la moglie del mostro (it)
La gente cambia, sapete. La gente cambia.
O forse nemmeno questo: la gente si nasconde. Finge di essere altro da quello che è, si mostra per come vorrebbe essere. Seppellisce sotto una coltre di rispettabilità, di onestà, di valori la propria natura. E a volte ci riesce talmente bene, la gente, da ingannare chiunque.
Anche chi ha vicino.
Soprattutto chi ha vicino.
Perché, vedete, a volte quello che si nasconde della propria natura è terribile. Atroce. E ci si deve augurare che non emerga mai, perché in quel caso si può scoprire di avere vicino un Mostro. Un vero, terribile Mostro, di quelli che si leggono sui giornali o si vedono in televisione, che una pensa: assurdo, come ha fatto a non accorgersene prima?
E invece una non se ne accorge, credetemi. Perché non si vede se non si guarda, ecco perché. Perché a volte se una decide di guardare può anche mettere fine alla propria stessa vita.
Io di mio marito sono innamorata da sempre. Avevo sedici anni, è vero, e ora so che questo magari poteva essere un indizio: ma ero bella, sono bella. Gli uomini mi guardano, sono abituata a sentirmi gli occhi addosso. Quegli occhi, però, sono sempre stati diversi da tutti gli altri. Gelidi, azzurri e profondi, trasparenti e fermi come laghi in fondo ai quali non si può vedere. C’è sempre stato nascosto qualcosa, in fondo a quei due laghi dal colore del cielo. Oggi lo so. Ma forse l’ho sempre saputo.
Dalle nostre parti non succede molto. Sono tutti placidi, piccoli paesi uguali l’uno all’altro, ci si conosce e ci si frequenta per tutta la vita, generazione per generazione, gli stessi bar, qualche gita estiva sui prati, l’inverno da passare in fretta. Forse, a ripensarci adesso, in città non sarebbe successo niente. In città è tutto così frenetico, si è tutti così presi che le perversioni affondano sotto la superficie della concitazione, del tempo che si perde, delle ore di traffico e di silenzio.
Qui invece è tutto sotto gli occhi di tutti. A voler guardare, naturalmente; perché ve l’ho detto, se non si guarda non si vede.
Il matrimonio, lui bello io bella. I sorrisi, le fotografie. Una bella festa, come se tutto fosse scivolato su un piano inclinato per arrivare a quello fin dall’inizio. Lui un po’ silenzioso, riservato, ma con un rumore dentro. Vicino a lui, sapete, si percepisce come un ronzio; guida l’automobile, guarda la televisione e tu gli lanci occhiate di nascosto e ti chiedi: a che cosa starà pensando, adesso? Ci sono certi uomini che sono come un libro aperto, di cui leggi pensieri e retropensieri come se te li stessero dicendo ad alta voce. Lui no. Lui ronza.
A pensarci ora, quello è stato proprio uno degli elementi di fascino che mi ha portato tra le sue braccia. Gli occhi bellissimi e illeggibili, e il ronzio.
Una ragazzina si innamora di queste cose, e il fatto che le mie amiche mi invidiassero mi faceva un piacere enorme. Poi si comincia a sognare, poi si comincia a costruire: il piano inclinato. E i figli, uno, due, il terzo che arriva inaspettato ma che fa, una bella famiglia felice. E da allora, un poco alla volta, il piano inclinato ti porta verso il silenzio. Sì, perché se quello che hai basta per vivere e non ti consente di migliorare più di tanto, se la casa e l’auto e la scuola eccetera, se il giardino e i vestiti e un po’ di vacanza, se hai tutto questo che ti resta da sognare? Che ti resta da inseguire? Dove la prendi la benzina?
Io l’ho fatto tante di quelle volte questo ragionamento da poterlo recitare a memoria. E vorrei tanto poter dire che ho la mia parte di colpa, che mi sono allontanata io, che l’ho spinto io verso quello che poi è successo.
Ma non è così.
