il migliore di tutti (it)
E va bene, maledizione. Se proprio lo volete sapere, ve lo dirò. Anzi, ve lo racconto per filo e per segno, così non potrete dire che è un’invenzione; e se poi lo direte lo stesso, o lo penserete, non mi importa. So che vi avrò messo in testa un dubbio, e che questo dubbio fermenterà nella botte della vostra anima, fino a diventare spumeggiante e rosso come questo Brunello di Montalcino, che mi avete versato nel bicchiere con l’esasperante condiscendenza di chi pensa che non ci sia di meglio.
E invece di meglio c’è, e quanto non lo potete nemmeno immaginare; ve lo dico io, che a detta di tutti sono il miglior critico gastronomico che esiste, temuto dai ristoratori di mezza Europa come il virus Ebola o, peggio ancora, come una pasta scotta. Trent’anni di professione, una gastrite cronica come strumento di lavoro che immancabilmente mi avvisa di un ingrediente sbagliato, di un abbinamento a vanvera, di un aroma scorretto. Trent’anni, e sempre questa domanda, la stessa che mi avete appena fatto: «Ma qual è il miglior vino che hai mai provato?».
La risposta risale a un assaggio di molto tempo fa, tre anni, otto mesi e diciotto giorni per la precisione. Sbigottiti, eh? Vi potrei anche conteggiare i minuti e i secondi. Sono gli stessi della mia disperazione, della mia condanna. Perché, chiedete. E io ve lo racconto, anche se probabilmente non mi crederete.
Ne ho sentito parlare per caso, una mattina al bar. Novantanove volte su cento non avrei ascoltato, o me ne sarei uscito con una battuta acida e via verso piatti vecchi e vini nuovi da recensire in modo acidulo. Però quella mattina, chissà perché, mi misi ad ascoltare. Un tizio, una persona anziana, intervenne in una conversazione di due che parlavano del novello dicendo cose con un senso, gente che ne capiva, più o meno. Insomma, ’sto tizio con voce grave, sognante, se ne viene con la seguente frase: «Voi non potete avere idea». Ma lo dice con un tono da innamorato, come uno sposo abbandonato sull’altare, con un tremito di malinconia disperata che metteva in imbarazzo. Ci fu un silenzio innaturale, e i due cincischiarono un po’ e poi se ne andarono. Io scossi le spalle e me ne tornai al giornale, dimenticandomi la cosa. Qualche giorno dopo mi ritrovai il vecchietto in redazione, che si rigirava in mano il berretto e si molleggiava da un piede all’altro davanti alla mia scrivania. «Prego» dissi. E lui parlò.
Mi disse che mi leggeva sempre, che mi ammirava e bla bla bla, che apprezzava il fatto che fossi uno che non faceva pubblicità facendosi pagare sottobanco. E che per questo, solo per questo, aveva deciso di dirmi una cosa che non sapeva nessuno. Risentii quel rimpianto, lo stesso tono disperato del bar. «Di che si tratta» gli chiesi. «Dovrebbe venire con me» mi rispose. E io ci andai.
Come vorrei tornare indietro a quel momento, e inventarmi una qualche scusa per non muovermi; avrei continuato a vivere con la mia gastrite, distribuendo cappelli da cuoco, gamberi rossi e stellette con parsimonia. E invece ci andai. Mi portò in giro per i vicoli dietro via dei Tribunali, un dedalo di viuzze buie una dentro l’altra; mi ricordo che a un certo punto attraversammo anche dei portoni, passando sul retro di palazzi cadenti, antichi come il respiro dei morti della città. E si fermò davanti a una porticina di legno in mezzo a un muro, girassi cent’anni non la saprei mai ritrovare. E bussò, tre tocchi ravvicinati e tre distanziati, guardandosi attorno, mi cominciai a preoccupare, e chi sei, un Bond pensionato che non sa della fine della Guerra fredda? Insomma, ci apre una vecchia. Ma così vecchia che sembrava la nonna di una centenaria, tutta una ruga e in mezzo due occhi velati dalle cataratte. Questa non dice una parola, si gira e si avvia per una scalinata che scendeva nel buio. Dietro di me, il vecchio chiuse la porta.
