io e mia sorella (it)
Dotto’, credetemi: io a questa cosa, a fare questa cosa, non ci avrei pensato mai. Non sono cose mie, queste, non lo sono mai state. Sono quelle cose che si sentono alla televisione, alla fine della giornata se ci hai la forza di tenere ancora gli occhi aperti dopo una giornata di lavoro. Io lavoro forte, sapete, dotto’; forte assai. Faccio il contadino, ci ho un terreno mio, tutta la vita ho messo da parte i soldi per avere un terreno mio, alla fine. Facevo il bracciante agricolo, come mio padre, a buttare il sangue dieci ore al giorno per fare ricco un altro.
E poi finalmente ce l’ho fatta, si vendeva questa terra, un poco lontana dal paese mio, ma che fa, io non tenevo a nessuno, e chi ce l’ha mai avuto il tempo, o la forza, per trovarsi una moglie. Sono giovane ancora, pensavo. Ci ho il tempo davanti, per pensare a questo. E poi mi sono accorto che a forza di lavorare, a forza di spezzarsi la schiena in mezzo alla terra, finiva che tutto questo non sarebbe servito a niente, a nessuno. A chi ce la lasciavo, la terra mia? Il frutto del lavoro di tutta la mia vita? Se la sarebbe pigliata qualche cugino, chissà, magari i figli della sorella di mia madre che stanno in città e che non li ho mai visti.
A quel punto, dotto’, quando ho cominciato a fare questi pensieri, mi sono guardato intorno.
E quella è stata la rovina mia.
Io e mia sorella ci siamo trasferite in quel buco di paese giusto un anno fa. Non che ci volessimo andare, beninteso.
Ci piace pensare di noi di essere piuttosto raffinate. Non ricercate, inutilmente pretenziose, di quelle che magari si guardano e si pensa: ma guarda quelle, che coraggio a uscire così. Non di quelle pacchiane, esagerate nel modo di fare, di quelle che quando arrivano sembrano riempire l’ambiente di se stesse.
Noi siamo eleganti, ma discrete. E ci facciamo i fatti nostri. Pensiamo che alla nostra età, ormai, la collocazione giusta per noi due sia la città, un quartiere borghese, tranquillo. Magari senza particolari pretese, siamo le prime a renderci conto di non essere più giovanissime, alla moda e brillanti, ma almeno un posto che non sia fuori dal mondo come questo buco nel quale poi siamo andate a finire.
Io tanto quanto mi adatto, ma mia sorella no. Siamo diverse, più di quanto si sia disposti a immaginare, vedendoci così simili. Io sono sempre la prima, impulsiva e decisa, quella che sa adattarsi alle situazioni con prontezza. Lo spirito guida, si potrebbe dire. Lei invece è introversa, sempre piena di dubbi e incertezze, incline alla depressione; ricordo una volta, eravamo giovani, alle prime uscite, si interessò a lei un signore, proprio un bel tipo. In genere, devo dire, gli uomini scelgono me, anche se esteticamente siamo pressoché identiche: ma ci dev’essere qualcosa, un fascino sottile che li spinge a preferirmi.
Invece quella volta l’uomo la scelse, evidentemente affascinato da quell’aria remissiva, sensibile che ha. Lo vidi che l’accarezzava, perfino, superando quella fase di insicurezza che hanno gli uomini quando sanno che stanno per cedere a un’emozione. E quella che fa? Si ritrae, mostrando di sé la parte meno luminosa; si schermisce, mostra evidentemente la voglia di scappare e di tornarsene nel buio da dov’era venuta. Lui naturalmente se ne accorse e, non senza una punta di rimpianto, le voltò le spalle e passò oltre con la superficialità tipica degli uomini.
Dotto’, non è facile. Quando uno non ha mai curato queste cose, donne, amici, non è facile mettersi a cercare compagnia.
Certo io qualche volta in osteria ci andavo, giù al paese. La domenica, quando il lavoro non ti pesa sulla schiena e non ti viene di buttarti sul letto vestito e dormire, dormire senza sogni e senza nemmeno mangiare.
