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maurizio de giovanni

le beffe della cena, ovvero: piccolo manuale di sopravvivenza nell’intrattenimento in piedi (it)

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Un fantasma si aggira per l’Europa. Anche per le Americhe, a essere sinceri. Si aggira famelico e subdolo, e si annida indifferentemente nell’ombra di sordidi bar di periferia e nel foyer di raffinati teatri del centro: è l’invito. Qualcosa di orrendo e ingannevole, che affonda le radici nell’istinto distruttivo della belva e che si veste di un falso aspetto di benevolenza sociale.
I nostri progenitori, all’alba dei tempi, avevano intuito che la migliore vita sociale possibile fosse l’assenza di una vita sociale. Singole famiglie, al massimo piccole tribù che erano solo quello che in questi anni bui si chiamano «famiglie allargate», vivevano a centinaia di chilometri da altri nuclei e ognuno aveva il suo territorio. A nessuno veniva in mente un pranzo di Natale con lista di invitati. Tempi felici, nei quali se qualcuno si accostava per cena veniva preso a sassate o frecciate, e l’olio veniva usato anziché per friggere montagne di supplì per essere riversato da bastioni assediati.
Ma alla fine, dopo milioni di anni passati a elaborare una modalità di esistenza soddisfacente, ci siamo caduti. Usciti dalle caverne, discesi dalle palafitte, provate repubbliche, monarchie, oligarchie, comuni, signorie, siamo arrivati alla completa rovina: la città moderna.
Non che sia stato facile, non ci veniva naturale. Inspiegabilmente, preferivamo la campagna con la sua aria insopportabilmente pura e puzzolente di letame. O i litorali, con tutto quell’azzurro non abbinabile e la sabbia che entra nelle scarpe. O la montagna, fredda e inospitale, piena di discese pronte a trasformarsi a tradimento in salite.
Ci siamo aggregati in queste splendide realtà urbane, piene di musica e colori e di altrui gas organici. Certo, stiamo un po’ strettini: una mia amica in dispnea è svenuta in funicolare all’Augusteo alle sette e trenta ed è caduta al suolo a piazza Fuga, venti minuti alle otto, quando la gente è uscita dal vagone. Ma siccome è subentrato il nuovo turno, è riuscita ad alzarsi in piedi alle otto e trentacinque, fermata Palizzi, quando gli ultimi ritardatari sono arrivati in ufficio bestemmiando. Se non fosse riuscita a guadagnare le scale a quattro zampe sarebbe incorsa nel plotone di casalinghe di corso Vittorio Emanuele, alla ricerca dei saldi di via Roma, e probabilmente sarebbe la star di Chi l’ha visto? di questa settimana.
Quindi, capirete bene che è meglio attrezzarsi. Per sopravvivere all’aggregazione e al contatto forzato, mantenendo se non la sanità mentale almeno un costante e gestibile grado di follia.
Il presente manualetto non vi servirà a evitare l’inevitabile; ma potrete in compenso dire che eravate pronti al peggio, e riuscirete a non dare soddisfazione a chi cercherà di scorgere sul vostro viso i segni della disperazione e della sorpresa.
Non potrete fare a meno di soffrire, insomma. Ma con un minimo di dignità.
1. L’invito
Vi arriverà tra capo e collo quando meno ve lo aspettate. E non può essere che così, altrimenti non vi fregherebbe.
Ad esempio, mentre state facendo colazione al bar di primo mattino: caffè, cornetto e un mezzo bicchiere di minerale in santa pace, cercando di svegliarvi un po’ alla volta. È allora, proprio allora, che incontrerete uno che non vedete da una vita, o anche lo stesso collega che incrociate venti volte al giorno, e con cui a stento vi salutate.
Già l’incontro è di per sé una rottura di scatole: è il vostro momento, state arrivando alla crema e amarena al centro del cornetto, la prima e forse l’unica dolcezza della vostra mattinata. Dovete arrivarci subito, altrimenti il caffè si raffredderà irreparabilmente nella tazzina e farà schifo. È in quel momento che il rompiballe vi attaccherà il proverbiale bottone, cogliendovi a bocca piena e a testa vuota, con gli occhi abboffati di sonno e vagamente cisposi ai lati, i capelli ancora a forma di cuscino.
Dopo un breve scambio di battute, nell’ambito del quale il vostro contributo sarà costituito da bofonchiamenti e da fonemi senza valore semantico, il soggetto, invece maledettamente sveglio e coi bioritmi al massimo di primo mattino, pronuncerà le fatidiche parole: «Senti, noi sabato sera ci vediamo nel dato posto, ci mangiamo una cosa così, all’impiedi. Ci devi venire assolutamente, stiamo un poco insieme; e poi, ti assicuro, ti divertirai, non venire meno. Allora? Me lo devi dire adesso, così ti conservo il posto. Allora? Allora?».
A quel punto, la vostra situazione è la seguente:
A) il sordo mal di testa, che aveva accompagnato la prima mezz’ora da svegli e che era stato fugato dalla doccia, ha ripreso alla grande a fracassarvi le meningi;
B) il cornetto pende inerte dalle vostre dita, gocciolando crema gialla (notoriamente indelebile) e frammenti di amarena sulla falda del soprabito, per la gioia della lavanderia;
C) il caffè ha una temperatura compresa tra i dieci e i quattordici gradi, il che lo colloca allo stato di fanghiglia con una piccola palude iperglicemica sul fondo;
D) siete perfettamente consapevoli che il tizio non se ne andrà mai dal vostro metro quadro, quantunque traspaia un chiaro intento omicida dalla vostra espressione.
