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maurizio de giovanni

il bicchiere della staffa (it)

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Prendo la bottiglia, per sentirne la temperatura. Certo, ci sarebbe voluto un bel decanter, per farlo respirare, per poterne osservare prima il colore e per mischiargli l’aria esterna, su una superficie ampia: due dita di felicità nella trasparenza del vetro. Ma tant’è, bisogna pure accontentarsi.
Verso, piano; nel silenzio della stanza chiudo gli occhi per ascoltare meglio mentre scorre nel calice. Ho sempre pensato a quanto sia inadeguato definire un liquido il vino rosso. È un fluido, in realtà: un flusso, un ponte tra due stati d’animo, la via per una momentanea beatitudine.
Ho amato due cose, nella mia vita. Il vino rosso e mia moglie. Non l’alcol e le donne, no: il vino rosso e mia moglie. Tutto è stato funzionale a possedere questi due soli piaceri. Alla luce dei fatti, sembrerebbe però che il vino sia arrivato per primo. O forse per ultimo.
Tengo il calice sospeso, aspettando che il calore della mano si trasferisca all’interno: qua dentro la temperatura, ancorché controllata, è un po’ inferiore a quella giusta. Secondo me anche il bianco è solo una bevanda, niente di più. Non lo chiamerei nemmeno vino: non dissacrerei una parola come questa, per qualcosa che va bevuta fredda. Che orrore.
Il vino e mia moglie, dicevo. Mia moglie. L’ho conosciuta che ero già vecchio, e già pieno di soldi. Io sono un genio, a proposito: non ve l’avevo detto? Un maledetto genio. Mi è sempre risultato facile usare la gente, servirmi dei loro pensieri, delle loro voglie. Il cinema, la televisione; e poi giornali, libri, fiere. La mia azienda è cresciuta, l’ho venduta e ne ho creata un’altra più grande e un’altra ancora. Nel frattempo nuove bottiglie nella mia cantina, e altre antiche, gusti di altri lustri e decenni, e soli e ombre e nuvole cariche di pioggia di altri tempi che arricchivano uve, che poi arrivavano a deliziare la mia bocca.
Conobbi mia moglie che ero stanco di tutto tranne che del vino. Bella, allegra, ironica e intelligente. Giovane, sì; e perché non avrebbe dovuto esserlo? Perché non avrebbe dovuto piacermi? Nella penombra ruoto controluce il calice, per trovare la venatura color del sangue con la ben nota promessa di felicità. Quanto era bella. Solo una segretaria, all’inizio, e poi le sue idee, la sua effervescenza che piano piano riempivano le mie giornate vuote, un intervallo tra due bicchieri. E ritrovai la voglia di vivere, una voglia che forse non avevo avuto nemmeno negli anni ruggenti dell’inizio della mia scalata al potere e alla ricchezza.
Le chiesi di sposarmi davanti a un Beaujolais; suonavano musica ungherese, con discrezione, nel ristorante sospeso sulle luci di Parigi. Forse ci fu un lampo di trionfo nel suo sguardo, quando sorridendo mi disse di sì e infilò il diamante da tre carati; o forse no. Non è giusto lasciare che il pensiero dei successivi eventi inquini il ricordo dei momenti belli che ci furono, perché ci furono: ritrovai giovinezza e forza, furono chilometri in aerei e miglia in panfili, e camerieri guantati che non lasciavano mai vuoti i nostri calici. Furono toscani, sobri piemontesi e francesi spumeggianti, esotici cileni e raffinati portoghesi, fiumi di nettare rosso a circondare, sottolineare, esaltare la nostra felicità. Chi di voi sa cosa vuol dire avere la vita veramente piena? Se c’è qualcuno sorrida ascoltandomi, perché capisce di che cosa sto parlando.
Non so se aveva in mente fin dall’inizio quello che poi ha fatto. Mi piace pensare di no, che la sicurezza, la forza e l’esperienza di un uomo come me fosse quello di cui avesse bisogno. Non mi sono mai illuso di piacerle, naturalmente; non sono uno stupido. Ma un uomo può affascinare anche con la personalità, con il potere: e quelle, signori, sono le mie specialità. Presi i giorni felici, cercai di assaporarli piano per farli durare di più, come con questo sorso di paradiso che passo da una guancia all’altra in questo momento, facendo poi schioccare la lingua sul palato. E come questo sorso, ormai inutile nel mio stomaco malato, quei giorni passarono lasciando un vago, struggente rimpianto.