Non è così. Perché lui è un Mostro.
L’ho scoperto per caso, sapete. Per puro caso. Ripensandoci oggi, mi pare impossibile essermene restata là per tutto il tempo, affascinata da quei silenzi, intrigata da quegli sguardi nel vuoto. Mi sarei presa a calci da sola.
Insomma, andò che notai che aveva messo una password al computer. Non a tutto, naturalmente: lo usavo anch’io, e me ne sarei accorta. Invece se ne accorse mia figlia, che ha dieci anni e ogni tanto cerca qualche gioco da fare prima che la richiami a fare i compiti. Si ritrovò davanti a questa schermata blu che richiedeva l’inserimento di una parola per sbloccare, e mi chiamò piagnucolando.
Io le chiesi come si era trovata su quella pagina di internet, e lei si strinse nelle spalle con aria candida e mi mostrò il percorso: era quello delle consultazioni più recenti.
Sul momento non ci feci caso, i bambini danno un sacco da fare. Ma poi, quello schermo blu si mise a ballare davanti ai miei occhi. Inserire password. Inserire password.
Lui, il Mostro, ha una piccola impresa edile, non ve l’ho detto? No? Be’, è così. Lavora anche lui in cantiere, con i suoi cinque dipendenti. Tre sono extracomunitari, dice che costano di meno e lavorano di più. Ne parla come di animali fedeli. Aspettai che uscisse, che i bambini andassero a scuola, e mi misi al lavoro. Volevo capire che si mettevano a guardare quegli occhi con qualcosa che non sapevo dentro, di tanto segreto da dover mettere una password per proteggerlo.
Non riuscii a venirne a capo. Numeri, nomi, niente. Ci riprovai il giorno dopo, e quello dopo ancora: stava diventando un’ossessione. Una volta cercai di arrivargli silenziosamente alle spalle per osservare che cosa stesse guardando, ma lui sentì il passo e immediatamente cambiò schermata, una Ferrari rossa. Il listino prezzi, figuriamoci.
Non si curò nemmeno di farmi capire che non faceva niente di particolare. La sera, quando si spegneva la TV e si mettevano a letto i bambini, si attardava a quel maledetto computer fino a quando era sicuro che io dormissi già. Invece io me ne stavo sveglia, a occhi chiusi a letto, per capire che cosa stesse guardando, e se si sentissero voci o suoni. Ma niente. Niente di niente.
Andare a dormire con un pensiero, e svegliarsi con lo stesso pensiero. Quello che era stato un motivo di attrazione stava diventando un’ossessione: a che pensava, quando guardava nel vuoto in silenzio? Dove andava la sua mente, quando quegli occhi trasparenti e inespressivi scivolavano sullo schermo della TV durante la cena e i bambini gli parlavano e le loro parole non raggiungevano la sua mente?
L’illuminazione mi venne una mattina al supermercato, quando vidi un tecnico armeggiare vicino alla stampante degli scontrini. Un tecnico. Un informatico.
C’era un tizio che mi veniva dietro quando andavo a scuola, e stavo già con quello che sarebbe diventato mio marito. Lo avevo rivisto per caso un po’ di tempo prima, aveva aperto un negozietto di computer e vedendomi passare mi aveva fatto lo stesso sorriso da fesso di quando eravamo ragazzi. Magari ne capiva. Magari mi poteva aiutare.
Ci andai, addirittura balbettava; diventò rosso a chiazze, era ridicolo. Gli spiegai che non ricordavo la parola che avevo inserito per alcuni acquisti online, che dovevo assolutamente ritrovarla. Lui sorrise, mi disse che c’erano dei software e bla bla bla, che non era una cosa da poco ma che lui, insomma, era bravissimo e mi ero rivolta alla persona giusta. Mi guardava il seno senza distogliere lo sguardo, era pure sudaticcio: faceva schifo, ma mi serviva. Gli spiegai che no, non potevo portargli il computer né potevo lasciare che lui se lo portasse via: non poteva risolvere la faccenda da me? Gli sorrisi e feci gli occhioni, cedette di schianto. Lo salutai con un bacetto sulle labbra, un altro po’ e sveniva. Che fessi gli uomini.