Stando così le cose, vi sembrerà un prezzo fin troppo conveniente un «Sì, certamente, sarà un vero piacere», per liberarvi del rompiscatole; tanto più perché sulla «p» di «piacere» l’ormai stantio boccone di cornetto, una pappetta giallastra schifosa in forma di bolo, partirà dalla vostra bocca per colare, malinconico e inconcludente, sulla manica del maledetto, attaccata alla mano che è a sua volta attaccata alla vostra spalla. Una magra consolazione, ma pur sempre una consolazione.
Questa è solo una delle infinite fattispecie attraverso le quali potete essere coinvolti in quella moderna, avanzata forma di tortura che è una cena all’impiedi. Un evento collocabile tra le piacevolezze collettive della moderna civiltà quali, ad esempio, le camere a gas (delle quali non ha però il vantaggio della brevitas) e le foibe, con le quali condivide l’affollamento ma non l’aria aperta. Un dramma che i normodotati vivono come tale e che schiere di subnormali o superuomini attraversano come pesci nel mare, assolutamente calati nel ruolo e perfettamente a proprio agio.
Una tragedia che affonda le radici nel momento in cui viene incautamente accettato l’invito, e propaga i propri effetti nell’indefinibile futuro: ho conosciuto un uomo che continuava a maledire l’evento venticinque anni dopo, in sede di conflittuale divorzio con tale «Vipera», conosciuta nella terribile occasione. Un evento che viene normalmente preso alla leggera, ma che può diventare più spaventoso di una reclusione di media durata o, peggio, di una retrospettiva di Ingmar Bergman.
Né l’invito è evitabile: arriverà subdolo e inatteso nei momenti più impensati, e sarà sempre vincente perché vi coglierà alla sprovvista. Sarete invitati in autobus e al cinema, al telefono e in ascensore; se maschietti, sarete colti con il pisello tra le mani, mentre fate pipì nell’orinatoio dell’ufficio (e invariabilmente le ultime tre gocce rimarranno discretamente nello slip), se femminucce mentre mettete l’ultimo split di rossetto, e vi si farà uno sbaffo laterale da clown di second’ordine, con il latte detergente più vicino a tre chilometri. Denominatore comune, l’impossibilità di rifiutare tout court, o di inventare una balla.
Solo pochi intrepidi pensatori, dotati di non comune velocità e prontezza di spirito, riescono a confezionare un valido motivo in quei due, tre secondi che l’imboscata gli concede: un nonno morente, un’incipiente separazione, una recentemente diagnosticata leucemia («Ah, non sapevi?… Be’, sai, ci si fa coraggio…»). Certo, non si può dire, davanti a uno sguardo di devozione canina che in alcuni casi arriva allo sforzo imitativo della lingua penzoloni, che si vuole guardare la partita in tivù o che si è deciso di andare al cinema; non tutti hanno il cuore di ferire un’ingenua, tenera aspirazione ad annoverarvi fra gli accoliti di questa selezionata quantità di psicodegenti.
E ci si trova dentro. Senza rimedio.
2. Ci vediamo lì
Comincia così l’intenso, breve periodo che separa il momento dell’invito da quello dell’olocausto. In questo lasso, la mente cercherà appigli per sfuggire dall’annunciata immensa lacerazione testicolare: ci si sarà resi infatti conto immediatamente di essere entrati in una nassa sociale, senza via di uscita. Si immagineranno eventi catastrofici, cataclismi familiari, epidemie: ogni scusa sembrerà eccessiva o insufficiente, comunque inadeguata.
Il pensiero dell’obbligazione contratta, come un brufolo anzitempo premuto, tornerà a galla a intervalli regolari, un fastidioso, persistente rumore di fondo; vi impedirà di godervi appieno la vostra solita, squallida vita con la sua insistente istanza: come fare a scansare il fosso?
Se invitati assieme al proprio partner stabile o occasionale, si cercherà biecamente di scaricare la colpa su di lui/lei, nel tentativo di conservare immacolata la propria immagine. Ci si fingerà angariati, perseguitati o ottusamente contrariati: «quello/a» (da pronunciare senza la barra, naturalmente) sarà dipinto/a di volta in volta come un individuo che ha l’unico scopo nella vita di impedire ogni vostra piccola gioia o piacere, quale certamente è intervenire alla cena cui si è stati generosamente invitati; o come un essere asociale, in preda a chissà quale turba neurovegetativa che comporta, in presenza di altri esseri umani, orrendi eczemi o tuonanti flatulenze («Non me ne parlare, i medici ormai ci evitano, forse in America si può risolvere»).
La iena Invitante non demorderà: con tono pressante e sopracciglia aggrottate si dimostrerà tetragona e impermeabile a ogni richiesta di pietà, e riscuoterà il credito assunto nel momento dell’improvvida accettazione. Anzi, confuterà ogni tesi, dimostrandosi aggiornata su qualsiasi studio medico di recente pubblicazione sulla patologia proposta; esprimendosi con accurata terminologia scientifica, all’occorrenza redigendo grafici a colori, smantellerà ogni scusa enunciando che solo intervenendo in questi tetri festini si potrà marciare verso un luminoso futuro di salute e benessere. Inutile provarci: nella migliore delle ipotesi ci si dovrà fingere visibilmente sollevati, celando in fondo al cuore la più nera mestizia.
