le voci dal muro (it)
Tu lo sai. Io ti ho amato. Ti ho amato tanto.
Mi ricordo come fosse adesso, quando arrivavi da lontano, con quella tua camminata sicura, lo sguardo alto, i capelli che ti ondeggiavano nel vento. Quanto mi piacevi. Eri così intelligente, profondo; ogni cosa che dicevi mi incantava, mi sentivo piccola, stupida di fronte a te. Mi pareva assurdo che ti fossi piaciuta proprio io, insignificante, ingenua, insicura. Chissà cosa ti interessava di me.
A volte sentivo i tuoi occhi addosso, mentre facevo altro; e non mi voltavo per incrociare il tuo sguardo, per non interrompere il ciclo dei tuoi pensieri. Ero consapevole che nella tua grande mente c’erano zone in cui non potevo entrare, che volevi tenere per te; e che comunque non avrei capito, perché tu studiavi proprio il processo del pensiero, ne conoscevi le vie traverse, le strade sconosciute. Non ti chiedevo niente, tu niente mi dicevi. Il fantasma del silenzio che poi ci avrebbe circondato, che ci avrebbe sommerso piano come una marea notturna, buia e muta, cominciava ad aggirarsi attorno a noi già allora, quando cominciavamo ad annusarci, a capire chi saremmo stati l’uno per l’altra.
Dovevo capire. Dovevo sapere. La colpa non è stata tua, sai: è stata solo mia.
Perché io dovevo capire.
Papà? Papà, mi senti?
Lo so, non vuoi che io alzi la voce. Non vuoi nemmeno sentirla, la mia voce. Una volta, ricordi, me lo dicesti perfino, che il mio tono ti infastidiva, che ti distraeva dai tuoi pensieri. E i tuoi pensieri erano troppo importanti, non potevano essere disturbati, deviati dal loro corso.
Me la ricordo fin da quando ero piccola, questa sensazione. Le volte che eri a casa, e io dovevo smettere di giocare, di guardare la televisione, di ascoltare musica. Ricordo gli occhi della mamma, spalancati di terrore, una muta richiesta di comprensione, forse di aiuto. «Stai zitta» mi supplicava. «Zitta.» E io tacevo, per lei e per me, per non sentire sulla pelle il bruciante dolore della tua cinghia, per non dover sperimentare la terribile combinazione della tua faccia priva di espressione, del tuo sguardo vuoto e della sofferenza delle ferite sulla schiena.
Mi ascolti, papà? Mi senti?
Tu mi hai scelta e mi hai presa. Il mio parere non ha mai contato nulla. E del resto non avrei saputo cosa dire: non ero felice e nemmeno triste, ero destinata a te, e il tuo volere era l’unica condizione sospensiva per essere tua. Il matrimonio fu la solita recita, sorrisi, congratulazioni. Solo mio padre, a un certo punto, mi strinse piano il braccio: lo guardai negli occhi, con sorpresa lessi un po’ di inquietudine. Anche lui, ricordi, non era uno che parlava molto. Non disse niente. Io pensai che fosse triste perché me ne stavo andando, perché non avrebbe più avuto la sua bambina.
Oggi so che non era così.
Ma non ebbe la forza di dirmi quello che aveva in mente, e io non ebbi la forza di ascoltare il suo cuore. E un po’ del mio.
Volevo una casa, volevo un uomo e volevo una famiglia. Ero nata per questo, programmata come un robot. E volevo te.
Papà, mi senti?
Lo so che non mi risponderai. Non mi hai mai risposto.
Non che ti abbia mai chiesto niente, d’altronde. E che avrei dovuto chiederti? Quali argomenti avevamo in comune? La casa, la mamma. Ma tu tornavi e ti mettevi seduto in poltrona, un libro in mano senza leggere, lo sguardo nel vuoto, gli occhi senza niente dentro.
Quegli occhi. Così simili ai miei, così spaventosamente diversi. Una finestra aperta sul nulla, sullo spazio senz’aria che c’è tra le stelle, senza la quiete di un raggio di luce. Il luogo del silenzio erano i tuoi occhi, papà.
