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maurizio de giovanni

l’amore è un delitto (it)

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Quindi, mi state dicendo che l’Amore è un delitto.
No, non negate: è proprio quello che state dicendo. Perché non è che si può fare un ragionamento a metà, e fermarsi quando è comodo escludendo la gran parte delle conseguenze. Se si comincia, si deve andare fino in fondo.
Certo, dobbiamo parlare di Amore, con la A maiuscola. Perché se invece si parla di innamoramento, allora naturalmente tutto cambia.
Lo so, sembra tutta una questione di parole e di significato che attribuiamo a un’emozione; ma lo sappiamo tutti anche senza aver letto saggi e poesie che parliamo di cose diverse. Molto diverse.
Io per esempio l’innamoramento lo conosco bene, e lo so gestire. Lo sento arrivare, lo riconosco, gli do un nome e un cognome. E assumo comportamenti tali da far capire bene anche a chi si trova davanti a me che si tratta di innamoramento, appunto: qualcosa di bello, che può essere anche travolgente e fortissimo, ma che ha in sé la promessa del breve termine. Che non diventerà un’alternativa di vita. E non c’è niente di male, se ci pensate; è qualcosa di assolutamente naturale, che avviene, come si dice, tra adulti consenzienti e che lascia dei bei ricordi e spesso una deliziosa complicità.
Se si è sufficientemente intelligenti, ovviamente.
L’Amore no: quello è un’altra cosa. Quello striscia, passa attraverso le difese e poi cresce a dismisura, fino a non consentirti di vivere nessun’altra vita.
Io ho conosciuto Stefania da ragazzo. Bellissima. Sempre stata bellissima. Un mantello di capelli neri, un sorriso da spezzare il fiato. Un corpo da favola, bastava vederla camminare e si capiva che era diversa da ogni altra già a sedici anni. Io, da parte mia, sapevo di essere il più affascinante tra i ragazzi del paese, anche di quelli più grandi di me che già avevano un mestiere e qualche soldo. Eravamo predestinati a stare insieme, i due più belli, i più desiderati.
Se l’amavo? E che ne so, ero giovane. L’Amore lo capisci da grande, quando hai delle pietre di paragone, quando sei formato, conosci la vita e conosci meglio anche te stesso. Mi piaceva girare con lei, sentire addosso gli sguardi d’invidia degli uomini e di rimpianto delle ragazze. E mi piaceva pure la sua gelosia, il fatto che nonostante la bellezza si sentisse insicura di me. Era come un riconoscimento della mia superiorità.
Era vero, sapete, l’ho imparato dopo. Di donne belle ce ne sono tante, tantissime; di uomini che fanno girare la testa molti meno. E poi noi uomini con l’età miglioriamo, un po’ di capelli brizzolati e qualche ruga di espressione aggiungono fascino, mentre le belle ragazze a un certo punto cominciano a segnare il tempo, e dal tempo vengono segnate.
Ci ho pensato a lungo. Il motivo secondo me sta nel fatto che le ragazze giovani, anche molto giovani, non si limitano nel guardare e nel cercare di prendersi uomini anche molto più grandi di loro. Un uomo di una quarantina d’anni ben portati, come me diciamo, può farsi vedere in giro con una ragazza di poco più di vent’anni senza suscitare meraviglia. Il contrario non succede mai, se non tra le attrici del cinema. Questa cosa cambia i rapporti tra domanda e offerta, non vi pare? Per un uomo ci sono donne che coprono l’arco di una ventina d’anni, per una donna nemmeno la metà.
Stefania comunque bella è rimasta. Anzi, forse è diventata ancora più attraente man mano che il tempo passava. Fisicamente, chiaro: perché invece il carattere è quello che è. Irritabile, reattiva, musona e soprattutto gelosa, gelosa fino a essere soffocante. Ti fa mancare l’aria, Stefania. Sono stato costretto a prendere un altro telefonino da tenere spento in casa, per poter coltivare un minimo di relazioni sociali. Altrimenti a ogni squillo parte una discussione infinita.
Ovviamente un ruolo fondamentale lo gioca quella pazza della madre. Se volete iniziare una relazione stabile con una donna, per carità, esaminate per prima cosa la madre. Le madri muovono le donne come un burattinaio muove una marionetta. Se decidono che voi siete traditori e infidi, allora potete pure dipingere il sole, ma non smetterete mai di essere traditori e infidi. Parola d’onore.
