il purificatore (it)
La individuò subito, tra la folla che si assiepava sul marciapiede in attesa del treno.
In mezzo a tanta gente emanava solitudine, malinconia: le spalle piegate, gli occhi bassi, le braccia lungo i fianchi, le sporte appoggiate a terra. Lui sapeva cosa le passava per la testa, avrebbe potuto recitare le singole parole: ma nessuno avrebbe avuto interesse ad ascoltarle.
Si avvicinò a fatica, curando di rimanere invisibile anche se con ogni probabilità la donna non lo avrebbe riconosciuto. Dietro di lei un gruppo di ragazzini che tornavano da scuola e che vociavano sguaiati, ridendo; uno di loro tentava l’imitazione di un professore o di un bidello, facendo sganasciare i compagni.
Scivolò subito dietro i ragazzi. Adesso vedeva la nuca della donna, i capelli grigi e stopposi che pendevano senza vita, il colletto della camicia segnato da una linea nera. Provò la familiare stretta al cuore, tenerezza, compassione. Si chiese ancora una volta come la vita potesse fuggire lentamente da un’anima, come la voglia di continuare potesse scomparire lasciando dietro di sé il vuoto. Peccato. Era un vero peccato.
Ora tra lui e la donna c’era solo una ragazza, che rideva alla performance del compagno con uno strano singulto. Con la coda dell’occhio vide altri due ragazzi, qualche metro più in là, che si guardavano attorno nella folla alla ricerca degli amici; ecco, ora li avevano individuati e, sorridendo, fendevano la calca incuranti delle lamentele di chi veniva colpito dagli zaini ondeggianti dietro le loro spalle. Fece un passo verso la donna, che non aveva cambiato posizione di un millimetro, proprio mentre la galleria veniva invasa dallo spostamento d’aria del treno in arrivo. La ragazza fece un altro singulto, il treno irruppe veloce in fondo ai binari. I due ragazzi arrivarono affannando. Si spostò di fianco e diede un colpo casuale con l’anca alla ragazza, che arretrò impercettibilmente e tagliò la strada a uno dei ritardatari che andò fuori asse con lo zaino, barcollando. Non si accorse nemmeno che il carico che portava in spalla colpiva la donna proprio sulla schiena.
Solo lui la vide scomparire giù, senza un grido, sotto il treno. Prima c’era, un secondo dopo non più.
Mentre pensava che solo dopo la partenza della metropolitana si sarebbero accorti del cadavere, l’uomo rifletté su come si potesse salutare questo mondo così, senza un fiato, senza un urlo. Lasciando di sé due sporte appoggiate a terra, in una qualche patata e un pacco di pasta, nell’altra del detersivo liquido.
Una lapide postmoderna, ricordo vano di una vita inutile.
Era diventato bravissimo, e lo sapeva. Certo lo aiutava l’aspetto, un ometto di mezza età, pochi capelli, occhiali fuori moda, abiti grigi e dimessi. In tutto e per tutto uguale a milioni di altri, uno di quelli che è impossibile da ricordare per l’assenza di un qualsiasi tratto distintivo. L’ideale, per essere quello che era: per fare quello che doveva fare.
Il Capo lo aveva reclutato molto giovane, quando aveva concluso la scuola senza infamia e senza lode. Lui solo aveva saputo scorgere le qualità speciali che si nascondevano sotto quella scorza di assoluto anonimato; e d’altra parte il Capo era noto per questo: guardava dentro, e non si fermava alle apparenze.
L’istruzione era durata a lungo, prima che gli fosse chiaro il motivo speciale per il quale era stato chiamato. Nel tempo si era abituato alla città, quel misterioso dedalo di vicoli bui, quelle strade che si inerpicavano in salite senza senso o in ripide discese senza controllo; quella strana, assurda città fatta di urla e di silenzi, accecata dal sole e battuta dal vento, ferma davanti a un mare che la ignorava. Le colline del Vomero e di Posillipo, la sagoma del vulcano incombente e, tra tutti i suoi fetori, il più soffocante: l’indifferenza per la vita.