In casi estremi, si otterrà un freddo sguardo ferito e la frase: «Se non vuoi venire, non hai che da dirlo», o equivalente. Ma certo che non voglio venire, idiota! Non lo capisci? «No, no, figurati: mi libero e ci vengo, certo che sì.» Perché l’Invitante, anche se nella massima parte dei casi è qualcuno che non ha peso nei rapporti sociali fin lì coltivati e anzi proprio per questo, da quel momento in poi diventerebbe assolutamente ostile, passando dalla schiera esigua dei quasi – possibili – amici ai nemici, certi; e in questa valle di lacrime, fratelli, di tutto c’è bisogno tranne che di nuovi nemici. Inoltre, magicamente lo si incontrerà in qualsiasi occasione, occhi corrucciati e mascella guizzante: in un triste, memorabile caso la iena offesa è stata promossa capufficio della vittima, e la dannazione è stata eterna e completa.
Per cui, tanto vale rassegnarsi subito, e sacramentando tra sé chiedere sorridendo l’indirizzo.
3. Ma come ci si arriva?
Le cene all’impiedi non si tengono mai in posti facilmente raggiungibili; questo è un assioma, una verità rivelata incontrovertibile. Il malcapitato invitato lo intuisce subito, quando gli viene comunicato l’indirizzo, condito con frasi come «Guarda, non puoi sbagliare» oppure «Allora, è facilissimo». Proposizioni introduttive che, successivamente, assumeranno il valore di un’amara ironia, quando vi aggirerete in piena notte con un foglietto in mano in zone angiportuali, circondati da ghignanti facce patibolari.
L’indirizzo non è mai semplice. Scordatevi piazza Tal dei Tali, 2 o via Tizio, 15; molto più probabilmente, vi vedrete scarabocchiare con un’illeggibile cacografia su un fazzolettino del bar o sull’angolo del giornale: «Terza traversa Mariano Rimmola, 12 Effe, sul retro del deposito di legname», oppure «Quarto vico Giuseppe Limatola, non parte bassa né parte alta, dopo il sesto pilone». Inutile dire che la descrizione del tragitto compete a personaggi gravati sin dall’infanzia dalla sindrome del mancato riconoscimento della destra e della sinistra, o completamente privi della memoria e del senso dell’orientamento. E sarà comunque la parte migliore della serata, questa strana caccia al tesoro senza tesoro che vi porterà dall’altro capo della città, imbottigliati in un ingorgo a croce uncinata tra simpatici jodel di bestemmie di tassisti; o, in alternativa, fermi in lacrime sotto un cavalcavia attorno a un allegro falò, circondato da lustrinate fanciulle di cittadinanza brasiliana e di sesso anagrafico maschile che dibattono sulla direzione da indicarvi; o, ancora, segnalati via radio col numero del documento e la faccia attonita lampeggiata di blu, perché catturati nell’atto di forzare la porta di un retro di gioielleria («Avevo scritto 13/B, non 13/D!»).
Comunque, immancabilmente l’antro infernale non avrà parcheggio o, se lo avrà, sarà stato integralmente occupato da altre vittime arrivate in anticipo. E il luogo di sosta, in divieto assoluto, verrà rinvenuto non prima del minuto secondo antecedente la decisione di tornarsene a casa. È una cosa che ricorderete, quando ore dopo vi ritroverete a contemplare il foglietto verde della multa che vi sorride dal parabrezza, o i cocci del vostro faro anteriore destro che brillano al suolo. O entrambi. Naturalmente.
Telecomandati all’arrivo, tramite un’intermittente voce sincopata in un rap incomprensibile sia per il casino implicito nell’intrattenimento che per il fatto che i cellulari quando serve non prendono mai, vi ritroverete al citofono. La consultazione di alcuni citofoni prevede un’istruzione tecnica superiore, con digitazioni attraverso grate arrugginite nei cui anfratti la mano può rimanere senza rimedio incastrata; non di rado si rinverranno falangette rinsecchite, che incauti visitatori si saranno staccati a morsi per liberarsi, come faine con le tagliole nei pollai. Tasti contrassegnati da simboli incomprensibili, o che erano stati comprensibili prima dell’erosione atmosferica, andranno premuti in misteriose sequenze che variano di ora in ora, come riprogrammati da un elettricista schizofrenico; nominativi comunque dimenticati o confusi dovranno essere tradotti in codici alfanumerici, secondo criteri ignoti. Avrete un barlume di speranza di averla scampata, di essere costretti ad andare sollevati a casa a godervi pantofole e pigiama di flanella, anche perché nel frattempo avrà cominciato a piovere: sarete però raccolti dall’Invitante che, sollecito in maniera improvvida e non richiesta, sarà sceso a scrutare l’orizzonte in attesa del vostro arrivo, novella Madama Butterfly. Gaiamente cicalando, vi condurrà bagnati e interdetti verso una ripida scalinata, che intraprenderà due gradini alla volta come un cerbiatto a primavera; «Che piano?» chiederete. «Quinto» sarà la simpatica risposta. «E non c’è ascensore.» “Certo” penserete. “Come no.”
4. Accomodati, prego
Non è possibile andare in un posto, dove si conosce una sola persona, e sentirsi abbigliati a dovere. Senza eccezioni ci si sentirà fuori luogo, ridicoli e quindi evidenti come si fosse fosforescenti, anche se in realtà si è vestiti come tutti gli altri. Certo, ci sono spettacolari eventi derivanti da errori di comunicazione, che portano malcapitati in smoking a interloquire con primati dalle ondeggianti chiome lunghe a collo alto che cercano appoggio in condizioni di equilibrio precariamente etilico, o simpatici avventizi in pigiama, convinti di recarsi a un omonimo party, al cospetto di un ammutolito direttivo del locale Rotary; ma il grosso delle volte ci si aggira in anonimi jeans e blazer blu o maglioncini di filo con mezza zip, perfettamente omologhi a ogni altro appartenente alla fauna autoctona. In questo frequente caso, ci si potrà aggregare a quei cinque o sei nella stessa condizione, e guardarsi in faccia come a una riunione degli alcolisti anonimi.