Ma non mi sentivo a mio agio, tutti a guardarmi, il forestiero che si era comprato la terra loro, e non ci faceva lavorare nemmeno un bracciante, per risparmiare. Io non ero certo andato fino là per far guadagnare loro, se no rimanevo al paese mio. Insomma, mi facevo un paio di birre mentre loro giocavano a carte, niente di più. Sentivo le chiacchiere sulla gente del paese, nomi che non conoscevo e che nemmeno mi interessava conoscere.
Insomma, non era certo da là che poteva venir fuori una compagnia per me: da quella freddezza, da quella ostilità.
Forse avrei dovuto cercare di fare amicizia. Forse, se avessi parlato con loro, se avessi saputo qualcosa di quel posto e di chi ci abitava non sarei qui, adesso. A parlare di questa cosa terribile, di questa mostruosità che mi è successa. Avrei dovuto cercare qualcuna del posto, mi sarei dovuto integrare piano piano, ci avrei messo tempo ma alla fine ci sarei riuscito.
E invece, come sapete, dotto’, non ho fatto così.
Man mano che il tempo passa, bisogna scendere a patti con le proprie pretese. Io a mia sorella lo dico sempre: prima di giudicare il prossimo, bisogna saper giudicare se stessi.
Certo, non è facile. Ogni volta una ci mette il pensiero, a potersi fermare, a mettere le tende. Ma a me e a mia sorella ci frega proprio l’eleganza; il fatto che la gente ci pensa come due per le occasioni, non per la vita quotidiana. Mettiamo soggezione, ecco cosa.
Io a mia sorella lo dico sempre, di non avere tanta cura per se stessa e quindi di non obbligare me a fare altrettanto, per mantenermi alla sua altezza. È sbagliato, soprattutto nella nostra posizione. Si finisce per non diventare mai importanti, per rimanere marginali per tutta l’esistenza. Per non essere mai prese a cuore, e diventare veramente care a qualcuno.
Temo che ormai sia tardi, per porsi questo problema. Almeno oggi, dopo quello che è successo. Che strano, proprio oggi che io e mia sorella siamo al centro dell’attenzione di tanta gente, proprio adesso che non si parla d’altro che di noi, che siamo fotografate su tutti i giornali.
Lei più di me, per la verità. Ma per merito mio, comunque.
Dotto’, io non è che l’ho deciso proprio, di non rimanermene più da solo. Diciamo che ho cominciato a pensarlo un poco alla volta, le sere che mi accorgevo che rimanevo nel campo anche dopo che il sole se n’era andato e non vedevo più niente.
Alzavo lo sguardo da terra e guardavo il cielo, dalla parte che era diventato buio prima, e vedevo che c’era già qualche stella, nel cielo della primavera. Le stelle, dotto’, certe volte ti accusano. Ti dicono guardaci, e pensa che stai guardando noi e che è l’ora in cui invece quelli come te stanno a tavola, in mezzo alla moglie e ai figli, a fare il padre e a pensare che quello che hai fatto è per loro, che stai costruendo qualcosa che poi a qualcuno rimane.
Io mi ricordo mio padre e mia madre, dotto’. Me li ricordo bene. Mi ricordo perfino mio fratello, che morì che io ero ancora piccolo. Io ho buona memoria, sapete: e lo dico proprio a voi, e magari non mi conviene. Ma io ho buona memoria. E me le ricordo quelle serate sotto alle stelle, seduto sotto l’albero grande che sta al confine ovest del mio podere, a fumare e a pensare a quello che sarebbe successo quando sarei diventato vecchio e incapace a lavorare.
Era più questo, dotto’. Il pensiero di quando sarei diventato vecchio. Non il desiderio di una donna, non l’urlo del corpo che chiama un altro a primavera. No. Quello, meno lo si fa e meno si sente il bisogno; e comunque, uno una volta ogni mese può andare in città con la corriera, approfittando di andare a vedere le sementi per la stagione o un aratro o il pezzo di ricambio del trattore, e andare con una puttana. Ce ne stanno tante, lo sanno che andiamo e si mettono proprio vicino al mercato.
Certe volte ho pure pensato, adesso prendo una di queste e me la porto a casa. Chissà, magari andando dove nessuno la conosce e sa chi è, pure una puttana può diventare una brava madre di famiglia. Ma mica è facile, dotto’: ci stanno i papponi che non le mollano, e loro stesse si drogano e sono abituate a fare soldi, non sono sceme a condannarsi a una vita di lavoro duro per un piatto a tavola e un poco di calore nel letto.
