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maurizio de giovanni

il ragazzo in bicicletta (it)

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Considerate adesso un ragazzo in bicicletta.
Consideratelo in una sera d’estate, di quelle col caldo che sembra solido, aria ferma bollente da attraversare inspirando forte.
Immaginatelo, il ragazzo in bicicletta, che pedala lungo una strada di una piccola città in pianura. Una di quelle ordinate, serene e pulite piccole città della provincia ricca italiana, che sembrano uscite dalle illustrazioni dei sussidiari dei bambini o dai testi per l’esame per la patente. Il ragazzo pedala piano. Sta pensando. Non suda molto, è magro e la bicicletta avanza senza sforzo sull’asfalto liscio e un po’ umido. Ci vogliono sei o sette minuti per tornare a casa, non c’è bisogno di correre. A quell’ora, poi, in strada non c’è nessuno. Tutti a vedere la tivù, figurati.
Non è brutto, il ragazzo. Un po’ anonimo, forse, biondino, capelli lisci, una camicia a quadri, gli occhiali. Uno di quelli che hai l’impressione di aver già incontrato da qualche parte, perché assomiglia a tanti come lui. Le gambe si muovono fluide, secondo un ritmo tranquillo e uniforme. Avrà una trentina d’anni, forse meno. Un velo di sudore gli copre la faccia, appena appena. A poterlo ascoltare, ma in strada non c’è nessuno, a bassissima voce canticchia un’aria d’opera; forse dal Barbiere di Siviglia, ma salta qualche parola.
Dietro le lenti, gli occhi sono fermi e inespressivi. Guarda avanti, attento, concentrato: sulla strada, sui suoi pensieri, su qualcuno. Chissà.
I lampioni illuminano la via, lasciando una piccola zona d’ombra tra un cono di luce e l’altro. Il ragazzo in bicicletta compare e scompare a intermittenza, come fosse frutto della vostra immaginazione. Le finestre sono spente e chiuse per trattenere il lavoro dei condizionatori, da qualcuna viene il bagliore azzurro dei televisori.
Considerate che il ragazzo sta pensando in fretta. Molto più in fretta di quanto stia pedalando. Sta pensando, sospeso tra i ricordi e i programmi come tutti. Analizzando le possibilità, pianificando gli eventi, riducendo i margini di imprevedibilità, come gli hanno insegnato a fare all’università.
Ma sa bene, il ragazzo in bicicletta, che un’alea, un rischio esiste sempre in ogni cosa. Altrimenti tutti vivrebbero secondo traiettorie comode e definite, senza sobbalzi, senza sofferenze. Certo, il rischio talvolta si tramuta in opportunità, il ragazzo lo sa bene; ma molto più spesso è un bastone tra le ruote che può farti cadere. Meglio evitare.
Un pezzo di sacchetto di plastica si presenta sulla traiettoria della bicicletta e il ragazzo lo evita con perizia deviando leggermente, senza nemmeno rallentare. Non si finisce mai di imparare, pensa. Non si finisce mai di conoscere. E di conoscersi.
Il ragazzo in bicicletta ha appena imparato qualcosa di se stesso. Sapeva di essere capace di fare ben di più di quanto chi gli sta attorno immagini, ma deve ammettere di essere perfino sorpreso, adesso. È sempre stato attento, ordinato, preciso: un po’ come la cittadina in cui è cresciuto, e che adesso sta attraversando in bicicletta, pedalando con calma e attenzione. Il più bravo a scuola, certo, ma senza strafare; evitando di diventare il bersaglio dell’invidia e quindi della malevolenza dei compagni, stando attento a non mostrarsi troppo preparato, curando di non mettere in difficoltà i professori rendendo evidente di saperne più di loro. Ma comunque il più bravo, il massimo dei voti alle medie, il massimo alla maturità, l’ingresso facile nella prestigiosa università della grande città. Senza alcuno sforzo.
Ecco forse a chi assomiglia, il ragazzo in bicicletta. Al primo della classe, al compagno in fondo alla fila, quello che la mamma veste abbottonandogli la camicia sul collo, quello di cui ci si dimentica presto il nome e quando si guardano le foto si riconosce con un po’ di inspiegabile disagio.
Pedalando lungo una leggera curva, il ragazzo in bicicletta si chiede con freddezza che cosa abbia imparato di sé nelle ultime ore. E vengono fuori i ricordi, come se la mente reagisse coi suoi anticorpi a un trauma.
