KorimbaDonate

Robots - ROMs - Stories

AuthorsStories

maurizio de giovanni

l’ultimo passo di tango (it)

Save as PDF
Mentre guardava la città sfilare davanti al finestrino posteriore della sua automobile, Livia sorrideva. Stava pensando che riponeva buone speranze in quel luminoso pomeriggio di settembre.
La domenica rendeva le strade meno congestionate di folla, e la macchina procedeva abbastanza spedita nonostante il solito assalto dei nugoli di scugnizzi seminudi che ridendo e urlando ne seguivano il cammino. La cosa infastidiva l’autista, che imprecava ad alta voce cercando di scacciare i ragazzini, e Livia si sforzava di nascondere l’allegria e il buonumore che invece a lei quelle risate e quegli sfottò non mancavano mai di mettere.
Non erano stati giorni facili, quelli da cui stava faticosamente uscendo. La mente aveva ormai chiaro che doveva prendere coscienza del fatto che Ricciardi non nutriva per lei lo stesso sentimento che provava lei per lui.
La circostanza per Livia era del tutto nuova. La sua bellezza, e ancora di più il fascino che esercitava sugli uomini, non avevano mai fallito. Aveva scelto compagnie, amanti, amicizie sentimentali nel vasto stuolo dei corteggiatori che aveva sempre avuto attorno, sia quando era ancora signorina che dopo il matrimonio, e ancora di più quando era rimasta vedova; mazzi di fiori freschi, gioielli recati da camerieri e autisti, lettere di decine di pagine piene di sentimenti disperati, canzoni scritte per lei e orchestrine che le suonavano sotto la finestra erano eventi pressoché quotidiani nella sua vita, tanto più da quando aveva deciso di trasferirsi in quella passionale ed estroversa città.
Aveva compreso immediatamente quanto il suo arrivo nell’alta società avesse avuto il dirompente effetto di una granata in una cristalleria. Semplicemente entrando nei ristoranti, nei teatri e nei salotti con gli abiti all’ultima moda, con le acconciature più moderne e con gli accessori dal disegno avanzato attirava su di sé la spasmodica attenzione di ogni altra donna presente. Per quanto riguardava gli uomini, nessuno poteva restare immune da quel corpo e dai lineamenti del volto, oltre che dalla voce calda e sensuale che portava ancora il talento della straordinaria cantante lirica che era stata.
E tuttavia Livia, fino a qualche giorno prima, non aveva concesso speranze a nessuno. Era andata a vivere là perché spinta da un sentimento che forse era stato inizialmente un capriccio, ma che poi si era consolidato giorno dopo giorno in quello che, ne era convinta, era il vero grande amore della sua piena maturità. Un sentimento mai provato prima, né col defunto marito, il geniale tenore Arnaldo Vezzi morto ammazzato proprio in quella città, né con qualcuno dei molti amanti coi quali aveva cercato di spegnere la propria solitudine.
Forse, pensò mentre il sole riflesso dal mare le feriva gli occhi, era stata solo presuntuosa. La sua bellezza, quel maledetto fascino di cui era purtroppo consapevole, le aveva fatto immaginare di non poter mai essere respinta da un uomo. E invece l’evidenza diceva che ci poteva tranquillamente essere qualcuno che non la ricambiasse.
Non voleva pensarci. Non voleva ombre di tristezza, in quella giornata. C’era il sole, era settembre, era domenica. Un giorno di rinascita, di allegria e di speranza di felicità.
Era uscita di casa solo il giovedì precedente, dopo più di una settimana di abbrutimento. Si era ubriacata, aveva pianto, aveva dormito tra incubi e pensieri neri. Si era lasciata andare a cupe immaginazioni e a programmi di atroci vendette. Poi si era ritrovata in bagno e fugacemente si era intravista in uno specchio. Era stata quella figura scarmigliata e irriconoscibile, con gli occhi rossi e gonfi e il viso segnato dal dolore, a darle una scossa immediata. Si era vista come sarebbe diventata di là a qualche anno, una vecchia sola e triste, piena di un dolore e di un risentimento che non le avrebbero dato più pace. Non era lei, quella donna nello specchio. Non poteva essere lei.
Freneticamente si era rimessa in ordine, ritrovando energie e determinazione. Era uscita per comprare qualche vestito nuovo, un cappellino e dei guanti. E poi era andata al circolo.
