l’omicidio carosino (it)
Il bambino giocava nel cortile. Aveva trovato un pezzo di legno che poteva sembrare una sciabola, e aveva deciso di esplorare i dintorni. Stava pensando di essere Sandokan: tigri feroci o feroci pirati, qualche nemico feroce alla fine lo avrebbe trovato. Si avventurò nel piccolo vigneto, e l’ombra confortevole nascondeva nella fantasia pericoli e mistero.
Era perciò preparato quando, seduto per terra nell’ombra, vide la figura. Un uomo, giovane. Il bambino si avvicinò, con la sciabola alzata. L’uomo si girò, guardandolo; “non l’ho nemmeno toccata” disse. Il bambino lo guardò meglio: aveva la camicia intrisa di sangue, e dal lato sinistro spuntava il manico di un coltellaccio da giardiniere. Abbandonata la sciabola, il bambino scappò gridando.
Al delegato di Polizia Luigi Alfredo Ricciardi il Gran Caffè Gambrinus piaceva. Quell’atmosfera senza tempo, quell’aria di discreta evasione gli consentiva di rifugiarsi in altre epoche, in altre musiche. Per cui, quando poteva, e comunque ogni mattina prima di prendere servizio, si fermava lì per bere il secondo caffè della giornata, dopo quello che la tata Rosa gli preparava di primo mattino, a casa.
Faceva ancora caldo, in quel lunedì di tardo settembre del settimo anno dell’Era Fascista, il 1929: vestito di beige chiaro, la cravatta marrone ben annodata sotto il colletto dalle punte arrotondate, Ricciardi sorseggiava il caffè al suo solito tavolino, vicino alla vetrata che dava su via Chiaia. Aveva ormai trentasei anni, stava pensando. Il colorito scuro, i sottili baffetti e i capelli ancora quasi tutti neri, pettinati all’indietro con cura; quella che poteva dirsi una bella presenza, o almeno credeva. Eppure non aveva una donna: non che non gli piacessero, anzi. Ma non ne aveva mai avuta una. Naturalmente, diceva tra sé, sappiamo bene il perché. Lo stesso perché che, nel male soprattutto ma anche nel bene, aveva condizionato tutta la sua vita.
Mentre faceva queste riflessioni, una bambina si avvicinò alla vetrata, dall’esterno. Aveva una logora vestina sporca di fango e polvere e, nella mano destra, teneva un fagottino di stracci che poteva essere una bambola artigianale. Il braccio sinistro, invece, non c’era: ne rimaneva un piccolo moncherino all’altezza della spalla, da cui spuntava un bianco frammento d’osso scheggiato. Il cranio, dal lato del moncherino, era sfondato: materia cerebrale con sangue raggrumato sulla guancia, rimasta intatta.
Guardava Ricciardi, con la testa lievemente piegata di lato. Una carrozza, pensò lui automaticamente, con un lieve sospiro, sorbendo un altro sorso di caffè. Ecco perché non ho una donna.
Il Fatto. Ricciardi si era abituato a chiamare così la connotazione principale della sua vita, quello che lo rendeva così profondamente diverso da tutti quanti gli altri. Il Fatto. Questo Fatto che ho, da quando mi succede il Fatto, mi ha aiutato il Fatto. Ricordava fin troppo bene la maledetta prima volta che gli era successo il Fatto. E come quel bambino che entrava nel vigneto con la sciabola di legno era diventato quel giovane vecchio che ne usciva urlando, e come quell’urlo dentro di lui non si sarebbe mai spento.
L’uomo che aveva visto allora era morto già da un anno, ucciso dall’altro lavorante del vigneto, pazzo di gelosia per un tradimento. La lunga successiva esperienza aveva insegnato a Ricciardi che la gelosia era, insieme alla fame e all’onore, la molla principale dei delitti; ma il bambino con la sciabola ancora non lo sapeva, e quando era scappato urlando dalla sua tata pensava solo di aver visto un mostro. Tutti erano accorsi insieme a Rosa, per vedere cosa poteva aver turbato il Signorino di solito così tranquillo, così sereno: e naturalmente nel vigneto non c’era nessuno, se non il ricordo ormai sbiadito di quell’orribile cosa successa tanto tempo prima. Ma il piccolo Luigi, nel vigneto, non tornò mai più.
Da allora, e molte, troppe volte, Ricciardi aveva avuto modo di studiare e definire il Fatto, nella sua struttura e nelle sue manifestazioni: lui vedeva i morti. Non tutti i morti, e non sempre: solo quelli morti di morte violenta e traumatica, come se l’ultima emissione di un’emozione estrema rimanesse impressa su una lastra fotografica, che fosse poi riservata solo a lui. Anzi, non una fotografia; una pellicola, come quelle che vedeva al cinematografo le volte che si concedeva di non lavorare, più per non offrire altro materiale alle chiacchiere dei colleghi che per reale esigenza di riposo o di requie dai suoi fantasmi. Una pellicola brevissima, che si ripeteva non all’infinito, ma per un tempo variabile di volta in volta. Poi le immagini e i suoni andavano via via sbiadendo, fino a scomparire del tutto. Le figure si presentavano come nell’attimo in cui erano morte, pareva a Ricciardi; e pronunciavano ossessivamente l’ultima frase, o l’ultimo pensiero, che avevano avuto in vita. Ricciardi le percepiva, e a volte percepiva l’eco di un’ultima emozione, se questa era stata assai forte: una volta, in tempi non recenti, si era trovato sulla scena di un delitto passionale in cui una donna, convintasi che a onta delle promesse mai l’uomo avrebbe lasciato la moglie, lo aveva accoltellato proprio mentre lui giungeva all’apice del piacere fisico. Ricciardi era stato quasi travolto dall’emozione bruciante, e si era sentito come un porco che sbircia da dietro la porta socchiusa di un bordello. Era arrossito violentemente e veloce era uscito dalla stanza. In preda a una profonda vergogna. Un’altra volta aveva indagato su un bambino deforme trovato morto affogato in una tinozza, e l’amore profondo di questi per la mamma assassina lo aveva commosso talmente che aveva dovuto trattenere le lacrime. Il Fatto era anzitutto una dannazione.
