la piazza nascosta (it)
Qualcuno se lo ricorda, Il segno del comando? Era uno sceneggiato (allora la fiction non esisteva) della RAI, trasmesso nel 1971. Una vita fa, vengono i brividi a pensarci. Insomma, fu una storia che tenne l’Italia incollata davanti al televisore per cinque domeniche, tra maggio e giugno.
Nel film un professore inglese in viaggio a Roma si trovava, a causa di una serie di vicissitudini che non vi sto a raccontare, in una piazza che nessuno conosceva; una piazza venuta diritta dal passato, che non esisteva da cent’anni.
Al vostro cronista è successa una cosa del genere, venerdì scorso. Napoletano, a Napoli da sempre, innamorato perso di una città bella e disperata, credevo di conoscerla se non tutta, almeno per i luoghi importanti. Quindi, quando mi hanno detto che una parte rilevante di giovani si riunisce a piazza Santa Maria La Nova mi sono chiesto dove fosse; e ho scoperto che di questa città quasi tutti conosciamo le vie e le piazze di passaggio, o quelle dove ci sono i negozi, i megastore e i bar famosi, o anche i piazzali antistanti le stazioni ferroviarie o metropolitane e funicolari. Ma se un luogo è chiuso al traffico, più o meno, e non ha nulla di celebre o eclatante da offrire, anche se è a tre metri dalla via che percorri ogni giorno, e più volte al giorno, ebbene corri il rischio di perdertelo, e di passare anche tutta la vita senza vederlo mai.
Il sottoscritto però, che vuole raccontare dei luoghi dove le persone nelle sere di primo caldo decidono di stare insieme, come il protagonista del Segno del comando si è ritrovato in una piazza venuta diritta dal passato, e tuttavia moderna come più non si potrebbe.
Santa Maria La Nova è una chiesa. Una bella, grande chiesa che è perpendicolare a via Monteoliveto, proprio di fronte alla Posta Centrale. Ci si arriva semplicemente alzando gli occhi e girando a destra, invece di camminare a capo chino verso piazza Municipio, presi da pensieri quotidiani e senza la voglia di vivere un po’. Se invece guarderete in su, vedrete una piccola salita con appunto la chiesa di fianco, un po’ imballata dai tavoli di un ristorante. Avendo la pazienza di percorrere una decina di metri, potrete trovarvi in una bellissima piazza degradante, sospesa tra sacro e profano e piena di persone, birra e risate di sera.
Perché sacro e profano? Perché, pur essendo una piazza tutto sommato piccola, ha una chiesa, la cappella di un’Arciconfraternita e la sede del Museo di arte religiosa contemporanea; e, in un’alternanza di quasi perfetta condivisione degli spazi, una pizzeria, un ristorante, un pub irlandese, un bar e un fast food di ispirazione araba. E anche un banchetto estemporaneo, di quelli che seguono le masse rifornendole di tutti i tipi di nocciole e noccioline e con le bottiglie allineate a mo’ di catalogo.
La sera del venerdì le istituzioni sacre si rassegnano e chiudono i battenti, ferma restando la forte illuminazione dei fari sul portale della chiesa, per far capire chi comanda: siamo momentaneamente chiusi, direbbero i battenti, ma riapriremo. Sfogatevi pure, ma domattina saremo di nuovo qui per ripulire la morale del quartiere.
In verità non sembra che la piazza abbia un gran bisogno di precetti etici. C’è una moltitudine di ragazze e ragazzi, si beve con relativa moderazione e soprattutto non si rileva quella latente aggressività che tante, troppe volte abbiamo incontrato anche a pochi metri da qui. Gli esercizi hanno tavolini, non tutti occupati, e si ha l’impressione che i migliori affari li faccia il banchetto economico, quello delle noccioline.
