i vivi e i morti (it)
L’uomo retrocedeva strisciando, cercando una via di fuga che non aveva. Il respiro pesante, roco, mozzato. Non riusciva ad articolare parole: come in quei sogni, in cui vuoi chiamare aiuto e la voce non ti viene fuori. Avrebbe voluto chiedere pietà, e anche perché: perché questa cosa, perché a lui. Arrivò al muro: non c’era più spazio. Il punteruolo penetrò alla base del naso, il rumore fu quello di una noce che si spacca; sangue, frammenti di osso, materia cerebrale. Fuori, la campana disse al quartiere che erano le undici.
Sotto una pioggia indifferente il delegato di Polizia Luigi Alfredo Ricciardi attraversava i vicoli dei quartieri spagnoli; dietro di lui il brigadiere Maione spostava con sorprendente agilità la sua considerevole mole. Un gruppo di scugnizzi scalzi precedeva il corteo, annunciandone l’arrivo; un altro seguiva scimmiottando il passo adulto, come un’eco festante e ingiuriosa. Ricciardi camminava con la testa incassata nelle spalle, lo sguardo basso a evitare le pozzanghere, il capo scoperto sotto l’ombrello tenuto dalla guardia che lo seguiva.
I capelli pettinati all’indietro e impomatati, secondo l’uso di quel nono anno dell’era fascista, incorniciavano il viso scuro con le labbra sottili e i baffetti. Guardava a terra, Ricciardi. Guardava a terra anche per non vedere i vivi e i morti.
Ma anche riflessa nell’acqua, sotto i suoi piedi, Ricciardi rivedeva la prima volta in cui aveva saputo di possedere qualcosa di solo suo. Aveva cinque anni. Nel piccolo vigneto, di fianco al cortile di casa nel paese della bassa provincia di Salerno dove era nato, giocando da solo si era trovato davanti un uomo, seduto a terra: l’uomo, col manico di un coltellaccio da potatura che gli sporgeva dal petto e la camicia per metà impregnata del suo stesso sangue, lo aveva guardato con angoscia, e aveva detto: “Non l’ho nemmeno toccata”. Il piccolo Luigi era scappato urlando, ma nessuna delle persone accorse aveva visto niente. Dopo molti anni aveva saputo che nel vigneto, un anno prima della visione, un uomo era stato ucciso per motivi di gelosia da un altro lavorante.
Nessuno, nemmeno la sua tata, aveva creduto al piccolo Luigi; si pensò che la spiccata fantasia avesse lavorato su un’informazione appresa per caso e che la prematura morte del padre, quando lui aveva solo due anni, e la malattia nervosa della madre, che pochi anni dopo sarebbe morta in una casa di cura, fossero le cause primarie della sua tendenza alla solitudine e all’introversione. In realtà, Ricciardi vedeva i morti.
Non tutti i morti, e non per molto tempo: solo quelli colpiti da morte violenta, e per un tempo proporzionale al male subito. Come se l’emozione estrema rimanesse impressa nel luogo, su una lastra fotografica o meglio su una pellicola, a ripetere ossessivamente le ultime parole della vittima. L’ultimo pensiero. Il Fatto, lo chiamava Ricciardi. Lui aveva il Fatto.
Questo, più ancora della sua natura chiusa, lo aveva reso solo; viveva ancora con la sua tata, che ormai assisteva lui più che esserne assistito. A trentasette anni compiuti non aveva mai avuto una donna. Il Fatto, e l’urgenza di recepire l’urlo di dolore e la richiesta implicita di giustizia che ne derivava, lo aveva condotto al suo mestiere, quasi naturalmente: ma sul lavoro la strana capacità di risolvere velocemente i casi affidati lo aveva progressivamente reso detestabile ai colleghi, che lo invidiavano; ai superiori, che lo giudicavano troppo emergente e ambizioso e se ne sentivano messi in ombra; alla bassa forza, che era terrorizzata da quello che non comprendeva. Al resto della città, in quanto sbirro.
E alla sua solitudine Ricciardi pensava, attraversando i quartieri spagnoli battuti dalla pioggia di quell’ottobre del 1929; agli uomini che lo accompagnavano, gli unici disposti volentieri a lavorare con quello strano delegato per riscuotere i premi in denaro attribuiti alle soluzioni dei casi, cui lui rinunciava essendo, si diceva, in possesso di ricche rendite ereditarie; agli scugnizzi, che correvano seminudi nelle pozzanghere incontro a chissà quale destino; al prete spietatamente ucciso, che stava andando a incontrare.