Ma anche un immenso aiuto, per il mestiere che con ovvietà si era scelto o, come Ricciardi spesso pensava, lo aveva scelto. L’eco non era consapevole, non gli arrivavano mai messaggi chiari e univoci. Ma spessissimo l’ultimo pensiero, l’ultima emozione era per l’assassino, e Ricciardi la percepiva: poi procedeva a un’analisi al contrario, che serviva a trovare gli immancabili elementi che dimostravano quello che lui frequentemente già sapeva, cioè chi aveva ucciso. Doveva solo scoprire il perché. Naturalmente doveva trattarsi di morte violenta e improvvisa: il Fatto non funzionava con gli avvelenamenti, che erano assimilabili alle malattie, o con le morti nel sonno, in cui la vittima restava inconsapevole della propria morte. Sulle scene di quei delitti, Ricciardi era spettatore del nulla, nessuna voce, nessun richiamo. Nessun aiuto.
Fin da subito Ricciardi aveva capito che solo lui aveva il Fatto, e che era meglio che gli altri non ne sapessero niente. Anzitutto non gli avrebbero creduto (ricordava ancora la faccia perplessa di tata Rosa, che pure lo adorava, quando lui piangendo raccontava del vignaiolo e del suo sangue), e poi lo avrebbero ritenuto un povero pazzo, da temere e da evitare accuratamente; ma era finita che lo evitavano ugualmente, così da crescere, lui che non aveva fratelli, anche senza amici. Il papà era morto che lui non aveva ancora due anni, era tanto più vecchio della mamma: questa, invece, soffriva di crisi nervose, ed era poi morta in una casa di cura quando lui frequentava il liceo, dai gesuiti, in convitto. Tata Rosa era tutta la sua famiglia, ormai. La rendita della casa di Fortino e della piccola tenuta era stata più che sufficiente a supportare gli studi di giurisprudenza e i primi anni del lavoro in polizia, prima che le soluzioni rapide e perfette dei casi affidati gli facessero guadagnare il grado attuale, la benevolenza del questore e l’invidia e l’ostracismo dei colleghi. Il Fatto era pur sempre una dannazione.
Finito il caffè, Ricciardi rivolse un ultimo sguardo alla bambina martoriata dietro la vetrata; non ricordava il fatto di cronaca (era purtroppo comune, una lazzarella travolta da una carrozza), ma non doveva essere successo tanto tempo prima: l’immagine era molto vivida. Lasciò delle monete sul tavolino e uscì dalla sala, avviandosi verso la questura. La città era già sveglia e viva, quel lunedì mattina: i tram passavano sferragliando, facendo alzare in volo disordinato i piccioni di piazza Plebiscito. Gli ambulanti avevano già disposto i propri banchetti, attirando i passanti verso trippa, pizza e semenze, mentre i lustrascarpe picchiavano le spazzole sulle piccole pedane per richiamare le mezze maniche e i colletti bianchi alla necessità di avere lucide estremità.
Nel primo e già caldissimo sole del mattino, Ricciardi camminava respirando la sua città, sentendosene parte: era curioso come riuscisse a interagire con la collettività, senza avere amici e conoscendo di prima mano le nefandezze di cui la gente poteva rendersi responsabile. Giunto in questura, sulla porta del suo ufficio Ricciardi era atteso da Ciro, l’usciere, che era agitatissimo: «Dotto’, finalmente siete arrivato!».
Bruscamente, Ricciardi gli disse che era anzi mezz’ora in anticipo, come sempre.
«Dotto’, quello il signor questore è un’ora che vi ha mandato a chiamare.»
Ricciardi aggrottò la fronte; era dolorosamente consapevole di quanto il questore, pur esteriormente apprezzando (e come avrebbe potuto altrimenti?) i risultati del suo lavoro, in realtà provasse un istintivo timore di lui, come tutti coloro che in qualche modo venivano in contatto con il suo modo di procedere sul lavoro. Per cercarlo con una tale insistenza, doveva essere successo qualcosa di veramente grosso.
«Ah, Ricciardi. Finalmente. Sedetevi, sedetevi pure.»
Il questore era anzitutto un bell’uomo. Soltanto un bell’uomo, come mormoravano nei corridoi.
In effetti, doveva la sua rapida ascesa a un matrimonio molto importante e a conoscenze sociali ai massimi livelli (si parlava di gerarchi vicini allo stesso Mussolini) più che a meriti professionali di non particolare rilevanza. Inoltre, pur essendo l’attuale un incarico di tradizionale difficoltà, aveva avuto la fortuna di non trovare particolari intoppi negli ultimi due anni, quindi non aveva avuto occasione di perdere il suo aplomb che in altri tempi e in altri contesti politici si sarebbe definito britannico. Tuttavia, quella mattina egli appariva straordinariamente agitato: Ricciardi ne fu sorpreso.
«Sono contento che siate venuto: vi avrei fatto cercare a casa, tra poco. Avete sentito che è successo?»
«No, signor questore: che è successo?»
«La Duchessa di Carosino è stata assassinata ieri sera, appena tornata a casa dal San Carlo. È una terribile tragedia. Da Roma sono già arrivate tre telefonate e due fonogrammi. Il Duce in persona ha chiesto di essere informato con puntualità circa l’evoluzione delle indagini. I giornali stanno uscendo con due edizioni straordinarie. Dobbiamo dare una risposta immediata. Ricciardi, dobbiamo!»