Il maledetto Invitante, una volta assolta la propria funzione, scomparirà nella nebbia senza lasciare traccia. Potrà ricomparire, e lo farà senz’altro, solo in caso di tentativo di fuga; altrimenti, essendo l’unica persona che conoscete e con la quale potete parlare, non la vedrete più. Vi avrà però prima presentato alla padrona o al padrone di casa, che peraltro sarebbe stato facilmente riconoscibile dall’espressione esaltata e svagata; il suo occhio ballerino, spesso svincolato dall’altro nelle rotazioni con un brillante effetto camaleonte, sarà infatti impegnato 1) a controllare che tutti siano felici e soddisfatti, 2) che i piatti di ognuno siano pieni, 3) che i bicchieri di ognuno siano pieni, 4) che nessuno imbratti di liquidi più o meno organici i divani, 5) che nessuno si fotta niente. Una battaglia perduta in partenza, soprattutto con riferimento ai punti sub 4) e 5).
Vi aggirerete, lasciati a voi stessi, nella vana ricerca di una collocazione che vi consenta in alternativa un sonno tranquillo o una decente libertà di pensiero, nel senso di essere liberi di pensare ai fatti vostri senza violente intromissioni. Impossibile. Il ritardo generato dalla caccia al tesoro avrà fatto sì che ogni strapuntino con parvenza di comodità sia stato occupato, con ottimizzazioni quali due, tre persone sedute sulle gambe di nerboruti addormentati: una sedimentazione quasi geologica, in alcuni casi non necessariamente basata su una confidenza personale tra i vari strati. Ho visto mariti cercare mogli addormentate sotto montagne di invitati, con un puntiglio degno di Schliemann che scava per trovare Troia (con la maiuscola, attenzione: absit iniuria verbis).
E vi chiederete in più di una circostanza cosa spinge tanta gente a ritrovarsi volontariamente in quel posto, apparentemente divertendosi, e a non tentare una sollevazione di massa e quindi una fuga. Invece, alla fine vi ritroverete in un angolino dietro una porta, rigorosamente la più usata di tutto l’appartamento dopo quella del cesso, che vi verrà sbattuta sul naso col ritmo di un metronomo regolato sul merengue; tornerà utile, nel caso, un piede più lungo del naso o di qualsiasi altra sporgenza del vostro corpo, che farà da ammortizzatore dello stipite. Ancora meglio, riuscire a coinvolgere il maledetto Invitante in un brano di conversazione ancorché breve, spalle alla porta: sarà musica per le vostre orecchie, il delicato suono di gong della sua nuca sul palissandro.
Da questo intermittente punto di osservazione potrete in primo luogo considerare l’ambiente, prima di effettuare rilievi sulla qualità degli occupanti. Le cene all’impiedi si tengono sempre in posti inadeguati a contenerle. Le leggi sulla non comprimibilità dei corpi umani oltre certi limiti vengono sfidate, e stravinte con disarmante frequenza. Si pretende di parlare, ascoltare musica a tutto volume, mangiare, ballare, giocare, discutere animatamente e talvolta perfino di respirare in centinaia su una superficie di ottanta metri quadri con angolo cottura. Numerosi studiosi si sono aspramente confrontati sulla sfida che la cena all’impiedi costituisce alla fisica, alla chimica, alla medicina e alla sociologia, senza tuttavia venirne a capo.
Un’accreditata scuola di pensiero, che ha basato le proprie elaborazioni teoriche su annose ricerche presso le tribù Bantu, ritiene che la digestione in itinere di sostanze contenute nei vol-au-vent alzi le difese immunitarie, consentendo di sopportare temperature e pressioni altrimenti letali. Come che sia, vedrete riti orgiastici consumarsi impunemente al centro di stanze che sarebbero ritenute insufficienti a fare da rimessa a uno scooter di media cilindrata. E vedrete una coppia di bassa statura ballare un intero «lento» (Questo piccolo grande amore, vedi infra quando si parlerà di musica) sulla tomaia destra di un incolpevole ma ospitale probabile giocatore di basket, immobilizzato dalla folla come una giraffa rassegnata nella palude in attesa del branco di caimani.
Trattazione a parte merita il bagno. Poiché la qualità del cibo e la quantità dei beveraggi vi porteranno a farne necessario uso, che almeno siate preparati a ciò che vi attende. Alla prima manifestazione di uno stimolo vescicale vi appropinquerete al padrone di casa, per estorcergli l’informazione sulla collocazione della stanza da bagno.
Non sarà facile; preso/a com’è dall’attività di sorveglianza di cui sopra, non potrà dedicarvi molta attenzione; esacerbato dagli eventi, vi guarderà con occhio vacuo, incapace di cogliere il significato dei vostri eufemismi (tualèt, toilet, bagno, «Dovrei lavarmi le mani» e così via): quando, al colmo dell’esasperazione, urlerete «Il maledetto cesso» nell’unica pausa della musica di tutta la serata, dovrete probabilmente accontentarvi di un secco cenno col capo che scambierete per un tic. Ma il crescente stato di necessità incrementerà il vostro istinto esplorativo, così da lanciarvi in una missione di ricerca nella zona off limits, quella che la famiglia ospitante sperava di tener fuori dalla catastrofe.