Tutto insomma scorre su una specie di piano inclinato, anche se a un certo punto ti accorgi che la tua vita assomiglia più alle sabbie mobili, quelle in cui si affonda lentamente e più ti dai da fare per uscire più affondi, e le energie poco alla volta scompaiono e non ce la fai più nemmeno a reagire, e a un certo punto muori soffocato. Dite che sono troppo drammatico? Che in fondo è quello che succede a tutti? E allora? Dovrebbe consolarmi, questo?
Credevo che l’arrivo della bambina sarebbe servito. Mi ero fatto l’idea che avere qualcuno cui dedicare tutta l’attenzione, sia per Stefania che per quella pazza della madre, avrebbe allentato la morsa sul sottoscritto. Macché.
Pare che uno, quando ha una figlia, debba smettere di essere un uomo. Non solo viene meno il diritto alla minima attenzione che ti davano in casa, ma addirittura ogni volta che ti salta in mente di avvicinarti a tua moglie vieni guardato come un pervertito, che non tiene conto del fatto che adesso la famiglia è completa, e quindi non serve più il sesso. Poi, se ti va qualche divertimento, sei un egoista che pensa solo a se stesso o sprechi i soldi. Neanche una pizza, puoi andare a mangiare. La bambina prende freddo, la bambina prende caldo, gli orari delle poppate. Le sabbie mobili ti hanno inghiottito e nemmeno te ne sei accorto.
Ora penserete sicuramente che verrò a dirvi che quello che è successo con Federica è dovuto a questo, alle sabbie mobili, alla mancanza di interesse di Stefania, alla bambina o a tutto il resto. Credete che io non legga i libri che parlano di questo, della crisi della coppia o di cose così? Credete che non ci sia stato anch’io, e quelli come me, davanti alla televisione quando parlano e parlano di come certe cose siano dovute proprio a questo?
Be’, vi sorprenderò invece. Perché io non mi sono messo a guardare da un’altra parte perché mi sentivo rifiutato, respinto, escluso o altre minchiate del genere.
Io ho trovato l’Amore. E l’Amore, credete a me, quando lo incontri lo riconosci.
Proprio perché sono uno che quando c’è da avere un’avventura non si volta dall’altra parte, so capire bene la differenza. Proprio perché sono uno che quando è capitato, di poter passare qualche ora divertente o addirittura bella, bellissima, me la sono concessa senza tante storie, sono in grado di giudicare. Sì, perché al di là di tante parole e parole, sacri valori e rigide convenzioni sociali, mi dovete spiegare perché siano così poche le donne in grado di essere oneste con se stesse da ammettere che gli incontri casuali possono essere belli anche senza implicazioni sentimentali o programmi per il futuro.
Io con Stefania, ve l’ho detto, mi sono messo insieme da ragazzino. Sia io che lei, eravamo ragazzini. In un paese, poi, dove tutti ti conoscono e se ti vedono con qualcun altro parte un passaparola immediato. È naturale che poi, quando uno si ritrova da solo per lavoro, e magari com’è il mio caso a contatto con tante persone di ogni genere, allora la libertà può dare alla testa; l’importante è che non si perda il senso reale delle cose, la giusta proporzione. E io non l’ho mai persa, la giusta proporzione. La famiglia è la famiglia, il divertimento è il divertimento. Ma l’Amore è l’Amore.
Lo conoscete, no, il mio lavoro. Io faccio l’istruttore. Quindi insegno applicazione, fisica e mentale. Concentrazione, fiducia, attenzione per tirare fuori il meglio da se stessi, per riuscire a spostare i propri limiti in avanti. Forse è per questo che per me una barriera, un confine è solo qualcosa che può e deve essere superato. Figurarsi le convenzioni sociali.
Quando si deve andare fuori e stare per un po’ nel nulla, insieme, un gruppone di ragazzi e ragazze pieni di vita, nella prospettiva ipotetica di un lavoro che può anche costarti la vita, allora le cose succedono, e sono sempre successe. Un po’ come negli ospedali, no? Le lunghe, infinite notti con la morte che incombe sulle teste, medici, infermiere, le malattie e le macchine alle quali sono attaccate le speranze di vita e tanto dolore. È chiaro che a quel punto un po’ di calore diventa necessario. Tutto quel freddo.