Il questore sudava abbondantemente: le mani si intrecciavano in continuazione, gli occhi tradivano una febbrile agitazione. L’uomo era disperato.
«Signor questore, veramente… data l’importanza del caso… il delegato Russo è il più anziano, vi dovreste affidare a lui…»
Il Questore picchiò un violento pugno sulla scrivania.
«Ricciardi, non dite fesserie! Russo è un imbecille! Si tratta di una questione vitale!»
Ricciardi avrebbe voluto sapere cosa potesse esserci più di vitale in una donna morta da dieci ore, ma ritenne di astenersi per non causare altre esplosioni di rabbia.
«Dovete subito recarvi al palazzo Carosino: ho bisogno di un’immediata soluzione di questo caso… il Duce in persona… capite… il Duce!»
Ricciardi ritenne opportuno mostrare coinvolgimento, e si alzò subito dalla sedia.
«Sì, signor questore: capisco perfettamente. Vado subito.»
«Ricciardi, aspettate: ci sono alcuni elementi che dovete conoscere. Meglio che li sappiate da me: a quanto mi risulta, voi non fate molta… vita sociale, vero? Quindi, certe notizie… certi pettegolezzi, più che altro… non avete occasione di sentirli, in certi ambienti. La Duchessa è… era… una donna molto bella. Allegra, poi. Comunicativa, diciamo. Il Duca di Carosino è uno degli uomini più ricchi e importanti della città… mezza Vietri sul Mare è sua, incluso il castello. Altre proprietà, a Capri, nel casertano… però è molto anziano, e malato. È umano, quindi, concepibile che una donna così giovane e bella… padrona della città… si sia, come dire, riempita la vita. In molti le hanno fatto, per dire così, compagnia.» Il questore sudava sempre di più, e gli occhi lanciavano rapidi sguardi a destra e sinistra, senza fissare mai l’interlocutore; Ricciardi invece lo guardava intensamente, teso a capire cosa al di là di quello che diceva egli volesse in realtà dire. «Per cui… Ma tra tanti – io stesso ho avuto l’onore, alcune volte, di averla vicino a me nel palco, a teatro… con mia moglie, s’intende… – la Duchessa aveva un accompagnatore fisso, per dir così. Conoscete certamente il capo redattore del giornale della Serao e di Scarfoglio, il “Mattino”… quello proprio della cronaca… Capece, sì. Proprio lui. Ieri sera erano insieme. Li ho visti io stesso, al San Carlo. Questa informazione vi potrà essere utile. Ora andate, Ricciardi: e sappiatelo subito, una veloce soluzione di questa faccenda sarà un bene per tutti. Per tutti. Per tutti.»
Mentre, accompagnato dal brigadiere Maione con cui lavorava di preferenza e da due guardie, risaliva a piedi via Roma, Ricciardi ripensava con curiosità a quello che il questore febbrilmente e senza le abituali reticenze gli aveva detto. Ricciardi aveva le sue ambizioni, e più di tutto sapeva bene che solo una ininterrotta serie di successi avrebbe potuto difenderlo dalla serpeggiante malevolenza dei colleghi tra i quali non annoverava non dico un amico ma una semplice conoscenza appena meno che superficiale. La stessa assegnazione dell’indagine, lo sapeva fin troppo bene, in luogo di Russo, il delegato anziano, avrebbe causato un vespaio di polemiche e maldicenze.
D’altra parte, l’occasione era unica: l’omicidio Carosino! E con un capocronista in qualche modo implicato! Il nome sulla stampa, dichiarazioni, l’interesse del Duce in persona: tutti fattori di enorme rilevanza. Ricordava quando, quasi due anni prima, si era risolto il caso di quell’assassino di bambine, Girolimoni. La rilevanza che il fatto aveva avuto aveva portato il delegato che aveva risolto il caso sulla poltrona di vicequestore, a furor di popolo; lui stesso era andato sui luoghi dei delitti, l’anno dopo, per annusare l’aria, mentre era in ferie. Era rimasto enormemente sorpreso quando gli si era presentata davanti l’immagine di una delle bambine, Elvira, orrendamente imbrattata del suo stesso sangue e del seme del suo violentatore, che ripeteva: “Ma che lingua parlate, Reverendo? Inglese?”.
Il Palazzo Carosino faceva angolo tra via Roma e il popolare quartiere di Montesanto, quasi a piazza Dante. Come sempre a Napoli la nobiltà, la borghesia e il popolino non avevano demarcazioni territoriali, si mescolavano allegramente in una parvenza di democrazia che Ricciardi sapeva essere falsa e apparente. Fuori il portone si accalcava una gran folla, ancora maggiore di quella che il delegato era abituato a incontrare in ogni situazione del genere. Il passaparola come sempre aveva lavorato benissimo, amplificato dal gran nome della vittima.
Un cordone di guardie davanti all’ingresso a fatica impediva irruzioni, non perché quelli davanti volessero entrare, ma per la spinta della moltitudine di quelli che volevano vedere qualcosa da raccontare poi, enormemente ingigantito. Ricciardi e i suoi fendevano con difficoltà la marea, un po’ più lentamente ma con la stessa determinazione di Mosè col Mar Rosso, e mentre camminavano i commenti dei presenti li raggiungevano: “Eccoli, stanno arrivando… dice che era tutta sfigurata… così bella, che peccato… una puttana rovina famiglie, se lo meritava… ricco o povero, sempre devi morire… l’amante già sta là, che faccia tosta… ma il marito? Quello sta sempre a letto…”.