È stato quando ho pensato questo, che nemmeno una puttana mi avrebbe voluto, che ho deciso di cominciare a guardarmi attorno.
Una volta abitavamo in città, era la seconda casa che cambiavamo. Dio, quanto eravamo ancora giovani, e quanto già ci sentivamo vecchie. C’era questo tizio, uno con pretese di vita sociale ma con pochi mezzi: uno che voleva sembrare molto meglio di com’era, insomma.
Ci portava in giro, locali, ristoranti, ricevimenti. Si imbucava, pensava che noi non ce ne accorgessimo ma era piuttosto evidente. Si faceva invitare, non pagava mai e non uscivamo mai da soli. Si vestiva con eleganza, questo sì: non sbagliava gli accoppiamenti, i colori erano quelli giusti e i capi che indossava erano all’altezza della situazione e della compagnia di mia sorella e mia, anche se devo dire che all’epoca quasi nulla ci sembrava alla nostra altezza.
Beveva, il tizio. Si vedeva che era infelice, che andava finalmente rendendosi conto che la sua vita non era andata secondo le sue aspettative, che le cose non avevano preso la piega giusta. Stemmo insieme a lui, per un po’: ci pareva scorretto mollarlo. Poi una sera che era ubriaco fradicio, cominciò a singhiozzare e voleva portarci a letto, tutte e due. Ci credereste? Io e mia sorella, a letto con lui ubriaco e piangente.
Decidemmo di mollarlo quella sera stessa, e un paio di giorni dopo eravamo già altrove. Io e mia sorella siamo così, se decidiamo di fare una cosa la facciamo. Ci basta uno sguardo d’intesa.
Una volta deciso, dotto’, già mi sentivo più tranquillo. Per ora era sufficiente, mi bastava sapere che potevo mettere le cose in maniera tale da avere una donna, una famiglia.
Cominciai a fare caso di più alle cose che potevano piacere, misi a posto l’intonaco della casa, riparai qualche seggiola che traballava, comprai un po’ di biancheria. Lavorai all’orto, lo misi in ordine, e piantai anche qualche fiore sul giardinetto davanti alla porta, casomai qualcuno fosse venuto prima o poi a vedere dove abitavo e in che modo tenevo il posto. Qualcuna, cioè.
Naturalmente questo non significava niente, se non cominciavo a presentarmi meglio io stesso. Mi guardai allo specchio e quello che vidi non era un bello spettacolo. Un uomo ancora giovane e sembravo un vecchio: la pelle nera di sole e il collo bianco, sotto la camicia che mi riparava dal vento; le rughe profonde di una faccia strizzata nella luce del giorno e maltrattata dall’umidità delle mattine; le mani di carta vetrata, piene di mille cicatrici.
Dovevo mettermi a posto. Mi feci la barba, mi lavai. Gettai via le camicie più usurate, i pantaloni più strappati. Mi presi una giornata e me ne andai in città, per una volta non al mercato delle sementi né dalle puttane: stavolta andai a cercarmi vestiti nuovi.
E decisi che quella domenica me ne sarei andato a messa, per vedere chi c’era. Nei paesi, dotto’, oggi come cent’anni fa se uno vuole trovare una brava ragazza deve andare a messa la domenica. E io volevo trovare una brava ragazza.
Arrivammo nel paese un annetto fa. Ci guardammo attorno, come al solito evitando di parlare tra di noi delle sensazioni che avevamo, forti, esplicite.
Ogni volta era più triste, ogni volta più difficile. I posti dove andavamo a finire erano il simbolo della nostra decadenza, della lenta rovina verso la quale il nostro destino ci portava.
Forse era naturale che andasse così, pensavo mentre mi guardavo attorno, la prima volta che percorremmo il corso principale del paese: ma rassegnarsi era difficile. Molto difficile.
Guardai mia sorella, cercando di decifrarne l’espressione. Era impenetrabile, come al solito. Procedeva dignitosa, senza guardarsi attorno, un passo dietro l’altro, composta e aggraziata, nelle migliori condizioni che le consentivano l’età e i travagli: ma io la conoscevo meglio di chiunque, e ne sapevo leggere la disperazione. Forse sarà questo l’ultimo posto, pensava. Qui si compirà il nostro destino.