Lo sapete com’è, questa città. È vuota, sotto. La curiosità aveva vinto ancora sulla paura, gastronomico ma pur sempre giornalista. Come la vecchia camminasse senza disfarsi in un mucchietto di polvere, rimane ancora oggi un mistero per me. Ma non è l’unico, signori: proprio no. Perché, dopo essere discesi nelle tenebre tanto che credevo di incontrare Belzebù in persona da un momento all’altro, spuntiamo in un giardino. Proprio così: un giardino sottoterra, e che giardino. Più o meno cinquanta metri quadri, attorno mura altissime e antiche quanto il mondo; non un canto di uccello, non un ronzio di mosca. Solo un pergolato, un’unica pianta di vite col tronco grande quanto una quercia. Ne ho viste, di viti: quella era diversa, non so pensare a quanto fosse vecchia e di che famiglia fosse. La madre di tutte le viti.
Senza dire niente, la vecchia sparì in mezzo alle foglie. Il pensionato mi disse di accomodarmi, sussurrando come fosse in chiesa. Mi accorsi che in un angolo del cortile, giardino o quello che diavolo fosse, c’era una panchetta di pietra a ridosso delle scale, con davanti un tavolino, poco più di una cassetta da frutta rovesciata. Mi sedetti, sì: e che potevo fare? Non sapevo dove mi trovavo e non sapevo uscire di là. E poi, l’ho detto, sono un giornalista e volevo anche vedere dove si andava a parare. Esce la vecchia dalle foglie, uno spavento che non vi dico, pareva Belfagor o la zia di Tutankhamon. Ma aveva in mano due bicchierini, e una bottiglia con dentro la mia dannazione. Senza dire una parola, versa due dita di un liquido scuro colore del sangue rappreso, denso. Mi guardava fisso in faccia, seria. Che avrei dovuto fare? Presi il bicchiere, e bevvi.
Non ricordo di aver risalito le scale, né la strada che feci per ritornare. Non ricordo quello che mi disse la vecchia, se mi parlò, o il pensionato col berretto, accidenti all’anima sua, che ho cercato mille volte e non ho mai più trovato. E non ricordo di aver telefonato al giornale per dire che ero malato. Comincio a ricordare da una settimana dopo, quando mi sono ritrovato a guardare nello specchio del bagno una faccia orribile, barba lunga e capelli sporchi, occhiaie e un sorriso ebete stampato. Piano piano ho ripreso a lavorare, ho anche provato a essere buono qualche volta. Ma non è colpa mia, se tutto quello che ho bevuto da allora ha il sapore della cenere.
Mi chiedete qual è il miglior vino che abbia mai provato. Mi conducete sulle colline del Chianti, in Piemonte e in Borgogna. Mi fate sentire il vento del Cile o il sole della California. Ma non sapete che la mia anima vive nel ricordo disperato del sapore del frutto di un’unica pianta, che vive nel ventre della città più derelitta del mondo, in un giardino senza luce precipitato in un abisso. Il rosso migliore dell’universo, custodito da un’antica vestale che dovrebbe essere morta da cent’anni, che con mani e piedi devastati dall’artrite crea un’unica bottiglia di nettare ogni anno che sceglie a chi far assaggiare, servendosi, come messaggeri, di vecchi angeli patetici con un berretto strano. Che mi ha dannato l’anima, perché non lo assaggerò mai più.
Si uccide anche così, sapete. Creando il ricordo di un meraviglioso sentimento, che mai più si potrà ripetere. Io sono un cieco dalla nascita, che per un attimo ha visto il mare e la neve sotto il sole, e che ora è tornato cieco.
Adesso, vi prego: portate via questa sciacquatura di piatti di cui siete così orgogliosi, e lasciatemi solo.