La segnalazione era giunta in questura da meno di un’ora; quindi Ricciardi arrivò sul posto che i tecnici ancora stavano terminando i rilievi. Quattro persone (mai di meno, pensò ironicamente) asserivano di aver visto aggirarsi nei pressi dell’uscita della sacrestia una figura “non del quartiere”.
Per esperienza Ricciardi sapeva che il ritratto parlato, la nuova procedura che la questura della città per prima aveva sperimentato, avrebbe dato luogo a quattro immagini diverse e assolutamente incompatibili tra loro. Ricciardi avrebbe preferito a volte maggiore omertà, per non essere almeno sviato dalla doverosa e consapevole ricerca di uno sconosciuto. Passando attraverso la folla che si era assiepata sulle scale che davano alla chiesa, la piccola squadra arrivò sul luogo del delitto; la pioggia batteva come una maledizione i volti cerei, i capi scoperti, i saettanti occhi curiosi. Il solito coro muto della scena del delitto. Secondo la consueta procedura, Maione e le guardie si disposero davanti all’entrata: Ricciardi entrò per primo, e da solo. Dietro di lui chiusero la porta.
L’ambiente era angusto: si trattava di una piccola stanza situata dietro la vera e propria sacrestia, nella quale il parroco provvedeva alla vestizione prima della messa. Lungo i tre metri del pavimento c’era una maleolente scia che portava al cadavere a ridosso della parete: il prete aveva strisciato sulla schiena, nel tentativo di fuggire, e aveva rilasciato gli sfinteri. Succedeva spesso: la paura, il senso dell’estremo momento, l’impossibilità della fuga. Il corpo scomposto, la testa in una pozza di sangue, il punteruolo che sporgeva dalla radice del naso a fare del prete un orrendo unicorno steso nella penombra. A pochi centimetri di distanza, più avanti, il delegato riconobbe ancora l’immagine della vittima seduta per terra, gli occhi sbarrati, il sangue e la materia cerebrale che colavano sulla faccia e nella bocca frammisti a piccoli bianchi frammenti d’osso.
Ricciardi sporse il viso in avanti per ascoltare il bisbiglìo che veniva dall’immagine: “No, perché a me, sì… proprio voi, sì… perché a me, sì… proprio voi, sì…”. Sentendo insorgere il consueto mal di testa, Ricciardi rabbrividì e urlò: «Maione!».
Il sacrestano e la perpetua mostravano in egual misura il terrore per l’orrenda vicenda, il disagio per l’interrogatorio cui erano sottoposti e la voglia di sottrarsi a ogni sospetto che potesse addensarsi sulle loro persone. No, don Raffaele non aveva cambiato nessuna abitudine: la sera prima aveva cenato, li aveva salutati e se n’era andato in sacrestia. Sì, il parroco era come sempre: gentile, cordiale, una santa persona. No, non aveva detto di attendere qualcuno: era tardi. Sì, qualche volta si tratteneva a pregare: una santa persona, avevano detto.
Don Raffaele Ammaturo era stato a lungo parroco della chiesa di San Sebastiano all’Olivella. Aveva sessantacinque anni e, come tutti i prelati della poverissima zona dei quartieri spagnoli, era mediamente amato e odiato. Ci furono, negli estenuanti interrogatori successivi, decine di persone che sembrarono disposte a giurare sulla santità dell’uomo, sempre pronto ad aiutare e venire incontro ai più bisognosi; e alcuni che, senza dirlo espressamente, lasciavano trasparire un umanissimo disprezzo per una figura suscettibile, per dir così, alle umane debolezze. Ricciardi intuì presto che l’insegnamento cui don Raffaele si sentiva più incline era “lasciate che i bambini vengano a me”, con preferenza per le bambine. Non sarebbero stati molti quelli che avrebbero sinceramente pianto la dipartita del prete.
Ciò però non risolveva la questione di chi lo avesse aiutato ad andarsene in seno al Padre, o più probabilmente al Suo omologo al piano inferiore: Ricciardi non si spiegava quel “perché voi”, che ancora gli risuonava nelle orecchie. Chi era quel Voi? Più d’una persona, o piuttosto un uomo (o una donna, anche se la violenza del gesto faceva più pensare a un maschio, e robusto) degno di quella forma di rispetto? Ricciardi guardava la finestra del suo ufficio in questura, dietro alla quale da quattro giorni scorreva insistente la pioggia di ottobre. Quattro giorni: la pioggia cade, e le piste si raffreddano. La soluzione si stava allontanando.