Un silenzio che infettava anche la mamma, che pure quando tu non c’eri rinasceva, come risvegliandosi in primavera dopo un lungo, inguaribile inverno. Non che fosse allegra; ma almeno il mento non le tremava di terrore, come quando tu mi picchiavi, lo sguardo nel lavandino, le mani bianche per la stretta ad asciugare nervosamente un piatto già asciutto.
Non parlavo di noi a scuola. Mi vergognavo dell’abissale differenza tra il mio mondo e quello delle compagne, che parlavano dei padri con tenerezza, con fastidio o con simpatia. Che ne ridevano, perfino.
Io non avevo niente da ridere.
Sai, fui addirittura contenta quando prendesti il nuovo incarico. Adesso sembra assurdo dirlo, ma ne fui contenta.
Certo, non era lo sviluppo di carriera che avresti desiderato, e questo acuì il tuo nervosismo, i tuoi silenzi; ma eri più vicino a casa, e gli orari erano decisamente più comodi. Saremmo stati insieme di più, avrei potuto con dolcezza lenire i tuoi tormenti che non capivo, che non mi lasciavi conoscere.
Invece. Invece.
Ma non potevo saperlo, allora.
Volevo un figlio, lo volevo con tutte le mie forze. Pensavo di volerlo per me, perché mi sentivo madre da sempre, lo avevo nel sangue e nelle viscere di essere chiamata mamma. Ma senza saperlo lo volevo per noi due. Immaginavo che attorno a una culla saremmo diventati qualcos’altro, due genitori, una famiglia. Che il velo che si ispessiva ogni giorno tra te e me sarebbe caduto, che avrei visto il tuo sorriso.
Qualche volta all’inizio mi parlavi del tuo lavoro. Mi descrivevi quei corridoi silenziosi, le celle chiuse. Mi parlavi dello stridore dei cancelli pesanti che scorrevano sui binari, dei chiavistelli, delle catene. E mi dicevi dell’orrore del baratro della follia, dell’oscurità sulla quale eri costretto ad affacciarti, per trovare il bandolo delle nevrosi, delle fobie, della pazzia che indagavi.
Quando nacque nostra figlia fui felice. Ricordo che tenendola tra le braccia mi voltai verso di te, per leggere almeno una volta nei tuoi occhi la felicità, l’orgoglio e un po’ di fiducia nel futuro.
Guardavi altrove. La fronte corrugata, gli angoli della bocca lontanissimi da qualsiasi sorriso.
Il buio stava uscendo dalle celle, e cominciava a inghiottire la tua anima.
Papà? Almeno adesso puoi ascoltarmi, papà?
Chissà se mi stai sentendo. Non lo so. Non l’ho mai saputo, quanto mi ascoltassi, le rare volte che trovavo il coraggio di parlarti. Crescevo, diventavo donna attorno a te e tu non mi vedevi. Avevo imparato alla fine quanto mi convenisse che tu non mi vedessi. Niente sguardo addosso, e niente dolore sulla schiena.
Col tempo ci si abitua a tutto, sai, papà? Ci si abitua. Io per esempio mi ero abituata a non avere una vita. Avevi detto alla mamma che non ti piaceva che io stessi fuori di casa se non per la scuola. Che il mondo era un posto terribile, come tu sapevi fin troppo bene, come tu sperimentavi giorno dopo giorno. Che l’unica certezza, l’unica sicurezza era nelle mura di casa.
Dicesti proprio così: nelle mura di casa. A ripensarci è proprio divertente, vero, papà?
E venivi a prendermi personalmente all’uscita di scuola. In silenzio mi riportavi qui. Non consentivi che camminassi da sola, nemmeno per poche centinaia di metri. Tutti pensavano: che padre amorevole. Quanto vuole bene a sua figlia.
Tanto bene, vero, papà?
Tutto il bene del mondo.
