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maurizio de giovanni

ex voto (it)

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La trovai dove mi aveva detto, la ventesima panca, la fila di destra. Stava seduta composta, diritta con le mani in grembo, la testa un po’ piegata di lato, come fosse in ascolto di un mormorio quasi incomprensibile; assorta, concentrata.
C’era fresco, dentro; e l’odore che ti saresti aspettato, la cera fusa delle centinaia di candele accese, l’incenso, le vecchie tende di velluto dei confessionali. Nessun rumore, se non quello costante del Rosario le cui parole non si distinguevano: quattro donne sedute più avanti, verso l’altare. Il loro lamento ritmato. Fuori, nel caldo accecante, la perenne risacca delle trombe e degli scappamenti arrivava attutita, come la notizia di un uragano dall’altra parte del mondo.
Mi sedetti sulla stessa panca, non lontano ma non troppo vicino. Non la riconobbi, ma la faccia qualcosa mi disse: tante fotografie, troppi funerali. Troppe lacrime, troppe urla. Ma qualcosa mi ricordava. Senza girarsi a guardarmi fece un lieve cenno col capo: un saluto, forse. Le chiesi cosa voleva, in tono più brusco di quanto avrei dovuto. Ce l’avevo un po’ con lei per la strada fatta dal giornale a passo svelto sotto il sole ancora forte del pomeriggio, per il tempo sottratto alle ore più importanti del mio lavoro, quelle in cui si chiudono le decisioni sulla composizione, salvo ultime complicazioni, una morte, un delitto, una guerra o un colpo di Stato.
E ce l’avevo anche con me stesso, per non aver saputo resistere a quella voce al telefono. Novantanove volte su cento, avrei messo giù senza rispondere, senza dare corda. Non si crederebbe a quante telefonate riceve un caporedattore della cronaca, quanti pazzi o stupidi o malati di solitudine reclamano attenzione ogni giorno. E questa poi era veramente assurda. Ma qualcosa in quella voce calma, fredda, lontana mi aveva fatto rizzare i capelli dietro la nuca. Non saprei dire perché: la donna era sicuramente pazza. Ma vibrava in quella voce calma, fredda e lontana un antico dolore, un vecchio compagno dell’anima che aveva morso ferocemente e ora si era acquattato in attesa di nuove prede.
Non avevo mai creduto all’istinto del giornalista: fesserie di chi non vuole rivelare la fonte. Credevo fermamente, e ci credo ancora, ai fatti che ti aspettano da qualche parte, un angolo di strada, un androne di palazzo, perfino una chiesa in un pomeriggio di settembre: e che chiedono solo di essere ascoltati, e portati via. Credo nella capacità di ascoltare: una specie di orecchio musicale, che hai forse innato ma che affini col tempo e con la professione. L’eredità di essere spettatore di troppe lacrime e troppi funerali.
E la mia capacità di ascoltare quel sordo ruggito del dolore nascosto mi aveva portato là, ad aspettare il seguito della storia assurda che avevo sentito al telefono solo mezz’ora prima. Nell’odore delle candele, col sottofondo della litania delle donne sotto l’altare e col lamento lontano della città rovente, la donna cominciò a parlare.
Parlo io perché così abbiamo deciso insieme, dotto’. Parlo io non perché ne abbia più diritto delle altre, né perché ho più coraggio o più paura. Non perché ho la faccia tosta o perché è stata un’idea mia. Abbiamo deciso insieme.
Non mi avete riconosciuta, eh? Lo so, lo capisco. Sono passati tanti anni. Però ci sono stati giorni che questa faccia mia si vedeva sui giornali. Perfino in televisione sono andata, e non una volta sola. Non a ridere o ballare, però. Non a ridere o ballare.
Sono stata giovane pure io, che vi credete. E una sposa, proprio qua in questa chiesa. Pioveva, quella mattina. Lo dovevo capire, dotto’, che era malaugurio? Lo dovevo capire che avrei pianto più lacrime di quella pioggia, nella vita mia? Tenevo un figlio nella pancia, quando mi sono sposata. Ero poco più di una bambina e già aspettavo. E quel figlio lo volevo, quel figlio era la vita mia. Lo guardavo crescere, mangiare, ridere ed era la vita mia. Tengo negli occhi ogni risata che ha fatto da quando è nato. Tengo nelle orecchie ogni parola che ha detto, sulla pelle sento ogni respiro che ha fatto.