Risolse la faccenda in dieci minuti, l’indomani. Non volle soldi, gli bastò la bella figura col suo sogno erotico del liceo. La password era «fiorellino»; fui evasiva, gli dissi che era il soprannome di mia figlia. In realtà ero molto sorpresa, non avevo idea da che parte dell’anima oscura di mio marito fosse venuta fuori quella parola. Fu l’ultimo dubbio che ebbi.
Rimasta sola chiusi la porta e mi misi a scavare; avevo un paio d’ore fino a quando sarei entrata nella zona della giornata in cui c’era il rischio del suo ritorno. Invece passarono tre ore e mezza, e feci appena in tempo a spegnere il computer quando sentii le ruote del furgone sulla ghiaia del vialetto.
Quelle tre ore e mezza mi fecero conoscere il Mostro. Mi squarciarono il velo che copriva quello che gli occhi di ghiaccio guardavano, quando non fissavano niente. Mi fecero capire la vera natura di chi occupava il mio letto, di chi accoglievo dentro di me, di chi avevo consentito fosse il padre dei miei figli.
Ragazzine.
Poco più che bambine, vestite a volte in maniera da sembrare ancora più giovani. Che ridevano, che giocavano, mostrando cosce e orli di mutandine bianche appena al di là di gonne a pieghe, calzettoni che fasciavano polpacci teneri, camicette appena sbottonate.
Bionde, brune, rosse. Trecce, fermagli improbabili con personaggi di cartoni animati, magliette troppo strette. Lecca lecca a fior di labbra, occhioni fintamente ingenui e una mano a coprire il minuscolo seno in formazione.
Fotografie, filmati osceni. Alcuni addirittura col sonoro, tanto da costringermi in fretta e furia a spegnere le casse: non tanto perché temevo che qualcuno sentisse, quanto per non sentire io.
Non ce la feci a guardarlo in faccia. Mi rifugiai in bagno a vomitare, e quando mi chiese che stesse succedendo gli dissi che forse avevo l’influenza.
Fu difficilissimo riuscire a sembrare normale. Mi diedi da fare in casa, alternando cucina e lavello, finsi perfino che la bambina non riuscisse a prendere sonno e quindi che io fossi costretta a stendermi accanto a lei per raccontarle una storia. Non sapevo proprio come comportarmi: se affrontarlo e chiedergli a muso duro ragione di quello schifo, o fingere di non sapere niente. Forse semplicemente volevo che non fosse mai accaduto, o mi pentivo di essere riuscita a scoprirlo. Quello che era certo era che non avevo la forza di guardarlo in faccia.
Non se ne accorse nemmeno. Preso da se stesso e dalla sua deviazione non vedeva l’ora che mi togliessi di mezzo per andare a guardare quello schermo. Immaginai che poi, quando si chiudeva in bagno, completasse da solo la sua fantasia disgustosa. Il pensiero mi diede un lungo brivido.
Un Mostro. Avevo sposato un Mostro. Un maledetto pedofilo, di quelli di cui ogni madre ha il terrore, l’incubo che percorre i sonni di qualsiasi genitore. Un Mostro.
Che potevo fare? Che dovevo fare? Non potevo certo denunciarlo, dava il nome ai miei figli, li avrei bollati per sempre con la sua infamia. E poi magari nemmeno era un reato, guardare foto e filmati su internet; faceva schifo ma non era un reato. Mi preoccupava pure la sua reazione, quel lato oscuro che c’era dentro di lui poteva essere violento. Poteva farmi del male. Avevo al fianco uno sconosciuto.