Scoprirete così un sottobosco di personaggi che hanno la singolare pretesa di venire in un posto tanto simile al terzo girone dell’Inferno di Dante per appartarsi: una fauna degna di studi specifici, sui quali potrebbero essere redatti testi ponderosi. Il principale intento è, manco a dirlo, sessuale: ma non è forse questo il motore mobile che agita il centoquindici per cento delle relazioni sociali? Per cui troverete ultracinquantenni col mal di schiena intenti a ricordare le modalità operative di una sveltina, in piedi nello sgabuzzino delle scope, con un’involontaria assonanza di azione e oggetto; oppure, quindicenni che cercano di ottimizzare a fini copulatori il limitato tempo a disposizione e la fortunata circostanza di superfici soffici e orizzontali a disposizione; anche sei coppie in un solo letto matrimoniale, interagendo però rigorosamente di due in due: le nuove generazioni hanno poche disponibilità ma rigidi principi morali.
Anche nell’agognata toilette saranno immancabilmente in corso attività similari: lo intuirete dal suono ritmico delle percussioni ovattate, se non anche da soffocate, inequivocabili emissioni vocali. La vostra discrezione vi imporrà, una volta tentata la maniglia, di ritirarvi dalla ritirata in buon ordine, almeno contenti di non aver trovato una fila in attesa; quest’ultimo evento è tuttavia illusorio, e lo capirete dagli incontri che farete lungo il corridoio, tante persone in differenti stati di cianosi, alcuni dallo sguardo disperato. Qualcuno, incrociandovi, sibilerà: «Ancora scopano, quei maledetti?». Riuscirete nell’intento al nono, decimo tentativo, e sarà il momento più bello e indimenticabile della serata. Altrimenti vi vedrete costretti a provvedere diversamente: e potrete dire con maligna soddisfazione che, in quel posto, nell’andar via avrete lasciato qualcosa di voi.
5. Un po’ di musica e quattro salti
Tutti questi eventi saranno accompagnati da un frastuono infernale: una cacofonia prodotta dal concorso delle voci di tutti che parlano contemporaneamente, da un impianto stereo traslato apposta per l’occasione da una discoteca, da tre singoli nuclei con chitarra e bongos (musica afrocubana), chitarra e tammorra (musica popolare napoletana), chitarra e schiaffoni (musica per bambini). Ognuno dei gruppi prevede da un minimo di tre a un massimo di venticinque cantanti, rigorosamente stonati sia in proprio che per conto terzi.
Una volta ho assistito con i miei occhi al tentativo di lettura di poesie di Prévert e di Neruda, con voce sottile e flautata, di una valida attrice dilettante, con il sottofondo teorico di un sitar, sorta di chitarra indiana. Poiché però in contemporanea era in corso una session di Cantatù avente a tema i Cugini di Campagna, opera omnia, la sovrapposizione di eventi causò una spettacolare rissa di massa sedata solo da ’O guarracino, sparato al massimo volume consentito dall’amplificatore, nell’esecuzione atroce del figlio del padrone di casa. L’effetto convettivo degli istinti omicidi sul soggetto fu immediato e conclusivo.
C’è di buono che l’organismo umano pietosamente si ottunde, dopo un po’; per cui ci si abitua a leggere il labiale, come in una comunità di monaci induisti, e si accede con serena rassegnazione alla nuova condizione di audiolesi nella quale si rimarrà per i successivi quattro giorni. Casomai servisse ai fini INAIL, si chiama invalidità transitoria.
Immancabilmente, qualunque sia il gruppo presente o la natura della festa, alcuni intrepidi decideranno di ballare. Verranno a galla un istinto agonistico e un senso di adattamento degni di migliori obiettivi, e i ballerini improvvidi si schiereranno in file di sei, procedendo avanti, indietro e sui lati con un’omogeneità affine a quella della falange macedone; come Unni travolgeranno tutto ciò che si frappone tra loro e la realizzazione degli immaginari disegni che solo loro vedono. Se vi accorgete che vengono verso di voi, pallidi, sudatissimi e con espressioni truci e concentrate, non vergognatevi e scappate verso il più vicino balcone. L’alternativa è di assoldare una o due piccole pesti per spargere sapientemente al suolo pizzette con mozzarella, notoriamente l’alimento più scivoloso che esiste in natura: qualche maledetta caviglia potrebbe cedere, se siete fortunati, e ostacolare l’avanzata del plotone d’esecuzione.
Le persone meno sospettabili si sono marchiate dell’orribile delitto di un corso di danza moderna: professori universitari con troppo tempo libero, nonne con i nipoti ormai grandi, commercialisti in un villaggio turistico. Tutti con in comune l’errata convinzione di essere capaci di distinguere una rumba da un valzer. Nell’esercizio dell’esecranda funzione non si fermeranno davanti a nulla, pur di far finalmente vedere a tutti quanto siano bravi. Produrranno un cimitero di stoviglie e di sgabelli, oltre a un rumore di mandria di bisonti in fuga irripetibile, a esclusivo uso della famiglia sfortunata che abita al piano inferiore: le buie stanze dei sotterranei delle cliniche psichiatriche sono piene di vicini di casa di single con la mania della cena nel proprio monolocale.
È ormai universalmente riconosciuto che la violenza condominiale, così spesso al dubbio onore della cronaca, sia clamorosamente incentivata da questi eventi: e non pochi insigni giuristi sono promotori dell’elevazione della festa domestica al rango di attenuante.
A meno che non abbiano fatto un corso di danza, beninteso.
6. Ma che si mangia?
Le cene hanno sempre un tema, almeno in via programmatica. Le tematiche sono estremamente varie, quanto incidentali, e limitano i propri effetti a un singolo breve momento, normalmente a fine o inizio serata: un taglio di torta, un breve comizio, una lite furiosa (nel caso degli anniversari di matrimonio). Il tema è un’occasione, semplicemente un’occasione: se ne può prescindere e infatti se ne prescinde, frequentemente più della metà dei presenti non ne è nemmeno a conoscenza. Influisce però su un elemento fondamentale: il cibo.
