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maurizio de giovanni

il maschio dominante (it)

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La gerarchia era semplice e precisa: un capufficio (anzi, un Capufficio) e sette impiegati. Arrivare in quel team non era semplice: ci volevano esperienza professionale, titoli vari e soprattutto una spiccata abilità naturale nel leccamento di culo, affinata da consolidata abitudine nel settore e da decenni di devota applicazione nella pratica.
Come in tutti gli uffici della specie, situati in tutte le strutture piramidali di questo grande, splendido Paese fondato sul lavoro e quindi sulla burocrazia, dietro un’apparente cordialità di stampo quasi familiare si celava la determinata volontà di uccidere tutti gli altri, possibilmente tra atroci tormenti e col coinvolgimento delle successive generazioni: mors tua, vita mea. Sorrisi squaleschi, grandi pacche sulle spalle, commosse partecipazioni a eventuali e sperate disgrazie erano lo spettacolare, apparente contraltare di sguardi di fuoco, morsi al labbro inferiore e silenti pugni su spigoli di armadio in caso di eventi favorevoli ad altri, primo fra tutti l’Evento: una dimostrazione di apprezzamento del Capo.
Non che quest’ultima fosse frequente; fulgido esempio di perfetto atteggiamento aziendalistico-gerarchico, il Capo gestiva le risorse secondo il principio aureo dei capiufficio: sii sempre forte con i deboli e debole con i forti. Qualsiasi studioso dello sdoppiamento della personalità, se coinvolto nell’analisi dei comportamenti del Capo, ne sarebbe rimasto affascinato; lo schema era il seguente:
– con i superiori: flautato, voce da mezzosoprano, movimenti delicati a esprimere discrezione ed efficienza; postura della testa sulle ventitré e venti, nell’intento di figurare attento a ogni parola, col risultato immediato di far pensare a un serio problema cervicale. Sempre in piedi, anche durante riunioni fiume (si favoleggiava di otto ore in punta di piedi, a compensare l’altezza di uno e sessantatré, nella Grande Assemblea dei quadri direttivi dell’89), nessuno dei Grandi Capi ne aveva mai visto la schiena: era in grado di camminare inchinandosi a ritroso anche per sette chilometri, record aziendale che resisteva da anni. Mani congiunte in grembo o portatrici di penne, matite o quant’altro interpretasse servire allo scopo del superiore, era stato visto raccogliere al volo e prima che toccasse terra un mozzicone di sigaretta non spento di un Condirettore con un balzo di circa sei metri che, se omologato, avrebbe costituito il primato regionale di salto triplo. Sempre sorridente, anche in costanza di orribili cazziatoni (che, com’è noto, costituiscono la principale forma di comunicazione tra un Capo e un Sottoposto), riusciva misteriosamente a mandare bagliori di intelligenza dagli occhiali: bagliori fisici, intendo. Risultavano da alcune foto di gruppo di convegni (quindicesima fila, in fondo sulla sinistra);
– con i sottoposti: praticamente muto, era leggendaria la sua capacità di farsi capire con bruschi movimenti del capo o con fonemi senza alcun valore semantico. Quando aveva profferito verbo, era stato con una profonda voce baritonale, e sempre nella forma di cazziatone, con capacità sottile di mortificare in modo cruento. Gestualità ridotta al minimo, qualche «vaffa» mimato o il segno dell’ombrello a riassumere felicemente la mancata concessione di un permesso: mano destra con la penna, mano sinistra sotto la scrivania. Le volte che partecipava annoiato ai festeggiamenti di prammatica (onomastici o compleanni perfidamente rivelati con l’anno di nascita in bacheca da mani ignote) si produceva in spettacolari grattate di pacco con successiva sadica stretta di mano al festeggiato, che non riusciva a lavar via il delicato bouquet per due o tre giorni.
Così come era definibile un maestro nella nobile arte del servilismo e del leccamento di culo, appariva quindi inattaccabile alla stessa. Ora, la struttura non poteva in alcun modo permettersi questo sbarramento: come può crearsi un valido ricambio della classe dirigente, se non si consente a nuovi leccaculo di accedere al potere con gli stessi consolidati meccanismi? Va da sé che tutti, proprio tutti i rampanti impiegati erano alla rincorsa di una fessura nella corazza del Capo, una debolezza attraverso la quale accedere alle segrete vie del suo cuore: anche una semplice motivazione di lieve ricatto sarebbe andata bene, una leva qualsiasi per forzare la cassaforte in cui forse, ma solo forse, il maledetto nascondeva la sua benevolenza. Tutto inutile.