Aspettai che se ne andasse cercando di recitare la parte di ogni giorno. Approfittai una volta tanto della sua distrazione. Mi rimisi al computer, scrissi «fiorellino» sentendomi sporca per il solo fatto di trovarmi seduta dove si sedeva lui, a fissare lo schermo che fissava lui ogni notte. Immaginai la sua eccitazione lurida, la sua mano che accarezzava questa eccitazione. Andai a vomitare. Ma tornai a guardare.
Mi venne in mente di cercare tra i files più recenti. Volevo vedere dove era stato virtualmente la notte precedente. Rimasi sorpresa: nessuna immagine. Una chat.
Aveva conversato fino alle tre del mattino.
Sentivo il cuore battermi in gola. Ero incerta se entrare o meno in quel profilo; non potevo sapere se avrebbe visto quell’ingresso, un passo falso poteva insospettirlo e fargli capire che qualcuno si era impossessato della sua identità virtuale. E quel qualcuno non potevo essere che io.
Decisi di correre il rischio, la curiosità era troppo forte. Magari scambiava materiale con qualche altro maiale come lui; magari conversava con qualche mostro come lui.
Era anche peggio.
Aveva adescato una ragazzina. La foto del profilo era quella di un sorriso, di un apparecchio ai denti, di una tuta da ginnastica. Il nickname era quello giusto: «fiorellino98». Dio mio. Se quel numero era un anno di nascita, si trattava di una bambina. Solo una bambina.
Andai indietro nel tempo, senza nemmeno leggere. Durava da due mesi, quella conversazione. Cominciava con un «Ciao, chi sei?» e finiva con una secca serie di orari e luoghi. Appuntamenti. Mio marito incontrava una bambina, e l’incontrava da quasi tre settimane.
Lessi con assoluta disperazione l’evoluzione di quella conoscenza. Lui che raccontava di averla vista per caso entrare in palestra, un pomeriggio che passava di là. Lei che era prima rimasta sorpresa, poi incuriosita, infine affascinata. Lui le faceva complimenti, nulla che si prestasse a essere frainteso, nulla che le potesse mettere paura. Le diceva che un giorno era entrato e si era messo nel pubblico, c’era una gara a squadre, non capivo bene di che; aveva visto il manifesto per strada e si era avventurato. Le raccontava l’emozione di vederla da lontano, la più bella di tutte, l’unica che aveva la grazia di una bambina e la femminilità di una vera donna. Lei era lusingata da quelle parole.
A un certo punto si erano incontrati. Lei era con delle amiche, all’uscita della palestra, e lui dall’altra parte della strada; non si erano parlati, ma si erano guardati. Lui le raccontava che gli era mancato il fiato, lei gli chiedeva se aveva gli occhi azzurri. Vomitai ancora, comprendendo che in uno strano, assurdo modo era lei che circuiva lui più che viceversa.
Andai a controllare le date in cui aveva caricato i files di immagini e di video, e mi accorsi che era tutto successivo all’inizio della conversazione. Era lei ad avergli aperto un mondo, ad avergli fatto incontrare quel lato di se stesso.
Avevano cominciato a incontrarsi. Lei aveva preso il comando, in maniera decisa. Leggere quelle frasi, quel tono imperativo e consapevole era incredibile: una donna vera, altro che una bambina. Guardavo e riguardavo quel volto, quel sorriso ingenuo, quegli occhi scintillanti di gioia; chi era, quella ragazzina? Mi sembrava di affacciarmi da una finestra che dava sull’inferno.
Continuai nei giorni successivi, ogni volta che se ne andava al lavoro; volevo leggere ogni frase, ogni singola parola. Ero ossessionata, lo sapevo, ma non riuscivo a smettere né a determinare una strategia. Ora rileggevo anche l’atteggiamento di lui nei miei confronti, l’indifferenza che pian piano aveva preso il sopravvento tra noi e della quale assurdamente non mi ero accorta, presa dalla vita di tutti i giorni. Era innamorato, quel Mostro. Era innamorato di una che aveva pochi anni in più di mia figlia. Di sua figlia.
