la persona che amo di più al mondo (it)
Mi chiamo Lorenzo, ho otto anni e faccio la terza.
La persona che amo di più al mondo è la mia mamma.
Noi siamo una bellissima famiglia, papà, mamma e mio fratello più piccolo. Prima di parlarvi della mia mamma, che è la persona che amo di più al mondo, vi devo parlare del resto della mia famiglia.
Il mio papà porta il camion. È un camion enorme, ha un cassone grandissimo, c’entra un sacco di roba. Il mio papà mi ha detto che siccome è chiuso ed è pure isolato, ci possono andare tante cose e di qualunque tipo, cose da mangiare, bottiglie, detersivi. Il mio papà lo ha comprato sei anni fa, io ero troppo piccolo e non mi ricordo, vendendo l’altro che aveva, che era molto più piccolo. È stato una spesa molto importante, il mio papà ha dovuto fare un debito grosso e così un viaggio ogni due, mi ha spiegato, serve proprio per pagare questo debito; ma prima o poi finirà, e allora saremo più ricchi e potremo comprare più giocattoli e forse perfino la Playstation. Mi piacciono molto i videogiochi ma purtroppo ci posso giocare solo quando vado a casa del mio amico Riccardo: dopo aver finito i compiti e fatto merenda, la sua mamma ci fa giocare un po’.
Riccardo, il mio compagno di banco, è un bravo bambino anche se qualche volta mi fa un po’ di dispetti: il suo papà è dottore e ha molti più soldi di noi, così Riccardo ha più giocattoli di me anche se va peggio a scuola. Io però gli dico sempre che il mio papà prima o poi il debito lo finisce e allora vediamo, chi ha più giocattoli.
Io voglio molto bene al mio papà, anche se lo vedo troppo poco. Sta sempre in viaggio e quando torna è talmente stanco che dorme per un giorno intero! Noi bambini, quando il mio papà dorme, non possiamo nemmeno fiatare perché se no si sveglia, perciò il mio fratellino non è molto contento quando lui è a casa. Io invece, che sono grande e capisco le cose, gli dico che tutti i soldi che ci servono per il mangiare, per i vestiti, per i quaderni e le penne e i pastelli li guadagna proprio papà e quindi è giusto che lo lasciamo riposare.
Poi però si sveglia e quando può passa qualche giorno a casa con noi. Quando è con noi la casa cambia, apre le finestre, si mette a giocare con me. Sa fare un sacco di giochi, il mio papà; ma quello che mi piace di più è quando mi fa salire sul camion. Mi spiega come funzionano i comandi, mi fa vedere il motore che è enorme, mi fa sentire il rumore che mi fa tremare in petto, si sente l’odore della benzina nel naso che ti fa lacrimare gli occhi. Penso sempre che da grande guiderò il camion pure io, il mio papà mi ha promesso che quando si sentirà vecchio e non ce la farà più, sarò io a prendere il suo posto.
Però mi dispiacerà dover partire, e lasciare da sola la mia mamma. Perché lei, sapete, non vuole restare da sola.
La mia mamma è molto giovane. Io sono nato che lei era poco più di una bambina, lo dice sempre; quindi è la più giovane tra le mamme dei bambini della mia classe. Siamo arrivati in paese che io ero appena nato, il mio fratellino invece è nato qui, quindi la mia mamma non ha amiche da quand’era piccola e nemmeno parenti. Non le piace raccontare di quando aveva la mia età, quindi non so molto del suo passato, ma credo che non sia stata una bambina molto felice perché qualche volta le si riempiono gli occhi di lacrime, e allora io mi metto a ridere o a fare lo scemo, e ride pure lei. A me non piace, quando la mia mamma diventa triste. Ve l’ho detto, è la persona che amo di più al mondo.
Qualche volta la mia mamma e il mio papà litigano. È il motivo per cui quando lui torna non sono del tutto contento.