Non date retta alle fesserie che si leggono, un figlio è carne. Ha un odore che una mamma riconosce pure in mezzo al vento, un figlio. È un pezzo. Un pezzo della pancia tua: e così rimane.
Mio figlio è scomparso a vent’anni. Una sera non è tornato, e io non l’ho visto più. E mi sono fatta vecchia. Così, dalla sera alla mattina. Sono diventata una vecchia, e una pazza. Se mi vedevate in quegli anni, dotto’, non vi fate capace. Sono andata in tutti i posti, mille volte, dove poteva andare e dove non poteva essere stato. Ho parlato con tutti gli amici, con tutti i nemici. Il padre non diceva niente, il padre lo sapeva quello che era successo.
Mi ricordai, all’improvviso. Rino Di Matteo, della famiglia Di Matteo, il figlio di Salvatore. «Lupara bianca», la chiamavamo, gente scomparsa che non veniva più trovata. Certe volte la calce, altre un pilone della tangenziale, altre ancora il nostro bel mare blu, una pietra pesante attaccata ai piedi e salute a noi. Quasi sempre il silenzio, e la famiglia che rispondeva per le rime all’altra famiglia, o magari un bell’accordo davanti a uno spaghetto allo scoglio in un ristorante di Villaricca, e tutto è a posto.
Invece, quella volta la signora Rosa Di Matteo aveva fatto un casino. Aveva studiato, era maestra elementare, si presentava bene: e i giornali, la televisione le avevano fatto credere che se si faceva vedere magari Rino tornava. Perfino a Chi l’ha visto, era andata. E chissà chi figlio di buona donna faceva chiamate anonime, l’ho visto qua, l’ho visto là. Uno strazio.
Ero stato proprio io che avevo detto basta, almeno per il mio giornale: mi era venuta la nausea. Poi si passò appresso, l’attenzione andò altrove. Altro giro, altra corsa. Altro sangue, sangue vero, morti a terra, non telefonate. Ora ricordavo: ma la donna che avevo davanti, nascosta dalla penombra che sapeva di candele, sembrava la nonna della giovane madre disperata di dieci anni prima. Dovette leggere la sorpresa e il raccapriccio nei miei occhi.
E sì, dotto’, sono io. Avete collegato, adesso. Proprio io. Vi state chiedendo come sono diventata come sono. E io ve lo voglio raccontare, abbiamo deciso così. Quando mi sono fermata, quando ho capito che Rino non poteva tornare perché non se n’era andato coi piedi suoi? Guardando in faccia il padre, l’ho capito. Non si era rassegnato, no: lui aveva capito. Aveva capito quello che era successo, l’aveva accettato. Era una cosa terribile pure per lui, ma era successo: si doveva rispondere, si dovevano fare gesti, cose, guerre.
Io lo guardavo e mi sembrava un altro. Non aveva niente della persona che era stata il mio compagno, il mio uomo. Non abbiamo parlato più: e come potevo capire, come potevo superare il fatto che mio figlio non c’era più solo perché il padre aveva i suoi affari?
Voi lo sapete bene, dotto’, com’è questa città. Lo sapete perché la descrivete ogni giorno, ogni mattina parlate della notte. Non ci sono più famiglie o quartieri, non ci sono i confini che c’erano prima. Ognuno lavora per se stesso, le alleanze cambiano e chi ti era amico ieri oggi ti ammazza a coltellate. È cambiato tutto. E i giovani muoiono come i vecchi, senza essere riusciti a campare mai.
