esserlo. Volevo capire. Solo capire. Non sapevo che non c’era nulla da capire, avevo solo diciott’anni.
Studiare mi piaceva. Mi pareva di scavare in un mucchio di conoscenze, cercando quelle utili tra il ciarpame di nozioni che nulla aggiungevano alla consapevolezza del lamento del ragazzo accanto al quale passavo attraversando lo stradone, facendo attenzione a non finire nello stesso modo, sotto gli zoccoli dei cavalli dal mantello lucido di pioggia o sotto le grandi ruote di legno cerchiate di metallo dei carri che trascinavano merce. Ero determinato; e non avevo voluto che nessuno mi accompagnasse, nemmeno la cara tata, Rosa, che mi avrebbe raggiunto solo appena avessi trovato una casa dove stare. Volevo fare conoscenza dei luoghi dove avrei vissuto per qualche anno, fino alla laurea. Non sapevo cosa avrei fatto dopo: fumosamente immaginavo di insegnare, anche se il solo pensiero di dover spiegare teorie astratte con la segreta consapevolezza del significato concreto che esse avevano a giovani disinteressati mi faceva orrore.
Ricordo che scelsi di arrivare a piedi all’edificio dove da pochissimi anni aveva sede l’università, incurante della pioggia. Se n’era parlato tanto, nonostante la Grande guerra fosse nel pieno, con tanti ragazzi di pochissimo più grandi di me che erano partiti per il fronte in quegli anni; e ancora scorrevano calde le lacrime sui volti delle madri, a migliaia rimaste inutilmente ad attendere un ritorno che mai sarebbe avvenuto. Per pochi mesi io, che ero nato all’inizio del secolo, non ero stato chiamato; mi ero chiesto quanto ci avrei messo a impazzire, trovandomi in trincea circondato da centinaia di cadaveri che mormoravano di mogli e fidanzate e padri e mamme, mentre gli ultimi battiti dei cuori morenti pompavano sangue nero dalle ferite di mortaio.
Come che sia, non ero andato in guerra. E facevo parte della prima generazione di studenti della meravigliosa nuova sede, di cui si favoleggiava dovunque e che costituiva la fabbrica degli intelletti dell’Italia nuova. Avessimo saputo allora quello che ci riservava il futuro, di aratri che tracciano il solco difesi dal moschetto, di marce in camicia nera e ambizioni imperiali, ci saremmo forse risparmiati tutti quegli ideali. Che peraltro personalmente non avevo: io volevo solo capire. E immaginavo che la soluzione del mistero della pazzia che mi ammorbava fosse nelle pagine dei grandi pensatori del passato, tra i quali segretamente forse si celava qualcuno come me.
Ricordo che la pioggia rinforzò un po’, e che passò un tram elettrico. Incrociai lo sguardo del conducente, in piedi davanti alle leve dei freni, col berretto e la visiera, l’unico asciutto a bordo mentre i passeggeri si accalcavano al centro della vettura per evitare gli schizzi d’acqua che entravano dalle aperture laterali. Mi osservò curioso: un ragazzo ben vestito, ma senza cappello né ombrello, che passeggiava tranquillamente come se ci fosse bel tempo. Forse gli sembrai pazzo. Be’, non sapeva quanto avesse ragione. Mi era sempre piaciuto camminare sotto la pioggia, anche dalle mie parti dove d’inverno l’acqua è accompagnata dal vento che scende umido e profumato dai boschi; Dio sa quante volte avevo sopportato il sordo brontolio di Rosa, che protestava per la mia debolezza di gola e per la maledetta abitudine di girare a capo scoperto, ma non ci potevo fare niente: i cappelli mi danno l’emicrania.
Comunque non ero solo sul marciapiede di corso Umberto I, la lunga larga strada dritta che dalla stazione e attraverso un paio di meravigliose piazze portava all’edificio dell’università. Sotto l’acqua si affrettavano signore grasse e belle ragazze che si tenevano il cappellino con entrambe le mani, maturi gentiluomini che cercavano di non scivolare sulle grandi pietre della pavimentazione reggendo il parapioggia e il cilindro; tra loro i poveri, rassegnati a bagnarsi, seduti a terra a mendicare o a esporre la merce che avrebbero voluto vendere. E naturalmente, a mio esclusivo uso e consumo, qualche sporadico morto per incidenti o suicidi. In bilico sui cornicioni, in mezzo alla strada, negli androni bui. Loro sì, indifferenti alla pioggia come al sole.