Mi accorgo che stanno per litigare perché la mamma guarda nel vuoto e non gli risponde. Ha un modo strano di guardare nel vuoto, la mia mamma: le si perdono gli occhi, come se stesse vedendo qualcosa che può vedere solo lei. Comincia a toccarsi i capelli, si arrotola una ciocca attorno alle dita, poi la lascia, poi ricomincia ad arrotolarla, poi la lascia di nuovo. Io credo che in quei momenti la mia mamma stia ricordando qualcosa. È un po’ nervosa, la mia mamma. Quando è troppo triste prende delle medicine, delle pillole che tiene in una scatolina sulla mensola in alto, così io e mio fratello non ci possiamo arrivare. Le pillole l’aiutano a calmarsi, dice.
Papà non la capisce, la mia mamma. Lui pensa che quando ritorna dai viaggi si deve trovare tutto a posto, tutto come vuole lui. Dice che con tutta la fatica che fa, almeno vorrebbe avere in casa sorrisi e tranquillità. Quando riparte e restiamo soli, mia mamma parla molto con me e col mio fratellino; parla facendo i servizi in casa, cucinando. Parla con noi perché forse pensa che non capiamo, che siamo piccoli. E ha ragione per mio fratello, che gioca e non ascolta perché è piccolo davvero; io invece non sono piccolo, e capisco. Quindi quando dice che non ce la fa più, che la vita le va stretta, che non sopporta nessuno, che odia questo paese dove nessuno le dà un po’ di confidenza perché viene da fuori, io la capisco.
E mi dispiace, perché come dicevo mia mamma è la persona che amo di più al mondo e vorrei che fosse felice. Anzi, se lei è felice lo sono anch’io.
Forse proprio perché la mia mamma era sempre triste il mio papà ha allungato i viaggi. Ha detto che ha trovato nuove commesse, trasporti tra una città e l’altra che lo costringono a stare fuori per più tempo. Mia madre dice che è un egoista, che finge di dover lavorare per starsene lontano e farsi i fatti suoi. Che una volta ha letto su un giornale che un camionista teneva un’altra famiglia a mille chilometri di distanza, moglie e figli, e che non si sarebbe meravigliata se papà faceva la stessa cosa.
Io non ci posso credere, che papà abbia altri figli. Lui è contento davvero quando torna e mi vede, lo sento. Ma credo pure che la mia mamma sia una persona che ha bisogno di compagnia, che non ce la fa a stare da sola, e che quando resta con noi la sua testa comincia a pensare, a pensare e a pensare, finché non le vengono pure pensieri brutti. Allora preferisco andarmene in camera mia, per non sentire: e lei dice ecco, vattene, sei come tuo padre. Diventerai peggio di lui, gli uomini sono tutti uguali.
Non mi piace quando la mia mamma perde il sorriso. Mi pare uguale a quando il sole sparisce dietro le nuvole.
Ho detto che la mia mamma è più giovane delle altre, e molto più bella. Lo so che lo dicono tutti i bambini, ma nel mio caso è vero perché me ne accorgo da come la guardano i padri dei miei compagni quando viene a prendermi a scuola. E le altre mamme se ne accorgono, e la odiano ancora di più trascinandosi i mariti via.
Una decina di giorni fa però il papà di Gianluca, un bambino che ha un anno più di me, si è fermato a parlare con la mia mamma.
I genitori di Gianluca hanno divorziato, me lo ha detto Riccardo che abita vicino a loro. Mi ha raccontato che li sentiva urlare pure di notte, per quanto litigavano. La madre di Riccardo gli ha detto che il papà di Gianluca tradiva la moglie con un’altra, lei se n’è accorta e lo ha cacciato di casa; allora lui è andato a vivere un po’ fuori paese, e due volte alla settimana viene a prendere il figlio a scuola per portarlo a mangiare con lui.
A me non piace quando gli uomini si avvicinano alla mia mamma. Lei è la mia mamma, e se qualcuno le può sorridere, e parlare a bassissima voce e farla ridere, dev’essere solo il mio papà, anche se purtroppo è tanto tempo che lei non ride con lui. Quindi non sono stato contento quando ho visto che il papà di Gianluca si avvicinava e le parlava fitto fitto. Però poi le ho visto una luce diversa negli occhi, e quando siamo tornati a casa non ha pianto e non ci ha sgridati, quindi ho pensato che magari era meglio così.