Il ragazzo in bicicletta è fidanzato. Ha una ragazza che ovviamente vive nella stessa città. Famiglie borghesi, frequentazioni comuni, stesse scuole a un paio d’anni di distanza. Uscire in comitiva, poi da soli e dopo un paio di film il primo bacio al cinema. Contenti tutti, a casa, a scuola, gli amici.
Certo, prima di tutto lo studio e il consolidamento professionale, per carità. Gente pragmatica, la gente di quelle parti. Ma insomma, la prospettiva è quella, no? Prima o poi una villetta a due piani, magari un po’ fuori dal centro, e due bambini da far crescere in solida prospettiva.
La fidanzata del ragazzo in bicicletta è proprio una brava ragazza. Diligente, concentrata, allegra e gentile. Un bel sorriso, soprattutto. Forse un tantinello volitiva, e un po’ troppo incline alla discussione. Che c’è da discutere, se tutto è già tracciato? Se i valori sono gli stessi, se si vogliono le stesse cose?
Certo, c’è il privato. Il ragazzo sospira, canticchiando pensoso: solo perché uno è una brava persona non sta scritto da nessuna parte che non abbia qualche fantasia.
La fantasia, pensa il ragazzo, è il sale della vita. È dalla fantasia che si prendono le forze per andare avanti, per essere stabili, per portare avanti i compiti. Senza un po’ di fantasia non ce la si può fare, a studiare e poi lavorare per dodici ore al giorno, come siamo abituati dalle mie parti.
Lui, il ragazzo in bicicletta, pensa di avere una spiccata fantasia. Fa da contrappeso alla precisione, all’organizzazione della vita, alla concentrazione assoluta sul lavoro, alla capacità di tener fede agli impegni che assume. Per essere affidabili, perfetti, bisogna avere fantasia: un luogo della mente dove poter essere imprevedibili, spericolati, simpaticamente disordinati. Dove sia possibile osare un po’.
Il computer, in questo senso, aiuta molto. Il mondo virtuale è quello che distingue questa generazione dalla precedente, pensa il ragazzo in bicicletta mentre pedala dentro e fuori la luce dei lampioni, dentro e fuori, dentro e fuori. Noi, rispetto ai nostri padri, abbiamo la fortuna di poter cercare davvero un posto preciso nell’universo dove esercitare la fantasia.
E quindi, riflette canticchiando, non ci può essere nulla di sbagliato. Si tratta appunto di fantasia, no? Mica del mondo reale. Nulla di sbagliato.
I ricordi affiorano ancora, disordinati. Clara che sorride, sulla neve mentre lui la chiama. Clara che esce dalla cabina al mare, e gli chiede ridendo di non guardarla perché è l’unica senza abbronzatura. Clara al compleanno, che chiude gli occhi mentre spegne le candeline.
Sono come foto prese a caso da una scatola, prive di una precisa sequenza, viste in modo piuttosto disordinato. Il ragazzo prova un lieve disagio per questa confusione, lui che è così preciso vorrebbe che i ricordi arrivassero secondo il tempo in cui si sono verificati gli eventi ai quali si riferiscono. Questo aiuterebbe, pensa. Basterebbe eliminare gli ultimi.
Sì, perché Clara non è mica solo la bella ragazza sorridente che viene fuori al mare, in montagna o al compleanno. O, se è per questo, il giorno della sua laurea o la domenica a pranzo dai suoi, quando tutti, parenti stretti e larghi, si sorridono dandosi di gomito e gli fanno complimenti, ma che bella la tua fidanzata, ma quant’è in gamba, ma che delizioso sorriso, e quanto state bene insieme, e quando pensate di sposarvi. Mica è solo quella.
La strada procede secondo una curva larga, ma il ragazzo svolta a destra infilandosi in un vialetto buio. A vivere in un posto fin da bambino si imparano un sacco di scorciatoie. Non che gli serva particolarmente, ha lasciato il computer acceso quindi non perderà tempo, ma saranno almeno due minuti di percorso in meno.
Il vialetto passa in mezzo a due villette, in realtà è chiuso alla fine: ma in bici una decina di metri di sterrato sono anche divertenti, se non c’è il fango per la pioggia. Adesso è estate, non piove da un paio di mesi e il fango non c’è.
Un po’ di sterrato rappresenta una quota di imprevedibilità, pensa il ragazzo, e sorride. Un po’ di sterrato, se è controllato, non porta nessun pericolo ma è divertente. Molto divertente.
Quando arriva al piccolo gradino costituito dall’asfalto che finisce, smette di canticchiare e si alza sui pedali per evitare il contraccolpo del sellino. Una punta di lingua gli esce dalle labbra, nella concentrazione per non perdere l’equilibrio. Ma tutto deve rimanere sotto controllo, pensa. Se no, si cade. E il ragazzo in bicicletta non vuole cadere.