Col cuore in gola mi resi conto che non si vedevano da una settimana, perché lei era andata fuori per certe gare. Abitava in un paese vicino al nostro, lo nominava più volte. Il vero nome di lei non era scritto da nessuna parte, ma immaginai che avrei potuto facilmente rintracciarla.
Per un po’ ricordo che mi baloccai con l’idea di andare dai suoi. Mi sarei presentata, mi sarei seduta su un divano e mi sarei fatta offrire un tè. Poi avrei detto: sono la moglie dell’uomo con cui si incontra vostra figlia. Sì, proprio la bambina. No, non c’è nessun errore. Andate a dare un’occhiata al suo computer, proprio come ho fatto io, e avrete una bella sorpresa.
Non potevo farlo. Avrei sollevato un casino enorme, e su di me e sui miei figli sarebbe caduta una vergogna ancora più enorme di quella che avrebbe fatto seguito a una denuncia.
I giorni che seguirono furono un vero inferno. Dovevo mantenere inalterate tutte le abitudini, non dovevo sollevare in lui alcun sospetto. Fui aiutata dal fatto che nemmeno mi guardava, sempre più distratto, sempre più assente. Ricordo che mi spinsi perfino a chiedergli se avesse qualche problema, qualche pensiero; mi disse che il lavoro, i dipendenti, i materiali, gli acquisti erano un impegno enorme e che quindi era normale che avesse la testa altrove. Fu perfino sgarbato, il Mostro bastardo. Conoscevo bene quell’atteggiamento, attaccare per difendersi.
Quando usciva mi fiondavo famelica al computer. Quella chat, l’evolversi di quella conversazione, era diventata una droga più per me che per lui, probabilmente. Mi ritrovai affascinata dalla metamorfosi che emergeva da quelle parole scritte, fanciullesche e un po’ sgrammaticate, rispetto all’uomo che avevo immaginato di aver sposato. Un ragazzino innamorato, che mostrava un se stesso fremente e pudico. Era lei, la bambina, a essere un po’ più esplicita e diretta. Era lei a guidare la danza.
Cominciai a rodermi per la curiosità di vederla. Di osservarne l’espressione. Non mi bastavano più quelle fotografie, gli occhi luccicanti, l’apparecchio ai denti. Troppo piccola. Non poteva essere così.
Avrei voluto andare in quella palestra dove si allenava. Avrei voluto vederla camminare, la giacca a vento e magari le cuffiette nelle orecchie, come l’aveva vista lui dal furgone, la prima volta. Avrei voluto capire meglio quello che era successo in realtà, come si fosse accesa la scintilla nella mente del Mostro. Mi aggiravo come un fantasma nella loro relazione virtuale, leggendo i messaggi, interpretando le parole. Mi figuravo il sorriso di lei, illuminato dal monitor nella sua stanzetta in piena notte, mentre il resto della sua famiglia dormiva, credendola ancora nel mondo delle favole.
Leggendo, messaggio dopo messaggio, cominciai a cambiare leggermente le mie opinioni. Lui restava un Mostro, naturalmente: il padre di tre figli, l’uomo adulto che si avvicinava alla mezza età, il marito di una donna che ancora veniva guardata per strada e corteggiata, che si mette a scambiare messaggi con una bambina; che raccoglie video e foto di bambine; che si spinge a entrare in una palestra durante una gara di ginnastica, è solo un maledetto Mostro.
Ma lei? Una che a quell’età dovrebbe giocare ancora con le bambole, al massimo andare a studiare a casa di un’amichetta, che si mette a flirtare con uno sconosciuto adulto come la più consumata delle puttanelle. Se si mettono pure le bambine a insidiare i mariti, tutto va a rotoli.
Cominciò a farsi strada dentro di me la necessità di vederli insieme. Più ancora di sapere lei che faccia avesse in realtà, al di là delle fotografie sul social, volevo sapere come si sorridevano; che linguaggio usassero da vicino, come si guardassero. Dovevo vederli.