Già da quella sera la mia mamma ha parlato al telefono. Non era mia nonna, non era una delle mie zie: quando parla con loro grida. Ora invece sorrideva, sussurrava e si chiudeva in bagno. Io mettevo l’orecchio vicino alla porta, e la sentivo parlare con una strana voce di bambina.
Siccome questo era un fatto strano, mi sono messo a guardarla meglio, la mia mamma. Papà, ogni volta che parte per un viaggio lungo, mi dice: «Amore, ricorda che devi fare tu l’uomo di casa». In televisione in ogni film e in ogni telefilm l’uomo di casa sorveglia quello che succede, e quindi toccava a me. La mamma aveva cambiato umore; sorrideva, canticchiava, se io e mio fratello ci mettevamo a litigare quasi non se ne accorgeva nemmeno. Non ci trascurava, ma se ne stava sempre col telefono in mano, pronta a vedere se per caso le arrivava un messaggio o uno squillo. Quando succedeva scappava in bagno e ci rimaneva fin quando aveva finito di parlare, con quella strana voce di bambina. Una volta se non spegnevo io il fuoco sotto il pentolino del latte, sarebbe andato a finire tutto sulla cucina.
Qualche giorno dopo, all’improvviso e di pomeriggio, successe qualcosa di strano. Prima squillò il telefono di mamma, lei diventò rossa rossa e scappò davanti allo specchio per truccarsi. Io le chiesi se dovevamo uscire, e lei mi disse di andare subito in camera e di portarmi mio fratello perché doveva ricevere una persona che le doveva dire una cosa, e di non uscire per nessun motivo. Io portai mio fratello di là, e poi andai a spostare il disegno di Hulk, quello che ha un piccolo buco nel muro. Dietro al buco si vede il soggiorno. La persona che mia madre doveva ricevere era il papà di Gianluca. Io me l’ero immaginato, perché quando lo incontrava a scuola mamma faceva lo stesso sorriso di quando rispondeva al telefono.
Ero curioso di vedere che cosa aveva portato a mamma il papà di Gianluca, ma non le aveva portato proprio niente. Cominciarono a baciarsi, invece. E poi si buttarono sul divano.
Rimisi a posto il disegno di Hulk. Me l’ha fatto il mio papà, lui è molto bravo con i pastelli. Mi piace tanto, quel disegno.
Mi sentivo strano. Pensavo che le mamme potessero baciarsi solo coi papà, non con quelli degli altri bambini. Mi veniva da piangere e non sapevo perché.
Quella cosa cominciò a succedere ogni giorno. Più o meno alla stessa ora. Pensai di picchiare Gianluca, a scuola; ma poi la maestra lo avrebbe detto a mia madre, e lei si sarebbe arrabbiata. Allora gli chiesi se il suo papà non avesse una nuova moglie, e lui mi rispose che non lo sapeva e che non gli importava, tanto lui a casa del papà aveva la Playstation e appena entrava si metteva a giocare. Non mi ha chiesto niente di mia madre; forse non sapeva ancora niente.
Ci ho pensato tanto, a quello che dovevo fare. Io voglio bene al mio papà, ma la mamma è la persona che amo di più al mondo. Mi fa piacere vederla felice, sentirla ridere. Sono contento se lei è contenta.
Poi ho cominciato a pensare a un’altra cosa.
E se mia mamma ci lascia? Se decide di andarsene col papà di Gianluca, di avere altri figli?
Se io non la vedrò mai più?
Una mia compagna, Marzia, è molto ricca, più di Riccardo, e ha addirittura la cameriera. È una donna russa, che ci prepara la merenda quando andiamo a studiare là, si chiama Svetlana. Questa Svetlana è sposata con un muratore italiano e ha un bambino di tre anni; una volta ci ha raccontato che ha altri tre figli in Russia, tirò fuori le fotografie e ce li fece vedere. Ci disse che non li vedeva da cinque anni ormai, e che stavano col papà.
Avevano le facce così tristi, in quelle fotografie.