La fantasia va tenuta a bada, e lui è sempre stato capace di tenerla a bada. Relegata al piacere, insomma. Col compito di dare un brivido, nella consapevolezza di non esagerare. Sì, perché altrimenti diventa come la droga, e il ragazzo in bicicletta la droga non solo non l’ha mai provata ma ne ha una sacra paura, un vero terrore. All’università e pure al liceo ne ha visti di compagni cadere vittima della dipendenza. Non riesci più a vivere senza, sei distrutto, smantellato; la tua identità cambia e diventi qualcosa di profondamente diverso, un automa, un involucro vuoto. Per carità.
Il piacere, come il ragazzo in bicicletta pensa mentre controlla ritto sui pedali le irregolarità del terreno, dev’essere poco. Si deve cercare rare volte, altrimenti smette di costituire un diversivo e diventa simile all’eroina. Il piacere, per il ragazzo in bicicletta, è il sesso. Il sesso.
Da ragazzino si masturbava, certo. Ma non spesso come i compagni di classe, che se lo raccontavano perfino sogghignando come fosse un merito; a lui lasciava sempre un retrogusto amaro, come di tristezza. No, per carità: il sesso è fatto per essere condiviso. E se dev’essere piacere, dev’essere piacere per tutti quelli che partecipano.
Ha cercato tante volte di farlo capire a Clara, il ragazzo in bicicletta. Se vogliamo mantenere il nostro rapporto in piedi, amore, devi partecipare. Deve piacere anche a te, come piace a me.
Certo, il sesso deve avere fantasia; se no sai che palle, sempre la stessa cosa. Clara non è fatta per il sesso vero, quello creativo, quello un po’ spericolato (senza fare mai niente di male, sia chiaro: si fa per dire, spericolato). Lei vuole sempre le stesse cose, quelle classiche, quelle che si vedono (anzi: che non si vedono) nei film, in cui si capisce che si usano sempre le stesse posizioni. Lui invece preferisce variare un po’.
Su internet si trovano un sacco di cosette divertenti, pensa tornando sull’asfalto liscio della strada. Cosette gradevoli, niente che faccia pensare alla perversione o al vizio. Niente di immorale, questo è sicuro.
Clara, Clara. Ma che vai a pensare, Clara? Tutte queste chiacchiere sul fatto che non esiste, che non si fa, che è assurdo pretendere. E allora che dovrebbe fare, uno? Solo lavorare, andare a messa la domenica e a pranzo dai suoceri con un cartoccio di dolci per tutta la vita? A che serve vivere, se non si può dare spazio alla propria fantasia?
Legarti, va bene. Da dietro, va bene. Qualche schiaffo, a mano aperta, senza lasciare segni. Niente di male. Una cinghia, come un guinzaglio. E dai, solo un po’ di scena. Niente di male.
E poi, pensa il ragazzo mentre pedala verso le luci di casa in fondo alla strada: me lo spieghi a che accidenti servono tutte ’ste chiacchiere sul dirlo a mia madre e a mio padre? Come se fosse necessario mettere in piazza i gusti personali. Come se fosse necessario raccontare la fantasia.
Si tratta di essere cattivi, Clara. Davvero cattivi. Dare un inutile dispiacere a chi pensa che il figlio sia solo quel bravissimo ragazzo che ha sempre dimostrato di essere, e solo perché tu sei limitata e non possiedi fantasia, e invece lui sì.
Con una frenata silenziosa e con assoluta precisione, il ragazzo ferma la bicicletta esattamente nell’alloggiamento in ferro battuto, vicino alla porta sul retro. Dà un’occhiata all’orologio: ventitré minuti. Precisi. Gira la chiave nella serratura silenziosamente, entra. Il padre e la madre nemmeno immaginano che sia uscito.
Domani mattina, alla solita ora, andrà a casa di Clara canticchiando e pedalando. Aprirà la porta socchiusa, e troverà quello che ha lasciato. Urlerà, piangerà. Piangeranno tutti, per molto tempo: ma poi se ne faranno una ragione.
Il ragazzo, non più in bicicletta, mentre va a lavarsi pensa che in città, nello studio in cui va da praticante, c’è una collega molto, molto carina. Chissà se ha un po’ di fantasia, pensa. E sorride.
Fuori, sul pedale destro, infinitesimale e perenne, qualche goccia di sangue comincia a seccarsi.
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