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maurizio de giovanni

il collezionista di farfalle (it)

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È sorprendente.
Sono qui, mentre l’alba apre la notte con fatica in mezzo alla pioggerella fine e fredda di un autunno nuovo, come un ladro con un piede di porco; e osservo i contorni che emergono dal buio di questa povera, piccola cosa rinsecchita che è stato il mio corpo. E invece di piangere sulla mia povera vita perduta, l’unico vero dispiacere è per te.
Forse è per il fatto che ti ho parlato tanto, negli ultimi giorni. Anche questo è strano, dato che non mi hai mai risposto, se non a modo tuo.
L’alba continua ad avanzare. Adesso vedo le piastrelle, la vasca. Non c’è tutto questo spazio, ma naturalmente io c’entro benissimo. Non ricordo come ci sono arrivata, qui; non ricordo quasi niente, in realtà.
Immagino che dovrei essere sorpresa, angosciata. Dovrei provare ansia, dolore. Dovrei urlare disperata nel buio, o forse nemmeno dovrei essere qui. Dovrebbe esserci qualcuno, con me, no? Non ci dovrebbe essere, che so, una voce, una luce? Non dovrei ricevere un’indicazione, un messaggio? Non dovrebbe essere così? Non raccontano così tutti quelli che sono andati via per qualche minuto e poi sono tornati?
Invece non provo niente. No, nemmeno questo è giusto: sento una vaga malinconia. Come se avessi nostalgia di qualcosa di irrimediabilmente perduto.
L’alba si fa strada inesorabile. Adesso si intravede perfino qualche colore: la tendina della doccia, per esempio, ha delle farfalle rosa. Mi viene in mente una voce che protesta per le farfalle, una voce di donna: «Ma davvero le hai scelte tu, quelle farfalle?» mi dice. Io rido. Ridevo. Risi. Chissà come si dice, adesso.
Mi domando se non dovrei darmi da fare io, che so, andare in giro, cercare qualcuno. Ma non riesco a muovermi. Non ho sentimento di me stessa, quella sinfonia di piccoli dolori fisici, di freddo e di caldo, di tocco dell’aria o del tessuto, del pavimento. Nulla di fisico.
E poi, non sono io quella che vedo davanti a me? Se sono io, e sono là, non posso essere qui. Forse sto sognando. No, non sto sognando.
Le farfalle sulla tendina, la voce di donna. Sasi. La voce di Sasi. Alessandra, detta Sasi. Chi è? Ricordo il nome, la risata. Mi concentro disperatamente, mi è familiare ma non ne ricordo il volto, com’è possibile? Bella, però. Non ne ricordo i tratti, ma ricordo che è bella, Sasi. Vorrei essere come lei, forse. Volevo. Avrei voluto.
Sai, avrei voluto un sacco di cose. Avrei voluto sparire, per esempio. Questo sì, me lo ricordo bene. Il pensiero, il desiderio di dissolvermi nell’aria, di non mangiare e non bere fino a diventare polvere, per essere portata via dal vento, lontano. Altri luoghi, deserti, col cielo terso e azzurro, senza nessuno, non importa se caldi o freddi, se sopra il mare o attorno alle cime di una montagna con la neve, o su dune rosse a perdita d’occhio. Polvere. Polvere nel vento.
E alla fine, magari, ci divento davvero, polvere nel vento. Era ora. Dovrei essere contenta. Invece solo questa piccola, vaga malinconia senza senso.
Ora vedo chiaramente. È il bagno, il disordinato bagno di casa. Lo specchio riflette parte della finestra, un po’ di muro piastrellato, il bordo del lavabo e il bidet. Io, o almeno quello che vedo di me, sono fuori dallo spazio riflesso. Chissà, magari non è vero niente. Magari non è il mio, questo corpo.
Ma sì che è il mio.
Non posso guardare altrove, ma sento tutto l’ambiente. La parete dietro di me, come se fossi voltata da quella parte, le mensole di plastica ingombre di tubetti di crema, asciugacapelli, spazzole.