Facevo uno sforzo terribile a non ricordare i lucenti pavimenti di marmo che avevamo conosciuto, le sfavillanti luci dei saloni degli alberghi di lusso, le soffici moquettes e i panorami indimenticabili delle terrazze dove ci portavano a cena. Decoro, decoro, avrebbe detto mia sorella. Che nessuno immagini da dove proveniamo, ma che tutti capiscano che siamo eleganti e dignitose. Sempre.
Anche se il polveroso corso di quel paese era più piccolo e sordido della più laterale traversa della città in cui eravamo nate e in cui avevamo vissuto la gran parte della nostra vita.
Camminando al fianco di mia sorella, mentre tutti ci guardavano con ammirazione e ostilità, per la prima volta pensai che la nostra fine era vicina.
Io cerco di ricordare la prima volta che l’ho vista, e vi ho detto che tengo un’ottima memoria; ma mi dovete credere, dotto’, io non me lo riesco a ricordare.
Forse perché quella domenica mi sentivo addosso gli occhi di tutti, forse perché nei vestiti nuovi che mi ero comprato non mi sentivo a mio agio, forse perché stavo attento a non fissare gli occhi su nessuno, mia madre diceva che era maleducazione a guardare fisso uno sconosciuto. Ma non mi ricordo, quando l’ho vista per la prima volta.
Mi ricordo che c’era il sole, quella mattina. Un sole di febbraio, senza nebbia, una luce forte che portava calore ma non consentiva di nascondersi.
Tutto il paese era in piazza, quando sono arrivato io. Mi guardavano, eccome se mi guardavano. Ho saputo dopo che il mio arrivo era il secondo fatto nuovo del mese, perché la settimana precedente era arrivata pure lei, con la sua famiglia. E con sua sorella, dalla quale mai si separava.
Ma io in quel momento mi sentivo il centro del mondo, e credetemi, dotto’, per uno abituato a stare da solo non era una bella sensazione. Vestito a festa, impacciato e solo. Mi sentivo ridere appresso da tutti.
Il tizio lo incontrammo dopo un po’, che nemmeno avevamo capito bene ancora il posto.
Non che ci fosse molto da capire, per la verità: una cacca di cane in mezzo al nulla, era la corretta metafora. E io e mia sorella, in materia, eravamo piuttosto esperte. Bastava guardare in giro, vedere la gente com’era vestita: pareva che non conoscessero il mondo, l’eleganza era come la lingua di un Paese lontano, incomprensibile ed estranea.
Io ebbi il mio bel da fare, per evitare che mia sorella cadesse di nuovo in depressione. Mi accorsi del suo mutismo, del suo ingrigirsi. Sembrava quasi impolverata, abbandonata. Ai miei occhi invece il posto riservava qualche attrattiva: prima di tutto, eravamo sicuramente le più eleganti e attraenti di tutte. Poi, mi sembrava che riscuotessimo rispetto e attenzione, che era proprio quello che ci serviva. Infine, ci si prendeva cura di noi, e Dio sa se ne avevamo bisogno. Insomma, di tanti posti dove avremmo potuto capitare dopo le ultime brutte esperienze, quello non mi pareva il peggiore, decisamente: dovevo solo riuscire a farglielo capire, a quella sciocca di mia sorella.
Il tizio, dunque, mi sembrò proprio una bella occasione. Mia sorella era sempre incline ad affezionarsi, sentimentale e dolce com’era. Dovevo solo riuscire a farglielo piacere, magnificandone i lati positivi.
Il problema era trovarli, i lati positivi. Un buzzurro della peggiore specie, un contadino abbrutito dalla fatica, senza cultura, senza sentimenti. Le mani, e quel che è peggio i piedi, nodosi come una radice di quercia. La pelle come cuoio non conciato. Il collo rosso, come un gallinaccio.
Ma il modo di fare aveva una qualche riservata cortesia, come il riflesso di un’educazione lontana e non dimenticata. Cominciai a parlarne a mia sorella, con piccoli accenni casuali a una preferenza di lui per lei, che dapprima fu negata con decisione.
Ma con un sorriso confuso. Era già qualcosa.