Cominciò a tradirmi. Io lo sapevo, ma fingevo di non accorgermene. Lavoravo e mi illudevo che, riempiendo il corpo di quel vile bisogno, lasciasse a me lo spazio dell’anima, della sua mente allegra e brillante. Diventai se possibile ancora più sollecito, tenero, affettuoso. La colmai di attenzioni e regali, cercando di trattenerla al mio fianco, di impedirle di volare via. Rimase. Fisicamente, rimase: ma dentro, dentro, capite, la sentivo sempre più lontana. Lo sguardo perduto nel vuoto, dietro chissà quali ricordi o sogni. Cominciai a odiare il suo silenzio, una croce sottile e pesantissima che da sotto la sua pelle arrivava sulle mie spalle e le piegava d’infelicità.
Cercai nel vecchio amico fedele conforto, e lo trovai solo per un attimo, un’ora e niente più. Ne ho troppo rispetto per ubriacarmi. L’ebbrezza è quantità, il gusto del nettare rosso è pura qualità: non troverete mai ubriaco un vero amante del vino. La mia lucidità divenne un inferno, man mano che mi rendevo conto di essere diventato per la donna che amavo una prigione. Sapevo che aveva cominciato a desiderare la mia morte, pur di liberarsi per sempre. Allora feci una cosa che non avrei mai sospettato essere capace di fare: le presentai un uomo. Lavorava con me, giovane, bello, discreto. Un inetto, in realtà, ma pensavo di fornirle un’occasione di transitoria felicità. Un modo di sorridere ancora, di trovare la forza di restarmi vicino nelle altre ore del giorno, se non della notte.
Funzionò, da principio; tornò allegra e vitale, riprese a starmi al fianco la sera in poltrona, coi piedi nudi sotto il corpo, il calice tenuto con due mani e lo sguardo di gatta soddisfatta dietro l’orlo. Mi chiedeva delle migliori bottiglie della mia cantina, tra le più famose del mondo. Ascoltava i miei racconti nel crepitio delle fiamme del camino, come una volta, e come una volta mi sorrideva felice. Ma stavolta si sarebbe innamorata.
Sentii l’odio crescerle dentro, non mi perdonava di esistere e di volerle testardamente stare vicino. Sapeva che non l’avrei mai lasciata andare e cercò di esasperarmi, mortificandomi in pubblico con la sua indifferenza, non perdendo occasione di insultarmi o deridermi. Ma io l’amavo sempre e non potevo pensare di viverle lontano: ero troppo vecchio e egoista per rinunciare a lei. Le tentò tutte, e non ci riuscì.
Finché ieri, tornando a casa, li ho trovati qui. Tutti e due. Forse volevano parlarmi, forse intendevano cercare un accordo: forse, alla fine, avrebbero trovato le parole giuste perché li liberassi, rassegnandomi alla solitudine, una buona volta. Ma non li sentii; guardavo solo la bottiglia aperta sul tavolino, davanti a loro, i due bicchieri sporchi, il turacciolo e il cavatappi: il mio Château Lafite del 1787, comprato a un’asta in Germania.
Non fu per i centosessantamila dollari che avevo speso, né per il fatto che non avrei mai più potuto trovarne un’altra. Fu per il fatto di non aver mostrato alcun rispetto per quel fluido del cielo, quel prelibato sangue della terra. Duecentoquarant’anni di attesa, morti anche i pronipoti di quelli che lo avevano creato nella magia di un autunno francese, per arrivare nelle mani avide e inconsapevoli di due ottusi ragazzotti ignoranti.
Aspetto la polizia, non tarderà ancora molto. La notte è finita, è quasi l’alba; l’ultimo bicchiere per brindare sui corpi del mio amore e del suo uomo, e sul loro sangue.
Rosso come questo vino meraviglioso.
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