Ricciardi registrava, istintivamente. Nulla di diverso dal solito, purtroppo: solo la maligna soddisfazione dell’invidia saziata. La pattuglia entrò nel palazzo, subito benedetta dalla frescura dell’androne. Ricciardi fu immediatamente colpito dal numero di guardie presenti (una ventina, almeno): un fatto largamente insolito, spiegato di certo dall’importanza dell’evento. Tra le guardie, due borghesi: uno in livrea, probabilmente il portiere dello stabile, l’altro in abito da passeggio, elegantissimo, con lo sguardo fiero sfigurato da un immenso dolore. Ricciardi riconobbe Francesco Capece, redattore capo del servizio di cronaca del «Mattino.»
Il brigadiere Maione aveva lavorato in passato più volte con Ricciardi. Anziano ed esperto, aveva capito che quell’uomo chiuso e riservatissimo, per nulla diverso da quanto ci si sarebbe aspettato da un giovane in carriera, aveva qualcosa di unico e speciale. Il suo modo di lavorare strano e solitario aveva consentito agli uomini del gruppetto di guadagnare importanti benefici in termini di premi economici e giorni di licenza, quindi andava bene così; anche se, Maione lo sapeva bene, su di loro erano puntati gli sguardi critici dei colleghi, convinti che il modo di risolvere i casi di Ricciardi non fosse “naturale”. Ma i casi si risolvevano, no? I colpevoli venivano presi, loro prendevano i premi e tutto andava bene. Che quelli parlassero pure, lui la gallina dalle uova d’oro non la ammazzava, proprio no.
Quindi, secondo il solito, Maione e i suoi accompagnarono Ricciardi fino alla porta d’ingresso del piano nobile: il delitto era stato commesso nel vestibolo. Sulla soglia si fermarono, e si aprirono in due piccole ali. Ricciardi voleva entrare da solo, sempre. Il delegato trasse il solito, profondo sospiro, incassò impercettibilmente la testa nelle spalle ed entrò.
Ricciardi percepì anzitutto gli odori: gli succedeva sempre. Seta, un po’ di polvere e umidità. Fresco. La sorpresa. C’era sempre, la sorpresa, ma adesso aveva una tonalità diversa, più… scura, ecco. Una sorpresa cupa. Rabbia. Di chi? Della morta? Forse. Cordite. Poca. Un colpo solo. Piccolo calibro. Sorpresa, ancora. Ricciardi alzò lo sguardo dal pavimento, e guardò la morta; non il cadavere, quello era già nel ghiaccio all’obitorio, con quel caldo… l’immagine c’era, però: non poteva non esserci.
Bella era bella. Anzi, era stata. Bellissima. I capelli erano tagliati corti, alla maschietta, l’ultima moda. Neri, come gli occhi. La bocca grande, gli zigomi alti. Una fossetta sul mento. La figura alta, le lunghe gambe fasciate dalla gonna, che alla fine si allargava in morbide pieghe a lasciar intravedere calze di seta, con la riga posteriore perfettamente allineata. Le scarpe di raso nere sottolineavano le bellissime caviglie, forti ma sottili. Lievemente sghembo, il cappellino con la veletta non nascondeva l’estrema bellezza del volto. Un leggero scialle di seta copriva una delle spalle, la piccola borsetta con il binocolo da teatro nella mano destra guantata di nero. Subito sopra il vestito, in corrispondenza del cuore, vicino al seno sinistro, il piccolo foro d’entrata, netto, senza sangue intorno.
C’era qualcosa che non andava, comunque: Ricciardi notò una depressione a destra, nella cassa toracica. Mentalmente annotò la cosa, che avrebbe finto di chiedere al medico dell’obitorio. La Duchessa lo guardava: gli occhi recavano il ben noto smarrimento, la delusione, la sorpresa. Ricciardi sapeva che adesso sarebbe arrivata la frase distintiva, quella che avrebbe orientato le sue indagini e, nella fattispecie, la sua stessa carriera. “L’anello” esalò in un sospiro la Duchessa; “l’anello, che manca”.
Ricciardi chiuse gli occhi, per memorizzare l’informazione nell’immagine. La tecnica era quella di sempre. Aveva visto. Aveva sentito. «Maione!» chiamò.
Volle prima vedere il portiere, che come prevedibile non aveva molto da dire. Aveva ricevuto la Duchessa al portone alle undici, l’aveva accompagnata all’ascensore, uno dei primi a Napoli, il delegato l’aveva visto? No, non aveva visto chi accompagnava la Duchessa: era scesa dalla carrozza coperta, aveva salutato e il cocchiere era ripartito. Sì, tutto come al solito: la Duchessa era uscita sola, e sola era rientrata. Il Duca? Ma il Duca era malato, il delegato non lo sapeva? Da anni ormai non usciva di casa, restava chiuso nel suo appartamento. No, i Duchi non erano stati benedetti dalla nascita di un figlio. Con tutto quel ben di Dio… lui di figli ne aveva sei, salute a voi.
Ricciardi chiese poi di vedere Francesco Capece. Sapeva di dover procedere con i piedi di piombo: la stampa aveva gran potere, poteva creare e distruggere con immediatezza divina. Inoltre di Capece si diceva avesse grandi doti, una grande carriera. I due si fronteggiarono per qualche attimo in silenzio: la stessa età, più o meno la stessa statura. Ma l’aria di solitaria introspezione di Ricciardi trovava il proprio opposto nella sfrontata arroganza di Capece, un uomo che sapeva di essere affascinante e potente e non temeva di mostrarsi forte; aveva scoperto che la prevaricazione, in quei tempi muscolari e brutali, aveva un immediato ritorno in termini di riconoscimento di potere, e ne faceva largo uso.