Io, l’ho ammesso, il calore se c’era me lo prendevo. Sono consapevole di avere fascino, e poi essere l’istruttore, quello che sa quello che si deve fare, quello che ha ben presente l’ignoto, aggiunge ulteriori attrattive. Le donne poi sono sempre di più, sono toste, abituate a soffrire e testardamente consapevoli di dover fare il doppio dei maschi in ogni aspetto della vita. Certe sono pure belle, molto; e nella mia tenda, un po’ lontana da quelle del gruppo perché sono pur sempre l’istruttore, quasi ogni notte arriva un corpo flessuoso e atletico per ricordare che la vita vince sulla morte. Piacevole, molto; ma nasce e resta in mezzo alla boscaglia, una parentesi nell’addestramento. La mattina dopo, tutto come prima.
Con Federica è stato tutto diverso. È bella, certo; bellissima, anzi. Ma la devi guardare due volte, perché la prima greve occhiata, quella che misura la lunghezza delle cosce o cerca il seno compresso e fasciato per non dare ingombro nell’esercitazione le scivola addosso e non lascia tracce. Lei è occhi, sorriso. Lei è un lieve movimento della testa di lato. Lei è il modo di aggiustarsi la ciocca che esce dal berretto con un gesto armonioso.
Io di Federica mi sono innamorato alla seconda occhiata. E quando ho sfoderato il mio sorriso letale, accompagnato dalla solita battuta un po’ greve, e ho visto entrambi cozzare su un muro di diffidenza e sostanziale disinteresse ho capito che mi trovavo di fronte a qualcuno che era come nessun altro.
Non sono passato oltre, e avrei potuto. Ce n’erano di quelle con cui trascorrere il tempo, vincendo la noia dell’ennesimo isolamento. E non è scritto da nessuna parte che devi per forza farlo, in fondo. Per cui alla fine riposi il sorriso e le battute e mi misi a fare il mio mestiere, con più coscienza del solito.
Probabilmente volevo proprio far vedere a lei, a Federica, che non ero il personaggio poco serio che poteva aver immaginato. Li misi sotto, lei e il suo gruppo: e stetti a vedere quello che succedeva.
Era brava, sapete. Bravissima. Con quell’aria fragile e debole che nascondeva una resistenza e una caparbietà incredibili. Brava, resistente, intelligente, intuitiva. E bellissima.
Scoprii dalla quinta sera, a un terzo del corso, di non riuscire ad addormentarmi. Quegli occhi, quella mano. Quel fugace sorriso, che avevo avuto modo di vedere non più di un paio di volte. Il cuore in gola, il primo pensiero e l’ultimo. Segnali strani, che non capivo; o che mi ostinavo a non capire. L’Amore è così. Non assomiglia a nient’altro.
Le mie telefonate con Stefania erano la recita di un copione da leggere ogni sera. E anche lei, a dire la verità, non si impegnava più di tanto: c’era la bambina, no? E c’era la madre. Tutto quello che le serviva, oltre al mio stipendio, ovviamente.
Quel mese mi ha cambiato la vita. Non solo la mia, come sapete; ma se vi dovessi dire oggi che rimpiango qualcosa, se dovessi confessare che vorrei tornare indietro e darmi malato e non partire per quel corso no, non lo direi. Perché ancora oggi, a distanza di tanto tempo, io non rimpiango di aver incontrato l’Amore. Per l’unica volta nella mia esistenza. L’ultima.
Non porto la fede, io. Non l’ho mai portata. Troppi metal detector, e poi non sopporto costrizioni, anelli, collane, bracciali. E i fatti nostri, di noi istruttori, non li sa nessuno perché i rapporti personali vengono scoraggiati. Mancavano pochi giorni alla fine del corso quando mi ritrovai con Federica, alla fine di una marcia veloce, in riva a un ruscello.
L’avevo cercata io quella situazione, naturalmente. O almeno gliel’avevo proposta, avrebbe potuto evitare. Bastava restare un po’ indietro, regolare il passo con una delle compagne. Invece spuntò dagli alberi, come una cerbiatta incerta, flessuosa e dolce. Si sedette vicino a me.
Parlammo. Parlammo a lungo. E parlammo subito di noi due. Come se fosse una questione in sospeso, come se si fosse arrivati finalmente al dunque.
Io sono una persona perbene, disse. Aspetto l’uomo giusto, disse. Io voglio l’Amore, disse. Io voglio una vita nuova, disse. Il mio uomo lo renderò felice, disse.
Parlava a me, capite? A me. Raccontandomi senza dirlo che i miei sguardi che sembravano cadere nel vuoto, i miei pensieri solitari della notte, le parole che avevo immaginato non erano solo miei ma anche suoi.
Tirai il fiato, e poi parlai io.
