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maurizio de giovanni

la mano nei capelli (it)

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Io lo guardavo da lontano. Mi mettevo nascosta, e lo guardavo.
Quant’era bello, era bellissimo; gli occhi azzurri, quelle spalle, e il sorriso, quando sorrideva accendeva la luce per tutti. Piaceva a tutte, sapete? E certo, lo sapete, che stupida. Ma come piaceva a me non piaceva alle altre, sicuramente.
Io sono piccolina, lo vedete; ma sono graziosa, piacevo pure io, e ci sono stati tanti che, insomma, avete capito. Ma io no; io preferivo mettermi nascosta, lontana, a guardarlo. Dice: ma da lontano, che vedevi? Vedevo quello che mi serviva. Perché dovete sapere che a me soprattutto mi piaceva una cosa, di lui. Una cosa che nessuna di quelle quattro zoccolette che gli stavano sempre addosso vedeva.
A me piaceva come si aggiustava i capelli.
Mo’ tutti a parlare della bravura, di quel ruolo o di quell’altro, delle interpretazioni; ma alle donne, vi posso assicurare, quello che interessava era la bellezza.
Le spalle, i muscoli, quel famoso sorriso, e immaginare quello che teneva nascosto nei pantaloni. A me invece piaceva quel gesto col quale si aggiustava i capelli.
Un tocco fluido con le dita, quando il ciuffo morbido se ne scendeva sulla fronte; un colpo secco, che finiva con una specie di piccola grattatina, come se volesse dire ecco, mo’ statevene buoni qua, al posto vostro sulla cima della testa.
Io c’ero sempre, sapete. Se vi andate a cercare le riprese mi vedete, in disparte, dietro a un cartellone, alle spalle dei fotografi che scattavano centinaia di immagini di lui che sorrideva; ma nessuna posa poteva mai catturare l’incanto di quando si portava la mano nei capelli e se li aggiustava.
I capelli sono la vera immagine delle persone, sapete. A certi cadono, altri se li fanno di un altro colore, altri ancora se li tagliano in modi strani. Se ci pensate, sono l’unica parte del corpo che possiamo cambiare senza grande sforzo, una cosa facile facile, tanto poi forse ricrescono e cambiamo ancora. I suoi capelli raccontavano di lui più dei film, più del teatro e del milione di interviste. Belli, lunghi, forti, sempre in disordine proprio perché lui mi facesse impazzire un’altra volta mettendoseli a posto col tocco della mano. Dio, quanto era bello quando lo faceva.
Era diventata la mia ossessione, quella mossa della mano. Avrei dato la vita per poterlo fare al posto suo. Ecco, se me lo aveste chiesto, che vuoi fare con lui, io non avrei pensato al sesso, a viaggiare per il mondo o anche a una passeggiata sul tappeto rosso sotto i lampi delle foto, no: io avrei chiesto di aggiustargli i capelli. Di toccarli, anche solo una volta.
Non pensavo ad altro, non vivevo per altro, non potevo mangiare o dormire o respirare. Vedevo i suoi film cento, duecento volte e mi segnavo il minuto e il secondo in cui si toccava i capelli, o si vedeva il vento scompigliarglieli un po’. Erano vivi. Quei capelli erano vivi.
A un certo punto cominciai a pensare che l’uomo che c’era sotto, a quei capelli, era solo un impedimento. E che li dovevo avere. A ogni costo. Anche per passarci la mano dentro una sola volta.
Venni a sapere che per il nuovo film, dovendo interpretare un androide, si sarebbe rapato a zero. Lo potevo consentire? No, non lo potevo consentire. E presi la mia decisione.
Ormai sapevo tutto di lui, compresi i momenti che si copriva tutto per non farsi riconoscere e se ne andava in moto in un certo quartiere fuori mano, per incontrarsi con quelli là. Gli piaceva pagare per certe cose. Lui che poteva avere chi voleva, quando voleva. Ma a me non interessava. Io volevo solo toccargli i capelli.
L’ho aspettato vicino alla porta del garage, con la siringa in mano. Ve l’ho detto, sono piccolina io, mi so nascondere bene.
Lo so, lo avete cercato dovunque. Lo so, quattro mesi, e ne hanno parlato tutti i giornali, le televisioni. Lo so, e poi il corpo, le impronte abrase. Mi serviva tempo.
Intanto se non venivo io da voi, mai l’avreste risolta, questa storia. Ma alla fine eccomi qua, con la soluzione. Siete contenti?
Io no, non sono contenta. Perché vedete, non è la stessa cosa. Dopo un po’, forse per il freddo della cella frigorifera, si sono infeltriti, seccati. E hanno pure cominciato a cadere.
Hanno perso la morbidezza.
Però, da soli io e la sua testa, nella luce al neon della mia cucina, qualche bel momento lo abbiamo passato.
Con la mia mano, ad aggiustargli i capelli.
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