Ricciardi lo aveva incontrato poco più di tre anni prima, in occasione dell’omicidio di un prete usuraio alla Sanità: Capece, allora semplice redattore, propendeva per il delitto a sfondo passionale, che più larga eco di stampa avrebbe riscosso. Ma Ricciardi, forte della frase “Me li devi ridare, con tutti gli interessi” biascicata dal volto sfigurato dalle coltellate e senza più entrambi gli occhi, era risalito a un piccolo salumiere inguaiato dal gioco: Capece aveva riconosciuto l’errore di fronte alla confessione, ma non aveva mai perdonato il delegato di aver avuto ragione.
Ricciardi non voleva sembrare rancoroso o sbrigativo, quindi chiese a Capece: «Volete rendere una dichiarazione?».
«Cosa credete, che sia stato io? Come osate? Laura era la mia più cara amica: non so perdonarmi di averla lasciata sola… sola a morire…» Capece aveva un tono duro, ma due lacrime gli rigavano il volto.
Ricciardi percepiva la rabbia, ma soprattutto l’immenso dolore di aver perso la persona amata. Aveva già visto in passato il colore di quel sentimento: Capece non mentiva.
«Io vi aiuterò: farò qualsiasi cosa per farvi trovare il maledetto che ha reciso il fiore più bello… Non posso pensare di essere ancora vivo, mentre lei… mentre lei…» il giornalista non riusciva a controllare l’emozione. Ricciardi, sotto l’impatto di quel dolore, guardava verso la finestra, oscurata dai pesanti tendaggi.
«Avete visto la Duchessa, ieri sera?»
«Certo, eravamo insieme al San Carlo: davano La traviata. Lei era… era radiosa, ieri. Aveva un vestito… l’ho accompagnata davanti al portone, verso le undici. C’era il portiere. Lei mi ha detto “a domani”. Ma non c’è stato, il domani… non ci sarà più…»
«Dove siete andato, poi? A casa?»
«No, direttamente al giornale. Ero là, quando è arrivata la notizia. Sono qui dalle tre. Sentite, Ricciardi: sono stato contento, quando ho saputo che il questore aveva affidato a voi le indagini. Lasciamo perdere il passato… io so che voi siete geniale, a modo vostro. E se c’è uno che può scoprire in fretta il maledetto assassino, siete voi. Disponete pure di me, e di quello che il mio giornale può fare.»
«Capece, una domanda ve la devo fare, per forza. Avete voi un pensiero, un sospetto? La Duchessa aveva… un legame, che può spiegare qualcosa?»
«Che intendete dire, Ricciardi? E vi pare che se avesse avuto un altro legame, Laura lo avrebbe detto… proprio a me?»
«Voi siete sposato, Capece?»
«Sì, certo. Ho due figli, il minore ha sedici anni. Perché?»
«Vostra moglie dov’era, ieri notte? Voi siete andato al giornale, non a casa. Dove abitate?»
Capece era sbiancato in volto; la sua mente lavorava febbrilmente attorno a un’idea del tutto nuova, che fino a quel momento non lo aveva minimamente sfiorato.
«Mia moglie? Che c’entra, mia moglie? No, lo escludo: non abbiamo che rapporti formali, da anni. Che senso avrebbe avuto? Rovinare le nostre vite… No, me ne sarei accorto. Se avesse covato qualcosa del genere… Impossibile.»
«Se non vi dispiace, preferisco sentirla. Per approfondire, sapete: per scacciare ogni dubbio.» L’immagine, nella penombra dell’anticamera, continuava a sussurrare a Ricciardi “l’anello… manca l’anello…”
«Ancora una cosa, Capece: che voi sappiate, la Duchessa portava un oggetto… qualche gioiello… per un eventuale furto, una rapina.»
Il giornalista sollevò fieramente il volto; aveva lo sguardo vacuo, il nuovo terribile sospetto negli occhi, nella mente, nell’anima.
«Un anello: Laura portava solo un anello. Era il nostro pegno, la nostra intesa. Un vecchio anello della mia famiglia: lo portava sotto il guanto, a teatro. Lo sapevamo solo noi.»
Ricciardi si avvicinò al giornalista e lo guardò. Gli uomini si fissarono per un lungo attimo.
«Farò il possibile: ma a volte la cura fa più male della malattia stessa. Lo sapete voi, lo so io. È un processo irreversibile.»
«Fate quello che dovete. Io non sarò mai più vivo.»
Maione già conosceva il passo successivo: non c’era bisogno delle guardie. Accompagnava sempre da solo Ricciardi all’obitorio. E, come sempre, il delegato non volle vedere il cadavere ma solo parlare col medico.
«Le cause della morte?»
«È una cosa strana, delegato: la vittima ha subito un violentissimo colpo alla cassa toracica, sul lato destro. Un calcio, direi, per i segni di fango sul vestito. Poi, le hanno sparato al cuore, ma parecchio dopo. Infatti, il foro non ha mai sanguinato: la donna era già morta da diversi minuti, col polmone perforato dalle costole. Una violenza enorme, in un unico colpo. Doveva essere una persona di grande forza. Ma perché poi spararle? Che senso ha?»
«Posso vedere gli effetti personali? Gli abiti, i gioielli?»
«Vi faccio portare la cassetta.»
Ricciardi diede solo uno sguardo fugace alla borsetta, al cappellino che conosceva già. I lunghi guanti neri. Il vestito, con l’evidente traccia sul fianco destro del terribile colpo. Una lieve traccia di polvere e terriccio, l’odore di una immensa rabbia inestinta.
Nessun anello.
Il decoroso appartamento di Capece si trovava a via Costantinopoli, nei pressi del Conservatorio. Ricciardi e Maione con due guardie vi giunsero quando ormai la giornata volgeva alla sera, senza che ci fosse alcun presagio di una prima pioggia autunnale che rinfrescasse l’aria. Come di solito, il loro arrivo non parve assolutamente imprevisto: in quella città, avanti e dietro un poliziotto sembrava esserci un silente tamburo che annunziava e commentava la sua presenza. Una servetta in lacrime aprì la porta ai colpi imperiosi di Maione e li introdusse nella sala dove li attendeva la signora Capece.