L’aveva percorsa in lungo e in largo, per ricevere le indicazioni del Capo ed eseguirne gli ordini. Ne aveva visto i quartieri eleganti e inconsapevoli, il mondo attutito e sintetico; e anche le zone oscure, popolate da esseri furtivi e silenziosi che si muovevano lungo i muri. Dovunque aveva portato la morte.
Non conosceva i piani del Capo, né le motivazioni che aveva. Non sapeva come le vittime venivano scelte, secondo quale criterio. La tipologia non lasciava comprendere i parametri né i principi. La donna di quella mattina era anziana, sola; ma c’erano stati giovani, e tanti. Ricordava una ragazza bellissima, che non si rassegnava al fatto che il suo amore si fosse concluso; e un ragazzino poco più che tredicenne, che non sopportava la sua obesità. E un uomo d’affari di gran successo, tradito dalla moglie, e perfino un’attrice di qualche trascorsa notorietà, in perenne e struggente ricordo di una bellezza scomparsa.
Tra tanti il Capo sceglieva, e glielo faceva sapere. Il modo era sempre lo stesso, quello più facile. Non lo aveva mai visto di persona, il Capo: non ne conosceva la voce, il volto. Lo immaginava, questo sì: ogni giorno, ogni ora sentiva il suo sguardo addosso. Sapeva che nulla gli sfuggiva, e si atteneva rigorosamente a quello che era diventato il suo compito, la missione che gli era stata riservata.
Certo, potevano entrarci i soldi. Lui questo non lo poteva sapere. Per esempio la donna della metropolitana, a onta del suo aspetto trasandato, era ricca, pur avendo perso interesse alla vita; magari qualche aspetto ereditario, a lui ignoto, avrebbe avvantaggiato qualcuno che il Capo riteneva degno. Ma sospettava che la motivazione non fosse quella.
La scala mobile lo portò all’aperto, proprio mentre l’ambulanza arrivava in uno stridio di freni. Una pioggerella fine rendeva ancora più grigia e melmosa piazza Dante. Si rifugiò in un bar. Sapeva che la telecamera di sorveglianza, ove mai avesse funzionato, avrebbe registrato un movimento della folla tutt’altro che anomalo. Una fatalità. E d’altra parte dalla squallida esistenza della morta non sarebbe emerso nulla, nessun nemico. Nemmeno amici, se è per questo, o parenti stretti. Nessuno. Una vita deserta.
Si avvicinò alla cassa e chiese un caffè. Secondo l’antico uso napoletano ne lasciò un altro pagato, per un futuro avventore sprovvisto di fondi. Era un vezzo antiquato che si consentiva a ogni obiettivo raggiunto, una specie di festeggiamento privato. Ma ovviamente non c’era niente da festeggiare: solo un altro compito svolto con adeguata diligenza.
Offrire un caffè, senza sapere a chi; un piccolo atto di affetto verso chi non si conosce, verso un prossimo senza volto. Era stato lo spirito di quella città, prima che diventasse una bolgia infernale, dannata e urlante, diffidente e spaventata. Gli piaceva sentirsi il testimone di un patrimonio perduto, di vecchie usanze smarrite nella memoria dei vecchi. Magari il cassiere avrebbe intascato il piccolo importo, anzi, quasi certamente lo avrebbe fatto. Poco male; questo non toglieva nulla allo spirito del gesto.
Si sistemò in un angolo remoto del locale, dal quale riusciva a vedere la strada. Un gruppetto di persone, con gli ombrelli aperti, si era fermato vicino all’uscita della metropolitana, incuriosito dall’arrivo dell’ambulanza. Versò lo zucchero nella tazzina, un cucchiaino raso. Mescolò, in senso orario. Vide uscire un infermiere, ne colse lo sguardo rivolto all’autista, lo vide scuotere il capo. Solo allora cavò un taccuino dalla tasca e scrisse una breve nota. L’altro suo vezzo: contare le operazioni. Tenerne memoria, annotandone le caratteristiche principali. Aveva scritto: donna, sporte, metropolitana. E data e ora.