Aspettai che prendessero uno dei loro appuntamenti innocenti, qualche minuto tra l’uscita della palestra e il ritorno a casa, troppo poco per apprezzarne i ritardi da parte mia e di quegli stupidi dei genitori di lei. Erano bravi, niente da dire: una relazione di sentimenti e parole, che non si sovrapponeva agli impegni della vita normale. Per ora. Perché i messaggi non lasciavano dubbi sulla piega che quel rapporto avrebbe preso.
All’epoca mia le ragazze non sapevano niente di uomini. All’epoca mia, le ragazze avevano del futuro sentimentale un’idea fumosa e indistinta. All’epoca mia, dei maschi si aveva quasi paura. Oggi queste sanno tutto di tutto, perché lo trovano su internet. Non potevo vederlo, ma ero sicura che quella piccola strega si vantava con le amiche di quell’uomo adulto con gli occhi di ghiaccio che le moriva dietro.
Quando seppi il giorno, gli feci capire che sarei stata impegnata. Gli dissi che dovevo vedere un’amica un po’ in crisi, in un paese vicino; da impercettibili movimenti e da un fulmineo cambio d’espressione, capii che registrava l’informazione al di là della solita indifferenza: quanto si vede meglio, quando si decide di guardare. Il lampo del sollievo di avere più tempo.
Mi appostai dall’altro lato della strada. Non potevo arrivare molto tempo prima, il rischio di essere vista da qualcuno era troppo alto; dalle mie parti ci conosciamo un po’ tutti. Fui fortunata, c’era un po’ di nebbia e uno spazio tra due palazzi, protetto dall’ombra del tardo pomeriggio. Erano assai poche le vetture in transito, per la via ordinata e pulita. Mentre aspettavo, ricordo che mi guardai attorno: le siepi tagliate, le auto in sosta all’interno delle righe sull’asfalto, i marciapiedi immacolati. Quanto ordine, quanta pulizia; e quanto veleno, quanta perversione sotto traccia.
La vidi uscire dalla palestra in anticipo sull’orario fissato, un po’ trafelata, da sola. Si guardò attorno, i suoi occhi scivolarono anche sullo spigolo di macchina che sporgeva dalla via laterale e nella quale, stesa sul sedile, c’ero io. La osservai per il lungo minuto prima che il furgone del Mostro si profilasse uscendo dalla curva: non sembrava affatto una bambina. Era piuttosto alta, i fianchi già formati fasciati da pantaloni elasticizzati, un giubbotto rosa, una borsa da ginnastica. I capelli tirati, un berretto in testa. Sarebbe diventata una bellissima ragazza, le premesse c’erano tutte.
Rallentò passandole davanti, ma non si fermò. Lei sorrise, saltellò felice, si ricompose e cominciò a camminare tranquilla. Capii subito che l’avrebbe fatta salire dopo l’angolo della strada, per non destare sospetti; e così fece. Mi tenni a un paio di centinaia di metri di distanza, con un’auto almeno davanti. Mi sentivo fredda, lucida, come se stessi guardando una scena di un film che non riguardava me. Un brutto, squallido film.
Accelerò, poi all’improvviso svoltò in una strada secondaria. Non entrai anch’io, non conoscevo quella via e non ricordavo dove spuntasse; feci bene, perché era cieca. Da lontano vidi che si fermavano in fondo. Rimanemmo così almeno un quarto d’ora, io parcheggiata all’ingresso della stradina, loro in sosta. Poi si accesero i fanalini, il Mostro fece inversione di marcia e tornò indietro. Mi abbassai sul sedile e li vidi uscire. Passarono a pochi metri da me. Lei rideva, lui rideva. I vetri erano un po’ appannati. Non mi montò nessuna rabbia, eppure se mi avessero descritto prima la situazione in cui mi trovavo avrei immaginato una reazione rabbiosa: era un tradimento, quello, no? Un vero tradimento. Avevo appena scoperto mio marito che si nascondeva con un’altra donna.
Il punto però era proprio quello: una donna? Un’altra donna?