Per sei settimi, il team era composto di vecchie zoccole. Questa era la sostanza, la forma invece variava sensibilmente da persona a persona. C’era la Rossa Fatale, vaporosa e truccatissima anche in piena notte, con un parrucchiere, due estetisti e una manicurista nello stato di famiglia. C’era l’Azzimato, griffato dalla testa ai piedi come un pilota di formula uno, che tossiva Dolce e Gabbana e ruttava in fazzoletti Moschino. C’era l’Erudito, che qualsiasi cosa si discutesse interveniva da esperto assoluto, e lo faceva in modo così plausibile che nessuno avrebbe potuto intuire che invece non capiva un cazzo di niente. C’era il Lavoratore, che con consumatissima abilità riusciva a dar l’impressione di essere sull’orlo di un esaurimento da superlavoro e invece non aveva nemmeno idea di che cosa si facesse in quell’ufficio: aveva sulla scrivania la stessa pratica-civetta da cinque anni, abilmente spalmata su tutta la superficie, e cambiava ogni mezz’ora il foglio con cui, ad alta velocità, attraversava trafelato la stanza nella speranza di essere notato dal Capo. C’era il Sindacalista, personaggio temutissimo che viveva in una zona franca e ipertutelata ma che proprio per questo aveva in corso una non belligeranza con l’azienda che lo rendeva inutilizzabile per qualsiasi vertenza. C’era lo Sportivo, che provava a buttare ogni discorso sul calcio o i motori, altrimenti rimaneva catatonico con la mascella pendula e un filo di bava alla bocca. E così via.
Il settimo settimo, invece, non era una vecchia zoccola ma una giovane fanciulla neo-assunta, in possesso di una piccola raccomandazione base che le consentiva di vivacchiare ai margini del contesto sociale: non sorprenda questa presenza di un pesciolino tra gli squali, sono personaggi necessari perché, ogni tanto, qualcuno deve pur lavorare; e chi meglio di una piccola smunta ragazzina, con i capelli color topo e meno seno di Benigni, due inutili lauree e tre pleonastici master, seicentotrenta battute al minuto e già quattromila fotocopie all’attivo? Vagava da una parte all’altra dell’ufficio come una pallina in un flipper, chiamata di qua e di là tipo Figaro pur non potendosi in nessun caso attribuirle le prime quattro lettere di questo nome. In disparte, durante gli intervalli del pranzo in cui il Capo si chiudeva nel «Santuario» dio solo sa a fare che, ascoltava gli altri discutere di chi di loro sarebbe stato il prescelto per l’ambitissimo posto nella Segreteria del Presidente Tuttemaiuscole: questo infatti era l’evento dell’anno, anzi del triennio, un passaggio di carriera fondamentale che avrebbe consentito al vincitore di avere la massima visibilità, ampie gratifiche, permessi retribuiti poliennali e, premio dei premi, di non fare un cazzo per tutti i secoli dei secoli. Ognuno, bassamente fingendo di credere nelle altrui possibilità, sorrideva comprensivo, meditando invece imboscate e agguati professionali per spianarsi la strada: ma tutti erano così compresi di sé stessi dal ritenere sinceri gli apprezzamenti degli altri.
La ragazza dai capelli color topo li guardava, e pensava con sgomento che mai, nemmeno dopo trecento anni in quella cloaca, sarebbe stata in possesso degli strumenti necessari per nuotare nello stesso mare di quei mostri potendo sperare di essere presa in una qualche considerazione per quel posto; e tutto sommato, forse nemmeno le sarebbe piaciuto, abituata com’era a fare fotocopie di documenti il cui contenuto sapeva benissimo essere quasi completamente inutile e comunque sbagliato. In ogni caso, l’elemento chiave della promozione era il parere favorevole del Capufficio, il cui grugnito e il «non cazziatone» erano i massimi segni positivi che si potevano sperare. Per quanto riguardava lei, avrebbe potuto essere fatta di fumo per quanto lui nemmeno la sfiorava con gli occhi: pensava che se non avesse usato sottrarsi velocemente dalle traiettorie di passaggio, forse il Capufficio, tarchiato com’era e con quel buffo riporto esacapellico che portava, le sarebbe passato attraverso. Nel frattempo la conversazione attorno a lei evolveva sul perenne argomento: qualcuno aveva per caso scorto un segno di debolezza, che so, un vizietto, un hobby, un gusto particolare nella vita del Capufficio?