Ricciardi giocherellava coi gemelli di madreperla del suo polsino, nervosamente: avrebbe dovuto cominciare a interrogare qualche signore dei piani nobili dei palazzi circostanti. La via delle famiglie delle bambine predilette dal prete, da lui percorsa come prima ipotesi, si era rivelata sterile: Ammaturo sceglieva tra le famiglie più povere, che poi beneficiava con cibo e regali. I genitori e i fratelli delle piccole vittime disgraziate erano sconvolti all’idea di dover in futuro fare a meno dei benefici della situazione. Ricciardi si chiese che domani potesse esserci per una città tanto straziata dalla povertà, in cui qualcuno si augurava che la propria figlia di cinque o sei anni diventasse la mantenuta di un vecchio maiale.
Allora chi? Chi poteva essere stato? Maione si affacciò alla porta dell’ufficio: «Dottore… dovremmo uscire».
Stavolta si trattava di una maîtresse, la tenutaria di uno dei più esclusivi bordelli di viale Elena; un posto in cui una marchetta da cinque minuti costava venti lire, e dove le ragazze cambiavano ogni quindici giorni come nei casini della Roma bene. Quando Ricciardi e la sua squadra arrivarono, la solita piccola folla si era radunata fuori la porta, per una volta senza l’aria furtiva che avevano in genere gli uomini quando si accostavano a quel tipo di posto. Entrarono in un’anticamera soffocante di velluti e arazzi, con spessi tappeti a ricoprire il marmo del pavimento: raramente Ricciardi, che pure conosceva i palazzi importanti della città, aveva visto tanto lusso.
«Asciugatevi le scarpe!» esclamò imperiosa una vecchia sdentata con un camice grigio. Maione rispose, duro: «Con chi vi credete di avere a che fare? Noi siamo la Pubblica Sicurezza!».
E quella, di rimando: «E che vi pensate, che cinque o sei di voi al giorno non vengono qua? Compreso il vostro capo, e il capo del vostro capo? E che è diverso dall’ultima volta che siete venuto voi, brigadie’? Asciugatevi le scarpe!».
Maione dopo un attimo di perplessità eseguì l’ordine ripassando le scarpe sul piccolo tappeto vicino alla porta. Ricciardi lo guardò tra il sorpreso e l’incuriosito; il brigadiere era diventato color del pomodoro maturo.
La squadretta si avviò al primo piano, dove le signorine si erano riunite in lacrime. L’ambiente si presentava assai diverso dal solito, naturalmente: dove in genere risuonava la musica dei ballabili della radio o del grammofono che troneggiava in un angolo, si sentivano adesso i singhiozzi disperati di quelle che, alla stessa ora di ogni altro giorno, gemevano con altra intensità ai clienti facoltosi. A Ricciardi, che non era un frequentatore abituale di quei posti, le donne sembrarono dei pagliacci tristi, coi costumi colorati e velati chiusi da manine bianche, coi segni delle lacrime a rigare il pesante trucco. Poverette, pensò: poverette anche loro. In tutt’altro contesto, a proposito della campagna demografica, il nuovo segretario aveva detto che, siccome tutti gli organi del Partito funzionavano, dovevano funzionare anche quelli genitali. E funzionavano: a volte si vedevano militari, marinai, studenti in fila, anche sotto la pioggia, in attesa davanti a quei discreti portoncini. Erano rimasti in pochi, lui compreso, a pagare la tassa sugli scapoli: ma come si leggeva su qualche manifesto, meglio la tassa che la suocera.
A riceverli non c’era naturalmente la Padrona, nota come la signora Wanda: i capelli color pervinca, pettinati in una sontuosa sopraelevazione semisferica, sormontavano un viso truccato assai pesantemente. Le sopracciglia disegnate in una lunga riga arrivavano quasi alle tempie e, sul biancore di cipria del viso, spiccavano due nei finti e due labbra rosso sangue, atteggiate al momento in una O di meraviglia come i due occhi neri spalancati e ormai velati dalla morte. Come un estremo vezzo, il manico di legno di un punteruolo sporgeva dal centro della fronte. Il sangue, colato sul pavimento dietro il banco dal quale il cadavere era seminascosto, formava una piccola pozza che si confondeva nell’alto tappeto. In piedi, davanti al cadavere, l’immagine della donna con la terrificante protuberanza sulla fronte stava sorridendo quasi seducente e diceva: “Ho una signorina nuova, giovane giovane…”.
Per incredibile che potesse sembrare, nessuno aveva visto niente: a quell’ora, primo pomeriggio, i clienti erano tradizionalmente pochissimi. Le ragazze si trovavano nelle camere, chi a lavorare, chi a riposare prima delle ore più faticose della giornata, quelle della sera. La custode (la delicata gentildonna che aveva apostrofato Maione in anticamera) stava spazzando l’androne del palazzo, chiacchierando con una pescivendola. Nessuno era entrato, nessuno era uscito.