Me ne accorsi un paio di domeniche dopo, dotto’. Vennero a galla nella mia attenzione, come un pezzo di sughero che emerge piano. Le avevo sicuramente viste, forse anche sin dalla prima volta, ma in mezzo alla folla erano passate inosservate ai miei occhi.
Non saprei dire come: erano evidenti come se le avesse illuminate un faro. Prima di tutto perché pure loro, come me, erano tenute un po’ in disparte, come se fossero arrivate di recente (ed era proprio così, anche se allora io non lo sapevo). La maggiore mi guardava, coi suoi occhi neri e profondi, intelligenti. Mi guardava con curiosità, come se volesse vedermi dentro ai pensieri. Ma io fin da subito ebbi occhi solo per l’altra, la più giovane.
Voi ora purtroppo la vedete solo in fotografia, dotto’. Ma non potete immaginare quanto mi apparve bella, quella domenica di fine febbraio in chiesa. Mi pareva una Madonna, quei lineamenti dolci, gli occhi bassi, le guance rosse quando la sorella si accorse che la guardavo e le sussurrò qualcosa all’orecchio.
Alla fine della funzione pensai che perdere tempo non aveva senso. E mi avvicinai.
Vedemmo il tizio avvicinarsi, con qualche preoccupazione. L’esperienza ci diceva che non c’era necessariamente da preoccuparsi, in una prima fase. Lui poi alla fine non era male, una volta ripulito e rivestito.
Considerammo noi stesse come se ci guardassimo dall’esterno, secondo un gioco consolidato che ci piaceva fare. Quella di destra disse alla sinistra di non preoccuparsi, di non provare angoscia. Quella di sinistra si mantenne calma, senza mostrare all’esterno il fremito che sentiva. Quella di destra fece un mezzo passo avanti, per attirare l’attenzione su di sé, che era più forte, più consapevole. Quella di sinistra si alzò un po’, per sembrare più alta.
La danza era cominciata.
Dotto’, i mesi che seguirono sono stati i più strani di tutta la mia vita. Non avevo mai corteggiato una donna, e lei era bellissima. L’unico problema era che stava sempre con la sorella, non si separavano mai: io non la riuscivo mai a incontrare da sola.
Mi dicevano che era l’unico modo per non fare insospettire i genitori, che se l’avessero saputo loro non mi avrebbero mai e poi mai permesso di stare con lei. Io finivo sempre prima di lavorare, mi svegliavo prima dell’alba per avere il tempo, quando il sole cominciava a scendere dietro la linea delle montagne, di andare a casa, lavarmi e cambiarmi: non avrei avuto mai la faccia di presentarmi come finivo di lavorare davanti a lei. Mi pareva una principessa.
La sorella era strana, si metteva là e guardava con un sorriso che non capivo, che non riuscivo a interpretare.
Io aspettavo.
Che aspettavo? Non lo so. Aspettavo che venisse il momento di parlare, di dire quello che avevo in testa, che volevo una famiglia, che volevo mettere ai piedi di una donna tutto quello che avevo fatto nella mia vita.
Che questa donna non poteva che essere quella fata che mi regalava un sorriso ogni tanto, o una parola. Mi bastavano, allora. Ma sentivo che non sarebbero bastati per sempre.
Nel frattempo era cominciata l’estate. Una terribile estate bastarda, che faceva impazzire, che non lasciava respiro. Un’estate di fuoco, senza una goccia d’acqua per la terra o per gli animali, o per noi che impieghiamo mesi a tirar fuori qualche frutto.
Quell’estate, dotto’. Quell’estate fu la mia rovina.
Quell’estate fu terribile.
Io e mia sorella siamo nate per stare al chiuso, dove il clima non è estremo e non ci scuote, non ci colpisce nella nostra essenza intima. Non siamo fatte per il freddo che penetra né per la pioggia che sferza la pelle; e non siamo fatte nemmeno per il caldo infernale che alza la polvere, che secca, che sporca tutto quello che trova sulla sua strada d’inferno.
Siamo nate per la luce morbida, per l’aria ferma e sorridente, le parole sussurrate e il tintinnio dei bicchieri al lume di candela. Siamo nate per il profumo dei fiori e per il cibo raffinato, per muoverci su tappeti fruscianti e scivolare via, in camere da letto coperte di raso.
Ci ritrovammo immerse in un posto dove c’era solo terra e polvere, in un vento che alzava nuvole di sporco e penetrava anche nelle anime, senza dare pace.