La vidi all’ultimo angolo prima di arrivare al palazzo della Regia Università di Napoli, me lo ricordo come fosse adesso che me ne sto all’impiedi dietro a queste lastre, tanti anni dopo, a fissare la pioggia che batte piazza del Municipio e i suoi lecci. Ero soprappensiero, cercavo di evitare una pozzanghera che era un lago, e quasi ci andai a finire dentro, a quell’immagine triste e terribile. Era ferma, in piedi, a pochi centimetri dal muro grigio che fiancheggiava la strada. Mio malgrado e contrariamente a quanto avevo da tempo imparato a fare, mi fermai a guardarla.
Chissà cosa sembrò a chi passava, e cosa pensò chi si chiese cosa ci facesse un giovane sotto la pioggia a fissare un punto nel vuoto, vicino al muro antico di un palazzo del corso. La gente assai di rado si fa i fatti suoi. Quella volta però non si fermò nessuno, e io rimasi a fronteggiare il frutto folle della mia immaginazione o della mia seconda vista.
Era una bambina. Poteva avere sette, otto anni al massimo, una semplice veste bianca che tradiva l’appartenenza agli strati meno abbienti della popolazione, e in mano un mazzolino di fiori di campo. Era deliziosa, un visetto smunto ma due occhi dolci e addolorati che la sofferenza della morte aveva spento nel mezzo di un sorriso. Mi stavo chiedendo cosa le fosse successo quando mi resi conto che dalla veste, in mezzo ai piedini nudi, gocciolava insistente il sangue che non si mescolava alla pioggia che martellava la strada.
Ne avevo viste altre. Nelle campagne era una terribile frequente pratica quella di stuprare le ragazzine. Qualcuna sopravviveva, ma qualcun’altra mi aspettava lungo i sentieri delle mie solitarie passeggiate per raccontarmi quanto facesse male morire squartate. Questa però non si lamentava. Continuava a sorridere, e diceva: Dieci centesimi. Dieci centesimi, signo’, pe’ ’sti bbelli ciure. Che bbella musica tenite, int’o riloggio!
Restai a guardare e ad ascoltare, affascinato sotto l’acqua che mi scorreva addosso in mille rivoli. Dieci centesimi. Probabilmente, vendeva i suoi fiori al suo assassino.
Fin da bambino mi ero abituato a non lasciarmi permeare dal dolore. A difendermi dalla sofferenza che arrivava dai morti, sotto forma di mezzo pensiero amputato dalla fine improvvisa. Sarei impazzito ancora di più di quanto sia accaduto, se avessi seguito quei frammenti di frase, quei mormorii, quei sussurri. Non sentire, mi dicevo. A volte arrivavo a concentrarmi su una canzone o una poesia, come se urlare al mio orecchio di dentro bastasse a distrarmi. Quella volta, non so per quale motivo, restai invece ad ascoltare la cantilena di quella vocina delicata, di quel fiore reciso che vendeva fiori recisi nel pieno di una strada principale della città. Mi sentii addosso una smania nuova: dovevo capire cosa fosse successo.
Mi guardai attorno, come risvegliandomi da un sogno. A pochi metri, all’interno del vicolo che sfociava sulla via principale, c’era una piccola osteria; entrai d’impulso. All’interno c’era fumo, ma caldo e asciutto; pochi avventori, quattro vecchi che giocavano a briscola, un ubriaco addormentato sul tavolo che russava a bocca aperta, una coppia giovane che sussurrava sorridendo. Mi si avvicinò una donna grassa, asciugandosi le mani nel grembiule sporco: «Buona giornata, signori’. Accomodatevi, che vi preparo?».
Mi sedetti a un tavolino a ridosso della parete e chiesi un bicchiere di vino rosso. A portarmelo fu l’oste, un uomo panciuto di mezza età dall’aria gioviale e con un bel paio di baffi a manubrio.
Gli chiesi: «Scusatemi, ma è qua vicino che è successo di quella bambina?».
Il metodo era quello che in genere funzionava. Una morte violenta lascia sempre tracce nella fantasia delle persone; quella di una ragazzina così piccola, poi, doveva aver fatto molta impressione nella zona.
Negli occhi dell’uomo passò un lampo di dolorosa compassione: «La fioraia, dite? Sì, proprio qua all’angolo del vicolo. Che peccato, povera creatura! Chissà chi è stato».
La donna grassa si avvicinò, interessata all’argomento e vogliosa di dire la sua, mentre l’uomo si allontanava per servire i giocatori di carte. Ci avevo contato, in effetti.
