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maurizio de giovanni

fuori (it)

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Quello nuovo se ne stava per i fatti suoi.
Faceva sempre così, da quando era arrivato: per questo era rimasto «quello nuovo», anche se ormai il freddo nel campetto del pallone se n’era andato, aveva lasciato il posto al calore del sole bruciante e poi al vento fresco dell’autunno che faceva volare le foglie in una colonna frusciante, per poi tornare stringendo i cuori in un pugno ogni notte. Quello nuovo era, e quello nuovo era rimasto, anche se dopo di lui ne erano arrivati ancora almeno in dodici in quell’anno uguale a tutti gli altri, come i mesi, come le volte che guardavano chi usciva con quel misto di gioia e di dolore che aveva un sapore così strano e che lasciava tante lacrime sospese nella gola.
Ma gli altri, quelli che erano venuti dopo, erano noti. Venivano dalla geografia solita, per quartieri e per famiglie, niente di diverso da tutti gli altri che stavano fuori se non per un incidente di percorso, magari il primo ma non l’ultimo; venivano accolti da abbracci e sorrisi, e da qualche sguardo storto se c’era la guerra e dentro ci stavano gli altri, quelli che fuori si stavano perfino ammazzando.
Ma dentro la storia, si sa, è diversa. Dentro si deve stare più o meno tranquilli, se no non finisce più e le condanne si allungano, e invece le famiglie hanno bisogno di braccia per il pane. E per il coltello, pure. E allora gli sguardi storti diventano partite di pallone e di biliardino, e laboratori di ceramica. Amici no, quello mai perché il fuori arriva dentro con le notizie e i sussurri dei familiari il giorno delle visite, ma un poco di rispetto ci sta, rimane nell’aria.
Però lui, quello nuovo, era diverso. Aveva qualcosa di strano negli occhi, qualcosa di feroce e buio, di fosco. Se ne stava tutto il tempo seduto a guardare il niente, o a leggere libri che rastrellava nell’inutile biblioteca che pigliava polvere al secondo piano.
All’inizio, dopo una quindicina di giorni, un gruppo era andato a picchiarlo. Se n’era discusso un po’, poi si era raggiunto un accordo: una cosa necessaria, per fargli capire chi comandava e come ci si doveva comportare. Mica si poteva consentire quel silenzio, quella distanza: come se fosse in grado di decidere da solo, di scegliere il proprio destino là dentro, così, senza dire niente a nessuno.
Meglio essere chiari.
La gente entrava poco, nel bar.
Dal suo punto di osservazione, posteggiato a poca distanza ma appena dietro l’angolo perché la macchina non si vedesse, aveva notato pochissimo movimento: non più di una decina di persone. Qualcuno aveva rallentato, aveva guardato dentro e aveva ripreso a camminare. La voce si era sparsa, evidentemente.
Aveva saputo tutta la storia, al solito gli era stata raccontata per filo e per segno. Aveva smesso di pagare un anno prima, con le solite scuse: la crisi, i debiti. Poi la famiglia, pare avesse una bambina che stava poco bene, medicine, cure. E poi, inevitabilmente, aveva cominciato a fare storie pure il tabaccaio di fronte, e poi l’edicola all’angolo: se non paga lui, allora mi potete venire incontro pure a me, no? Io, che sono il nipote di tal dei tali; io, che ho sempre pagato e mio padre prima di me. Non si poteva certo consentire.
Poi c’era stata l’ordinaria amministrazione, quello che si fa in questi casi. La saracinesca rotta, una pietra nella vetrina da una moto in corsa. Niente. Aveva perfino cominciato a non farsi trovare, lasciava un nipote, un ragazzotto mezzo scemo che tirava fuori un taccuino e si scriveva il messaggio, come un cazzo di segretario.
Allora era scattata la straordinaria amministrazione, un paio di botte contro la serranda chiusa stavano ancora là, tre buchi in una specie di triangolo sformato. Era stato allora che uno l’aveva visto salire le scale della questura.
Era successo come al solito, quando finiva la televisione e si andava a dormire.