Sul momento, il delegato pensò che il Fatto avesse deciso di sconfinare nella vita reale: la signora sembrava morta. Il colorito cereo, i capelli neri severamente acconciati, un vestito nero, le mani raccolte in grembo. La luce fioca della lampadina al soffitto conferiva spettralità a tutto quello che circondava la donna. In disparte, una signorina di circa vent’anni e un ragazzo adolescente sedevano su un divanetto, tenendosi la mano.
«Ho sparato io» disse subito la donna. Non guardava direttamente Ricciardi, ma fisso davanti a sé, come se parlasse in sogno. Parlava a scatti.
«Era seduta sul divano, quasi stesa. La maledetta meretrice. Si riposava, dalle sue notti maledette. Senza vergogna. Il Padreterno non punisce sulla Terra. Allora l’ho fatto io. Il mio onore. Quello dei miei figli. Il padre? Non potevo. Senza di me, chi avrebbe pensato a loro? Ora dovrà farlo lui, volente o nolente. Senza più scuse. Il lavoro, diceva. Invece era il teatro con la prostituta. Le aveva dato anche l’anello. L’anello della madre. A lei. Gli ha dato i figli, lei? Io, glieli ho dati. Io. Doveva morire, ed è morta. Sono libera. Libera.»
L’orologio a pendolo scandiva i secondi: in quell’atmosfera irreale, Ricciardi e Maione contemplavano il disfacimento di una donna e della sua famiglia.
«Come è entrata nel palazzo?»
«Mezz’ora dopo che era entrata la meretrice, prima che il portiere chiudesse il portone. Mi ero preparata con la rivoltella piccola, l’ho comprata a Forcella. L’avevo osservata tante volte: dopo entrata, il portiere fa prima il giro del palazzo per vedere le entrate secondarie, dopo serra il portone. È buio, ho aspettato che lui si allontanasse. Lei era sdraiata sul divano: ero pronta ad andare fino in camera da letto. Le ho sparato diritto al cuore. Ho messo un cuscino davanti per il rumore, me l’ero portato da casa, il cuscino di lui. Dove poggia la testa, la faccia. Le ha dato l’ultimo bacio, e nemmeno lo sa. Ma lo deve sapere.»
La donna sollevò la testa per la prima volta. Fissò Ricciardi negli occhi: occhi profondi come la notte, come il dolore stantio e maturo che aveva sentito per anni.
«Glielo farete sapere, vero? Glielo direte?» Con calma. Senza disperazione.
Ricciardi disse: «L’avete percossa?».
«Io? Toccarla? Io accarezzo i miei figli!» rispose la donna, fiera. Mosse le mani, fino ad allora ferme in grembo, e con grazia e fermezza infilò lentamente al dito l’anello che aveva stretto.
«Portatela via» sussurrò Maione a un cenno di Ricciardi: quasi con gentilezza.
Ricciardi attraversò l’ufficio pieno, nel silenzio: nonostante l’ora tarda, nessuno era andato a casa. L’evoluzione degli eventi, la presenza del questore ben oltre il solito orario avevano indotto il personale ad attendere per vedere quello che sarebbe successo: la notizia del fermo della moglie di Capece era già arrivata in questura, ma l’identità di chi aveva realizzato l’arresto non induceva ai festeggiamenti, all’euforia che normalmente avrebbe caratterizzato il momento.
Ancora una volta, l’abilità di Ricciardi si era manifestata con una velocità che aveva del soprannaturale; ancora una volta, l’invidia e la malevolenza facevano da barriera a una sottostante stima professionale innegabile.
Il questore era letteralmente euforico: «Bravo, Ricciardi, cento, mille volte bravo! La presidenza del Consiglio, il Duce stesso si è congratulato con la vostra persona per il mio tramite! Entro ventiquattr’ore dall’assassinio, secondo quanto da me promesso a Roma, abbiamo realizzato l’arresto della colpevole! Che miracolo di efficienza, di competenza!».
Ricciardi era fermo e rigido sotto la valanga di complimenti.
«Non è stata lei» disse.
Per un attimo il questore sembrò non aver sentito. Poi, lentamente, dal suo viso scomparve l’entusiasmo per lasciare il posto prima alla perplessità, poi alla rabbia.
«Come, non è stata lei? Ma se ha confessato! Non osi, Ricciardi, non osi dubitarne!»; nella concitazione del momento, il burocrate era tornato all’antico “lei” dal “voi” prescritto per decreto.
«Non mi toglierà il merito di quest’arresto! Non glielo consentirò, mai!»
Freddamente e a voce bassa, Ricciardi disse: «L’ho arrestata io e ha confessato, ma non è stata lei. La Carosino era già morta, quando lei le ha sparato: il foro non sanguinava. È stata uccisa con un calcio, in realtà».
«Chi altri lo sa, oltre voi?» sibilò il questore.
«Nessuno: il medico pensa che sia stata la stessa persona…»
«E nessun altro lo deve sapere: voi siete tenuto al segreto, Ricciardi. E comunque lei ha sparato, quindi è colpevole e sarà punita. Inoltre si tratta di un delitto d’onore, quindi la sentenza sarà lieve, lo sapete. E nemmeno Capece ne avrà danno, se come credo si dimostrerà contrito e vicino alla moglie in questo frangente. Obbedite, Ricciardi!»
Il delegato guardava fisso il questore negli occhi.
«E il vero colpevole rimarrà impunito, signor questore? Gli si consentirà di girare libero per la città, per fare chi sa quali altri delitti?»