«Signori’, e quant’era bella! Scendeva ogni pomeriggio da Capodimonte, andava prima a raccogliere i fiori nel bosco e poi veniva qua per guadagnarsi pochi spicci. Io facevo sempre uscire qualcosa da mangiare per lei, la sera quando chiudevamo.»
Chiesi, sorseggiando il vino e con interesse apparentemente blando: «E pure quella sera, le avete dato da mangiare? Quella sera, quando è successo?».
Avevo pensato che non potesse essere accaduto che a tarda sera. Di giorno, col passaggio che c’era, qualcuno avrebbe visto.
Feci centro. La donna annuì: «E come no, signori’. Le portai io stessa la scodella con la zuppa, e poi me ne andai a casa. Era tardi, le dissi: “Vattene pure tu, qua non passa più nessuno”. Ma lei mi fece vedere il mazzolino di fiori e mi disse: “No, signo’, devo vendere ancora questi, se no mammà mi scomma di mazzate”».
Scossi il capo, fingendo meraviglia: «Povera bambina. Quindi non c’era più nessuno, qui».
La donna indicò l’oste: «No, rimase solo mio marito, per fare due conti e chiudere l’osteria. Dopo un’oretta se ne tornò pure lui, e quando la mattina trovarono la bambina mi disse che non aveva sentito niente e che lei stava ancora là col mazzolino di fiori. Chissà chi maledetto vigliacco passò per strada, quella sera, e fece questa schifezza. Permettete».
Restai a pensare, col vino in mano. Una tarda serata, una strada che si svuota, le luci a gas che vengono accese una a una. Qualche rara carrozza. Silenzio. Un mazzolino di fiori ancora da vendere, e la paura delle botte della madre. Dieci centesimi. Dieci centesimi, signo’, pe’ ’sti belli ciure.
L’oste rise rumorosamente per qualche battuta al tavolo dei giocatori, poi cavò dal panciotto un enorme orologio da tasca. Disse: «Ecco qua, ve la faccio sentire pure a voi. Però mettetevi sull’attenti!».
Aprì la cassa, e dalla cipolla venne fuori il carillon della marcia reale. L’ubriaco addormentato si sollevò guardandosi attorno perplesso, e tutti risero fragorosamente. Uno dei giocatori disse: «Hai visto, funziona pure come sveglia, Aniello! Hai scetato perfino a Pasquale!».
L’oste, asciugandosi le lacrime d’allegria, ripose l’orologio col carillon in tasca e si avviò verso il bancone. La voce della bambina che gocciolava sangue dalle gambe risuonò nella mia mente come fosse là, accanto a me: Che bbella musica tenite, int’o riloggio! E quasi contemporaneamente tornò la voce dell’ostessa, che diceva: Rimase solo mio marito, e dopo un’oretta se ne tornò pure lui.
Che potevo fare, ero solo un ragazzo di paese che era là per iscriversi all’università. E l’uomo che guardavo sorridere scuotendo il capo, mentre asciugava un bicchiere, era uno stimato e amato commerciante della zona. Che potevo fare.
Uscii dall’osteria lasciando una moneta sul tavolo. L’uomo mi lanciò un’occhiata ostile, o forse fu solo una mia impressione. Sotto la pioggia percorsi la distanza che mi separava dalla rampa di scale di marmo che portava all’interno dell’università. Sfiorai l’immagine della bambina ma non ebbi il coraggio di girarmi a guardarla: in qualche strano, assurdo modo mi sentivo complice del suo assassinio.
Entrai nel meraviglioso androne dall’alto soffitto. Filosofia. Filosofia, per capire a che serve tutto questo dolore.
Un uomo in livrea mi avvicinò: «Signori’, vi posso essere utile? Che cercate?».
Ricordo che chiusi gli occhi per un attimo. Dieci centesimi, pensai. Voleva solo vendere il suo mazzolino di fiori, per dieci centesimi. A che serve, questo dolore?
Poi li riaprii, e dissi: «Mi sapete dire dove ci si iscrive a giurisprudenza?».
Il ricordo aveva attraversato come un lampo la mente di Ricciardi, lancinante come la fitta di un’emicrania. Chiuse gli occhi e li riaprì, ritrovando il sole meridiano di un magnifico settembre e abbandonando quella livida mattina di pioggia di tanti anni prima.