La superficialità con la quale si aderisce a queste iniziative può indurre problematiche digestive irreversibili: attenzione alle cene a tema etnico, in giro per il mondo si mangiano cose assurde. Ho conosciuto persone che si sono nutrite di bruchi per un’intera serata credendo fossero Cipster, e altre che passano ancora notti insonni al pensiero di aver inconsapevolmente ingurgitato organi sessuali di piccoli marsupiali australiani.
Il grosso delle volte, però, alle cene all’impiedi troverete le solite cose, purché rispondano a una comune, unica caratteristica: che sia impossibile mangiarle all’impiedi.
Sembra perverso, ma è così. Può darsi che Madre Natura, nella Sua sconfinata saggezza, abbia già attivato un processo evolutivo per cui di qui a mille anni le circostanze saranno meglio gestibili; per la qual cosa i nostri pronipoti, invitati a cena, avranno tre mani (una per tagliare, una per la forchetta e una per mantenere il piatto), o, meglio ancora, l’odore della frittura provocherà a mo’ di erezione la fuoriuscita di un tavolinetto dallo sterno. O, ancora, le teorie del dottor Darwin si realizzeranno nel cervello dei festeggiati, azzerando l’istinto torturatorio e facendo servire monobocconi di misura agibile per bocche normali. O, infine, la tecnologia svilupperà motoutensili in grado di tagliare, forchettare, scucchiaiare e anche premasticare perfino la temutissima fetta di bresaola.
Nelle more, bisogna adattarsi all’attuale situazione e alle presenti, limitate risorse: abbiamo due mani e due ginocchia, quest’ultime spesso nodose e bitorzolute e quindi poco atte a fornire supporto. Oltretutto, le gambe hanno la seccante esigenza di dover essere piantate al suolo per assicurare sostegno al resto del corpo. Perciò per mangiare qualcosa vi dovete procurare un supporto, per poggiare il piatto o il sedere (e il piatto sulle gambe). In questo, si è sfavoriti dai piatti di carta e, ancora peggio, dalla posateria in plastica.
Si tratta di un raffinato strumento di tortura: i piatti, che all’atto dell’acquisto, impilati in numero di seicento, sembrano poter resistere a un karateka con cintura nera, si trasformano all’uso in flebili e instabili pellicole. Riempiti con quantitativi industriali di quello che viene offerto, si piegheranno in direzione dei vostri pantaloni o della tappezzeria bianca del divano, come guidati da una bussola infallibile: una mano a ovest, e spargeranno vivande a est con generosa abbondanza; due mani ai lati, e si trasformeranno in una condotta di liquidi commestibili, come una moderna versione della cornucopia del mito. In tutti i casi e contro le leggi della fisica, espelleranno molto più cibo di quanto se ne sia immesso. Le forchette di plastica, più piccole di tre, quattro misure di quanto sarebbe necessario, si sdenteranno con la velocità di un ultracentenario della Barbagia, costringendovi a mangiare con due posate come un giapponese.
I coltelli sono puramente figurativi e comunque non avete la mano per impugnarli, quindi rimangono nel vassoietto sul tavolo centrale a raccogliere il livore dei presenti. I cucchiai non sono concavi e la loro misura non consente di mangiare: hanno la non secondaria funzione di immettere il brodo o il sugo direttamente sulla cravatta, nel colletto o nella scollatura. Ho personalmente assistito a una somministrazione di piselli e pancetta in una quinta misura coppa F, e alla susseguente offerta di aiuto di sedici maschi presenti.
Quanto al cibo, e fatte salve le suddette cene a carattere etnico-tematico, una volta rispettata la caratteristica primaria dell’immangiabilità, esso è sufficientemente variegato. Offriamo un excursus orientativo.
I vol-au-vent, a base di pasta sfoglia e colesterolo, sarebbero di volta in volta imbottiti di cose attraenti o gustose; peccato che di esse troverete a volte solo l’aroma, e più spesso nemmeno quello. In compenso, una volta addentati esploderanno, spargendo per un raggio di mezzo metro frammenti triangolari e taglientissimi come schegge di granata. Ungeranno abbondantemente le dita e le labbra, e rutterete al sapore di burro e acciughe per tre giorni almeno.
Gli affettati sono sintetici: si vendono appositamente, coloratissimi e appetitosi allo sguardo, assolutamente insapori al gusto. E come molti elaborati sintetici sono infrangibili e intagliabili: mani esperte nell’ikebana, l’arte giapponese di comporre i fiori, potrebbero usare fette di prosciutto crudo e cotto intarsiate di capocollo per guarnire soprammobili o tendaggi, rendendo gli stessi simpaticamente rustici. Ma mangiarli, no.
I primi piatti sono elaborati appositamente per risvegliare l’attenzione dei commensali: ci sarà un crollo delle conversazioni e i volti diventeranno, da allegri e ridanciani, pensosi e riflessivi. Spaghetti chilometrici, e succhierete corrugati per un quarto d’ora, o bucatini a fionda, e invierete messaggi al ragù in un raggio di dieci metri; tubetti con piselli a effetto granata, che verranno rinvenuti dopo anni negli interstizi della poltrona da voi occupata quando verrà demolita, o penne all’arrabbiatissima, che renderanno le vostre labbra simili a quelle della Marini, ma al sapore di aglio e non di cocaina.