Ora mi vedo bene, l’alba alla fine ha vinto. Mi considero oggettivamente. In ginocchio, il viso rivolto a terra. Il colore è lo stesso del muro, del pavimento: grigio. Ma forse è ancora la luce fredda dell’alba che filtra attraverso la pioggia.
Mi concentro sulla mano, quella destra, appoggiata a terra sul dorso, abbandonata. Basta quella a raccontare la situazione, le nocche che sfiorano le piastrelle, le unghie smaltate un po’ rivolte verso l’alto. Quella mano sembra un uccello morto.
Morto. Morto, morta. Morta.
Ecco che cos’è questa sottile nostalgia. Ecco perché mi vedo così.
Non provo panico, non ho paura, non sono terrorizzata. Non ho voglia di urlare, e non sto sognando. Non provo quella strana, terribile sensazione di quando ci si vuole svegliare da un incubo, e si nuota disperati verso la superficie per riemergere e respirare ancora.
Niente respiro. Non più.
Quindi, alla fine, è semplice: sto guardando il mio cadavere. È questo.
Penso a Stefano, la Carpinelli, Marchi: tutti quelli che nel tempo si sono affannati attorno a questa povera macchina di carne e sangue che vedo qui. Fatica inutile, a quanto sembra. Fatica inutile.
Mentre ci penso, davanti agli occhi (occhi? Quali occhi? Non ho occhi; sono una nebbia, un sussulto di memoria, una sospensione nell’aria in quest’alba cieca di rumori e di passioni) mi ritrovo una scena. Il corpo, il mio povero corpo, nudo; ma nudo senza amore, senza passione, nella luce fredda di una stanza bianca.
C’è Stefano, davanti a me, in camice, gli occhiali sulla punta del naso, un fascio di fogli di carta in mano, una cartella col mio nome aperta sulla scrivania. E al suo fianco, al solito un passo indietro, la Carpinelli e Giorgio Marchi. Il mio corpo. Stefano ha uno sguardo professionale, freddo, analitico, non è certo lo sguardo che ricordo quando lo vedevo sotto di me, tremante di desiderio.
Dice qualcosa, picchiettando col dorso della mano sui fogli. Non sento le parole, ma riconosco la preoccupazione di fronte ai valori alterati.
È avvilito. Mi dice che non miglioro, che il profilo sanitario sta crollando. Mi concentro sulla faccia di Marchi, al solito attento a quello che dice Stefano, al solito pronto a intervenire ribadendo inutilmente, con parole diverse, i concetti del primario. La Carpinelli invece mi guarda distratta, pensando ai fatti suoi. È evidente che da tempo, almeno lei, mi ha data per spacciata.
Ricordo i miei sentimenti di quel momento. È una sensazione strana, difficile da definire: mi sembra di non provare più niente, se non la malinconia sottile, eppure le mie emozioni di allora sono fresche nella memoria, come rinnovate in questo stesso istante.
Non ricordo. Non riesco a ricordare l’ultima parte.
Stefano dice che ha un nuovo medicinale. Dice che mi aiuterà, anche se non potrebbe darmene, la sperimentazione è ancora in corso, la letteratura medica eccetera, eccetera; nel ricordo sono stanca, sfibrata come se avessi camminato per ore e ore, come se avessi scalato una montagna. Le parole di Stefano mi scorrono addosso come una pioggia lieve, non penetrano: come gocce d’olio, non si polverizzano e rotolano lente.
Mi incanto sulle sue labbra, come se fossero rallentate, il suo tono dolce, rotondo, basso mi accarezza il ventre. Ho sempre avuto una passione per la sua voce, molto più che per le cose che dice. Stefano.
Non mi pesa non vederlo mai più. Non mi pesa niente di niente.
Ramerox.