Come frequentemente accadeva, ripensò a chi era adesso, e a quanto assomigliasse a quel ragazzo che arrivava in città dopo un viaggio lungo e faticoso da un paese che oggi a stento ricordava. Quale era casa sua? Quel posto in cima a un monte, nel basso Cilento, dal quale era andato via da ragazzino per il collegio? Un castello troppo grande, che portava il nome di una famiglia di cui non avrebbe nemmeno saputo riconoscere i gradi di parentela? O quella strana, assurda città che era impossibile conoscere davvero, in tutti i complessi aspetti che la formavano?
Guardò la domenica che andava in scena attorno a lui. Il marmo bianco dell’ingresso della Galleria, davanti alla quale sostavano le carrozze in attesa di clienti. Il vigile urbano, divisa e guanti e cappello bianchi, che osservava benevolo il passeggio attorno a lui. I tram elettrici in fila nel loro percorso dal lungomare al centro, carichi di gente, di speranze e di disillusione. Le automobili a due colori, con orgogliosi autisti che sorridevano come se le avessero costruite con le proprie mani. Le coppie di persone che procedevano tranquille, in abiti austeri, incrociando conoscenze, gli uomini che sollevavano il cappello a metà, le donne con un lieve inchino del capo.
Modo disse, all’improvviso, come se stesse leggendogli nel pensiero:
«Ma guardali là, quelli della domenica. Sembrano tutti felici, come se vivessero in Paradiso. Da qua pare un’altra città, come se non ci fossero i vicoli a dieci metri, pieni di tutte le malattie e le sofferenze del mondo. Sapessi quello che vedo io, dalla mattina alla sera. Non c’è proprio niente da stare così allegri, credimi».
Ricciardi percepiva da quando era arrivato, dietro l’angolo di piazza Carolina, una figura affacciata a un balcone del primo piano. Si trattava di un uomo calvo dal colorito terreo, appoggiato alla ringhiera, che vomitava bava e muco sulla strada. Probabilmente era accaduto di notte, perché adesso che era giorno c’era una bancarella di dolciumi che non avrebbe tratto beneficio commerciale da quella pioggia maleodorante.
Negli spasmi della sofferenza per il veleno che aveva inghiottito, l’uomo mormorava: non posso pagare, non posso pagare, non posso pagare. Debiti, quindi. La prima, enorme causa di suicidio per i maschi. Le donne si suicidavano soprattutto per amore, invece.
Si rivolse a Bruno:
«Ti credo, ti credo. Anche quello che vedo io, sai, non è proprio edificante».
Modo si accese una sigaretta e sbuffò il fumo in alto.
«Sì, ma tu raramente hai a che fare col peggiore dei miei guai.»
«E sarebbe?»
«I bambini. Il guaio peggiore sono i bambini. Vedi, io come sai ho fatto la guerra ed è penoso, terribile. Quando scoppia una granata vicino a una trincea ti ritrovi in mezzo a una macelleria, e quei pochi che riesci a salvare restano mutilati e invalidi per il resto della vita. Però pensi, e naturalmente lo pensi pure di te stesso, che sono adulti. Hanno scelto, o gli è capitato, di fare i soldati; sono stati mandati a morire da quelli che loro stessi hanno messo al governo, o da chi hanno semplicemente accettato come capi. Non che questo giustifichi nulla, beninteso; né la guerra, né le sofferenze. E a casa lasciano mogli, figli, genitori che non li dimenticheranno mai. Ma i bambini no. I bambini sono altro.»
Ricciardi scrutò il volto dell’amico, che aveva perso la consueta scanzonatezza e all’improvviso mostrava tutta la sua età.
«Bruno, mica ti puoi prendere sulle spalle tutta la sofferenza del mondo» mormorò. «I bambini scontano povertà, mancanza di cibo, di igiene. Loro e gli anziani, lo sai. I deboli, in genere. Non è certo nelle tue possibilità risolvere...»
Il dottore l’interruppe, brusco:
«Non si tratta di risolvere, Ricciardi. Non mi fare più stupido di quello che sono. Una cosa è pensarci in generale: uno dice i bambini, come se dicesse le stelle, o gli anni. Tutto, e niente. Qui si tratta di esseri viventi, concreti e singolari. Un bambino, non i bambini. C’è differenza. Non puoi sapere quanta».
Non posso pagare, sussurrò dal balcone il debitore avvelenato all’anima di Ricciardi. Sì che posso, pensò il commissario. Amico mio, sei tu a non sapere quanta differenza ci sia.
«Prova a spiegarmi, allora. Prova, Bruno.»
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