L’uomo ci cercava ogni giorno, ogni santo giorno quando il sole tramontava. Ci chiamava e noi rispondevamo, perché non potevamo fare altro, perché non c’era nessun altro. E ci portava per strade solitarie, in silenzio, incapace di dire quello che sentiva e che noi, io e mia sorella, avevamo capito benissimo.
Non ci piaceva la piega che andava prendendo la situazione. Era chiaro che l’uomo, il nostro uomo, aveva capito qualcosa di molto diverso da quella che era la realtà. Noi due che ne avevamo viste tante, invece, che avevamo sentito milioni di bugie al chiaro di luna, che sapevamo quanto poco significassero i sospiri al tramonto e quanto potessero essere false le promesse temevamo il momento in cui lui si sarebbe reso conto che il suo sogno non si sarebbe realizzato mai.
Avevamo capito subito che l’uomo era un sempliciotto, un fesso. Che prenderlo in giro, per due ragazze annoiate dalla morte civile che era la vita in quel paese, era il più divertente dei passatempi possibili. Ma sapevamo che non poteva durare in eterno, e ci chiedevamo con angoscia cosa sarebbe successo quando i nodi fossero finalmente venuti al pettine. Il gioco era andato troppo avanti, e ora non si poteva tornare indietro.
Non più.
Io mi ricordo quel pomeriggio, dotto’. Me lo ricordo come fosse adesso.
Mi ero deciso la sera prima, quando disteso sul letto non riuscivo a prendere sonno per il caldo, che non mi lasciava respirare.
Glielo avrei detto. Non importava che c’era la sorella davanti, che ogni tanto quando si guardavano mi pareva di cogliere uno sfottò, una presa in giro per il mio modo di parlare. Le avrei detto che le volevo bene, che senza di lei mi pareva impossibile vivere.
Mi ero preparato un bel discorsetto: sarei andato dal padre, gli avrei detto quello che tenevo, la terra, gli animali, il trattore, il furgone. Ero sicuro che sarebbe rimasto colpito, erano ricchezze messe da parte in una vita di lavoro duro. E se non gli fosse bastato, gli avrei promesso di lavorare ancora di più, che fissasse pure quanto voleva per lasciarmi sposare la figlia.
Ero disposto a prendere in casa anche la sorella, naturalmente. Sapevo quanto fossero legate, ed erano due braccia in più per la casa e la terra. Avrebbe potuto occuparsi dell’orto, mi sembrava abbastanza forte.
La giornata successiva volò via tra la voglia che arrivasse il momento e la paura di leggere nello sguardo di lei uno smarrimento, o peggio ancora un rifiuto. Ma non poteva essere, pensavo: perché altrimenti avrebbe passato il tempo con me, tutte quelle ore a sentirmi sognare, a dirmi del suo passato, della sua vita che sentiva vuota e senza significato?
Eravamo fatti l’uno per l’altra, non c’erano dubbi. Mi avrebbe detto di sì, magari sarebbe scoppiata a piangere di gioia come avevo visto succedere nei film in televisione, e mi sarebbe caduta tra le braccia.
Quando finalmente venne l’ora, mi sbarbai accuratamente, mi lavai e mi pettinai. Poi misi come sempre i miei migliori abiti, per fare la migliore figura possibile. E andai incontro all’appuntamento più importante di tutta la mia vita.
Mentre andavamo all’appuntamento eravamo molto, molto preoccupate. Mia sorella, al solito pessimista, aveva cominciato a lamentarsi per tutto, il caldo, la polvere, la lunghezza della strada.
Io tacevo, invece. Qualcosa nell’aria, il senso di aspettativa e l’ansia mi metteva di malumore. La conversazione tra me e mia sorella andò scemando pian piano, mentre ci avvicinavamo al luogo concordato. Eravamo in anticipo, evidentemente.
Mi guardai attorno, non c’era nessuno. L’idea di scegliere un posto appartato, per poter portare avanti quel gioco assurdo, mi parve più che mai pericolosa. Cominciai a picchiettare nervosamente sul muretto, e più picchiettavo più diventavo preoccupata e nervosa.
Osservavo mia sorella che ostentava una calma e una freddezza che non aveva, lo sapevo bene. Lei puntava davanti a sé, ostinatamente rifiutandosi di guardare dalla mia parte.