Non avevo il coraggio. Non l’avevo mai avuto, in realtà. Mi accorgevo di quello che stavi facendo a nostra figlia, di quanto la stessi rinchiudendo in una gabbia senza finestre, di quanto sarebbe stata incapace di affrontare il mondo se non l’avesse mai conosciuto; ma non eri mai stato così fermo e deciso e io non ti avevo contraddetto nemmeno sulle sciocchezze, non avevo la forza di contrappormi.
Cercavo di parlare con lei, almeno quando tu non c’eri; e avevamo sviluppato un linguaggio nel silenzio, fatto di cenni, di sguardi alle tue spalle. A lei cercavo di giustificare il tuo pensiero, le raccontavo delle cose terribili che dovevi sentire ogni giorno, dei detenuti e dei loro atroci delitti che portavi sulle spalle e nel cuore. Le dicevo che il mondo che dovevi incontrare, tu che eri un medico, tu che avevi scelto di aiutare gli uomini a guarire, era troppo pesante per le tue fragili spalle e che noi avevamo almeno il dovere di aiutarti, lasciandoti tranquillo, dandoti un po’ di serenità almeno tra queste mura.
Tra queste mura.
Che Dio mi perdoni.
Papà? Mi ascolti, papà?
Ricordi quando mi portasti lui, qui a casa?
Ero grande, ormai. A scuola non ci dovevo più andare, e non c’erano più feste di compleanno alle quali ero invitata ma dovevo rifiutare, con qualche assurda scusa.
Avevi deciso che ormai ero una donna. Che avevo bisogno di un marito, per fare un figlio, per darti un nipote. All’improvviso avevi l’ossessione del tempo, la necessità di guadagnarti attraverso me un pezzo di sopravvivenza dopo la morte.
E mi portasti lui.
Lavorava con te, un tuo assistente, un infermiere. Robusto, alto: forse tratteneva tra le sue braccia i tuoi folli, sbavanti pazienti mentre tu gli iniettavi medicine nelle vene, per farli dormire, perché perdessero quel qualcosa di umano che ancora conservavano.
Mi faceva paura, da principio. Poi mi accorsi che anche nei suoi occhi vibrava il terrore che conoscevo così bene, la sottoposizione vuota di volontà che vedevo ogni giorno negli occhi di mia madre.
Andai con lui. Una pantomima di matrimonio tra sconosciuti, qualche interdetto parente, alcuni tuoi colleghi che si scambiavano sguardi irridenti. L’unica fotografia, sulla credenza, fissa i nostri occhi senza espressione: io, tu, lui. Solo la mamma sembra disperata. Incredibile quanto ci somigliamo, vero, papà? Quanto ci somigliamo, senza assomigliarci affatto.
Durò poco. Cambiasti idea, quasi subito. Non potevi controllarci a sufficienza, in un’altra casa; anche se lui come te non diceva una parola, anche se il suo sguardo terrorizzato non mi sfiorava nemmeno, anche se la mia vita non era cambiata in niente col matrimonio.
Mi riportò a casa, una mattina. E poi riportò anche le mie cose. Senza una parola, senza una spiegazione. Ma non ce n’era bisogno, no, papà? Nel tuo sguardo gelido, nel tuo cenno d’assenso c’erano tutte le spiegazioni necessarie.
Tutto quello che c’era da sapere.
Quando la vidi tornare a casa mi successe qualcosa nel cuore.
Avevo sopportato tutto; ho sopportato tutto. L’amore prima, l’inerzia e la paura poi mi avevano anestetizzato ogni volontà, ammesso che ne abbia avuta mai: ma vedere mia figlia, l’unica cosa bella della mia vita, l’unica dolcezza, l’unica tenerezza che mi era stata riservata ridotta a un animale senza futuro mi fece trovare una forza che non sapevo di avere.
Ci avevo sperato, quando tu stesso decidesti che doveva avere una sua vita, un marito, una casa. Che volevi un nipote, qualcuno che desse un futuro a te stesso dopo di te. Avevo sperato che le toccasse un diverso destino, che avesse un’esistenza lontano dalle tue terribili mani e dalla follia delle celle oscure che ti aveva contagiato.
