il sogno nella calza (it)
Luca non dormiva. Era da parecchio, che non dormiva. Per la precisione, dal 29 dicembre. Da quando cioè il professore di algebra omologica aveva riunito gli assistenti nel suo ufficio e aveva fatto il suo discorso.
Gli assistenti del corso di algebra omologica erano quattro, due donne e due uomini tra cui Luca. Da una vita cercavano di acquisire visibilità agli occhi del professore, un genio assoluto famoso in tutto il mondo per la sua attività di ricerca, guadagnando così il ruolo di primo assistente. Questo terribile gioco a premi aveva azzerato le loro vite, assorbendo sentimenti, emozioni e socialità. Attorno a loro si era fatto il vuoto, e anche tra loro stessi: l’antipatia generata dalla rivalità si era ormai da tempo coagulata in odio, e dietro la fredda cortesia ognuno avrebbe ricevuto con gioia la notizia di una malattia degli altri, di qualche disgrazia o almeno di un contrattempo che li tenesse lontano dalla facoltà per quanto fosse necessario a rimanere irrimediabilmente indietro nella ricerca. Luca era forse il meno malevolo dei quattro; non era mai stato bravo a odiare, e forse nemmeno ad amare. Lui era bravo in matematica. I numeri erano da sempre la sua passione, il suo grande amore, la sua famiglia. Non aveva fratelli e non aveva mai conosciuto suo padre. Le rare volte che aveva chiesto notizie di lui alla madre, la donna era stata vaga e in fondo non gli importava molto: gli bastava poter continuare a studiare. E lei, pulendo scale e appartamenti, gli aveva consentito di arrivare all’età delle borse di studio. Il resto lo aveva fatto da solo, girando per le università più famose fino ad arrivare alla corte del professore. In attesa del discorso che aveva ascoltato, la mattina del 29 dicembre.
Ti guardo, steso nel letto a occhi aperti. Sento i tuoi pensieri, veglio su di te come ho sempre fatto, come quando eri bambino e nel sonno agitavi sogni e pensieri, gemendo piano. Non li capisco, i tuoi pensieri; come al solito, non li capisco. Numeri su numeri, simboli strani che salgono e scendono, parentesi che si aprono senza chiudersi. Vorrei capirli, per esserti più vicina, per poterti aiutare. Perché stavolta sento angoscia, dietro il tuo pensiero. Stavolta non ci pensi con piacere, ai tuoi numeri. Non sento la solita fredda gioia nell’osservare che alla fine tutto quadra, tutto è a posto. Sei preoccupato, avvilito. Perché?
Era all’estero, quando la madre morì. Non la vedeva da più di un anno. La carriera universitaria nel suo ramo non prevedeva assenze, nemmeno per la malattia di un parente. Un parente; oggi, a distanza di dieci anni dalla morte di lei, notò che la ricordava come un parente. E invece, ora che si trovava al cospetto del nodo fondamentale della sua carriera e che era stretto dall’angoscia, avrebbe voluto parlarle; gli sarebbe piaciuto posarle la testa su una spalla e forse piangere un po’. Anche solo per pensare a qualcos’altro, per un minuto. Ma lei era morta, da sola, mentre lui si trovava dall’altra parte del mondo per un congresso sulle sequenze algebriche, in mezzo all’oceano dei suoi amati numeri, tra gente sconosciuta ma con la sua medesima passione. Si pentì, dieci anni dopo, di non essere stato con lei mentre respirava per l’ultima volta. Si chiese se aveva pensato a lui, in quel momento estremo.
Ma certo, che ho pensato a te, amore mio. E a chi altro avrei potuto pensare, se non al mio dolce, introverso bambino perso dietro ai suoi numeri? Non ho forse pensato a te per tutta la vita, e anche per tutto questo tempo dopo la vita? Non sono stata mille volte orgogliosa dei tuoi successi, di tutta la strada che hai fatto? Certo, sarei stata felice di vederti con qualcuno vicino, piuttosto che in questa stanza di albergo fredda e vuota, in mezzo a libri polverosi e computer che ronzano mattina e sera. Magari con una bimba in braccio cui dare il mio nome. Ma se hai scelto così, vuol dire che questa era la tua strada, e io voglio che tu stia bene. Fammi capire, mio dolce bambino: qual è il problema che ti assilla? Perché sei infelice?