Mi esplode nella memoria questo nome. Non so cosa sia, non ricordo che significhi. Ramerox. Un frammento di pensiero collegato a Stefano, ma anche a Marchi e alla Carpinelli, ai loro camici bianchi, alle parole che rotolano come gocce d’olio. Ramerox. Mi ricorda dolore, sofferenza, ma anche sollievo; un indicibile sollievo.
Ramerox viene spazzato via da un nuovo ricordo, da un’altra voce, mentre la luce grigia continua ad avanzare impercettibile, di minuto in minuto, e passa sui contorni del mio cadavere come polvere. Adesso è Gianni, che sta parlando.
Nel ricordo paragono la voce di Gianni a quella di Stefano, ma non so quale delle due ho ascoltato prima. Non so da quale delle due mi è venuto più dolore.
Sai, ora che sono qui a parlare con te, nell’attesa che qualcosa accada e che io stessa venga risucchiata altrove, mi accorgo che quello che ricordo meglio è proprio il dolore. Nelle sue tante forme, è il dolore quello che rimane nella memoria, come un reticolo di cicatrici, come il senso di antiche frustate.
Dolore del corpo, inflitto da me, inflitto da altri. Migliaia, milioni di conati che squassano il torace ossuto, gli occhi rossi e lacrimanti allo specchio, i fili di bava giallastra che vomitavo dallo stomaco senza cibo.
Dolore della testa, pulsante nella notte, due martelli a picchiare le tempie, dolore da portare nausea, da impedire i pensieri, da cancellare i colori; dolore da cambiare le emozioni, da accettare solo il buio, da non voler nemmeno respirare. Dolore da accendere i sensi, che pure la luce fa male sulla pelle, che pure il ronzio della rete elettrica ti spacca le orecchie. Dolore che perfino respirare è improbo, che perfino sorridere è impossibile, che perfino piangere devasta.
Dolore dell’anima, anche. Il senso di inutile, di appassito. Il voler sparire, rinsecchendosi fino ad azzerare il proprio volume, fino a non esserci più. Dolore.
Sasi invece ride, me lo ricordo. Ride, e scoppia di vita.
Quelle come me, sai, non commiserano quelle con un corpo florido, il seno ampio, il viso bianco e rosso. Si potrebbe pensare che ne abbiano pena, che le vedano grasse ed enormi, sfatte e orribili. Si potrebbe pensare che quelle come me vogliano solo dimagrire, che si vedano belle così, che poi le cose gli prendano un po’ la mano e si finisca con l’esagerare a morte. No, direi di no. È che una vuole scomparire.
Quindi, se c’è una felice di vivere, carne o non carne, noi l’invidiamo. Tutto qui. Noi vogliamo andarcene, e loro riempiono le stanze di volto, riso, luce. E carne.
Quanto capisce poco, la gente. Quanto vede poco. Ricordo il giorno in cui il dottor D’Aureli mi disse che lui si fermava là; che non ci capiva più niente, che aveva bisogno di aiuto. Lui. Che aveva bisogno di aiuto lui, per salvarmi la vita. Che non avrebbe saputo fare altro, che le sue armi non servivano a niente.
Ricordo le sue spalle curve, la rassegnazione, gli occhi che vagavano per la stanza senza incrociare mai i miei. Una sconfitta. E dopo un lungo sospiro, la sua mano che va nella tasca e tira fuori un foglietto di carta piegato in due con uno scarabocchio: Villa Salus. E un indirizzo.
Adesso vedo meglio, sai. Molto meglio. Intravedo un pezzo di faccia, che strano colore. Quasi blu. Sembrava nero.
I ricordi, ormai l’ho capito, non sono in sequenza. Arrivano storti, incerti e imprecisi, come se li portasse il vento, foglia dopo foglia in una giornata d’autunno.
Adesso sto camminando sotto la pioggia. Sono fradicia, ho freddo. Non riesco a fermare il tremito delle labbra, mi guardo le mani e sembrano artigli, le dita come stecchi senza vita. Non so quando, nemmeno bene dove, ma so che ho paura.