La classe dirigente si andava ricostruendo in quegli ultimi anni. Sul tronco stanco e ormai asfittico dell’antica aristocrazia nobiliare si erano innestati gruppi più recenti, formati dalla borghesia industriale arricchita dalla moderna economia e dai gerarchi fascisti. La nuova sede del Circolo del Canottaggio, inaugurata due anni prima proprio sul mare, ospitava nei saloni e nelle terrazze chiunque si trovasse alla ribalta della vita mondana cittadina senza operare retrograde e bigotte selezioni; l’evidente attitudine godereccia della struttura la rendeva popolarissima e molto affollata nei mesi estivi, quando il contatto col mare era necessario a ogni evento mondano. Livia doveva solo scegliere tra i tantissimi soci disposti a invitarla e che avrebbero pagato per poter fregiarsi di un tale ambitissimo trofeo.
Per fare il proprio trionfale ingresso aveva scelto però un’amicizia femminile, la giovane moglie di un malandato marchese ormai immobilizzato in casa da infinite malattie. L’amica, molto più giovane del marito e poco più anziana di lei, poteva fruire dei privilegi del nome che portava per accedere ovunque e per raccogliere critiche e pettegolezzi che indossava come medaglie al valore. Livia era divertita dall’intelligenza e dalla sfrontatezza della marchesa, alla quale si accompagnava sempre volentieri sfidando perfino l’ostilità del pubblico del San Carlo, dove si presentavano audacemente abbigliate sul palco d’onore consapevoli delle centinaia di occhi fissi su di loro.
Il Circolo però era diverso. L’accesso dal lungomare cancellava ogni solennità, col cancello che si apriva dai giardini appena allestiti e pieni di venditori ambulanti e di bambini che giocavano sotto gli occhi attenti di balie e giovani madri. Inoltre l’attività sportiva attorno alla quale era nato, incrementata da numerose altre discipline la cui pratica era sorta negli ultimi mesi, conferiva un’atmosfera giovane, energica e allegra, ben diversa dall’aria stantia e formale che si respirava nella maggior parte dei ricevimenti che le antiche famiglie davano di tanto in tanto e che Livia aveva sempre trovato noiosissimi. Mai, in uno di quei grigi e ammuffiti salotti, avrebbe incontrato uno come Filiberto.
Sorrise al pensiero, e il suo sorriso dal finestrino aperto fu intercettato da un fruttivendolo che rispose con un buffo inchino. Filiberto.
Era appena entrata nel cortile del Circolo con la sua amica, il primo giorno in cui era uscita di casa dopo quell’orribile periodo di reclusione. Non era certo al suo meglio, ma come sempre calamitava sguardi e commenti ammirati ai quali non faceva caso; si era lasciata convincere ad andare a pranzo, ma voleva restare fuori il meno possibile. Mentre si avvicinava alla porta della palazzina, attesa da un portiere in livrea, la sua strada era stata attraversata da una canoa portata in spalla da due persone. Si era fermata di botto per evitare la collisione, con un’esclamazione di sorpresa; uno dei due portatori si era sporto al di là dell’imbarcazione e immediatamente, facendo quasi cadere il compagno, si era fermato a sua volta, deponendo il carico a terra.
«Vi siete fatta male, signora?» aveva detto. Livia aveva scosso il capo, meravigliata. L’uomo era davvero bellissimo. Giovane, alto e atletico; indossava una maglietta a righe orizzontali gialle e rosse e un cappellino bianco come i pantaloni leggeri e le scarpe da barca. Era bruno, con gli occhi neri e uno sfavillante sorriso. Livia, che pensava fosse un inserviente, gli sorrise di rimando e aveva fatto per riprendere il cammino, ma lui aveva apostrofato la marchesa dicendo: «Elena, non mi presentate la vostra amica?».
Livia aveva così appreso che quel robusto canottiere era Filiberto Ranci di Castelfranco, erede di una delle famiglie più in vista della città e sicuramente lo scapolo più corteggiato del Circolo.
Non le andava di civettare; non ancora. Usciva da giorni bui, e voleva solo riprendere contatto con un mondo che, volente o meno, era il suo e nel quale doveva pur rientrare. Salutò con un cenno del capo e salì a pranzo. Come c’era da aspettarsi, tuttavia, nemmeno un’ora dopo Filiberto era seduto al tavolo accanto, da solo, in attesa di essere invitato dalla marchesa dopo aver inviato attraverso il cameriere una bottiglia di costoso vino d’annata.
Anni prima Livia aveva accompagnato Arnaldo a Buenos Aires, dove il marito era stato scritturato per una serie di concerti. Aveva un ricordo confuso del lungo viaggio in nave, del teatro e del lussuoso albergo che li aveva ospitati: erano immagini che si confondevano e si sovrapponevano a decine di altre dello stesso genere. Anche il silenzio che c’era tra loro, la distanza che si andava facendo sempre maggiore erano i soliti.
