la saponata ai quartieri spagnoli (it)
Linda e Paola abitano al Vomero, e lavorano a via Toledo. Alla fine di vico Lungo Gelso c’è una curva con una strettoia. Al Museo ci sono un perenne ingorgo e due semafori non sincronizzati.
Eventi apparentemente scollegati, senza un nesso fra loro. Eppure questi tre assunti costituiscono la colonna vertebrale di un aneddoto che adesso vi racconterò, e che ha risvolti comici e tristi al tempo stesso.
Andiamo con ordine: Linda e Paola oltre che colleghe sono l’una la migliore amica dell’altra. Linda è sportiva e forte, uno spirito libero e indipendente. Paola invece è sensibile e delicata, un po’ bradipa e non troppo incline al movimento. Da sempre Linda ha uno scooter, e Paola l’accompagna in giro per la città dopo il lavoro: un po’ di shopping, un caffè, a volte un aperitivo prima di tornare a casa dai mariti e montare di nuovo in servizio nel secondo, duro lavoro che fanno tutte le donne che lavorano. Tengono una o due ore per sé, senza togliere nulla a nessuno. Abitano in un punto del quartiere collinare che implicherebbe almeno due mezzi pubblici, autobus e funicolare, per arrivare al posto di lavoro, e un tempo qualsiasi compreso tra una e tre ore, secondo la giornata, il tempo, lo smog, il traffico, le scuole e tutte le altre variabili impazzite che rendono impossibile stabilire gli orari d’arrivo in questa città: per cui scooter, sempre e comunque.
Anche con lo scooter però vanno evitati certi punti critici che mettono a rischio l’incolumità delle caviglie, anche se come vedremo a breve non è sempre sufficiente: uno di essi è il doppio semaforo del Museo, comprensivo di vigili stressati e quindi disattenti e di automobili imbestialite dall’attesa. Allora, Linda e Paola preferiscono correre un altro rischio e risalire i Quartieri Spagnoli. L’altro rischio è il codice della strada peculiare di quella zona, che poco o nulla ha a che fare con quello rispettato (male) altrove in città. Provate e vi accorgerete che lì dentro, luogo com’è noto off limits per le forze dell’ordine, non esistono sensi unici né divieti di sosta, non si tiene necessariamente la destra e alcuni obblighi teorici come il casco e l’impossibilità di trasportare più di un passeggero sul motorino non vigono.
È facile trovarsi ad aspettare un quarto d’ora che due signore, una in macchina e una affacciata al basso, si scambino una ricetta o notizie della parentela; è facile svoltare un angolo e trovarsi di faccia, in senso vietato e a rotta di collo, uno scooter di grossa cilindrata guidato da un dodicenne con altri tre a bordo, che non possono dare la precedenza semplicemente perché, una volta fermati, cadrebbero rovinosamente per l’insufficiente lunghezza delle gambe.
Linda e Paola questo lo sanno, e stanno molto attente; d’altra parte quando transitano loro è ancora giorno, almeno fino all’inverno, e il pericolo è più contenuto. Imboccano come ogni giorno vico Lungo Gelso, stradina dal nome romantico e dalla pavimentazione sconnessa, per poi arrivare alla salita dell’Ospedale Militare e finalmente al corso Vittorio Emanuele, dove si metteranno l’animo in pace per giungere dopo almeno quindici minuti in via Salvator Rosa. A bassissima velocità, perché non si può mai escludere che un bambino sfrecci da un basso a un altro all’improvviso, Linda si approssima a tracciare la curva alla fine del vicolo: e le manca all’improvviso la terra sotto le ruote.
È successo questo: una determinata signora residente proprio all’altezza della curva, forse presa da smanie preautunnali di pulizia, forse decisa a scoraggiare tutti quei motorini che passando di là le appestano l’aria, ha pensato bene di inondare la strada antistante casa sua di acqua e detersivo. Così Linda e Paola disegnano un arco sul terreno e si schiantano sulle ruote di un furgone in sosta vietata sull’altro lato del vicolo.
I danni sono lievi, per grazia di Dio e della madonnina dell’edicola votiva all’angolo: trecento euro di plastiche rotte e lamiere piegate, una scottatura di secondo grado sulla bella gamba di Linda e un arcipelago di lividi sulla delicata caviglia di Paola, che batte anche la testa e deve probabilmente la vita al casco che correttamente indossava. Si crea il solito capannello, quella piccola folla che fa sorridere dovunque in Italia e fa dire «Che gente di cuore, però, in quella città». È un fiorire di «Signuri’, state bene?», e di «Portate un poco d’acqua, prego, assettatevi qua». Tutto bene, tutto elegiaco, siamo tutti fratelli e sorelle. Finché Linda, che non è come si dice dolce di sale, scosso l’intontimento dalla testa, si permette di dire: «Ma che modi sono, siete impazziti a buttare acqua e sapone sulla strada? E se il casco non lo tenevamo, e se passavano dei bambini?».
Scende il gelo, e cessiamo di essere tutti fratelli. Anzi, la folla si apre e arriva una scarmigliata virago vestita di nero che chiede da dove sono venute queste due. E anzi, chiamate don Antonio del furgone, che ’ste stronze ci sono andate addosso e glielo hanno pure strisciato. Un uomo si accosta a Linda, la prende per un braccio e le dice in malo modo: «Ti abbiamo alzato da terra, e abbiamo alzato pure il motorino. Mo’ piglia all’amica tua e levati di torno».
Linda e Paola, doloranti dentro e fuori, arrivano a via Toledo. Di polizia o vigili urbani nemmeno l’ombra. Tanto vale arrivare in ospedale e farsi controllare, per fortuna niente di rotto. Però da domani meglio l’ingorgo del Museo.
Perché col grande cuore di questa bella città è meglio non averci a che fare.