Tornai verso casa guidando piano, riflettendo su me stessa e su quello che stavo provando. Lei era una bambina, e lui un Mostro. Questo sarebbe stato evidente a tutti, le età e le situazioni personali parlavano fin troppo chiaro; il punto era che io avevo letto i messaggi. E li avevo visti insieme.
Non era un adescamento di un maledetto pedofilo, era un innamoramento tra adolescenti. Lei si era affacciata all’età successiva in anticipo, lui era regredito a quella precedente, ammesso e non concesso che da quel punto di vista fosse mai cresciuto.
Mi passò, lungo il tragitto, tutta la mia vita davanti agli occhi. Intorno a quell’uomo, all’ipotesi che fosse adulto, avevo costruito il mio mondo; e avevo scoperto di non conoscerlo affatto. Ma il mio mondo era troppo importante per lasciare che fosse distrutto, e quella storia, con quella ragazzina, era la bomba che ticchettava alle fondamenta di ogni cosa che avevo.
Dagli occhi e dalla mente non mi usciva quella risata. Il fatto che stessero ridendo, all’uscita della stradina, dietro i vetri appannati. Quanto tempo era che non vedevo ridere mio marito? Cercavo di ricordare ma proprio non mi veniva in mente. E invece ora rideva. Con quella.
La sera stessa e per tutto il giorno successivo, domenica, tentai di tutto. Superando il disgusto, l’inquietudine, la sofferenza, fui una moglie perfetta. Allegra, sollecita, provai a coinvolgerlo coi bambini anche se adesso vederlo con mia figlia tra le braccia mi dava un’angoscia sconosciuta. La notte lo cercai, ma fece finta di non capire. Soprattutto non rise mai: al di là di qualche sporadico sorriso, né io né i figli riuscimmo a strappargli niente.
Ora naturalmente sapevo il perché. Sapevo che non era il carattere, non erano i pensieri relativi al lavoro a tenerlo distante. Era quel sorriso. Erano quei pantaloni elasticizzati. Era quel furgone.
Forse tutto quello che è accaduto dopo maturò quella notte, quando lo ascoltavo respirare pesantemente nel sonno pieno di sogni dai quali io e i miei bambini eravamo esclusi. Forse fu allora che decisi quello che c’era da fare.
In possesso di una freddezza che non conoscevo, mi misi ad aspettare. Ogni mattina, dopo la sua uscita, mi mettevo al computer a leggere quelle conversazioni. Fui testimone indiretta di altri incontri, tre, quattro. Lessi l’incremento progressivo della tenerezza, della confidenza. Vidi emergere il carattere di lei, la malizia della donna che sarebbe stata, tra le pieghe dell’innocenza della sua età; quello di lui, quello vero che non avevo mai conosciuto, la fame di semplicità, il voler essere un gigante per qualcuno, lui che era solo un piccolo, mediocre ometto. Aspettai con calma, come aspettano i coccodrilli in riva a uno stagno. Aspettai.
La madre del Mostro abita a una trentina di chilometri di distanza. Lui va a trovarla dopo il lavoro, a volte si trattiene da lei a dormire. Ci va col treno, la casa è molto vicina alla stazione e d’inverno la nebbia rende sconsigliabile il viaggio in auto. La vecchia è ipocondriaca, e piagnucolando lo convoca dicendo che forse è l’ultima volta che potrà vederla in vita: in realtà ci seppellirà tutti, naturalmente.
Quando la chiamata arrivò non persi tempo. Lo accompagnai alla stazione e quando mi fui assicurata che era partito mi fiondai al computer. Entrai nella chat, il cuore mi batteva all’impazzata ma ero determinata: conoscevo il linguaggio che usavano, ero perfettamente in grado di sostituirmi a entrambi. E avevo la parola chiave per farlo. Lo feci.
Le scrissi che ero tornato prima del tempo. Che non ce la facevo a stare ancora lontano. Che la volevo vedere, quel giorno stesso. Appuntamento al solito posto, alla solita ora. Sarei passato col furgone.