Io mi misi a letto. Volevo dormire, perché quando dormi non pensi. Ma sogni, però. E io una notte sognai. Rino nel sogno faceva la prima comunione. Quant’era bello, dotto’, col saio bianco e la croce di legno appesa al collo, serio serio, i capelli sempre sulla fronte che non lo arrivavo a pettinare che già stavano in disordine un’altra volta. Scappava avanti, nel sogno, e si fermava per vedere se lo raggiungevo. E io correvo, mi mettevo paura che lo perdevo un’altra volta. Rino, Rino, non correre, ma dove stai andando? E lui, mamma’, diceva, vieni, ti devo far vedere una cosa. E a un certo punto stavamo qua dentro, dotto’, proprio qua dove stiamo noi adesso. E nei banchi davanti c’erano cinque bambini vestiti per la comunione, e uno era Rino, si girò un momento e mi fece ciao ciao con la manina, e la manina era piena di sangue. Lo volevo raggiungere, ma c’era un vetro e non ci arrivavo. Lo potevo solo guardare.
Quando mi svegliai mi vestii e venni qua. E Rino non c’era. Però, dotto’, mi successe lo stesso una cosa strana: mi sentii tranquilla. Il peso sul cuore c’era, e come no; ma per la prima volta da quando era successo, provavo un poco di pace.
Da allora venni sempre più spesso. Non facevo niente, i primi tempi non pregavo nemmeno, mi mettevo seduta qua e pensavo, ricordavo. Poi cominciai a dire il Rosario, a immaginare quanto sarebbe bello se uno potesse rivedere le persone care che non ci sono più. Tutta questa fede io non ce l’ho mai avuta, dotto’. Ma qua dentro mi sentivo quasi serena, e che male c’era, pensavo, se una povera madre disperata cerca un angolo di pace per ricordare, per sperare.
Un giorno, mi pare un anno dopo, venne Maria.
Non poteva aver sentito: la voce di Rosa era poco più di un sussurro, anche da meno di un metro avevo difficoltà a capire le parole. Eppure, come a un segnale convenuto, una delle donne che stavano recitando il Rosario sotto l’altare si alzò e venne a sedersi vicino a noi.
Io non lo so, dotto’, se sono stata più o meno fortunata di Rosa. Se è meglio non vedere più tuo figlio dalla sera alla mattina, e poterti aggrappare all’assurda speranza di poterlo incontrare, di vederlo tornare.
Io invece l’ho visto a terra. Lui e un compagno suo, che gliel’avevo detto che non volevo che usciva con quello, uno che faceva gli affari, che stava in mezzo. Mio figlio invece era semplice, non ci credeva mai che si poteva trovare in una situazione di pericolo. Gli piacevano le ragazze, le motociclette, le belle scarpe. E quello se lo portava appresso, perché era bello e faceva figura. E io l’ho visto a terra, e quanto sangue, ma quanto sangue ci sta, dotto’, in un ragazzo? E non si sono trovati quelli che hanno sparato, figuratevi, e quando si trovano. Un regolamento di conti. Ma quali sono, i conti che si regolano così? Che poteva aver fatto mio figlio, per finire con la faccia in mezzo al sangue suo, con la mano sotto la testa come quando si addormentava in braccio a me?
Si fece qua il funerale. E se lo portarono sulle spalle. Teneva diciassette anni, sono passati otto. E io sono rimasta qua, dove l’ho visto per l’ultima volta, dentro a una cassa, mentre se lo portavano. E ho incontrato a Rosa, e abbiamo parlato. Abbiamo parlato.
Il tempo si era fermato e anche l’aria. Da fuori non venivano più i rumori della città. Quello di cui parlavano le donne era terribile, ma il tono era normale, quasi dolce: come se si discutesse del tempo, della spesa o di scuola dei figli. Ricordo di aver pensato che per loro il dolore era diventato una compagnia della quale forse non avrebbero nemmeno voluto fare a meno, potendo.
Come della solitudine disperata che condividevano. Non fui sorpreso quando anche le altre tre abbandonarono l’altare e si avvicinarono. Parlò la più giovane, una ragazza di non più di trent’anni dalla voce roca.
Il mio bambino si chiamava come mio padre. Aveva tredici anni, e stava davanti a un’edicola per comprare le figurine. Aspettava il turno, perché io così gli avevo insegnato: «Devi essere educato» gli dicevo. «Aspetta il turno per parlare.» E lui aspettava, con due euro in mano a monetine, per comprare le figurine. Ve lo ricordate, eh, dotto’? È successo a Materdei, due anni fa. Un fatto che fece impressione. Per due o tre giorni, fece impressione. Poi siete passati appresso, come al solito.
