giura sulla vita di papà (it)
Me lo vennero a dire. Da solo non me ne sarei mai accorto.
È incredibile come non si veda quello che accade proprio sotto i nostri occhi; come si riesca a dare talmente per scontati e infiniti elementi in realtà labili, incerti e provvisori come i sentimenti. Uno crede che sia per sempre, che un matrimonio, un amore, un rapporto si cementi strada facendo attraverso i figli, i progetti, la casa, i problemi comuni. E poi invece ti ritrovi un pomeriggio per strada, in una città lontana piena di sole, a osservare una vita che dalla sera alla mattina è tutta diversa da quella che avevi immaginato.
Se devo essere sincero non ho mai sofferto per lei. Forse questo è l’indice del fatto che anch’io non ero più innamorato, anche se il mio senso della famiglia non mi avrebbe in nessun caso consentito di mettere in discussione il mio ruolo; o forse, semplicemente, l’apprendere che era una donna così diversa da quella che immaginavo di conoscere me la fece vedere come un’estranea, e delle estranee non ci si innamora. Comunque io non soffrii.
Me ne andai di casa, subito. Non potevo starmene là, e non potevo privare i miei due bambini della meravigliosa casa che nella città lontana il mio lavoro ci aveva messo a disposizione; loro, di quello che succedeva, dovevano risentire il meno possibile. Che era già troppo. Me ne andai. E mi ritrovai a occhi spalancati steso sul letto di una camera ammobiliata, a cercare un motivo qualsiasi per alzarmi, vestirmi e cominciare una nuova giornata.
Tutto ciò che avevo era in quella casa. Soldi, sogni, coraggio, forza. Non avevo nulla da parte, nessuno a cui ricorrere. Dalla sera alla mattina ero diventato povero. Ma non era questo, il problema: avevo il mio lavoro, non ero vecchio né malato. Il problema, immenso, insuperabile, erano i miei bambini.
Si pensa alle mamme, sempre: al loro fortunato rapporto di carne e sangue, all’unione immensa della pelle, al latte. Si pensa alle mamme, troppo spesso più deboli economicamente, alle rinunce di carriera per crescere i figli. Si pensa alle mamme.
Io invece ero un papà. Solo un papà. E il mio cuore, i miei pensieri, la mia anima erano a pezzi. Un papà distrutto.
Nelle lunghe giornate nella città lontana, la mia disperazione era per i miei bambini; per quanto mi sentivo inutile e privo di senso, se non potevo abbracciarli ogni istante, se non potevo alzarmi di notte e andare a vedere se respiravano bene nel sonno, se non potevo assistere a ogni istante della loro vita.
Ottenni di vederli tutti i giorni, per molte ore alla fine del lavoro. Lei era contenta, poteva vivere la sua storia finalmente alla luce del sole, senza porsi il problema della mia presenza e senza doversi preoccupare di dove fossero i bambini e con chi. Li facevo studiare, li facevo cenare. Ero diventato il baby-sitter dei miei figli.
Non potevo continuare a lungo così, volevo tornare nella mia città e sottrarmi all’umiliazione costante della maldicenza. Ottenni il trasferimento. Quando ebbi la notizia invitai i miei due ometti di nove e sei anni a cena, in un ristorante che faceva delle ottime patatine fritte non surgelate.
Mi stettero a sentire, seri; poi il più grande mi disse: «Papà, ne abbiamo parlato. Vogliamo stare con te. Vogliamo venire con te».
Hanno una volontà forte, sapete. L’hanno sempre avuta. Non erano compatibili con la nuova vita della madre, lo sapevano loro, lo sapeva lei. Le parlarono, dopo le parlai io. Mi ascoltò, poi disse: «Io vivo con i soldi che passi a loro; se vengono con te, tu mi darai da vivere finché non sarò indipendente economicamente?».
Ancora oggi, e sono passati tanti anni, lei sostiene di aver fatto il sacrificio per consentire ai figli una vita migliore. Facciamo tutti finta di crederle, che male c’è? L’aiuta a vivere meglio.
Ci ritrovammo da soli. Se ci penso oggi mi vengono i brividi, in casa sono un incapace, non so nemmeno accendere il fornello. Ma ero, eravamo fortunati: trovammo una splendida signora ucraina che non parlava italiano ma era una fantastica mamma supplente, per quanto riguardava le incombenze pratiche. E fantastici erano i miei due ometti, che trovavo al ritorno dal lavoro vestiti e lavati, con i compiti svolti.
Il sabato e la domenica andavamo al cinema, anche tre film nella stessa sera, e al ristorante. Siamo cresciuti insieme, e naturalmente molto più hanno insegnato loro a me di quanto io a loro. Non ci siamo lasciati mai, nemmeno un minuto.
Non hanno mai sentito dalla mia bocca una parola negativa sulla madre. Non si tratta di nobiltà d’animo, ma di cautela: nella formazione di un uomo la madre significa la donna, la famiglia, l’amore e io non potevo privarli di questo. Hanno un ottimo rapporto con lei, e anch’io; è una brava ragazza che ha fatto degli errori, come chiunque. E non sa nemmeno di averli pagati cari.
Sono fantastici, i miei figli, sapete. Il massimo dei voti all’esame di terza media, il massimo dei voti alla maturità, tutti e due. Il maggiore è ingegnere aerospaziale, il secondo frequenta medicina. Eccellono nello sport, sono entrambi fidanzati con due bellissime ragazze, sono estroversi e pieni di amici. Superano il metro e novanta, sono assolutamente bellissimi. Sono tutta la mia vita.
Quando li guardo ripenso alle notti passate sveglio seduto sul bordo del loro letto, a controllare che la febbre non salisse troppo; o alle riunioni a scuola, unico papà in fila tra tante mamme; o al carrello del supermercato, riempito con l’aiuto di sorridenti e partecipi signore che avevano tenerezza per un uomo solo e incapace di scegliere tra tanti prodotti. E alle partite di calcio e ai film, e alle tante telefonate ogni giorno, a come siamo diventati ognuno il miglior amico dell’altro.
Ancora oggi, quando hanno bisogno di una certezza, quello dei due che non vuole avere dubbi su quanto gli dice l’altro sussurra: «Giura sulla vita di papà». È il confine della sicurezza, sono le colonne d’Ercole del dubbio. Per loro, ancora oggi, la vita di papà è la cosa più importante.
Quando sento quel giuramento gli occhi mi si riempiono di lacrime e d’orgoglio. E penso che in realtà giurano su se stessi.
Perché sono loro, la vita di papà.