Altro delitto in cerca d’autore.
Ricciardi non riusciva proprio a venirne a capo: due luoghi così lontani tra loro, due personaggi che, almeno a guardarli dall’esterno, non avrebbero potuto essere più diversi. Un prete con una passione buia, una maîtresse che aveva scoperto essere molto benvoluta dalle lavoratrici per la riconosciuta bontà d’animo. Qual era il nesso? Ricciardi proprio non capiva. La chiesa e il bordello. Tuttavia la mano era indubbiamente la stessa: un punteruolo, quello usato dai calzolai, un unico colpo, centrale, assestato con forza rabbiosa ma anche con precisione chirurgica. Ma chi; e perché? Il Fatto non era stato d’aiuto e nemmeno, come qualche volta era successo, fuorviante: aveva solo suggerito la sorpresa e l’orrore, ma quelli c’erano sempre e non erano indicativi di nulla.
Gli interrogatori non avevano fatto emergere alcun legame tra Amalia Esposito, detta Wanda, e don Raffaele Ammaturo: i due non si erano mai conosciuti né, salvo diverse successive evidenze, casualmente incontrati. Ammaturo non era di quei preti che frequentavano i bordelli (con un brivido leggero Ricciardi ricordò le differenti preferenze del sacerdote); Wanda non era mai andata in chiesa, anzi, a memoria di puttana non era mai uscita dal bordello che gestiva. Allora Ricciardi piazzò Maione a interrogare la gente dell’Olivella, per capire se c’era qualche abitante del popoloso quartiere che frequentasse anche quella particolare casa; ma in linea d’aria tra la casa di Dio e quella del demonio c’erano cento altre chiese e cento altri bordelli, in quella città santa e dissoluta. Ogni quartiere, ogni strada (rifletteva Ricciardi) aveva una faccia immacolata e un’altra sudicia, il suono acuto e quello grave: impossibile sapere in quale rivolo di fango scorresse l’odio, il rancore che accomunava i due morti. La scrivania, col suo ampio ripiano in legno, il calamaio con le due penne ai lati, il ritratto impettito alla parete non erano d’aiuto. Ricciardi uscì in strada. Pioveva ancora.
Anche nell’acqua battente e nel primo freddo di ottobre la città era popolosissima: la strada sotto la questura brulicava di personaggi indaffarati. Alla straordinaria percezione di Ricciardi tuttavia la gente si presentava ben più variegata e complessa: al fianco dei vivi, e distinti da essi per l’andatura molto più lenta o addirittura per l’essere fermi, c’erano i morti. Un impiegato coll’ombrello rotto e le gambe dei pantaloni fermate da mollette che attraversava inconsapevole il cadavere di un piccolo lazzaro straziato da una carrozza e ancora scosso dagli ultimi spasimi della morte; un guappo con un ridicolo cappello di traverso e la gola tagliata da un orecchio all’altro come un grottesco, terribile sorriso da cui il sangue sboccava a spruzzi, sotto una maschera di atroce dolore; due signorine che si tenevano con le mani il cappellino, insidiato dal vento, mentre correvano ridendo; quattro scolaretti col grembiule nero e i genitori in galosce, che sgambettavano nel fango; vicino a loro una donna con una rivoltella in mano e un infante in braccio, che s’era uccisa per amore dopo aver soffocato il figlio. I vivi e i morti, pensava Ricciardi. I vivi sembrano già morti, i morti pensano di essere vivi. Chi sono io, allora? Sono vivo, o forse già morto e nessuno me l’ha detto?
Maione aprì nervosamente la pesante porta che cigolava. «Dottore, venite… presto, venite…»
C’era stato un incendio devastante in un ristorante di Santa Lucia; un locale di lusso per quei tempi bui di miseria, che tuttavia non era frequentato, come gli altri luoghi del genere, dai piccoli gerarchi che costituivano da qualche anno la nuova aristocrazia. E il motivo c’era.
«Mala gente, dotto’. Mala gente. Lo so perché ho fatto servizio in questo quartiere fino a due anni fa quando mi hanno assegnato alla questura. In questo ristorante si riunivano i guappi delle zone del centro per decidere il prezzo del pesce e della frutta.»
La guardia di Pubblica Sicurezza Esposito si godeva il suo momento di celebrità e il fatto di poter interloquire direttamente col famoso dottor Ricciardi.
«Sì, ma che c’entriamo noi? Perché ci hanno chiamato per un incendio?»