La chiamai fiorellino.
Devo essere sincera: provai un piccolo, oscuro piacere. Ero entrata in quella storia, che finora si era mossa ed era cresciuta alle mie spalle e attorno a me; ero diventata protagonista anch’io. Mi chiesi se ricoprivo il semplice ruolo di una moglie tradita, se ero una persona che aveva scoperto una situazione illegale di pedofilia, se ero una voyeur in cerca di brividi. Non trovai una risposta.
Mi preparai all’incontro. Oggi, che tutto è finito e ognuno ha avuto quello che si meritava, mi chiedo se avevo in mente quello che sarebbe accaduto. Di certo non consapevolmente, sono sicura; ma devo essere onesta, preparai tutto come se avessi avuto un preciso piano d’azione. Misi i vestiti di lui, che non avevo lavato; i suoi guanti da lavoro; un cuscino sul sedile, per offrire una sagoma plausibile a chi avesse guardato il furgone dall’esterno. Feci la solita strada, quella che passa davanti alla banca con le telecamere di sorveglianza esterne.
La trovai all’angolo, precisa come un orologio. Rallentai quasi senza fermarmi e aprii lo sportello. Entrò felice, come ogni donna che si prepara a incontrare il suo amore. Nell’ombra nemmeno si accorse che alla guida del furgone c’ero io.
Misi il blocco agli sportelli e partii.
È strano. Ho un ricordo molto vago di quello che accadde dopo. Eppure dovrebbe essere bene impresso nella mia mente, fotogramma per fotogramma, come un film al rallentatore; invece ricordo pochissimo, solo qualche immagine.
La sua sorpresa, occhi spalancati, bocca aperta. Sembrando per un attimo la bambina che era, non la maledetta puttana che era.
Il tentativo di aprire la portiera bloccata.
Lo stupore quando le ho dato un manrovescio sulla bocca.
Gli occhi terrorizzati.
La mia voce, che viene fuori come da un sogno. Io che le chiedo conto e ragione di qualcosa che non capisce.
Io che le chiedo perché con lei ride, e con me no.
Lo sterrato del campo appena fuori paese.
I guanti di lui sul suo collo. Con le mie mani dentro.
I mesi successivi sono stati molto interessanti. La notizia della sparizione è partita in sordina, e poi ha invaso i giornali e la televisione. Lui è diventato irrequieto, poi si è smarrito in una cupa disperazione.
Credo l’abbia cercata, in un primo momento. Messaggi, perlustrazioni. Poi deve aver capito che le cose stavano prendendo una piega preoccupante e ha chiuso le comunicazioni, cancellando la chat e tutti i files equivoci dal computer. Mi sono chiesta quanto ci mettevano a trovarla, e più allargavano le ricerche più mi veniva da ridere, incapaci anche di guardarsi sotto il naso.
Quando sono venuti qui, i telegiornali ancora non parlavano di cerchio che si stringeva attorno al colpevole, in questo sono stati bravi; ovviamente ero pronta. Sorpresa, incredulità, sdegno. Schieramento al suo fianco, difesa a oltranza della sacralità della famiglia. Dopo un tempo giusto, man mano che le indagini facevano il proprio corso ed emergevano le immagini, i video, le analisi del DNA, la mia corazza di perfetta moglie ha mostrato le incrinature dell’orrore, dello smarrimento, dello sdegno. La giusta presa di distanza, a schermo e protezione dei miei figli. Una moglie straziata, una madre perfetta.
Passerà. Tutto passa. La gente dimenticherà, ce ne andremo altrove, cambieremo cognome; ma tra un po’ di tempo. Per ora no. Qualcosa rimarrà di tutto questo, interviste, partecipazioni televisive lasceranno un po’ di soldi e una buona immagine. Sono bella, l’ho detto. Potrei pure avere una carriera davanti.
Sono pur sempre la moglie del Mostro.