KorimbaDonate

Robots - ROMs - Stories

AuthorsStories

maurizio de giovanni

la fine di un amore (it)

Save as PDF
Ricordo l’attimo preciso in cui i nostri occhi si incrociarono per la prima volta. Sapete, quando si crea quella scossa elettrica che si percepisce nell’aria? Quando pensi che tutti si siano accorti di quell’accordo perfetto? Perfetto: come perfetti sono stati i due anni che è durata la nostra storia.
La sua dolcezza, la voglia di giocare: il mio starle vicino, capire i suoi umori dallo sguardo. E i bellissimi silenzi, le languide, lunghe carezze. I pomeriggi all’aria aperta, le corse in riva al mare, i viaggi in macchina: il suono dolce della sua voce. Sempre insieme, da soli. Non che pensassi che sarebbe durata per sempre, conosco l’incostanza dei sentimenti e dei cuori delle donne. Ma sono stati due anni fantastici. Eravamo una cosa sola. A me sarebbero piaciuti dei bambini: ma se non ce n’erano, era perché non dovevano esserci, e non aveva importanza. Contavamo solo noi due, il nostro amore, la nostra perfetta intesa.
Cominciai a capire che qualcosa non andava la prima volta che lo incontrammo. Lo sguardo che loro due si scambiarono, pensando che non me ne accorgessi; ma un cuore innamorato vede anche e soprattutto quello che normalmente non si vede. Nel comportamento di lei cominciai a trovare una nuova stanchezza, il venir meno della voglia di giocare che aveva caratterizzato il nostro rapporto. Perché c’era lui, adesso: quell’aria sorniona, l’apparente disinteresse che si nascondeva dietro i movimenti lenti, l’atteggiamento distaccato. E anche lei prendeva poco a poco lo stesso spirito, lo stesso modo di fare. E tu puoi essere solo l’uno o l’altro: allegro ed espansivo o freddo e distaccato.
Cercavo di attirare la sua attenzione, di combattere quel languore, quello sguardo perduto nell’infinito. Divenni irrequieto, iperattivo; a posteriori capisco che non sia stata forse la tattica giusta, ma come ho detto ognuno ha la sua natura. Sono un estroverso, non riesco a tenermi le cose dentro, come fa lui. Quanto ho odiato quegli occhi verdi dietro le palpebre semichiuse, quello starsene zitto, quell’osservare silenzioso. È bello, d’accordo: ma cos’è la bellezza senza la simpatia, l’espansività, l’allegria? E poi i ricordi, le esperienze fatte insieme, non era possibile che non contassero più nulla. E invece. Dovevo capirlo, dovevo saperlo.
Ecco perché provo dolore, ma non sorpresa. Lei mi ha lasciato. Senza avere il coraggio di guardarmi in viso, il viaggio in macchina senza parlarmi. L’ultimo.
E ora mi ritrovo solo, a guardare la sua auto che si allontana.
Ma che posso farci? Posso solo tenermi il ricordo struggente che la nostra storia mi ha lasciato. Ognuno di noi conservava la libertà, era questo l’accordo. Ognuno poteva scegliere, e lei ha scelto.
Ha scelto il gatto.
Annuso una siepe dell’autogrill, alzo una zampa e marco il mio nuovo territorio.
Save as PDF