«Non è affar vostro, Ricciardi. La sicurezza della città riguarda il questore, e rimane del questore. Andate a casa, adesso, a godervi il meritato riposo: non passate da eroe del giorno a destinatario di un provvedimento disciplinare. Lasciatemi, ora: devo sentire il Ministro dell’Interno, buon amico della povera Duchessa. Buonanotte.»
Nello stesso silenzio nel quale era entrato, Ricciardi uscì. Le urla del questore si erano sentite e la gente si chiedeva cosa potesse essere accaduto, ma nessuno come sempre ebbe il coraggio di rivolgergli la parola. Fece un cenno di saluto con la testa a Maione e tornò a casa.
Quella notte, nella sua stanza, Ricciardi non riusciva a chiudere occhio. Per un po’, come ogni sera, aveva guardato dalla finestra la casa dei vicini dove si celebrava il rito della cena di una famiglia, genitori anziani e tre figli. La maggiore era una bella ragazza, a Ricciardi piaceva tanto e qualche volta aveva avuto l’impressione che anche lei lo avesse guardato. Ma era un’impressione: sapeva quello che si diceva dei celibi, che fossero depravati o omosessuali, in quella società finalizzata al matrimonio.
Dall’altra stanza arrivava il russare corposo della tata Rosa, che aveva finalmente finito di sfaccendare. Avevano sentito insieme un po’ di musica ballabile alla radio, il notiziario (inaugurazione di tale mostra da parte del Duce, il varo dell’incrociatore, lo stato della bonifica della palude Pontina), in un silenzio profondo. Tata Rosa lo guardava di traverso, mentre sferruzzava per chissà quale nipote di Fortino fresca sposa e già incinta; era abituata ai tristi silenzi del Signorino, ma quella sera percepiva anche rabbia e dolore. Aveva bisogno di una donna, lei lo sapeva. Se solo si fosse deciso a parlare con quella bella ragazza di fronte… Ricciardi invece non riusciva a liberarsi dalla sua inquietudine. L’anello… l’anello, che manca… il fango… non piove da due mesi…
Si addormentò, alla fine, ma il sonno fu agitato. Ricciardi sognò il vignaiolo, non gli succedeva da anni, ormai. Nel sogno il vignaiolo lo prendeva per mano e, col suo manico di coltellaccio che gli spuntava dal fianco, lo portava in giro per il vigneto. “Vedi, bambino” gli stava dicendo, “quando non piove per l’intera estate l’uva in autunno è migliore, ma ce n’è poca. Allora, se serve per il consumo di una famiglia sola non si irriga: ma se ci deve campare tanta gente, se si hanno tanti figli, allora bisogna dare l’acqua, come ai fiori. Vedi, bambino?” Nel sogno Ricciardi avrebbe voluto scappare, ma non gli riusciva. La stretta del vignaiolo morto era fortissima e non gli consentiva di muoversi. “Quando si dà l’acqua bisogna stare attenti” gli stava dicendo il vignaiolo, volgendo verso di lui il viso: solo che il viso era quello della bambina devastato dagli zoccoli del cavallo, col cranio sfondato e l’occhio fuori dall’orbita, “perché se ne dai troppa la pianta può morire, e se ne dai poca la pianta non cresce mai, e non dà frutti.”
Ricciardi era terrorizzato, il cuore stretto in una morsa, la mano quasi stritolata dalla stretta del vignaiolo. “Poi, se non stai molto, molto attento” disse il vignaiolo, con voce sempre più stridula, quasi femminile, “ti può succedere qualcosa di veramente terribile!”; lui si girò a guardarlo e vide, con sorpresa, la Duchessa che, alta sopra di lui bambino, col cappellino sghembo e il viso cereo con i lineamenti della moglie di Capece, gli urlava: “TI SI SPORCANO LE SCARPE!!”.
Ricciardi si ritrovò seduto nel letto, madido di sudore e col cuore che gli martellava in gola. Aveva la febbre altissima, ma aveva finalmente capito tutto.
L’indomani, Napoli non parlava d’altro che della brillantissima operazione di polizia che aveva risolto in sole ventiquattr’ore l’omicidio Carosino. Capece, per etica professionale, si era astenuto dallo scrivere a propria firma sulle colonne del «Mattino»: ma i suoi colleghi si schierarono al suo fianco, dando conto della sua disperazione ma anche della determinazione a stare vicino alla povera moglie, con i due splendidi figli, in questo difficile momento.
Del Duca di Carosino, quasi novantenne e infermo da anni, si descriveva il dolore e il dolce ricordo della moglie scomparsa. Il questore campeggiava con le sue reboanti dichiarazioni su tutte le prime pagine, con le quali tra l’altro esaltava le “nobili figure” dei suoi collaboratori, impegnati “nell’indefessa lotta a ogni forma di crimine”. La misteriosa figura del delegato Ricciardi, a capo della squadra che così velocemente aveva scoperto il colpevole, veniva appena sfiorata: c’era come imbarazzo anche tra gli informatori della stampa a parlarne. Una voce anonima parlava di “soprannaturale abilità”.
Tanto clamore non raggiungeva tuttavia lo stesso Ricciardi, che quella mattina al lavoro si era dato ammalato. Era andato a Palazzo Carosino, direttamente dalla sua casa di Santa Teresa. Era entrato, aveva salutato il piantone che era rimasto a custodire per altre ventiquattr’ore la scena del crimine ed era salito al piano nobile, fermandosi nell’anticamera. Più sbiadita del giorno prima, ma ancora chiaramente percettibile, l’immagine della Duchessa lo guardava come dalla nebbia, ripetendo: “L’anello… l’anello, che manca…”.