I secondi sono uno: roast beef. In diversi stadi della cottura, naturalmente: ma sempre e comunque roast beef. Dal cosiddetto chewing roast beef, che può essere masticato per cinque ore rimanendo pressoché inalterato e si può fare anche il palloncino, allo stripping roast beef, che si riduce in strisce sottili che si collocano, come guidate da una mente propria, direttamente negli spazi interdentali, dai quali potranno essere rimosse solo dai vigili del fuoco. Anche il roast beef è resistente alla fiamma ossidrica e al laser: ricordo un invitato statunitense, con una fetta pendente sul mento come una lingua di labrador, le mani impegnate dal piatto e nemmeno un posto dove appoggiarlo, gli occhi imploranti aiuto e una lacrima che gli rigava la guancia.
I dolci sono la massima parte delle volte costituiti dalla torta di compleanno, che fa schifo a tutti e avanza, frammentata e suddivisa in porzioni, in quantitativi maggiori dell’originaria: chi si prendesse la briga di ricostruirla con gli avanzi avrebbe la sorpresa di trovarsi di fronte a un quantitativo almeno doppio di quello servito.
Le bibite offrono un contrasto a volte stridente. Al fianco della regolamentare Coca e della Fanta, che compare solo in queste occasioni e che puntualmente viene gettata via intatta dopo tre settimane, vengono offerti vini spesso rari e costosi; il perché è semplice: sono stati regalati da qualcuno dei presenti e devono essere esibiti. Potete berli liberamente, ma sarete fulminati dallo sguardo avaro del padrone di casa, che accompagnerà ogni vostro sorso con silenziose bestemmie, tali da causare la vostra immediata corsa al bagno (vedi sopra). Meglio evitare. Occhio anche a contrassegnare il bicchiere in qualche modo, al fine di non ingollare mozziconi altrui o la dentiera del nonno, altrove ricoverato per liberare la stanza.
Nessuno, e dico nessuno, uscirà indenne sotto l’aspetto delle macchie sugli abiti: un mio amico è sicuro che questa tipologia di evento sia in realtà organizzata da una misteriosa corporazione segreta che fa capo ai proprietari di tintorie e lavanderie, che investono così i corposi ricarichi delle loro attività. D’altronde, questo mio amico è un artista della macchia; l’ho visto coi miei occhi operare un vero virtuosismo, con un tortellino al ragù indelebile che, sfuggito al cucchiaio piatto di cui sopra, fece il seguente creativo percorso: mento, cravatta Marinella (in tre punti), camicia Brooksfield all’altezza dell’ombelico, jeans Armani con rimbalzo tra entrambe le cosce e trionfale ingresso nella Hogan di sinistra in tela. Un danno quantificabile in uno stipendio e mezzo.
Un’altra volta ha infilato la forchetta in un pachino posto a guardia di un risotto: il vegetale è esploso in mille roventi schegge rosse, ferendo in modo non grave una maestra elementare in pensione e uno studente di ingegneria informatica; un fiscalista toscano, addormentato su un vicino divano, è stato salvato dalla lente destra dei Ray-Ban.
7. E chi c’era?
Ultimo e più importante elemento da tenere nella giusta considerazione, al fine di garantirvi una minima sopravvivenza, gli invitati: la fauna nella quale vi troverete aggregati, senza sentirvi minimamente omologhi a essa.
Come in ogni spaccato di umanità le tipologie sono le più disparate: ma il contesto rende possibile identificare alcune macroclassi.
Il catatonico. È arrivato presto e ha esaurito ogni argomento possibile con le due persone che ha trovato, e ora è andato in standby; lo vedrete seduto su una sedia appoggiata alla parete, sulla quale lascerà una decorativa striscia scura nonostante le raccomandazioni supplichevoli del padrone di casa. Ha lo sguardo vitreo, la mascella pendula dalla quale potrebbe, nel caso del prolungarsi dello stato comatoso, scorrere un malinconico filo di bava. La testa è lievemente piegata in avanti, in mano mezzo bicchiere di una melma ormai indistinguibile dalla bibita che l’ha originata. Se riuscite a procurarvi una sedia nei suoi paraggi potrete godere dell’assenza della sua conversazione, ma correrete il rischio di diventare a vostra volta catatonici, e di assumere progressivamente il colore della parete retrostante. Viene rimosso all’alba dalla polizia mortuaria e accompagnato a casa.
Il vecchio amico. Non potrete sfuggire all’immancabile vecchia conoscenza. Non è assolutamente rilevante che lo abbiate effettivamente mai conosciuto; lui crederà di conoscervi e tanto basta, con effetti devastanti sul resto della serata. Contrariamente all’Invitante, che come abbiamo detto sarà stato inghiottito dalle tenebre, lui spunterà da ogni angolo, con disarmante persistenza. Comincerà con un innocente «Ma ci conosciamo?», per poi diventare un tormentone: «No, guarda, sono sicuro: ma dove ti ho visto?». La sua sarà una missione, consistente nel ricordare chi siete e cosa avete fatto per rimanere così indelebili nella sua elefantina memoria. Lo troverete dietro il bidet in bagno, appeso alla ringhiera fuori al balcone dove vi sarete rifugiati meditando il suicidio, nel secchio della spazzatura in cucina, nella televisione su Deejay Channel, che trasmette incessantemente canzoni assurde che nessuno ascolta. Dovunque troviate un posto per riposare le gambe anchilosate, lui sarà seduto al vostro fianco. Quando andrete a cercare il soprabito, lui emergerà dalla montagna di cappotti, impellicciato come un plantigrado in via d’estinzione. Vi conviene ucciderlo subito, tanto lo farete comunque: così almeno non buttate la serata.