Era notevole, lo spettacolo: lingue di fiamma dalle finestre e dalla porta, sotto la pioggia fitta. Acqua e fuoco. Freddo e caldo. I vivi e i morti. A Ricciardi comparvero sconosciuti che brancolavano con le carni divorate dal calore, visi deformati, pensieri senza più controllo. “Masuccio, chiamate Masuccio” esclamava quello che era stato un omaccione, il cui cappello floscio si era fuso con la fronte spolpata. “A chi è stato, lo spanzo” urlava uno scheletro quasi completamente scarnificato, roteando attorno l’unico occhio curiosamente rimasto. “Non ho salutato a mammà”, “Il signorino, là in mezzo”, “Madonna mia perdonami”, “A tutti e tre, co’ ’o guaglione”. Ricciardi percepiva il dolore immenso, la sorpresa, la rabbia, l’enorme violenza sottesa all’evento: li percepiva dalle figure che camminavano all’interno delle fiamme, sotto gli occhi inconsapevoli dei pompieri che aspettavano che il fuoco finisse di divorare il legno e la stoffa degli arredi per poi cominciare a spegnere le vampate residue con l’aiuto della pioggia.
«Perché ci hanno chiamato?»
Maione gli toccò lievemente il braccio e col mento gli indicò una figura stesa nella penombra del vicolo. Prima ancora di girarsi a guardare, Ricciardi percepì la figura del buttafuori del ristorante, che si scusava con deferente disagio: “Stasera no, signori, non si può entrare…”. Dalla tempia, come una strana idea, spuntava il manico di un punteruolo.
Si erano salvati due camerieri, uno perché era stato pronto a buttarsi dalla finestra della cucina, l’altro perché in quel momento era nel vicolo a liberarsi nel fango del marciapiedi. Ai camerieri non era consentito usare il bagno. Non avevano visto nessuno, non avevano sentito niente, non avevano idea di chi ci fosse in quel momento nel locale. Inutile cercare di capire se quello che dicevano era vero: anche se ancora vivi, Ricciardi ne percepiva la paura, un odore acre e pungente. Se anche avessero visto o saputo, non avrebbero detto niente: li avrebbe attesi, loro e le famiglie, un destino peggiore della morte.
Quando a tarda sera Ricciardi tornò a casa trovò la vecchia tata Rosa ancora sveglia che lo aspettava: le mani deformate dall’artrite perennemente ad asciugarsi sul davanti del grembiule.
«Ma non te lo togli il vizio? Te l’ho detto tante volte che non mi devi aspettare alzata. Sei vecchia, lo vuoi capire?»
«Io sarò vecchia, ma voi non lo volete capire che dovete pensare a farvi una famiglia. Tenete un’età. Quando io me ne sarò andata, chi ve la prepara la cena, chi vi rammenda le calze, chi vi cuce i bottoni?»
Mentre mangiava in silenzio, Ricciardi continuava a pensare alla concatenazione degli eventi. Rifletteva sull’unica mano che vedeva nei delitti. Cinque anni prima c’era stato il momento dello squadrismo; ma era finito da tanto tempo, e comunque si era mantenuto entro certi limiti (un po’ di botte, qualche testa e qualche vetro rotto, qualcuno che ne approfittava per lavare vecchie onte e qualche offesa). Non riconosceva nulla di politico in quello che stava succedendo, nemmeno in maniera perversa. Con la retina sui capelli e la veste da camera si affacciò alla finestra della camera da letto, la luce spenta, e come ogni sera guardò la finestra del palazzo di fronte, dietro la quale nonostante l’ora tarda ferveva l’attività del festoso gruppo familiare dei vicini. La figlia maggiore, che lui sapeva chiamarsi Enrica, gli era sempre piaciuta molto; ne avvertiva la quieta fermezza trasparire dai gesti decisi e garbati, dal modo di ascoltare la radio con la testa lievemente piegata, dal lento ricamare con la mano mancina, come stava facendo in quel momento. Aveva imparato a figurarsi la stanza che intravedeva, il focolare, un’alta credenza, la tavola, la grande radio in un angolo. Sapeva anche che non avrebbe mai trovato il coraggio di rivolgerle la parola, anche se a volte gli era sembrato d’incrociarne lo sguardo curioso quando assieme si erano trovati a prendere la frutta dal carrettino dell’ambulante di quartiere, verso Capodimonte; di nascosto l’aveva guardata andar via, il passo un po’ incerto delle lunghe gambe. Avrebbe forse potuto scriverle, prima o poi. Magari con l’aiuto del “Segretario Galante”.