L’aria era soffocante. Le cicale, i grilli o quello che accidenti erano, non smettevano con quel verso assordante. Io sentivo la polvere penetrare attraverso i pori, e pensavo che non sarei stata mai più pulita.
A ripensarci ora, la sensazione di allora mi pare veramente ironica.
E lo feci, il mio discorso, dotto’. Eccome, se lo feci. Mi misi là, in piedi, vestito a festa, pulito e pettinato, e dissi la poesia.
Dissi tutto quello che avevo pensato, le mie intenzioni, i miei sentimenti. Parlai della casa, del terreno, delle camere nuove per i bambini che volevo costruire sullo spazio del retro. Degli animali, le due vacche, i maiali.
Delle galline.
Proprio là, arrivato alle galline, mi accorsi di una cosa: mentre lei stava con gli occhi bassi, rossa come un peperone, le dita intrecciate sulla pancia, la sorella fece una specie di pernacchia. Io mi girai a guardarla e mi accorsi che stava trattenendo con grande sforzo una risata. Appena si accorse che la stavo vedendo ridere non si trattenne più e cominciò a sganasciarsi, con le lacrime che le scendevano, la bocca aperta per riprendere fiato. Si teneva la pancia, quella stronza puttana, e rideva e rideva.
Sconcertato guardai di nuovo lei, e mi resi conto che stava ridendo come la sorella. Faceva degli strani singhiozzi col naso, la mano davanti alla bocca, le spalle che sussultavano. Rideva.
Rideva di me. Ridevano di me. Dei miei sentimenti, delle mie speranze.
Dotto’, voi siete un uomo e forse mi potete capire. Io stavo là, con una giacca stretta, una cravatta attorno al collo che non mi faceva respirare, le scarpe elegantissime comprate di seconda mano al mercato. Stavo là a guardare tutti i miei sogni che si sgretolavano come un intonaco vecchio sotto alle risate di quelle due perfide puttane.
E faceva caldo, dotto’. Un caldo infernale. Anzi, forse era proprio quello l’inferno. E io ci stavo in mezzo.
A quel punto, proprio in quel momento, ho sentito qualcosa che si spezzava dentro di me, con un rumore come di un ramo di legno calpestato.
E non ci ho visto più.
Mi resi conto che stava per succedere l’irreparabile appena sentii che la ragazza più grande, quella brutta, cominciava a sghignazzare. Un errore gravissimo.
Mi ricordai di quella volta a Portofino, quando chi ci indossava rise maleducatamente in faccia a una signora anziana che faceva programmi sentimentali per un lontano futuro, prendendosi un bello schiaffo in pieno volto. Certo, quello era un ristorante di lusso: reazioni diverse, ma dello stesso tenore.
Temetti che l’uomo decidesse di usare i piedi, rovinandoci irreparabilmente. Io e mia sorella siamo in ottime condizioni, per avere la nostra età, ma non siamo state concepite da un grande stilista italiano per riparare piedi che prendono a calci corpi umani. Ringraziando il cielo però l’uomo, in un barlume di lucidità volle preservare abiti e scarpe che tanto gli erano costati e usò solo le mani.
Le sue nodose, bitorzolute, fortissime mani da contadino, attorno al delicato collo delle due ragazze che volevano combattere la noia di un piccolo paese prendendosi gioco di lui.
Me le ritrovai ai piedi, come due bambole rotte.
Le guardavo, dotto’, le guardavo sconcertato. Mi chiedevo se veramente ero stato io. I grilli continuavano a cantare, il caldo era terribile e non c’era un alito di vento e io ero là, vestito bene, pettinato e assassino di due donne.
Le avevo strozzate. Come due galline, le galline che gli avevano tirato fuori quella risata oscena. E io gli avevo tirato il collo.
Cominciai a ridere io, adesso. Forse ero impazzito. Forse sono impazzito, dotto’, ma è vero che chi è pazzo non va in galera?
Comunque cominciai a pensare veloce, il più veloce possibile. Mi guardai attorno, non c’era nessuno. Mi guardai addosso, e non c’erano tracce né di lotta né di sangue. Tutto pulito, com’ero uscito di casa: nemmeno il nodo della cravatta, si era sciolto.