C’era uno spazio di cinque minuti, quando le guardie si organizzavano nel nuovo turno e le porte delle celle erano aperte. In quei cinque minuti ritagliati alla sorveglianza ci si scambiavano soldi, sigarette e bustine, si mormoravano parole aguzze di minaccia, ci si scambiavano perfino baci e tocchi furtivi nel consapevole silenzio delle condanne più lunghe. E si facevano quelle veloci spedizioni punitive, normalmente in quattro, due a tenere fermi e due a picchiare, una cosa veloce e dove i segni non rimanevano se non nei lamenti della notte, che potevano essere pure brutti sogni.
Lui se n’era rimasto fermo, come se li avesse attesi. Fermo, immobile, gli occhi aperti sul buio.
Picchiarono forte, ci fu uno che raccontò di aver sentito una costola fare crac sotto il suo pugno. Ma lui, quello nuovo, non disse una parola e nemmeno si mosse, e nemmeno si riparò, e nemmeno gemette per chiamare aiuto.
Se ne andarono sudati, col fiatone e con un nuovo rispetto venato di paura. Conoscevano la forza, conoscevano il terrore, ma non conoscevano quell’innaturale silenzio che avvolgeva la violenza. Come prendere a pugni un materasso. Come prendersela col muro.
Da quel momento fu come se non esistesse, quello nuovo. Nessuno ci provò più a capire chi fosse e da dove venisse. Non parlava nemmeno con le guardie, non faceva nessuna attività e quindi nemmeno poteva essere una spia, perché le spie cercano di sapere qualcosa da riferire, e lui invece se ne stava col suo libro in mano.
E allora lo lasciarono stare. Che si fottesse, quello nuovo.
I mancati pagamenti si potevano accomodare. Bastava parlarsi, dirsi come stavano le cose e finiva tutto là. Certo, gli arretrati si dovevano compensare: ma a quel punto bastava qualche favore, tipo aprire di notte per ospitare uno scambio, lasciare metà del furgone per il trasporto di merce a disposizione per qualche movimento, assumere figurativamente qualcuno. Cose così. Ci si poteva accomodare.
Ma andare a parlare con gli sbirri, no che non si poteva accomodare. Quello era uno squarcio non riparabile, là non c’era ritorno.
L’avevano visto per caso, fuori orario, che veniva pure da un’altra parte; magari si era messo in testa di depistare, di far vedere che passava per caso. Era stato pure sfortunato: proprio mentre percorreva i pochi metri di cortile stavano portando fuori un ragazzo che era stato fermato. Uno sguardo, e poi la notizia aveva avuto bisogno solo del tempo necessario per volare fino a dove doveva arrivare. Ora la faccenda era diventata grave, e la questione del pizzo del bar diventava di competenza più alta.
E allora avevano chiamato lui.
Lui invece non era certo quello nuovo. Anzi.
Lo conoscevano tutti, fuori e dentro; era un simpatico casinista, uno di quelli che quando c’è movimento rimaneva sempre per ultimo sul campo con gli occhi che sbattevano incerti, un mezzo sorriso ebete sulla faccia. Un po’ tardo, uno di quelli che hanno sempre bisogno di un po’ di aiuto, di una mano.
I fratelli erano in gamba, gente seria che se riceveva un ordine lo eseguiva, presto e bene. Il cognome era noto, rispettato e il maggiore si andava anche facendo un piccolo seguito, pur nel riconoscimento della superiore autorità del quartiere alla quale erano affiliati e fedeli: forse più in là avrebbe potuto permettersi di fare qualche affaruccio in proprio, ma per ora erano tutti molto giovani e non ci si pensava. Ma lui, l’ultimo dei fratelli, il più piccolo, non combinava che guai. Bonariamente lo chiamavano lo Scemo, e a lui non dava molto fastidio perché lo dicevano sorridendo.
Lo Scemo era dentro per uno scippo andato male. Non aveva saputo agganciare bene la collanina, che non si era spezzata. Si era spezzato il braccio della vecchia tedesca, invece, quando l’aveva trascinata per terra e aveva cominciato un balletto strano, lui in piedi e lei sdraiata che strillava come una gallina. La vecchia era andata in coma, avevano detto che aveva battuto la testa ma lui ricordava che non aveva preso urti particolari, forse era talmente vecchia che le ossa erano diventate fragili come il vetro. Dieci mesi di ospedale, si era fatta prima di potersene tornare al paese suo, e lo Scemo in cambio si era guadagnato due anni e mezzo.