Sto male. Malissimo. Davanti agli occhi mi danzano macchie bianche, come fossero fiocchi di neve che vedo solo io; la testa mi sembra vuota e piena di vento, come se avessi bevuto. Ma so di non aver bevuto.
Qualche auto suona il clacson, ma io trascino i piedi. Vado avanti solo con la forza della volontà, ma so che non riuscirò a camminare ancora a lungo. Ricordo, e ho pena di me come se mi vedessi, più ancora di quanta ne abbia adesso che il mio corpo giace in questa posizione innaturale nella prima luce dell’alba.
Sto scappando, questo lo so. Lo sento. La paura, in questa mia nuova condizione, è un ricordo esotico e fumoso, come la fame per chi è ormai sazio. Ma ricordo di avere una terribile paura, un vero terrore mentre cammino trascinandomi sotto la pioggia verso una meta che non conosco.
Proprio mentre sto per stramazzare al suolo, sotto il peso dell’immensa stanchezza che mi annebbia mente e corpo, vedo un cancello. Gli ultimi passi sono uno sforzo sovrumano. Vedo la mia mano grigia allungarsi tremante verso un campanello, e poi non riesco a ricordare. Mi sveglia un tuono, e mi sento sollevare da due braccia forti; non ci vuole molto, sono un fagotto di stracci e ossa, forse pesa più l’acqua di cui sono intrisa. Una voce dolce che mi mormora qualcosa di rassicurante all’orecchio, poi il sonno.
La voce, la voce di Stefano. Chissà perché è ora il filo conduttore di questi ricordi slegati, di queste immagini che si presentano attraverso la nebbia che si va dissolvendo.
Stefano che mi porta dentro casa. Stefano che mi asciuga. Stefano che mi riveste, con dolcezza, di altri panni che non sono miei ma che sono asciutti e caldi. Stefano.
Stefano che mi fa un’iniezione, e io che ritrovo pace nella nebbia.
La nebbia si sta infittendo. Forse funziona così. Forse tra un po’ non sarò che una manciata di molecole dissolte nell’aria, attorno al mio cadavere bagnato dalla luce dell’alba. Forse aspetto qualcuno che venga a prendermi e invece non verrà nessuno, e io sono solo un pallido riflesso di coscienza attaccato al lembo di un ricordo.
Stefano mi chiede da dove vengo, che cosa è successo da allora. Da quando? Da quando mi ha vista per l’ultima volta.
Non gli rispondo, non gli risposi. Mi si confondono i tempi e i modi, qui nel bagno che prende luce da fuori come prende aria uno che sta affogando, sospesa come sono tra il passato che non ho più e un futuro che non avrò mai. Dico a Stefano che ho freddo, ma so che non è freddo, è solitudine. Sono ferite e sangue rappreso.
Gianni, penso sorridendo stentata a Stefano, navigando nel suo sguardo preoccupato, confortata dalle sue mani da medico e da innamorato. Gianni, Gianni. Chi sei, che cosa sei, e che hai fatto di me? A cosa serve l’amore, se si usa come un’arma, come una maledizione?
Le privazioni me le ricordo, estenuanti. E le lunghe reclusioni, con me che urlavo fino a perdere la voce. E i pugni nello stomaco per farmi vomitare, dopo avermi chiesto e ottenuto il permesso di farlo. E le violenze morali prima e dopo il fisico, dolore terreno che squassa le membra. Gianni che hai occhi dolci, Gianni che distruggi ogni donna sulla quale posi lo sguardo.
Io non so chi sia stato, a fare questo. Non ne ho alcuna memoria. Pezzi del passato vengono a galla come in un pozzo buio, offrendomi il ricordo di emozioni in frammenti, fotogrammi singoli che non hanno senso, ma nulla che riguardi gli attimi che hanno preceduto la mia morte.
Ma ricordo gli occhi di Gianni.