Le presi e le misi nel furgone, che tenevo posteggiato là vicino: erano leggere, dotto’, leggere come due agnelli. Le portai insieme, una in una mano, una nell’altra. Dove le avrei portate? Dove le potevo mettere?
Mi rassicurava pensare che nessuno sapeva che ci vedevamo, me l’avevano raccomandato cento volte, non lo dire a nessuno, dicevano, stai attento, che se lo sa mio padre non ci fa uscire più. Finalmente capivo che era per prendermi meglio in giro, senza fare brutta figura col resto del paese: ma adesso mi faceva comodo, molto comodo.
La guida era calma, il momento pericoloso era passato. Io e mia sorella, alternandoci nel premere i pedali del vecchio furgone scassato, ci chiedevamo dove sarebbe andato l’uomo a mollare i cadaveri delle due sciocche ragazze.
Certo la cosa era stata brutta, ma bisogna anche dire che quelle due se l’erano cercata. In dieci anni di vita e sei passaggi di proprietà non ci era mai capitato di vedere un omicidio, duplice perfino, dal vivo. A teatro, certo, al cinema e anche in tivù, ma mai dal vivo, anche se «dal vivo» non è forse la frase più corretta.
Guardai mia sorella, e ci chiedemmo ora dove stava andando.
L’unico posto che mi era venuto in mente era quello. Forse perché avevo pensato tante volte che nessuno se ne sarebbe mai accorto se per sbaglio ci fossi caduto dentro, mentre lo pulivo con una pertica.
Il vecchio pozzo. Quello che tanto serviva, quando la pioggia non cadeva come in quella terribile estate torrida.
Ci andai, le buttai dentro. E me ne andai a dormire. Posso dirvi una cosa, dotto’? Dormii benissimo. Proprio benissimo.
Non me lo aspettavo proprio.
Quando ci ritrovammo vicino al pozzo ci scambiammo un’occhiata: l’uomo era veramente uno stupido. Possibile che non ci avesse pensato? Possibile che fossimo noi sole ad avere la consapevolezza della nostra unicità?
Ci mise un paio di minuti a gettare le ragazze nel pozzo. Incredibilmente quando fece il primo viaggio scansò la pozzanghera di un paio di centimetri, ma la seconda volta ci mise mia sorella dentro, in pieno. La poveretta fece una faccia, lei così pulita e precisina, sempre attenta alla polvere che nuoce al pellame e all’umidità, inzaccherata fino alla tomaia dal fango. Mi scappò da ridere ma mi trattenni: mi avrebbe uccisa!
E nemmeno pensò di ripulirci, a casa, o come avevamo temuto di distruggerci col fuoco o di gettarci in un canale, per cancellare le prove. Niente. Ci tolse e ci mise là, ai piedi del letto, allineate e coi fetidi calzini dentro. Come al solito.
Un paio di giorni dopo arrivarono in dieci, con due macchine. Prelevarono lui e noi.
Dotto’, io al fatto delle impronte delle scarpe non ci avevo proprio pensato. Col fatto che non pioveva da tanto tempo non immaginavo che vicino al pozzo c’era l’unica pozzanghera nel giro di chilometri, e che la suola di queste maledette scarpe di lusso che avevo comprato di seconda mano al mercatino è unica.
Io proprio non ci avevo pensato.
Se no, con tutto il rispetto, dotto’, volevo vedere come facevate a scoprire che ero stato io, pure con la testimonianza di quella vecchia pettegola che ci aveva visto parlare quell’unica volta fuori alla chiesa.
È proprio vero, dotto’: c’è sempre qualcuno che non si fa i fatti suoi, siete d’accordo?
E così, alla fine della carriera e dopo essere passate tante volte di mano, ci ritroviamo ad avere gli onori della cronaca, come si dice.
Mia sorella, con la suola incrostata di fango, si ritrova fotografata sulle prime pagine di tutti i giornali e perfino in televisione, come abbiamo visto dal monitor del custode dell’Ufficio Prove e Reperti della questura, dove risiediamo attualmente.
Lei si finge inorridita, per essere esibita in quelle condizioni di sporcizia; ma sotto sotto è contenta per tutta questa visibilità, tanti anni dopo la vetrina. È fatta così, le piace lamentarsi.
Io la conosco bene, mia sorella.