Non gli pareva equo, aveva detto una sera a cena: non avrebbero dovuto dare dieci mesi pure a lui? Dodici, va’, se si voleva considerare il braccio. Tutti si erano messi a ridere, e lo avevano mandato allegramente a quel paese. Sei proprio Fesso, gli avevano detto.
Però alla fine gli volevano bene tutti, al Fesso. Sia le guardie che i compagni. C’entrava il rispetto per i fratelli, il piccolo boss e il secondo che era silenzioso e torvo e assai violento; ma era anche per lui, che se poteva dare una mano la dava a chiunque, che procurava dolci e sigarette e indumenti, che faceva passare lettere in entrata e in uscita anche fuori dai tempi previsti. Era buono, lo Scemo. Allegro, grosso e buono.
Ma era pure imprevedibile. Aveva slanci di affetto, e pure reazioni di rabbia. Era grosso e forte come un bufalo, e come un bufalo sapeva far paura quando era arrabbiato. Meglio lasciargli fare quello che voleva. Tanto era appunto lo Scemo, e non lasciava mai conseguenze a terra dietro di sé, perché comunque aveva qualche favore da ricevere da tutti, un credito da riscuotere.
Perciò tutti rimasero sorpresi ma nessuno ebbe niente da ridire, quando si avvicinò a quello nuovo che era trattato come uno con la peste, dopo un anno, all’improvviso, si sedette al suo fianco e gli disse: «Ciao, bello. La vuoi una gomma?».
Lo chiamavano solo in questi casi. Lo tenevano fuori dalle cose di tutti i giorni, quelle che potevano sbrigare pure i ragazzini imbottiti di coca, che si potevano sacrificare senza problemi perché ce n’erano centinaia in fila per una doppia razione premio.
Lui lavorava da solo, qua la pezza e qua il sapone, i soldi metà prima e metà dopo in una casella postale di un service in centro, lo scambio di biglietti con un nome e un indirizzo. Si faceva dire la storia al telefono, per filo e per segno, era precisissimo e niente doveva essere lasciato al caso. Dopo aver agito spariva, altre città o addirittura altri paesi, nel silenzio, fino alla volta dopo.
Nessuno conosceva il suo nome, nessuno sapeva da dove veniva. Uno preciso, pulito e senza sospesi. Un professionista.
Chiamavano lui, anche se costava, per evitare che si risalisse alla rete. Lui avvertiva quando si sarebbe mosso e tutti quelli ai quali gli sbirri avrebbero pensato si trovavano qualcosa da fare; qualcosa di molto evidente, qualcosa che sarebbe stata facilmente ricostruibile quando si fossero messi a cercare chi era stato.
Chi aveva ammazzato. Senza pietà, senza replica. Senza che sembrasse una rapina andata male, o un regolamento di conti.
Certo, l’avrebbero saputo; se avevano in mano una denuncia, ricostruendo i precedenti l’avrebbero saputo senza possibilità di equivoco. Ma saperlo e poterlo provare erano due cose diverse.
Era il nuovo modo, la nuova operatività. Una volta era brutalità e basta. Adesso si voleva far paura così, perché così come gli sbirri, avrebbero capito tutti. L’edicolante, il tabaccaio. Tutti. E tutto sarebbe tornato in ordine, come prima: ognuno avrebbe ripreso a pagare senza fare storie.
Il marchio di fabbrica era un colpo in testa, al centro della fronte, così il posto in cui era nata l’idea sbagliata di andare a parlare con gli sbirri era quello che pagava; punto e basta.
Aspettò con calma, in silenzio, concentrato, senza distrarsi un attimo, fino a quando la poca gente si diradò ulteriormente e si fece l’orario di chiusura. Aveva l’impressione che la strada, il quartiere si aspettasse qualcosa. Forse la voce si era sparsa, e la paura di trovarsi in qualche casino spingeva gli eventuali clienti a stare alla larga dal locale: fatto stava che da molto prima che arrivasse l’ora in cui aveva preventivato di muoversi, nel bar non entrò più nessuno.
Alle otto in punto cominciò a calzare i sottili guanti di pelle nera.