Quello che però era rimasto indelebile nella sua memoria era il tango. Era andata da sola, una sera che Arnaldo aveva detto che aveva delle prove ma non era vero. Una delle tante. Aveva chiesto all’autista di portarla dove andavano gli argentini a sentire il tango, non dove andavano i turisti, e l’uomo si era voltato a guardarla, e aveva detto segura, señora?, e lei aveva detto certo, sicura. Allora l’uomo si era immerso in un dedalo di stradine, così simili a quelle in cui navigava nella sua automobile in questa città così lontana e così vicina a quella, fino ad arrivare a un locale che si chiamava, Livia non poteva dimenticarlo, El viejo Almacén.
Proprio là, seduta a un tavolino d’angolo con un calice di vino rosso in mano, era stata rapita dall’infinita bellezza di quella danza che raccontava la vita. L’intera serata era trascorsa in un soffio, mentre quattro musicisti straordinari accompagnavano col suono del bandoneón, del pianoforte, del violino e della chitarra le meravigliose evoluzioni dei ballerini sulla pista. Aveva capito che quella musica non era altro che la narrazione di tutte le declinazioni dell’amore, passo dopo passo, uno che andava avanti e una che retrocedeva, di volta in volta con tenerezza, con rabbia, irridendo, avvolgendo, scontrandosi e incontrandosi. Fino all’ultimo passo, quell’abbandonarsi di lei tra le braccia di lui, una mimesi perfetta dell’atto conclusivo della relazione.
Di quella incredibile e solitaria serata, nelle sue successive vicende dolci e amare, aveva conservato la salda convinzione che l’avvicinamento di un maschio a una femmina, in qualsiasi piega della natura e quindi anche nella società umana, era riassumibile in un tango. E Filiberto, con quella bottiglia di vino, non aveva fatto altro che invitarla a ballare.
I giorni successivi avevano visto dispiegarsi la consueta strategia alla quale lei, Livia, era abituata. Fiori, lettere, incontri apparentemente casuali. Lei aveva a sua volta danzato, tra sorrisi lascivi e improvvisa noncuranza, piccoli bronci irresistibili e apparente interesse per altri corteggiatori. Tutto come al solito, anche se doveva ammettere che nel tango Filiberto era davvero bravo: tutti i tempi giusti, le parole perfette e gli sguardi opportuni. Aveva cominciato a divertirsi, conducendo e facendosi condurre; provando a dimenticare.
Forse, pensò Livia mentre l’automobile costeggiava il San Carlo dirigendosi verso la piazzetta con al centro un vigile su una pedana che dirigeva lo scarso traffico della domenica, era proprio quello che l’aveva portata a innamorarsi: la marcata diversità di quell’uomo dai profondi occhi verdi rispetto a tutti quelli che aveva conosciuto nella sua vita. E quindi le diversità nei comportamenti, nel modo di fare.
Ricciardi, insomma, non aveva mai ballato il tango. Né con lei né, ne era certissima, con chiunque altra. Aveva una disperazione che pulsava sorda in ogni suo sguardo, nei momenti in cui fissava il vuoto e perfino nei rarissimi sorrisi. Un dolore antico, perenne, che non lasciava spazio alla felicità. Eppure, anche di questo Livia era sicura, nascosta sotto quel male era accesa una speranza, forse solo il sogno di una serenità, di una vita che il futuro poteva riservare anche a lui.
Cercò di scacciare il pensiero di quell’uomo, che le dava ancora una sofferenza di cui non si sarebbe creduta capace.
Il suo tango con Filiberto stava arrivando alle ultime battute, e non voleva sbagliare. L’aveva invitata a cena sulla terrazza del Royal, era pronto un tavolo per due. La prima volta da soli. Si sarebbe presentato con un regalo, sicuramente; avrebbe cercato di sorprenderla con qualcosa di speciale, pietanze prelibate, vini rari. Poi l’avrebbe portata da qualche parte, uno spettacolo probabilmente, o a ballare; e poi l’avrebbe accompagnata a casa, sperando nell’ultimo passo della danza, alla luce di candele e avvolto dal profumo selvatico di lei.
Perché no, pensò Livia. Era bello, Filiberto; giovane, simpatico. Ricco. In vista. Scapolo, tanto per cambiare, e magari disponibile a una relazione più stabile. Sapeva bene cosa fare, Livia, per incatenarne l’anima: era sempre così facile. Gli uomini sono semplici.
Quasi sempre, a dire il vero. Quasi sempre.
L’automobile girò verso Santa Lucia e verso il Royal. Livia pensò a quanto erano stupidi, gli uomini. A quanto pensassero di condurre la danza, un passo avanti, un passo indietro, una giravolta e un casquet. Senza mai immaginare di star camminando su una strada che non ha alternative, verso un traguardo che non è il loro. Così facile. Così prevedibile.
Al finestrino, come uno spettacolo cinematografico, si presentò agli occhi di Livia il Gambrinus. Il ricordo le arrivò improvviso come la vista; una conversazione strana, un cameriere imbarazzato, una voce profonda.