In camera sua, sotto il letto, teneva una scatola di metallo, di quelle in cui una volta vendevano i biscotti; conservava là il suo piccolo, criptico archivio. Il soggetto, il luogo, un dato che caratterizzava l’evento.
I primi anni erano stati avari. Il Capo gli dava pochi incarichi, sporadici e perciò più difficili da realizzare. Per lungo tempo aveva creduto che questo dipendesse dalla volontà di testarlo, di vedere se e quanto fosse capace di portare a termine un compito così delicato e definitivo; poi l’attività si era intensificata fino a diventare, negli ultimi mesi, addirittura frenetica. Aveva capito allora che a cambiare erano stati i tempi: all’inizio, nella povertà e nella disperazione, la gente era attaccata alla sopravvivenza con animalesca volontà. Ora invece si desiderava la morte più della vita, e lui riempiva taccuini con sconcertante rapidità.
La sua abilità era quella di risultare invisibile, e di fare in modo che anche i casi di cui si occupava sembrassero assolutamente accidentali. Un filo scoperto, una caduta, una vite allentata; il destino poteva assumere diverse forme, e i giornali raramente dedicavano più di qualche parola all’evento. In fondo in città c’era troppa gente dovunque, e in troppo poco spazio: gli incidenti erano all’ordine del giorno.
La maggior parte delle volte faceva in modo che la cosa accadesse in sua assenza, preparandola in anticipo. Troppe telecamere dovunque, a sorvegliare bancomat e vetrine. Meglio evitare.
Non che gli importasse molto: sapeva che il senso della sua esistenza era in quello che era stato chiamato a fare, e che se il Capo avesse voluto gli avrebbe semplicemente fatto avere in qualche modo l’ordine di smettere. Ma non era ancora il caso.
Rientrando fece una deviazione, fermandosi ai giardinetti. Si sedette su una delle panchine, un po’ in disparte, inforcando gli occhiali e tirando fuori il taccuino. Nulla di nuovo, la solita gente, solo un po’ più rada per l’umidità: una donna dava da mangiare ad alcuni gatti, richiamandoli col suono delle labbra; due uomini giocavano a carte; uno leggeva il giornale. La sua attenzione si fermò su un vecchio tarchiato, appoggiato alla ringhiera di un’aiuola; ne riconobbe le spalle curve, gli occhi perduti nel vuoto, il lieve tremito del labbro inferiore. Puzzava di morte, più del cumulo di immondizia vecchia che gli stava a pochi metri.
Attese che il vecchio si muovesse, trascinando i piedi; lo seguì fino a una palazzina non lontana, lo osservò mentre con la mano tremante apriva la porta, aspettò che si accendesse una fioca luce al pianterreno. Annuì, annotando diligentemente. Facile. Sarebbe bastato entrare dalla porta finestra, di notte, e aprire i rubinetti del gas. Quando e se il Capo gli avesse dato l’ordine, si sarebbe mosso con rapidità e decisione.
Dovette affrettare il passo, l’osservazione del vecchio lo aveva fatto ritardare; arrivò giusto in tempo per vestire l’uniforme da lavoro. Una volta di più pensò a come fosse in gamba il Capo, che lo aveva messo proprio nel posto giusto per raccogliere le informazioni giuste direttamente dalla bocca dei candidati; e di come il suo ruolo, quello di contribuire a purificare la città dai miasmi di quelli che rifiutavano la vita, fosse tanto importante da dover rimanere necessariamente celato.
Ora era pronto. Percorse la penombra verso l’angolo protetto che gli era riservato, fermandosi solo un istante davanti alla porticina d’oro che dava sull’angusto ambiente dove risiedeva il Capo. I suoi occhi non distinguevano i volti delle sagome in silenziosa attesa. Si sedette, sospirò e assaporò una volta di più l’immenso potere delegato che gli era stato dato.
Poi aprì lo sportello, e una voce roca, al di là della grata, gli sussurrò: «Padre, mi perdoni perché ho peccato».