Un paio dei ragazzi che stavano giocando svogliatamente a pallone rivolsero lo sguardo un po’ sorpreso verso il gradino di pietra dove stava seduto quello nuovo, sempre ben distante dal gruppo. Pareva assurdo anche per lo Scemo, avvicinarsi a quel silenzioso bastardo che, ogni volta che qualcuno gli aveva rivolto la parola, si era comportato come fosse un cazzo di sordomuto.
E pure quello nuovo rimase sorpreso. Corrugò la fronte e alzò gli occhi dal libro che stava leggendo; poi sorprendendo tutti, e forse pure se stesso, disse sì, la voglio una gomma. E lo Scemo, come fosse la cosa più naturale del mondo, tirò il pacchetto fuori dalla tasca e diede al bastardo una di quelle orribili cose alla fragola che masticava in continuazione.
Rimasero là, senza parlare e senza spostare gli occhi dal campo. Poi lo Scemo sorrise, e se ne andò a giocare a ping pong.
Successe spesso, da quel giorno. Si sedevano vicini, si mettevano a masticare senza parlare, poi lo Scemo faceva un cenno di saluto con la testa e portava la sua enorme mole altrove. Gli altri per un po’ ne parlarono, e qualcuno prese pure a sfottere lo Scemo dicendogli che si era innamorato di quello nuovo; ma gli sfottò cadevano nel vuoto, e dopo qualche tempo l’interesse blando dei detenuti si trasferì su altre relazioni.
Fuori era scoppiata un’altra guerra.
Si avvicinò spostandosi lungo il muro. La luce si era fatta strana, quell’ora bastarda tra giorno e notte che tradisce la vista e ti fa pensare di aver visto qualcuno dove invece c’è solo un’ombra.
Lui era quell’ombra.
Scivolò nel bar. Non c’era nessuno, se non il proprietario. La mano guantata impugnava il calcio del ferro in tasca. Non provava niente: era indifferente a quello che lo circondava, a quello che avrebbe fatto, a quello che sarebbe successo. Avrebbe fatto quello che doveva, poi sarebbe tornato alla macchina e sarebbe partito. Aveva controllato l’assenza o il mancato funzionamento delle telecamere dei negozi attorno, ne aveva verificato l’angolo di visuale e aveva collocato l’auto esattamente dove doveva perché fosse invisibile.
L’uomo al banco alzò il viso speranzoso verso colui che immaginava essere l’ultimo cliente della giornata, e che invece sarebbe stato l’ultimo della sua vita. Capì subito. Arretrò verso il muro, uno strofinaccio in una mano; l’altra lasciò cadere a terra il bicchiere che teneva, e quello rotolò via senza rompersi. Non riuscì a dire niente, se non a scuotere il capo.
Dalla porta del bagno venne fuori un bambino. Grassottello, circa dieci anni. Fece un passo avanti, osservò il padre corrugando la fronte.
Poi guardò l’uomo con le mani nel cappotto scuro, e disse: «La vuoi, una gomma?».
La sera prima di uscire, lo Scemo si avvicinò a quello nuovo e gli diede la solita gomma. Poi, senza preavviso, gli rivolse la parola per la seconda volta in un anno. «Ma secondo te» gli chiese, «siamo amici, io e te?» Quello nuovo sapeva che lo Scemo l’indomani sarebbe uscito. Rifletté a lungo, poi si strinse nelle spalle. Lo Scemo annuì e sorrise. Poi si alzò e se ne andò.
Sul muretto, al suo posto, cera un pacchetto di gomme alla fragola. Dopo un mese, arrivò la notizia. Lo Scemo era rimasto coinvolto in un regolamento di conti. L’obiettivo era il fratello, in realtà, ma lui ci era rimasto secco. Non aveva sospettato neanche un minuto di quello che sarebbe stato il suo assassino, visto che lo aveva conosciuto in riformatorio. Si era dimostrato ancora una volta lo scemo che era.
Sentì per la prima volta il peso del ferro in tasca. E il peso degli anni.
Sentì la necessità degli impegni che aveva preso. Pensò in un attimo a quello che sarebbe successo. Pensò al destino.
Si girò verso il bambino, e disse: «Ssì. Se è alla fragola, sì».
E senza dire niente, masticando con gusto, girò le spalle al passato e se ne andò.
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