L’elemento, stava pensando. Qual era l’elemento comune tra i delitti? Dalla finestra sotto a quella di Enrica si mostrò per un attimo l’immagine di una donna col collo piegato in modo innaturale, un pezzo di lenzuolo attaccato alla gola, gli occhi strabuzzati, la lingua bluastra, penzolante. “Quando torni da me?” implorava con voce disperata. I vivi e i morti, pensò Ricciardi. Enrica che ricama; l’impiccata che piange l’amore perduto. I vivi e i morti; e lui, in mezzo. Rabbrividì, e chiuse la finestra.
Eppure, rifletteva Ricciardi in maniera scomposta mentre cadeva nel sonno, lo scaldino a confortare i piedi, c’era differenza tra i tre delitti del punteruolo: se infatti la signora Wanda amministrava in modo evidente il tempio della dissolutezza, e se il ristorante di Santa Lucia era notoriamente mal frequentato, don Raffaele apparentemente era un buon prete. Solo dopo decine di interrogatori estenuanti, infatti, era venuta a galla la sua debolezza, e anche allora era stato difeso e rimpianto dalle famiglie delle stesse vittime. Chi, allora, poteva essere il comune denominatore dei tre fatti? Che cosa aveva percepito lui sui luoghi dei delitti di dissonante, di strano, di alterato? Qual era l’emozione, la parola fuori posto che legava gli eventi? La chiave doveva trovarsi nell’omicidio del prete. Si addormentò; ma dormì male.
Il giorno dopo, di buon’ora, Ricciardi sotto la pioggia si presentò con Maione a San Sebastiano all’Olivella.
C’era già il nuovo parroco, un vecchio prete che era stato in curia e che apparve subito molto infastidito dal fatto che la fine di don Raffaele avesse degli strascichi sulla vita della parrocchia: il dottore doveva capire che a sua eccellenza il vescovo non faceva piacere che la Polizia ancora entrasse e uscisse dalla casa di Dio.
Tuttavia, disse Ricciardi, il signor vescovo doveva capire che finché l’assassino girava ancora indisturbato per il quartiere, nessuno, nemmeno il parroco, poteva stare tranquillo. Il prete parve parecchio impressionato dagli argomenti di Ricciardi e acconsentì a rispondere alle domande. Il quartiere era popoloso, il dottore lo sapeva bene: ma erano tutti poveri, poverissimi, e la Chiesa aveva la funzione di aiutare e proteggere i più sfortunati. Erano tempi difficili. Questo aiuto si poteva dare solo con le offerte delle famiglie messe meglio, e la parrocchia si manteneva praticamente col sostegno dei conti Malaspina, nel cui palazzo, poco distante, don Raffaele portava messa ogni mattina alle sette, celebrando nella cappella di famiglia, ove assistevano il signor Conte, malato da tempo, il Signorino, naturalmente la Contessa, le piccole Contessine e la servitù.
Il modo di pronunciare la parola. Nella mente di Ricciardi fu come un fulmine a mare, di quelli che in autunno si vedevano spesso dalle finestre della questura: una luce improvvisa, a rischiarare tutto il panorama prima di scomparire di nuovo. Ma poi, anche quando la luce a giorno non c’è più, nel buio tu sai che là c’è un palazzo, là una barca, là una carrozza. E là un assassino.
Il vecchio prete, con la dentiera traballante, l’incertezza della voce e il tremore delle labbra, aveva pronunciato la parola chiave: la stessa sentita nel coro dei morti nelle fiamme dell’inferno al ristorante dei guappi, la stessa appena abbozzata dalla bocca di don Raffaele Ammaturo che biascicava il proprio sangue; la stessa sottintesa dalla signora Wanda che proponeva la giovane merce del suo magazzino di carne viva.
Ora Ricciardi sapeva che cosa cercare, e dove. I vivi e i morti avevano parlato.
Passeggiò per il quartiere come se fosse una bella giornata di primavera, alla ricerca della bottega che gli interessava. Partì da lontano, lentamente, guardando tutto, misurando i passi. La guardia che lo accompagnava, sorreggendo un ombrello dal manico intarsiato, nascondeva male la propria irritazione. Sotto l’impermeabile a doppio petto, il gessato marrone di Ricciardi e le scarpe di salpa erano zuppi d’acqua, e la camicia bianca dal colletto arrotondato e la cravatta grondavano. Le pietre sconnesse della strada e il fango inzaccheravano gli abiti. Un ciuffo di lunghi capelli neri, sfuggito alla rigida pettinatura all’indietro, cadde in mezzo agli occhi e gli si appoggiò sul naso. Lo sguardo era lontano, rincorreva le voci e le parole che aveva udito, inseguiva i nuovi, insospettati nessi tra gli eventi che la sua mente, febbrilmente, stava ricostruendo.
Attorno a lui l’attività dei vivi e dei morti continuava, per fermarsi solo al suo passaggio: gli uni con sospetto e paura, gli altri coi loro ultimi pensieri da comunicare.