No, mica vi do torto. La gente si scoccia, di leggere sempre lo stesso fatto. Anche se poi, dotto’, il fatto in realtà è sempre lo stesso. Cambiano i nomi, le circostanze: ma il fatto è sempre lo stesso.
Per mio figlio fu una rapina, non si è mai saputo chi è stato. Si presero duecento euro, ammazzarono l’edicolante. I due euro no. Le monetine rimasero a terra, in mezzo al sangue. Me le ricordo una a una, chissà perché.
Anna e Lucia, qua, è inutile che vi raccontano. I figli loro erano amici, passavano il tempo che non lavoravano fuori a un bar ai Vergini, facevano i muratori e volevano giocare a pallone. Se ne andarono la stessa mattina, non si è mai capito perché. Forse un piccolo affaruccio sbagliato, uno sgarro, qualche ragazza che non era per loro. Diciott’anni, tenevano. Stavano sempre insieme. E stanno insieme pure adesso, e per sempre. Magari almeno si fanno un poco di compagnia, con le anime tenute fresche dalle preghiere delle mamme. Dalle preghiere nostre.
In mezzo a quei dolori perenni e antichi, vestiti di nero, ebbi paura. Mi pareva assurdamente, da uomo, di essere in qualche modo responsabile, colpevole di quelle morti e di quelle sofferenze. «Che volete da me?» chiesi. «Perché mi raccontate queste cose?» Tutte loro avevano in mano la coroncina del Rosario. Tutte loro guardavano avanti, verso l’altare. Non si erano scambiate un gesto, uno sguardo, una parola. Mi rispose Rosa, e il suo sussurro fu come un’esplosione nel silenzio assurdo della cattedrale.
Due cose tenevano in comune le nostre storie, dotto’. Lo capimmo dopo un anno che stavamo tutte insieme, ogni pomeriggio. Non ci pensavamo, pregavamo ognuna per conto suo, chi per poter un giorno rivedere una faccia, chi per trovare pace, chi solo perché non poteva fare nient’altro. Pregavamo.
Poi, un poco alla volta, ci siamo salutate. Poi parlate, poi presentate. Poi raccontate le nostre storie. Una delle cose che tenevamo in comune era che gli assassini dei nostri figli non si erano mai trovati. Mai. Delitti non confessati, archiviazioni. La polizia, i magistrati: brave persone, per carità. Signo’, dicevano, non si deve disperare. Può essere che tra un mese, un anno o dieci acchiappiamo qualcuno per una cosa e quello ci racconta qualcos’altro. Può succedere, succede. Si deve aspettare.
A noi non ci interessava di vendicarci, dotto’. E che vendetta ti può dare conforto, quando perdi un pezzo di te. Non lo vuole la natura, non lo vuole Dio che si perde un figlio. I figli seppelliscono le madri, le madri non seppelliscono i figli. Non c’è vendetta che ti può dare pace. Ma una cosa ci interessava, però: di non vedere arrivare qua, in questa chiesa, altre di noi. Di non dover leggere ancora una volta lo stesso abisso negli occhi di un’altra.
E allora ci mettemmo a pregare insieme. E chiedemmo una grazia.
Il silenzio si tagliava col coltello. Sembrava che nessuno nemmeno respirasse. L’odore delle candele e dell’incenso mi stordiva, mi pareva di essere ubriaco o di trovarmi in uno di quegli incubi in cui nuoti disperato e non raggiungi mai la superficie, e senti che l’aria ti comincia a mancare. Continuando a guardare verso l’altare, parlò una delle due donne che sino ad allora erano rimaste in silenzio.
Pregavamo da un anno, dotto’. Tutte per la stessa cosa, col caldo e col freddo, ogni giorno. Mio marito si crede che sono diventata pazza, lo so. Ma non mi importa. Quello che stavamo facendo era importante, più importante di tutto. Non ci chiedete come potevamo pensare che si potesse realizzare; il fatto è che eravamo, siamo sicure. Se non l’avete provato non lo potete capire: è come parlare a qualcuno che non ti risponde con la voce, ma che tu vedi, che guardi. Lo sai che c’è, lo sai che ti sta a sentire. E allora parli, e chiedi.