Se fossi qui, mamma, parlerei con te. Ti racconterei di come, a quarantacinque anni e dopo aver investito tutta la vita in questa maledetta carriera, sono arrivato a un cancello di cui non ho la chiave; e di come dietro al cancello ci siano l’onore, la gloria e i riconoscimenti che ho sempre sognato. Ripensò al professore e alla riunione; l’uomo aveva fatto scorrere lo sguardo freddo su tutti loro, che non respiravano nemmeno. Signori, aveva detto, io me ne vado. Mi hanno proposto una consulenza industriale e ormai ho da tempo superato l’età della pensione. Il rettore mi ha chiesto di indicare uno di voi come mio successore pro tempore, ma certamente al prescelto sarà offerta la cattedra dopo uno o due anni; e la direzione dell’istituto, compresi i progetti di ricerca che conoscete bene. Ma in questi anni siete stati tutti molto in gamba, e non me la sento di scegliere; allora, come sempre, mi affiderò alla matematica. Su questo foglio troverete un problema sulle sequenze spettrali. Oggi è il 29 dicembre; vi aspetto qui il 6 gennaio, è festa e avremo l’aula con la lavagna grande a nostra disposizione. Chi di voi si avvicinerà di più alla soluzione avrà il mio posto. Buona fortuna. Ma la fortuna non c’entra, pensò Luca. Oggi è il 5 gennaio, non ho pensato ad altro per otto giorni e non ho la minima idea di come si possa risolvere il problema. Non puoi aiutarmi, mamma. Non avresti potuto aiutarmi. Ma sarei stato felice di poter parlare un po’ con te.
Tutto qui? L’angoscia che sento, tutta questa pena è per un problema di algebra? E dov’è? Su quel foglio, sulla scrivania? È per questo, che soffre il mio bambino? Hai ragione, tesoro: io non ti posso aiutare. Sono solo una donna delle pulizie. Ma qui, dove sono ora, le gerarchie non sono quelle della cultura o della ricchezza. Qui conta quanto si sia stati onesti, e quanto si abbia amato. E nessuno al mondo ha amato qualcuno più di me, e ha onestamente lavorato per lui più di me. Ho un paio di amici che non mi diranno di no. C’è quel signore tedesco, con i baffi e i capelli bianchi in disordine, per esempio; mi hanno detto che con i numeri è molto bravo. E per recapitarti il messaggio, proprio stasera c’è una postina speciale. Se solo preparassi la casella di posta per riceverlo, se solo mettessi il segnale…
Luca sentì arrivare il sonno. Non aveva la soluzione; aveva perso. Ripensò alla madre e si sentì solo come non si era mai sentito. La notte della befana, pensò. Ricordò che, nella sua povertà, la donna non aveva mai mancato di fargli trovare un dolcetto, la mattina. D’impulso, tra sonno e veglia, allungò una mano, prese un calzino dalla scarpa vicino al letto e lo appese alla sedia. Poi si addormentò.
Dormi, bimbo mio. Dormi e non pensare. Ricorda che la mattina viene sempre, e con lei il sole. E il sole illumina.
Luca salì i gradini che portavano all’istituto a due a due, senza riuscire a smettere di sorridere. Si chiedeva ancora come fosse possibile che la soluzione, semplice e pulita, si fosse presentata con chiarezza ai suoi occhi, appena sveglio. Un’illuminazione. Il tempo di trascriverla, ancora con la mente annebbiata dal sonno, e via all’università. Era solo: gli altri non si erano nemmeno presentati. Aveva vinto. Prima di entrare, senza un perché alzò gli occhi verso il cornicione e gli parve di vedere una cosa che la sua mente razionale non poteva accettare, nemmeno nello stato di esaltazione in cui si trovava: una vecchia scopa che spariva dietro il tetto. Forse un piccione, pensò. Strani scherzi fa la vista.