Non ho mai amato davvero, dissi. Ed era vero. Non ho mai voluto così tanto qualcuno, dissi. Ed era vero. Non sono sposato, dissi. E non era vero.
Facemmo l’amore là, al riparo di un cespuglio, con furia e dolcezza, con esaltazione e in silenzio. Gli altri passavano mormorando contro la fatica, inconsapevoli di sfiorare l’esplosione del Grande Amore. Ridemmo felici di questo, gli occhi negli occhi.
Io sono nato là, sapete. Proprio là, in quel momento. Da riscrivere la data e il luogo sui documenti, da spiegare al mondo che l’uomo che prima di allora aveva camminato per la terra era un inutile involucro, un simulacro, una specie di statua di cartapesta semovente ma priva di cuore.
Federica mi fece conoscere il Paradiso. Me lo presentò, come un panorama sconosciuto. E mi dannò l’anima, perché io capii subito che mai, in nessun caso ne avrei potuto fare a meno.
Tutto quello che accadde dopo fu ovvio e necessario.
Mi era chiara una sola questione, che non la potevo perdere in nessun caso. E che la strada era in salita, perché in poco tempo avrei dovuto diventare l’uomo che le avevo detto di essere. Conoscendola sempre di più sapevo, senza alcun dubbio, che se avesse conosciuto la verità mi avrebbe voltato le spalle: e che sarei tornato nel buio, ormai insopportabile, della mia inutile esistenza precedente.
Devo dire che a casa nessuno si accorse del mio cambiamento. Ovvio anche questo, a ripensarci: io ero solo un segmento funzionale, una rotella dell’ingranaggio domestico atto a procurare risorse economiche e a fornire una presenza silenziosa sullo sfondo. Una volta che c’ero, non serviva altro. Magari, se ci fosse stata una percezione del mio silenzio, avrebbe suscitato un’indagine accurata; ma nessuno se ne accorse. C’era la bambina, no?
La natura del mio lavoro mi permetteva di allontanarmi senza dar luogo a domande. Federica aveva i suoi sabato sera, le sue domenica mattina. Come poteva sospettare che avessi una famiglia da un’altra parte? Che il mio cuore restava vicino a lei ogni singolo secondo, ma che per le convenzioni sociali ero di un’altra?
Io sapevo fin troppo bene che i nodi prima o poi sarebbero arrivati al pettine, non sono un fesso. Potevo illudermi di rimandare, ma non all’infinito. Forse immaginavo di diventarle così necessario, come lei già lo era per me, da porle davanti il problema quando si sarebbe sentita in grado di aiutarmi senza giudicare. Questo sì, sarebbe stato meglio. Oggi è il mio unico rimpianto.
Ma lei, Federica, non è così. È una donna di principi saldi e forti. Se avesse saputo di Stefania, e soprattutto della bambina, ne avrebbe avuto il cuore spezzato e mi avrebbe voltato le spalle per sempre, senza alcuna titubanza. Io lo sapevo bene. E non potevo sopportarne l’idea.
Lasciai andare le cose. Con la morte in petto assecondai i progetti che le nascevano dentro, una casa, dei figli. Una cerimonia. La promessa di una vita meravigliosa e impossibile. Era bello ascoltarla, quando parlava del futuro che sognava: le si illuminava lo sguardo, si poteva intuire il sangue scorrere sotto le sue guance accese dal sorriso. Era bello. Non potevo interromperla, e nemmeno avrei voluto. Erano anche i miei sogni, quelli: io Federica l’avevo aspettata tutta la vita, non sapendolo.
Come può l’Amore diventare un peso insopportabile? Come si può trasportare un’illusione, senza romperla in mille pezzi? Io lo feci, per un tempo lunghissimo. Non era la finzione con Stefania, a essere difficile: lei nemmeno mi guardava in faccia. Era Federica, che dava valore a ogni mia esitazione; era lei che pesava il mio sorriso, l’espressione dei miei occhi. Era lei che era difficile ingannare.
Portai avanti le cose per quanto potei. Differii, rinviai. Parlai di delusioni nel mio passato, inventai sofferenze. Descrissi una solitudine incancrenita, e nemmeno mi fu difficile perché in fondo parlavo della mia anima, e dicevo la verità. Nel frattempo lei, Federica, mi diventava sempre più necessaria. Era l’aria che respiravo, il cibo di cui mi nutrivo, l’acqua che mi dissetava. Al di fuori di lei non c’era nessuna vita. L’avessi persa, sarei morto. Senza alcun dubbio.