Un anno dopo, vi dicevo: successe che facemmo tutte e cinque lo stesso sogno. Bello e buono, all’improvviso, tutte e cinque lo stesso sogno.
Rimase in silenzio, e la donna al suo fianco, l’ultima a farsi sentire, continuò. Mi accorsi che anch’io, ormai, guardavo l’altare immerso nella penombra. Faceva caldo ma avevo la pelle d’oca.
Ci sognammo il sangue, dotto’. Il sangue. Noi pregavamo ad alta voce, sempre più forte, e il vetro si rompeva e il sangue usciva. E usciva per strada, andava per la città, bussava alle porte e si faceva aprire. E invece di sporcare puliva. E noi ridevamo e piangevamo, e dietro al sangue c’erano i nostri figli che ci buttavano baci con la mano.
Nel sogno ognuna riconosceva il suo, ma lo sapeva che gli altri bambini erano i figli delle altre. E ognuna se li sentiva figli suoi, e ognuna piangeva di gioia. Finalmente.
Seguì di nuovo il silenzio. Guardavamo tutti l’altare. Quasi tra me, dissi: «Le mani insanguinate. È questo, che mi state raccontando?». Vennero fuori uno alla volta, senza spiegazioni, nell’arco di sei mesi. Cinque confessioni spontanee, e chi le aveva mai viste: nessuno se lo spiegò, mi ricordo che per il giornale me ne occupai io stesso. Riserbo assoluto delle autorità giudiziarie, condanne piene ed esemplari, processi per direttissima.
Solo il primo fu pubblico, gli altri li fecero altrove a porte chiuse. Il primo, ci andai, me lo ricordo bene. Poco più di un ragazzo, l’assassino, un boss rampante di Forcella, che aveva voluto far capire quanto era bravo. Mi ricordo che piangendo diceva che vedeva le mani che sudavano sangue, non dormiva più, non mangiava più: sangue a litri, che senza sosta gli usciva dai pori della pelle. Pensammo tutti che provava a far credere di essere pazzo, per avere attenuanti: nessuno gli credette.
Ricordo che anche per gli altri si parlò di infermità mentale. Ma diedero tutti i riferimenti, erano stati loro, non c’erano dubbi. E andarono dentro, e per quanto so stanno ancora là. I delitti delle mani insanguinate, ci feci una serie di articoli. «Sono quelli? Siete state voi? Ma come avete fatto?»
Non noi, dotto’. Lui, è stato. Perché glielo abbiamo chiesto, forse. O perché cinque anime, cinque cuori disperati hanno una potenza che nessuno ha ancora scoperto. Forse la forza delle nostre menti, unita e canalizzata, è arrivata fino a dove nessuno, né la legge né voi con i giornali, potete arrivare. Ma noi siamo sicure che è stato Lui; perché piange insieme a noi per la sua gente, ogni giorno. E perché sanguina, e continua a sanguinare da tanto di quel tempo che nessuno se lo può immaginare.
Non volevamo la vendetta, noi; solo, volevamo che per quelle mani che ci avevano uccise insieme ai nostri figli non morisse più nessuno. Solo questo. E abbiamo promesso, ci siamo promesse, che alla fine con qualcuno avremmo parlato. A qualcuno l’avremmo detto. E a chi se non a voi, dotto’, che avevate scritto delle mani insanguinate? Sappiamo che lo terrete per voi, e tanto chi ci crederebbe. Però forse lo potrete pure raccontare, come una storia inventata. Per dire che il sangue può anche lavare. E sanare le ferite, se è sangue santo.
Perché domani è il diciannove di settembre.
Non ricordo di essermi alzato, e non ricordo di essere tornato indietro, una volta arrivato alla fine della navata. Ma ricordo la risposta di Rosa, quando le chiesi: «Qual era l’altra cosa? Cos’altro avevano in comune i vostri figli?».
Il nome, dotto’. Solo il nome: Gennaro.
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