Ricciardi non si fermava, e non accelerava l’andatura: quando trovò il posto che stava cercando si fermò, e quasi non ci credette: era così vicino… Entrò e si guardò attorno: il forte odore di colla lo colpì come uno schiaffo. L’attività della bottega si era fermata: non si sentiva martellare, e il canto struggente di uno dei lavoranti si era spento non appena quello si era accorto della presenza degli sbirri. Ricciardi sentiva, senza curarsene, il noto fetore della paura e della diffidenza. Si avvicinò alla parete e osservò a lungo il contenuto degli scaffali e dei cassetti semiaperti. Poi andò vicino alla porta del retrobottega, ne saggiò la tonda maniglia d’ottone brillante senza produrre alcun suono, in un silenzio irreale. La guardia era rimasta ferma sull’uscio con l’ombrello. Ricciardi si voltò e se ne andò, senza salutare.
Il portone di palazzo Malaspina si aprì quasi subito. Il cameriere non fece una piega, come se si aspettasse di vederli: un delegato, un brigadiere, due guardie. Chiesero direttamente della persona con cui volevano parlare, non mancando di presentare i propri saluti al Conte ammalato.
A Ricciardi sembrò che un piccolo lampo di paura avesse traversato lo sguardo del domestico; nel dubbio aveva piazzato una guardia all’ingresso e una alla porticina della bottega, ma immaginò che non ce ne sarebbe stato bisogno. Infatti.
La porta della sala si aprì, ed entrò con passo sicuro Alessio Matteo Maria, il diciottenne futuro Conte di Malaspina.
Voi sapete, signor delegato, che mio padre sta morendo? Ha solo quarantadue anni, e sta morendo. Sifilide. La vergogna, il pudore, la coscienza: io non so cosa lo abbia spinto a tener nascosta la malattia fino a quando è diventata incurabile. Fino a quando gli ha avvelenato il sangue a morte. Mia madre lo seguirà quasi subito, vedrete: è completamente inadeguata alla vita, aveva sedici anni quando è entrata in questa casa e in tutti questi anni ne è uscita solo tre volte. Quello che non sapete, signor delegato, è che cosa succede nell’animo di un ragazzo se è testimone del morbo, del degrado, dello sfacelo di questa città e di questo mondo. Se è spettatore del fatto che suo padre cerca in posti indegni un senso alla propria vita, trascurando le cose della famiglia e lasciandole in mano agli strozzini che si appropriano del suo mondo sotto gli occhi della disperazione. Se in un momento di profondo dolore, cercando conforto nella preghiera, si rivolge alla chiesa del quartiere e vi trova un prete, voce umana di Dio, chiuso nella sacrestia con due bambine, impossibile dimenticare signor delegato, una era mia sorella. Cosa succede, nell’anima di quel ragazzo, signor delegato? Quel ragazzo si mette in testa di pulirlo questo lurido mondo. Di pulirlo per davvero: non come questi fantocci vestiti di nero che hanno cambiato i nomi e le persone, senza cambiare i fatti. Come quelli prima di loro, come quelli che verranno dopo di loro. Non come voi, signor delegato: con le vostre piccole leggi, con le vostre garanzie e le vostre eccezioni, con le vostre grazie e le vostre amnistie.
Quel ragazzo diventa grande all’improvviso, signor delegato. E trova amici, trova gente che la pensa come lui. E trova anche gli strumenti per entrare, diciamo così, nella testa delle persone. Per purificare col fuoco le anime di questi peccatori. Per cancellare le meretrici maledette, per abbattere Babilonia una volta e per sempre. Da quando aveva sedici anni, signor delegato, quel ragazzo esce la sera, passando prima a far spese in un negozio di ciabattino che lei conosce, la cui porta posteriore conduce nelle antiche stalle di questo palazzo. Punteruoli, signor delegato: per capirsi meglio, per spingere, m’intendete, le idee giuste in testa a chi non vuole capire. E per mandare un messaggio agli altri: tenetevi lontano dal peccato. L’inferno non è solo di là, signor delegato: può esser anche da questa parte.
Ricciardi ascoltava, cupo. Ancora la stessa, vecchia storia: la giustizia degli uomini, la giustizia di Dio.