E invece era di nuovo là, con l’anima spezzata, tra queste mura. E tu di nuovo col tuo buio su di lei.
Attesi la notte del tuo turno. L’attesi con freddezza, attenta a non dare a nessun mio gesto una connotazione nuova, diversa; consapevole della tua diabolica capacità di annusare l’aria, di riconoscere le emozioni come fossero un sapore, un mefitico odore. Raccolsi le poche cose necessarie, le misi in una borsa. Pensai che saremmo andate da mio fratello, lontano, anche se non lo vedevo da anni. Che da là saremmo andate ancora più lontano, in America, in Africa; che avremmo provato a vedere se c’era spazio per la vita, nel nostro tempo. Per lei, non per me.
Quando, appena fuori la porta, è arrivato il colpo dietro la mia testa ho avuto solo un attimo per pensare in che cosa mi fossi tradita, da che cosa avessi capito.
Papà? Lo sai, papà? Io me lo aspettavo.
Non ho mai pensato che ci saremmo riuscite. Lo avevo visto, che guardavi le chiavi dello sgabuzzino appese sull’altro chiodo, a pochi centimetri di distanza da quello solito. Che da quello, in un lampo, avevi capito che la mamma aveva cercato la borsa grande, l’unica cosa che poteva volere là dentro. Lo sai, io e te ci assomigliamo. Non solo negli occhi, anche nei pensieri.
E perché non gliel’ho detto? Facile, papà: perché volevo che ci provasse. Perché se avesse saputo che c’era una possibilità, una sola, che tu ti accorgessi di qualcosa, non l’avrebbe mai fatto. È vile, la mamma, tu lo sai, papà. Non ha nessun coraggio.
Dovevamo provarci. Lo capisci, papà? Almeno provarci.
Peccato.
Mi sono svegliata qui. La testa mi pulsa, sento il sangue colarmi sul collo. L’odore del cemento fresco, il buio, il silenzio. Il nastro adesivo sulla bocca mi fa respirare con difficoltà, le mani e i piedi legati toccano pareti attorno. Che posto è questo?
Sento l’odore di lei, di nostra figlia. La tocco, a pochi centimetri da me. È calma, non si muove, ma respira regolarmente. Non risponde ai miei gemiti disperati, sento solo il mio mugolio da gatta, come in quei sogni in cui vorresti urlare e la voce non viene fuori.
Perdo forza. Cado nel vuoto.
Ti ho visto, sai, papà? Apprezzo che, anche legata e imbavagliata, tu mi abbia lasciato vedere mentre preparavi la calce, i mattoni e il cemento.
E capisco tutto, capisco che lo fai per noi. Che la sicurezza che volevi per la tua famiglia, la protezione da un mondo folle e disperato può essere in fondo qui, solo qui.
In queste mura.
Castel Volturno (CE) – I resti di due persone sono stati trovati in una villetta di Castel Volturno dalla Polizia scientifica. Si tratta dei corpi di Elisabetta Grande e della figlia Maria, scomparse nel 2004. Nella villa vive Domenico Belmonte, marito e padre delle donne. Maria, la figlia, era stata sposata con Salvatore Di Maiolo, collaboratore del padre, ancora in stretti rapporti di amicizia con l’ex suocero, già direttore sanitario del carcere di Poggioreale.
I due corpi erano all’interno di un locale sotterraneo dell’abitazione, erano adagiati l’uno accanto all’altro, in un’intercapedine che era stata realizzata tra il garage e il pavimento al fine di scongiurare problemi di umidità. Sembra che nella villetta, che ha un doppio accesso, siano entrate pochissime persone negli ultimi otto anni. Il proprietario di casa, infatti, non aveva rapporti con alcuno. I vicini lo vedevano solo quando usciva per curare il giardino. Anche gli agenti che hanno fatto irruzione nell’abitazione lo hanno trovato mentre stava falciando l’erba.
Sul tavolo nel patio antistante la villetta c’era un libro di psichiatria aperto in corrispondenza della sezione relativa ai temi della depressione.