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maurizio de giovanni

io e ricciardi (it)

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Conobbi Ricciardi una mattina di giugno del duemilacinque.
Ero al Gran Caffè Gambrinus, con un computer davanti a cercare ispirazione per scrivere un racconto evitando una figuraccia, per poi tornarmene a casa per pranzo. Ero anche piuttosto arrabbiato per trovarmi in quell’incresciosa situazione, iscritto da amici in vena di scherzi a uno strano concorso per giallisti esordienti senza nessuna voglia di essere un giallista esordiente; avevo caldo, avevo fame e volevo essere da un’altra parte.
A un tratto per la strada, proprio davanti alla vetrata che fissavo accigliato in cerca d’ispirazione, passa una bambina; pallida, malvestita, scalza. Una zingarella, di quelle con la bellezza nascosta sotto un dito di sporco, i capelli biondi incrostati e lo sguardo fiero. Io vedo lei, lei vede me: poi guarda oltre le mie spalle, tira fuori la lingua e se ne va.
Istintivamente mi girai, e seduto nella penombra del fondo della sala c’era Ricciardi.
Era uguale a come poi l’ho sempre visto: magro, di altezza media, vestito con abiti di foggia antiquata, una stretta cravatta sulla camicia bianca dal collo inamidato, il ciuffo ribelle di capelli sulla fronte. E quegli occhi. Quegli incredibili occhi verdi, quasi trasparenti, che brillavano come quelli di un gatto, fermi sotto palpebre che non sbattevano.
Devo dire che mi affascinò da subito, e un po’ mi spaventò. Non conoscevo quella sensazione, quella forza indipendente che nasce da te per poi subito prescinderne, andando per strade solo sue e trascinandoti dietro in territori sconosciuti. Come costruire un’astronave e partirci dentro, senza poterla dirigere.
Da quella mattina di giugno ho rivisto Ricciardi altre volte. Per qualche tempo, saltuariamente, abbiamo passato insieme molte ore. Un po’ alla volta ho acquisito la sua fiducia, almeno in parte, e credetemi: non è stato facile. È un tipo strano, mentre parla interrompe le frasi e va dietro a chissà quale pensiero, a chissà quale incubo della sua mente. Bisogna lasciarlo stare, in quei momenti; se lo si disturba si alza e se ne va, e a te tocca guardare le code svolazzanti del suo soprabito antico e sospirare, in attesa del seguito del suo racconto.
Le volte che ci siamo visti abbiamo passeggiato per la città. A monosillabi e a frasi spezzate mi ha raccontato di un mondo che non ho conosciuto, di vicoli e palazzi cadenti, di taverne piene di fumo e di teatri di velluto, di ballerine disperate e di guappi, di operai pieni di dignità e di dame senza onore. Ascolto e penso che i valori di Ricciardi non sono i miei, ma per qualche strano motivo io capisco lui e lui capisce me.
Non saprei dire se io ho insegnato a lui qualcosa, o lui a me. Un paio di volte l’ho visto sorridere, un raggio di luce così veloce a passare che non sono nemmeno sicuro di averlo visto davvero; altre ho sentito la sua commozione, bambini e animali lo toccano nell’anima, per esempio. E lui mi ha raccontato di scarpe rotte e di chilometri, di pioggia infinita e di soli brucianti. E di morte, mi ha raccontato.
Di morte e di morti, guappi sgozzati, amanti colpiti da pistole, donne impiccate, bambini sfracellati dopo una caduta dal terzo piano; padri di famiglia schiacciati da cavalli impazziti, marinai portati a riva da un mare vorace e vendicativo; madri uccise da figli ingrati, figli soffocati da madri impazzite. Quanta morte vedono gli occhi di Ricciardi. Ho il sospetto che mi abbia taciuto di molti cadaveri che incontra, dai quali distoglie lo sguardo stanco; per non sentirne il dolore perenne, per non farsi vomitare addosso le frasi sconnesse che la morte non ha voluto fermarsi a raccogliere, nella fretta di passare oltre.
Di morto in morto, di sofferenza in sofferenza, accompagno Ricciardi in giro per la sua città; un po’ alla volta supera la diffidenza e mi racconta qualche storia. Io lo ascolto, ma non sono sicuro che sia un bene: i suoi ricordi mi lasciano nuove ferite, nuovi rimpianti. Non capisce come nessuno si renda conto di quanto preziosa sia la vita, e la getti via dietro una cosa inutile come i sentimenti.
Io ci provo, a spiegargli che i sentimenti non sono affatto inutili e che anzi sono l’unica cosa per cui valga la pena vivere. Lui si stringe nelle spalle, sposta la ciocca dalla fronte con un gesto secco della mano, distoglie gli occhi e fa una mezza smorfia, lontana cugina di un sorriso. A volte mi sembra che pensi a qualcuno, e che il ricordo di questo qualcuno incrini le pareti della stanza senza finestre dove tiene chiuso il cuore.
Dopo essere stati insieme per un pezzo di strada se ne va, magari lasciando a mezzo un discorso. Io resto a guardarlo mentre si perde tra la folla, anonimo in tutto se non fosse per quegli occhi da gatto addolorato.
Non è simpatico, Ricciardi. Non è comunicativo, né allegro. Non affascina, non incanta.
Ma sapete una cosa? Quando se ne va mi manca. E aspetto il suo ritorno con una gran voglia di ascoltare di nuovo quella voce bassa, e il ricordo del suo dolore.
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