Tuttavia, alcune cose non gli erano ancora chiare. Sicuramente il “signorino” era l’autore materiale dei delitti (“perché a me, sì…” aveva mormorato don Raffaele; “il signorino, là in mezzo” aveva urlato il guappo bruciato; “una ragazza giovane” aveva proposto la maîtresse). Ma aveva agito da solo? Chi aveva appiccato il fuoco, mentre lui uccideva il buttafuori? Aveva sentito anche “Quei tre co’ ’o guaglione”. Come era entrato in sacrestia e nel bordello senza essere visto da nessuno? Chi erano, questi “amici”, la gente che la pensava come lui? Avrebbe voluto chiedere questo e altro, quando entrò trafelato il brigadiere Russo con quattro guardie, compresa quella che aveva messo al portone del palazzo.
«Dottore, il signor questore vi invita a rientrare immediatamente in questura.»
Ricciardi non credette alle proprie orecchie: «Ma non vedete? Sto per effettuare un arresto!».
«No, dottore: il questore è stato chiaro: dovete rientrare subito a rapporto in questura, direttamente alla sua persona, senza effettuare nessun arresto. In caso di vostra resistenza, in virtù di un processo disciplinare a vostro carico, devo condurvi mio malgrado personalmente.»
Ricciardi si alzò, in silenzio. Fuori, la pioggia picchiettava insistentemente sulle antiche finestre di palazzo Malaspina.
Il questore guardò fisso Ricciardi. La porta del vastissimo ufficio era chiusa. Non gli piaceva quell’uomo, il cui sguardo inespressivo frugava le anime, la cui strana capacità lo rendeva temibile e repellente insieme. E lui non piaceva a Ricciardi, per quell’aria sempre ingessata, quelle sue abilità sociali e politiche che non avevano nulla di professionale, per quella scala dei valori alterata che metteva la convenienza davanti alla verità.
«Avete al solito lavorato bene, Ricciardi. Probabilmente avete scoperto parte della verità. Ma appunto, è una parte. Esistono dei gruppi di persone, mi seguite Ricciardi, che si muovono su una scala diversa dalla vostra e dalla mia. Gente assai potente, custode di… cose al di sopra della vostra immaginazione. Che a volte interviene e a volte no, servendosi quando lo fa della rabbia e della disperazione di qualcuno, anche a sua insaputa. Il giovane Malaspina… diciamo che ha un po’ esagerato, ecco. Ma ha esagerato nella sua esternazione di oggi. In realtà non sta bene: si dovrà curare.»
«Signor questore, Malaspina non ha agito da solo, voi lo sapete. Nessun gerarca potrebbe sostenere...»
Il questore alzò la mano; assurdamente agli occhi di Ricciardi sorrideva. «I gerarchi non c’entrano stavolta. Il potere che ha mosso il giovane Malaspina e quelli che forse, dico forse, hanno agito con lui, è assai più ampio e antico: esiste da prima del Partito e, per quanto personalmente io creda nel grande futuro del Partito stesso, durerà ancora di più.»
Ricciardi non sapeva più che cosa pensare.
«Ma allora… perché lasciarmi indagare? Perché indurmi a cercare la soluzione? La giustizia…»
«La giustizia non c’entra, Ricciardi; noi stessi non c’entriamo. Voi, lo sapete, siete un po’… inviso ai più, diciamo. Un vostro eventuale insuccesso sarebbe stato ben assorbito, a livello di ufficio. E comunque insuccesso non è: Malaspina, per quanto malato, dovrà scontare la sua pena e, una volta guarito, speriamo presto, riprenderà il posto che gli compete. Però non si dovrà cercare più nessuno. Non c’è più nessuno da cercare, Ricciardi: a che servirebbe, d’altronde? Mezze figure, forse un sacrestano, una custode di bordello, un cameriere di ristorante… Voi avete brillantemente concluso la vostra indagine. Avete vinto: congratulazioni. Ora, potete andare. Prendetevi qualche giorno di riposo, intendete? Non vi fate vedere in ufficio.»
Quella sera, dopo cena, col sottofondo del russare pesante di tata Rosa dalla sua stanza, Ricciardi si affacciò alla finestra a respirare l’aria gelida dell’autunno. Aveva smesso di piovere. Al di là della strada, la finestra illuminata presentava il solito delicato panorama di vita familiare. La giovane Enrica aveva finito di lavare i piatti nell’acquaio e, la testa lievemente piegata di lato, ricamava con la mano mancina. Ricamava le lenzuola del proprio corredo, come sempre sperando che prima o poi le sarebbe stato utile. Sempre che la persona che aveva nel cuore si fosse decisa almeno a parlarle. Gettò uno sguardo di sfuggita al di là della strada, dove una finestra buia sembrava lievemente aperta, nel freddo dell’ultima notte di ottobre. Più sotto, da un’altra finestra buia, una donna implorava il ritorno del suo amore perduto.
Al di là della strada un uomo con l’anima in tempesta sentiva più che mai la propria solitudine, e contemplava i vivi e i morti.