L’altro ieri, di notte, all’improvviso mi è venuta in mente Svetlana, la sua faccia felice mentre ci mostrava le foto dei suoi bambini tristi dimenticati. E ho immaginato me e il mio fratellino, in quella foto.
Allora ho deciso di dirlo al mio papà, che torna dopodomani. Glielo dico, così lui scaccia il papà di Gianluca e fa restare la mia mamma con me. Il mio papà è forte, sapete. Una volta ha rotto il naso a un automobilista che lo aveva provocato. Magari rompe il naso anche al papà di Gianluca.
Mia madre si è accorta che ho qualcosa in mente, perché mi guarda diritto negli occhi. Quando mia madre mi guarda diritto negli occhi, io non riesco proprio a nasconderle niente. Siamo a tavola, e mi dice: «Allora dopodomani torna papà». «Sì» le dico io. «Sei contento?» «Certo» le rispondo. E mi guarda diritto negli occhi.
Allora le dico: «Ci voglio parlare, con papà». «Di che cosa?» Mi accorgo che è attenta. Forse pure preoccupata.
«Lo so io» dico. «Lo so io.»
Le tremano le mani. Le succede sempre, quando è nervosa. Mi dice: «Non ci provare. Fatti i fatti tuoi». «Sono fatti miei» le dico. «Meglio che papà lo sa. Meglio che sa tutto. Io devo sorvegliare, lui me lo dice sempre. E infatti sorveglio.»
Non le dico che la mia paura è che se ne va come Svetlana. Non le dico che le voglio tanto bene, e che non ce la farei a restare senza di lei. Non glielo dico, altrimenti mi dice una bugia, che lei non va da nessuna parte, che devo stare tranquillo; Svetlana ci ha raccontato che quando partì nemmeno li salutò, i figli, per non farli soffrire.
Cambia voce. Adesso quasi piange. Mi dice che papà l’ammazza, se io gli dico qualcosa di Massimo. Lo chiama per nome, al papà di Gianluca. Penso che ho ragione io. Non le rispondo, figurati se il mio papà l’ammazza, con tutto il bene che le vuole. Poi dico: «Meglio che papà lo sa. Meglio che sa tutto quello che succede qui, quando lui non c’è».
Si alza da tavola. Va di là, la sento che parla al telefono. Piange. Io vado in camera mia.
Meglio che il mio papà sa tutto. Meglio che gli dico le cose come stanno, così rimette tutto a posto come prima.
Torna altre due volte, durante la notte. Io non dormo. Mi chiede di non farlo, di non parlare. Ha paura del mio papà. Io stringo le labbra e non le rispondo: non la lascerò andare via. Mai.
Oggi è l’ultimo giorno, il mio papà torna domani. L’ho sentita piangere in camera sua per tutto il tempo. Poi ha parlato al telefono, almeno tre o quattro volte. «Non capisci» diceva. «Mi ammazza. Quello mi ammazza.» Ma io lo so che non è vero. Il mio papà le vuole tanto bene.
Alla fine è venuta da me. Adesso sorride, anche se ha gli occhi gonfi. Lo sapevo che avrebbe capito. Le tremano ancora le mani, però. Mi dice che ha finito le pillole che la calmano quando è nervosa; me lo dice come se mi chiedesse scusa per questo.
La mia mamma è la persona che amo di più al mondo, sapete. È bellissima quando mi sorride. Il mio papà metterà tutto a posto, quando gli dirò quello che sta succedendo: che il papà di Gianluca vuole portarsi via la mia mamma.
«Facciamo un gioco» mi dice la mia mamma. «Vediamo tra me e te chi riesce a trattenere di più il respiro.»
Lo sapevo che non resisteva a stare arrabbiata con me. Mi ama tanto, la mia mamma. Vuole giocare con me, non mi lascerebbe mai.
Tira fuori dalla tasca una striscia di plastica. Ha gli occhi spalancati e rossi, ma sorride. «Vediamo quanto resisti» dice.
Io l’amo tanto, la mia mamma. Mi piace quando vuole giocare con me.
È la persona che amo di più al mondo.