Ricciardi camminava per la stanza, osservando e riflettendo. Il piantone lo vedeva muoversi lentamente, evitando con cura il divanetto, come se fosse stato occupato da qualcuno: era proprio vero quello che aveva sentito in questura, circa la stranezza di quell’uomo. A un tratto lo vide fermo, irrigidito vicino alla porta d’ingresso. Poi il commissario si chinò a guardare qualcosa e fece uno strano mezzo sorriso, che fece agghiacciare il sangue al piantone. Quindi uscì.
Ora Ricciardi era fermo vicino all’aiuola al centro del cortile di Palazzo Carosino, e guardava i fiori: il sole di quel caldo, tardo settembre trovava nelle multicolori ortensie, nei delicati gladioli e negli svettanti tulipani sfumature inaspettate. Un vero trionfo di colori e di profumi. Ricciardi osservò i fiori per quasi mezz’ora, poi se ne tornò a casa.
Doveva riposare, perché quella notte avrebbe lavorato.
Alle undici e come ogni sera, il portiere di Palazzo Carosino fece il giro per controllare tutte le entrate, che tutto fosse in perfetto ordine. Poi, rientrato nell’androne, si apprestò a mettere al portone il paletto che ne avrebbe, fino all’indomani, custodito la chiusura. Mentre sollevava il fermo, vide una figura ferma e silenziosa: gli sfuggì un grido di paura, e il paletto gli cadde con fragore dalle mani, nel silenzio addormentato della città.
La figura fece un passo avanti, e il portiere riconobbe il giovane delegato di Polizia che aveva scoperto l’assassina della Duchessa.
«Buonasera» gli disse quello, senza sorridere. «Com’è andata la giornata? Avete già dato l’acqua alle ortensie?»
Il portiere si chiamava Antonio Verde. Aveva trovato quel posto di lavoro grazie all’intercessione di un capocamorra del suo paese, Sant’Antimo, che aveva affari di vecchia data col Duca; lavorava lì da sette anni. In quel periodo si era sposato con la fidanzata di sempre, Maria, e aveva regalato sei figli alla patria, secondo le indicazioni del Duce. Da due anni, spiegò a Ricciardi, rubacchiava nella cucina del Duca. Niente di che, due uova, una lattuga, un poco di carne: altrimenti la cuoca se ne sarebbe accorta.
«A chi sarebbe servita, tutta quella roba, dotto’? Il Duca stava morendo, la Duchessa mangiava sempre fuori… piuttosto che sempre le serve, che male c’era se qualche volta mangiavano anche i bambini suoi?» Quindi la sera, dopo aver dato l’acqua ai fiori e prima di chiudere il portone, si introduceva con attenzione e nel silenzio nella cucina e prendeva qualcosa. «La fame, dotto’. La fame spinge, la fame tira: la fame porta a cose che nessuno penserebbe di fare mai.»
Quella sera… quella maledetta sera, si era attardato per aggiustare una saracinesca di un negozio del palazzo, per guadagnare qualcosina in più. Lui lo aveva pensato, che poteva non fare in tempo prima che la Duchessa rincasasse; ma il suo piccolo aveva la febbre da tre giorni, e gli voleva dare un poco di latte per farlo riprendere. Solo un poco di latte. Allora era entrato, col solito metodo, e proprio mentre stava uscendo si era trovato faccia a faccia con la Duchessa: «Antonio?» aveva detto quella. Poi aveva guardato la porta, alla quale mancava l’anello della catena e quindi non si chiudeva bene, il latte che lui stringeva tra le mani, e aveva capito tutto.
«Non ci ho visto più, dotto’. Ho perso la testa. Io questo lavoro non lo posso perdere: sarebbe come affogare i miei figli e mia moglie a mare. Allora l’ho spinta, quella è caduta e mi ha abbracciato una gamba, io ho tirato un calcio, uno solo, nel buio. Madonna, dotto’, che rumore… io quel rumore non me lo dimenticherò mai, per tutta la vita! Come legno che si rompe, ma umido… io non dormo più, non mangio più da allora. Come in sogno, l’ho sollevata e l’ho sistemata sul divano. Non so perché. Mi sembrava più rispettoso. Poi sono uscito e sono tornato in casa, ad aspettare. E ancora aspetto. Aspetto voi, dotto’: il castigo di Dio. L’unica cosa che mi dispiace sono i miei figli: sapeste, dotto’, come sono belli, e intelligenti… io non voglio che vanno a finire al paese, nella camorra… Che succede, adesso…»
All’improvviso, Ricciardi era stanco; la febbre gli era tornata e lui si sentiva vecchio, tanto più vecchio di se stesso. In carcere, ancora per poco, c’era una vittima colpevole. Un’altra vittima colpevole era stata sepolta quel giorno stesso. Di fronte a lui una terza vittima colpevole aspettava la sua punizione. Nella casa, dietro la guardiola, sette vittime innocenti sarebbero state punite senza colpa.
Lui che poteva fare? Se non gliel’avesse detto la Duchessa, avrebbe mai capito che mancava l’anello della catena della porta? Forse qualcosa avrebbe potuto farla, tutto sommato.
«Tu non lo sai, Verde: ma hai commesso il delitto perfetto. L’unico. Quello che resta impunito. Bacia i bambini da parte mia: se vengono bene, allora ho fatto bene anch’io.»
Si alzò e andò via, lasciando il portiere lì, in piedi nella notte vicino al portone, le scarpe infangate e l’anima in tempesta. La gelosia e la fame, come al solito. Le vecchie nemiche.
Salendo verso Santa Teresa, pensava che un giorno o l’altro avrebbe rivolto la parola alla figlia del vicino, e non fa niente se quella lo avrebbe ignorato: che vita è, senza un poco di affetto?
Dal cielo, cominciavano a cadere le prime gocce della prima pioggia di un nuovo autunno.