Cambiavano colore, quando mi guardava. Letteralmente, prendevano un’altra sfumatura e si iniettavano di qualcosa che normalmente non c’era. Era il Male, quel qualcosa; il puro, insopprimibile Male. Perciò se sono morta adesso la colpa è mia: dev’esserlo per forza, perché quando c’è qualcosa in te che ispira una passione come quella, allora se ti fanno violenza è solo il Male che ti si ritorce contro.
Avevo provato a farlo venire fuori a martellate, il Male. Mi aveva denunciato, ma non mi ero mai pentita.
Evidentemente, però, il male era rimasto là.
Non potevo dire a Stefano quello che mi era successo, come ero finita là. Lo strazio, le pene che mi erano state inflitte. Lo avrei perduto, sarebbe scappato via e sarei rimasta sola. Forse quella stessa notte mi avrebbe sbattuta fuori nella pioggia.
Sono stata zitta, e lui mi ha curato, mi ha ripresa. E l’ho convinto a fuggire con me.
Ho un pensiero confuso dei viaggi. Alcuni sono accompagnati da sorrisi, speranze; altri dal malessere della fuga e dal dolore. E queste due compagnie, Stefano e Gianni, ad alternarsi nel ruolo del carnefice e del salvatore, uno a fare da polo opposto all’altro. E io in mezzo.
Troppo sicura di essere destinata a una esistenza breve, troppa voglia di sparire, di implodere in un rimpicciolimento costante. Com’è stato, alla fine, no? In fondo, così è stato. Quando avranno rimosso questa piccola, povera cosa che era il mio corpo e il sole brillerà alto, nessuna memoria rimarrà della donna che sono stata.
Forse Stefano, Gianni, Sasi qualche volta penseranno a me. Forse mio padre. Ma pian piano il ricordo svanirà nel fastidio, nel malessere del pensiero di una vita breve e disperata che non aveva senso.
Adesso lo vedo bene, il mio cadavere. Accovacciato, un po’ piegato in avanti. Le costole sporgenti, ferme per il mancato respiro. I capelli sporchi o bagnati, che coprono un po’ il volto di quell’innaturale blu. Una mano lungo la coscia ripiegata sotto il culo, l’altra sospesa a sfiorare il pavimento. Niente vita, niente dolore. Pace, in un certo senso. Un manichino, una statua brutta. Come dicono gli artisti?
Un’installazione. Ecco. Una raffigurazione postmoderna di una ragazza morta.
A pensarci non credo di essermi uccisa. Non penso di averlo fatto da sola. Ho avuto momenti terribili, in cui avrei voluto davvero morire, ma non ho mai pensato di uccidermi. Ci vuole coraggio, per fare una cosa così; e ci vuole anche un’immensa paura di sopravvivere solo un altro giorno. Invece io questa energia non l’ho mai avuta.
E allora, chi è stato?
Mi sento leggera, forse è l’ora di andare. Insieme ai ricordi mi vengono immagini che non appartengono al passato, alla breve vita che è andata via; sono forse i pensieri di quello che avrebbe potuto accadere e che non ha avuto il suo tempo.
Ormai l’alba ha lasciato il posto al giorno. Luce sulle mensole, sugli accappatoi, sul termosifone, sul cadavere, sulle ceramiche e sul sapone. Luce. Quanta non ne ho mai vista. Sono stanca, adesso. Come quando i pensieri si sfilacciano per il sonno che arriva.
La maniglia si muove. Qualcuno sta entrando. Qualcuno urlerà, un’immagine di morte e di dolore negli occhi che non l’abbandonerà mai più: un manichino straziato da una, dieci, ventidue coltellate. Solo perché volevo mangiare. Solo perché volevo vivere. Solo perché mi ero decisa finalmente a ricominciare.
Io, però, non ci sarò. In fondo, non ci sono mai stata.
Un alito di vento mi porta via, nella luce.
Con tanta silenziosa nostalgia.
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