Due occhi verdi.
Le sembrò che il cuore avesse imposto una vista alla mente, tanto contemporanea fu l’immagine che vide mentre ci pensava: a un tavolino col suo amico dottore c’era proprio lui. L’uomo che sedeva ancora, ingombrante e incoerente, in mezzo alla sua anima.
Fu una vista fugace, mentre l’automobile accedeva alla discesa che portava al mare, ma a Livia bastò. Le mani in quella posizione, le dita intrecciate sulla bocca e sotto il naso affilato. La posizione del corpo lievemente distesa, le gambe allungate sotto il tavolo, il ciuffo ribelle di capelli che gli attraversava la fronte. Niente cappello. E gli occhi, seri e concentrati, limpidi e spaventosi come un lago di montagna.
Esisti, dunque, pensò. Non sei un’immagine emersa da un sogno bello e doloroso, che è diventato un incubo.
All’improvviso, mentre il pomeriggio diventava sera e il sole abbandonava l’aria di settembre, sentì dentro di sé un sentimento strano e sconosciuto. E si rese conto di essere stanca, troppo stanca per ballare il tango, quella sera.
Pensò che se Filiberto aveva tanta voglia di danzare, l’avrebbe invitata ancora. Altrimenti ci sarebbero stati dieci, cento Filiberti pronti a prendere il suo posto. Sempre ammesso che non avrebbe deciso di condurre lei, per una volta.
Si sporse avanti, e disse all’autista: «Cambio di programma, Arturo. Torniamo a casa. Ho mal di testa».
E si appoggiò di nuovo allo schienale, canticchiando tra sé una vecchia melodia argentina.
Modo ebbe un lieve brivido e tirò fuori l’orologio dal taschino. «Si sta facendo tardi» disse. «E sono pure mezzo ubriaco. E proprio il mio giorno fortunato, ho avuto la gioia dell’allegra compagnia del mio amico Ricciardi per diverse ore, c’è da congratularsi con la vita.»
Ricciardi, che lasciato a se stesso avrebbe fatto ritorno a casa con un buon libro e la musica della radio, aveva intuito la necessità di Bruno di non rimanere da solo e aveva prolungato la permanenza al Gambrinus. Il passaggio di Maione e la sua storia avevano dato il loro contributo al trascorrere del tempo, ma adesso era ora di salutarsi.
Modo però sembrava non avere ancora voglia di alzarsi. Fece scorrere di nuovo gli occhi sul passeggio serale che si faceva sempre più nutrito.
Con la voce impastata disse: «Guardali, Ricciardi. Guardali. Il vestito buono, un cappellino costoso, uno al braccio dell’altro, a salutarsi cortesi con un sorriso. E poi a dirsene di tutti i colori, appena voltate le spalle. Maldicenze, tradimenti, corna. E tanta disperazione, sotto quei panciotti e quella seta.
«Sai, sono contento di fare il meccanico; e di essere preposto alla manutenzione delle macchine che racchiudono quelle anime. Se dovessi poter osservare quello che conservano dentro, magari non reggerei. E siccome a te capita, o almeno può capitare, non ti invidio».
Il commissario tacque a lungo, fissando la tazzina vuota che aveva davanti. Poi disse: «Il problema non è tanto osservare, sai. Bruno. Il problema vero è evitare il contagio. Immagino capiti anche a te, no? Quando ti trovi davanti qualche malato grave, che nonostante le precauzioni che puoi prendere può comunque attaccarti il suo male. Perché certi mali sono proprio così, contagiosi. Hanno una propria, ottusa volontà e passano da uno all’altro, abbandonando un corpo quando ne hanno fatto scempio».
Modo lo fissò intensamente. «Mi fai paura quando parli così, sai, Ricciardi? Io ti voglio bene, anche se non so perché, ma a volte mi fai davvero paura. Mi sembra sempre che tu mi nasconda qualcosa, o meglio che quando parli tu ti riferisca a qualcos’altro che conosci solo tu.»
Ricciardi scosse lievemente il capo, portando lo sguardo sul fiume di gente che andava riempiendo la strada. La domenica. La festa.
«Il fuori e il dentro» disse a Modo. «C’è differenza, no? Lo hai detto tu stesso, un attimo fa. Quello che sembra, e quello che è. A volte, credimi, è meglio restarsene qui, a un tavolino del caffè, in strada, a guardare il passeggio. E gli abiti buoni, e i finti sorrisi.
«A volte è meglio, molto meglio non aprire le porte delle case. È meglio che si mettano tutti in posa, come davanti a un fotografo. A volte è meglio credere nella finzione, e immaginare che sia tutto vero. A volte è meglio illudersi.
«A volte.»
Save as PDF