Il perché me lo spiega Marco, nome d’arte del commesso del fast food arabo Lamir, che significa «Principe». Il popolo di Santa Maria La Nova è quasi integralmente formato da studenti fuori sede, ragazzi che dopo una giornata passata a studiare o a lavorare per mantenersi si concedono qualche ora in pace con del kebab o una birra, seduti sul muretto delle aiuole al centro della piazza. Ci sono giorni con molta gente e altri in mezzo alla settimana che converrebbe restare chiusi, non si incassa nemmeno abbastanza per pagare la luce che si consuma. Resta difficile crederci, stasera. Continuano ad arrivare in gruppi, tutti salutano tutti con grandi sorrisi, manate sulle spalle e complicate strette di mano rituali che il sottoscritto imparerebbe in non meno di due anni di corsi intensivi.
La cosa che sorprende è che si direbbe trattarsi di un’unica grande comitiva, che vede forse escluse solo le coppie sedute ai tavolini e gli avventori della pizzeria all’ingresso della piazza, fondata da Aurelio Fierro e col nome di una sua famosa canzone. Nota del redattore: il ricordo di Aurelio Fierro è come quello del Segno del comando: roba per vecchi. I ragazzi di Santa Maria La Nova molto probabilmente non hanno mai sentito nominare né l’uno né l’altro.
Napoli emerge dai nomi dei locali: ’A canzuncella, Ma tu vulive ’a pizza, Aret’a palm’. Il ragazzo con la chitarra che fa circolo, evidentemente fuori corso, addirittura qualche striatura grigia nella chioma, suona in inglese con evidente accento pugliese. Non escludo che ci siano parecchi imbucati autoctoni, terzetti e quartetti di studenti alla ricerca di contatti più ravvicinati con compagne di corso di Benevento o Catanzaro; e non escludo nemmeno, per amor di verità, che non tutte le sigarette che passano di mano in mano siano solo a base di tabacco. Però il clima resta ridanciano e affettuoso, almeno adesso che è quasi l’una e le bottiglie di vino e di birra defunte sono meno di quelle ancora vive; e le ragazze si sentono al sicuro e non sono diffidenti, accettano di chiacchierare, tanto a due metri ci sono gli amici di sempre e non c’è pericolo. Mi chiedo come sembrerà la piazza domattina, quando si aprirà il portone della chiesa per la prima messa e i bei lampioni gialli saranno spenti. Forse nel ristretto numero di quelli che si svegliano presto ci sarà qualche altro studente, in cerca di un diverso ristoro o di una raccomandazione dall’alto per qualche esame; più probabilmente qualche frettoloso impiegato scuoterà il capo disgustato per tutte queste bottiglie vuote, e avrà anche ragione.
A un certo punto succede una cosa carina: dal limite della piazza opposto alla pizzeria, dalle parti del pub, parte un coro stonatissimo celebrativo del genetliaco di tale Maria Grazia. Alcuni si avvicinano, ci sono una torta e una bottiglia di spumante; la festeggiata è bruna e bassina, il viso rosso per la sorpresa, salta tra le braccia di un tipo allampanato che ha organizzato tutto. Il tizio cade e tutti ridono, potremmo essere in qualsiasi paese di qualsiasi provincia e invece a duecento metri c’è il porto con tutte le sue paure notturne. Ma oggi è il compleanno di Maria Grazia, non c’è niente da temere. E domani sarà la festa di qualcun altro, vedrete.
Seduti sul muretto vicino a me ci sono tre ragazzi con i capelli rasta, bermuda e collanine multicolore. Si direbbero cittadini giamaicani se non fosse per la pelle bianco latte e il marcato accento calabrese. Uno ha in mano un tubo di quelli in cui si arrotolano i disegni, tutti e tre hanno le mani sporche di colore. Parlano di un esame di architettura che si avvicina e sono molto preoccupati, fanno una tenerezza immensa; tra vederli e sentirli c’è un abisso, provo a chiudere gli occhi e me li figuro adulti e tesi verso la fine del mese, alla quale sacrificare grandi quantità di sogni e fantasie.
Chissà se, in mancanza di altri santi protettori, Santa Maria La Nova li preserverà da questo destino e li lascerà artisti per più tempo possibile.