Mille volte decisi di dirlo a Stefania. Di lasciarla, di concordare i termini di una separazione. E mille volte decisi che era impossibile.
Non avrebbe mai acconsentito, figurarsi. Avrebbe dato battaglia su tutti i fronti, fomentata e sorretta da quell’arpia maledetta della madre. Mi avrebbe prosciugato di tutto, ma soprattutto avrebbe dato alla separazione un clamore immenso che, inevitabilmente, sarebbe arrivato a Federica. Che, consapevole della menzogna nella quale l’avevo tenuta per quasi un anno, mi avrebbe voltato le spalle. Avrei perso la vita che avevo, e a questo ero pronto, anzi, sarebbe stato un sollievo: ma avrei perso anche lei, l’Amore della mia vita. Sarei rimasto povero, solo e consapevole di aver incontrato l’Amore, qualcosa che non tutti hanno la ventura di incrociare, e di averlo perduto per la mia incapacità di curarlo, farlo crescere e viverci dentro.
Gli ultimi giorni, prima della decisione, furono atroci. Non sapevo più come fare. Non dormivo più, non mangiavo più. Ero disperato. Mi pareva di vivere dentro un incubo pieno di fantasmi.
E inevitabilmente, come c’era da aspettarsi, arrivammo al bivio. All’incrocio che non consentiva di proseguire, che mi metteva di fronte all’irrevocabilità di una decisione.
Da un lato l’Amore. Il sorriso, la dolcezza. Il Paradiso. Dall’altra il silenzio, la solitudine. Il disinteresse, il peso di un passato cristallizzato.
Federica mi comunicò che i suoi genitori sarebbero venuti in città per conoscermi. Per incontrare quest’uomo che aveva cambiato la figlia donandole un’espressione di costante felicità, riempiendola di sogni e di futuro.
Finsi una felicità enorme, la gioia di abbracciare finalmente chi le aveva dato la vita. Mi sentivo morire. Il peso dell’imminente perdita mi schiacciava. Prenotai io l’albergo, fissai il ristorante. Preparai perfino un discorso, col quale con serietà e franchezza pianificavo il futuro della figlia tanto amata. Se si incontra l’Amore, lo si riconosce.
Non avrei potuto tornare indietro, a quel punto. Avevo deciso. Dovevo liberarmi, per andare incontro alla nuova vita. Non si poteva altrimenti, vi pare? Non si poteva.
Il giorno che voi continuate a voler sezionare in minuti e secondi, in realtà per me è il giorno prima. Il giorno che precedeva l’incontro col padre e la madre di Federica, il giorno in cui mi sarei dovuto presentare puro e libero a chi aveva fino ad allora custodito il mio Amore. Il mio unico, grande Amore.
Portai Stefania fuori. La portai in gita con la scusa di far prendere un po’ d’aria alla bambina: era l’unico modo per non farmi dire di no.
Quello che è accaduto, sapete, era solo la seconda opzione. La prima era quello che tentai, parlarle con sincerità, dirle con chiarezza quello che stava succedendo e quello che avrei voluto. Le parlai con calma e serenità, le dissi che avrei provveduto a tutto, alla bambina e a lei. Che non ci sarebbero stati problemi economici. Che le lasciavo la casa, i mobili, tutto; e una più che ragionevole parte dello stipendio.
Sapevo bene come avrebbe reagito, e quindi la portai dove non c’era nessuno che poi potesse ricordare le urla, i graffi, gli strepiti. Dove non ci sarebbe stato nessuno che avrebbe ricordato l’odio che mi urlò in faccia.
La bava alla bocca, gli occhi iniettati di sangue, la voce arrochita. Dio, quanto assomigliava alla madre. E quanto era impossibile ricordare la bella ragazza che mi sorrideva sul corso del paese, mille anni prima.
La seconda opzione. Il coltello, l’ipotesi di un malintenzionato. Magari un amante deluso o un paio di violentatori. In fondo, agli occhi degli altri era bella. Molto bella.
Al ristorante, sapete, andò tutto bene. I genitori di Federica rimasero incantati da un uomo dolce, profondamente innamorato della figlia. Ripartirono convinti di aver incontrato l’uomo giusto. E lo ero, l’uomo giusto. Lo sarei stato. Che peccato.
Ma non mi pento, sapete. Io sono stato fortunato. Molto fortunato. Perché io, e magari io solo, ho incontrato l’Amore.
Non è un delitto, l’Amore.
No, che non lo è.
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