L’erotomane. Non importa che siate uomo o donna (cioè, naturalmente a voi importa): in ogni caso troverete, appollaiato sullo schienale della vostra poltrona come un avvoltoio o appostato silenzioso nel buio come un vampiro, l’erotomane. Si tratta di una persona spesso (ma non sempre) di sesso diverso dal vostro, intervenuto all’intrattenimento nell’esclusivo intento di bagnare il biscottino o quello che è. Si prescinda in modo assoluto dalla piacevolezza dell’individuo o dalla vostra volontà o meno di accettare l’interlocuzione: l’erotomane diventerà sgradevole, se non lo è dall’impianto, entro due o tre secondi. Comincerà a fare battute a triplo o quadruplo senso, praticamente incomprensibili se non per il tono allusivo e la voce roca. Avrà lo sguardo lubrico, fisso su parti del vostro corpo che normalmente usate per altre funzioni o solo a fini decorativi, e non di rado si passerà la lingua sulle labbra, provocando soffocati conati nei presenti. Dal momento della sua epifania vi converrà astenervi dal trovarvi da soli in qualche anfratto, circostanza che comunque dato l’affollamento sarà difficile: potrebbe decidere di passare alle vie di fatto, costringendovi a un delicato ma fermo diniego da manifestare, alternativamente, con una ginocchiata nel basso ventre o una spallata sul torace. Devo tuttavia ammettere che queste percussioni possono costituire un piacevole diversivo al tran tran della serata.
L’imbucato. Sembra impossibile, lo so: ma succede assai spesso che esistano alcuni soggetti che scelgono di propria volontà di far parte di questo inferno. Sono soggetti anonimi, spinti a valle come i lupi e con la stessa motivazione principale: la fame. Ognuno crede che siano amici di qualcun altro, sorridono con discrezione e si muovono perfettamente a proprio agio. A volte tradiscono un po’ di nervosismo nei paraggi del padrone di casa, ma il più delle volte la fanno franca alla grande, e risultano anche tra i più socialmente sopportabili. Li distinguerete dai numerosi e consecutivi passaggi al tavolo del buffet, perché astutamente evitano riempimenti eccessivi dei piatti che li renderebbero troppo evidenti; le modalità nutritive sono quelle dei piccioni, beccate brevi e continue, e quelle digestive e masticatorie affini ai grandi ruminanti delle pianure argentine. Non di rado, noterete che masticano da entrambi i lati contemporaneamente, per guadagnare tempo: nella circostanza lanciano rapide occhiate furtive attorno e controllano la praticabilità della via di fuga verso la porta d’ingresso.
L’attaccabottoni. È di gran lunga il più feroce tra gli animali di questa giungla, il più temibile e quello al quale è in assoluto più difficile sfuggire. Vive allo stato brado nei salotti, e ha la particolarità di mimetizzarsi perfettamente nell’ambiente, talvolta esibendo maglioni color libreria o giacche tinta schienale di poltrona: tende il proprio agguato in silenzio, apparentemente in tutto simile agli altri animali. Si manifesta non appena, in qualsiasi modo, apprende il vostro mestiere o la vostra professione: in quel preciso istante svelerà la propria temibile natura e procederà a un fracassamento gonadico continuativo che sarà impossibile fronteggiare. So di un attaccabottoni che, procuratosi per vie traverse il numero telefonico di una vittima, ha continuato a perseguitarla al fine di ottenere un certificato con le modalità di Glenn Close con Michael Douglas in Attrazione fatale, rischiando seriamente di fare la stessa fine (accoltellato nella vasca da bagno). Non avete speranza: l’attaccabottoni è collocabile in cima alla scala alimentare, avendo la persistenza del parassita, l’astuzia del felino e l’intuizione rompicoglioni della moglie: tutti animali feroci, ma nessuno in possesso della summa delle sue qualità. Potrete solo tentare di limitare i danni, asserendo di poter facilmente risolvere il problema e fornendo un numero di telefono sbagliato. Vi propongo però una soluzione alternativa, recentemente elaborata da alcuni sociologi, che pare stia avendo qualche positivo effetto, applicata sperimentalmente nelle cene sui loft di New York: diventare immediatamente un attaccabottoni a vostra volta, fingendo di aver bisogno di un piacere di scambio e cominciando a martellare. A volte funziona: solo, occhio a non aver a che fare con un impresario di pompe funebri, o con un urologo.
8. Epilogo
A una certa ora della notte vi troverete a riveder le stelle, o più facilmente di nuovo sotto la pioggia, in possesso di una nuova esperienza della quale avreste fatto volentieri a meno. Avrete anche un robusto mal di testa, la bocca impastata, gli occhi rossi e un bruciore di stomaco da esposizione. I vestiti avranno una o più macchie assolutamente irreparabili, i capelli avranno preso, come certi ragazzacci, una brutta piega che solo due barbieri in turni di due ore potranno risolvere. Nelle tasche avrete sei, sette bigliettini con numeri di telefono e nominativi che il giorno dopo non vi diranno più niente, e forse non avrete più il portafogli. Le orecchie non recepiranno i suoni esterni, e restituiranno all’ottenebrato cervello un ritmico rimbombo, come un tuono lontano.
In breve, giurerete a voi stessi che non consentirete a nessuno, mai più, di mettervi in queste condizioni. Oltretutto, il vostro telefono avrà squillato inutilmente nella confusione e ve ne accorgerete solo all’aperto: non vi si crederà mai, e verrete accusati di aver partecipato a un’orgia comprensiva di animali da compagnia, o altre consimili turpitudini. La vostra vita personale ne uscirà traviata, con effetti spesso irreparabili.
Perciò, cari amici, fate tesoro del presente manuale e servitevene. Perché è meglio che lo sappiate: questi sono eventi inevitabili, e allora bisogna tentare di gestirli al meglio. A tal proposito, ho pensato che è meglio effettuare, come dire, un’esercitazione: per cui sabato tutti a casa mia, volenti o nolenti.
Non potete mancare, vi divertirete: si mangia swahili.
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