«Macché» stava dicendo l’Azzimato, «ha due vestiti: uno invernale e l’altro estivo, entrambi anonimi.» (In realtà pensava fossero orribili, ma non si poteva mai sapere a che livello poteva arrivare la delazione). «E due paia di scarpe scalcagnate; la cravatta invece è una sola, e al colore originario non arriverebbe nemmeno un archeologo. L’orologio, poi, deve essere venuto fuori da un ovetto di pasqua quindici anni fa, il passo successivo della tecnologia è la meridiana. No, no: niente di materiale...»
«Macchina niente» soggiunse lo Sportivo. «Va a piedi da qui alla stamberga e dalla stamberga a qui: ammesso che se ne vada, la sera: io non l’ho mai visto uscire.»
«Esce, esce» interloquì la Rossa Vaporosa. «Io una volta ho aspettato qui sotto fino alle dieci, apposta.» (Sguardi inveleniti di tutti, guarda che zoccola, pensavano.) «Per vedere se c’era una donna, un uomo, qualcuno di... sessuale. Niente. D’altra parte non riceve mai telefonate, non ha moglie o figli e non prende ferie dal ’75, quando fruì di quattro ore di permesso per la morte della madre. Che uomo...»
«E nemmeno legge» disse l’Erudito. «Si capisce da come grugnisce: non ha alcun senso compiuto. Jung, d’altra parte, diceva...»
«Ma quale cazzo di Jung!» interferì, con la sua famosa sensibilità, il Sindacalista. «Qui se qualcuno non scopre una debolezza con cui ricattarlo, questo prima o poi ci – pardon, vi – fa un mazzo a capanna, ve lo dico io: attrezzatevi.»
A sottolineare l’atmosfera di cupezza che si stava coagulando, giunse un lontano brontolio dal «Santuario», come un tuono lontano: il Capo stava per uscire. Tutti si provvidero di un documento-civetta e assunsero l’aria occupata, ancorché si fosse in intervallo; la porta si aprì con l’abituale grazia (un suono di gong, sbattendo sull’adiacente armadio) e l’oggetto delle elucubrazioni di cui sopra si materializzò, velocemente procedendo verso la Segreteria della Presidenza. Accenni di genuflessione al passaggio, arie fintamente sofferenti e ossequi a mezza voce ad libitum.
Nel passare, rivolto alla ragazza-topo, con la solita via di mezzo tra il singulto e il rutto: «La postaurgh!». A voler significare: prendi la posta in uscita dalla scrivania del mio ufficio, e fanne l’uso di cui sei incapace. Rassegnata e non senza quel po’ di disagio che provava sempre quando accedeva nel «Santuario», la ragazza-topo si avviò, cercando di ridurre al minimo i tempi della permanenza nella «tana del Lupo»; notò tuttavia che, contrariamente al solito, nella penombra c’era un lieve bagliore: lo schermo di un computer portatile. Non poté fare a meno di gettare un fuggevole sguardo, poi un secondo: un attimo dopo un sorriso sempre più ampio le si allargò sulla faccia.
Quando tre giorni dopo la ragazza-topo fu chiamata nel «Santuario» per ritirare la nomina alla Segreteria Presidenziale, tutti sapevano ormai tutto: percorse dieci metri tra due ali di livore e malanimo mascherati da un totale di circa centoventi denti scoperti in un sordo ringhio: “Ma come cazzo ha fatto?” era la muta domanda che agitava il popolo delle transaminasi da quando si era saputa la notizia. Tutto ciò era assolutamente meraviglioso: la ragazza-topo, ormai diventata la Stronza Culosa, irradiava una nuova autoconsapevolezza e riconosceva già in qualcuno i segnali di una nascente deferenza. Entrò (senza bussare!, fu notato con orrore) e veleggiò verso il capo del Capo, chino a mostrare un contrito riporto. Guardandola con un delicato, affatto nuovo rossore che si andava espandendo sulle guance, egli le consegnò la nomina dicendo, con la voce da mezzosoprano che usava con i Superiori: «Prego... in bocca al lupo... non ha certo bisogno di raccomandazioni...».
Lei sfoderò un sorriso radioso: «Grazie. Ci incontriamo stasera in chat, “Biondina Procace”...».
A sorpresa, il Capo non più Capo rispose con un timido sorrisetto e sbattendo le palpebre: «A stasera, allora, “Maschio Dominante”...».
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