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maurizio de giovanni

lo spirito giusto (it)

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Rosa pensò che sarebbe stato meglio accompagnare Nelide al mercato.
Certo, non avrebbe potuto farlo fisicamente: in fondo era morta ormai da due mesi. Però la sua nuova condizione aveva dei vantaggi. Prima di tutto, non aveva più male alle gambe. Negli ultimi anni di vita i dolori reumatici di cui soffriva erano aumentati, e ogni passo le dava fitte lancinanti che a volte la costringevano a fermarsi per aspettare che passassero; ed era anche ingrassata molto, per cui le salite e le scale che doveva fare per raggiungere i commercianti più convenienti le pesavano tanto, considerando anche il peso della sporta che le toccava sopportare.
Adesso invece era leggera, leggera come l’aria e di dolori nemmeno l’ombra. Un vero sollievo.
Qualche limitazione c’era, naturalmente. Non poteva allontanarsi molto dalla casa, chissà perché. E se non c’era Nelide attorno avvertiva un inspiegabile disagio, come una perdita di consistenza. Quindi era meglio abitare le stanze dell’appartamento, con la nipote. Ma insieme alla ragazza si poteva anche avventurare nei negozi dei paraggi, e se lei si allontanava troppo l’aspettava all’angolo della strada finché non la vedeva tornare.
Mentre osservava la ragazza che completava la rapida toeletta prima di uscire, rifletté sul fatto che non la trovava brutta. La cosa la incuriosiva, perché era in grado di percepire le impressioni delle persone che la incontravano che invece univocamente rilevavano divertite i lineamenti irregolari, il corpo tozzo e senza forme, la peluria sulla faccia e sul labbro superiore, le braccia lunghe e forti. E i capelli crespi tenuti con difficoltà sotto un cappello fuori moda, gli occhi piccoli, neri e diffidenti che guardavano torvi attorno, non miglioravano certo l’aspetto generale.
A Rosa, però, il tutto non risultava sgradevole. In vita forse aveva pensato che quello che la ragazza mostrava fosse così simile a lei da non poter esprimere giudizi; adesso però Rosa immaginava che il vederla accettabile, quasi graziosa dipendesse dal fatto che ne percepiva le emozioni e i pensieri.
Nelide era forte e determinata, di assoluta onestà e di immensa dedizione. Aveva scelto alcuni punti fermi, e attorno a essi aveva costruito un solido, imperturbabile presente senza sogni e senza illusioni. Era pragmatica, Nelide. Più di quanto lei stessa fosse stata in vita, e lo era stata. Eccome se lo era stata.
La ragazza chiuse la porta alle spalle, poi estrasse la chiave dalla tasca del soprabito e diede due mandate. Dopo una breve riflessione, girò le altre due. Non si sa mai. Poi si avviò per le scale, facendo attenzione a un gradino sconnesso, e uscì senza rispondere al saluto di quella pettegola della moglie del portiere che le rivolse un pensiero poco gentile.
Rosa si attardò un attimo per spostare di qualche millimetro la tazza del caffè, in modo che quando quella maligna l’avesse toccata le sarebbe caduta a terra fracassandosi, sperò la defunta, scottandole pure la caviglia. Aveva scoperto che queste piccole cose erano possibili, un frammento di contatto con la realtà che forse si sarebbe dissolto col tempo; ma finché poteva, non intendeva trascurare quell’opportunità.
La giornata era bellissima, ma Nelide sembrò non accorgersene. L’aria profumava di fiori ma era fresca, segno che l’autunno si affacciava discreto sulla porta dell’estate. Una delle mutazioni che la morte aveva regalato a Rosa era la capacità di godersi questi aspetti che prima le erano inibiti dal doversi occupare di tutte le faccende domestiche. Era paradossale: non avere più il corpo le faceva apprezzare di più quello che i sensi avevano inutilmente percepito per i tanti anni della sua esistenza.
Nelide passò senza voltarsi vicino a un gruppo di ragazzini che stavano facendo l’appizzata, una specie di gioco a premi col quale i venditori di fichi d’india riuscivano a promuovere la propria merce. Si faceva cadere un coltellino appuntito legato con uno spago nella cesta e si tirava su: se il frutto arrivava in alto senza staccarsi e ricadere nel bigoncio, il fortunato acquirente mangiava senza pagare. Il furbo commerciante però metteva in cima i fichi più maturi, che non assecondavano la punta del coltello; per cui quasi mai i ragazzini vincevano, ed erano costretti a versare la moneta restando a stomaco vuoto.
Prima che la ragazza col passo caracollante si allontanasse troppo, Rosa deviò di qualche millimetro la punta del coltello in modo che colpisse un fico d’india meno maturo attraverso uno spiraglio lasciato libero nel primo strato di frutti. Raggiunse poi Nelide, lasciandosi alle spalle le urla di giubilo dei ragazzi e l’irritato stupore del venditore.
La ragazza era ferma davanti al banco del pane. Fissava torva la piramide elaborata costituita dall’incastro delle forme, rotonde alla base e tubolari verso la cima, una costruzione che chissà quanto tempo aveva richiesto per essere completata. Un paio di donne chiacchieravano col bottegaio, seduto a godersi la brezza sulla soglia del negozio, nei paraggi del banco allestito all’esterno. Nelide, come se nessuno stesse parlando, annuì tra sé e indicò risoluta una delle forme alla base della piramide. «Quella» disse decisa. Il venditore, lamentoso, rispose: «Signori’, ma come quella? Mi fate smontare tutto, mi fate smontare!». Nelide lo fissò, torva: «Quelle sopra sono toste, vecchie. Quelle fresche stanno sotto».
«Ma quando mai, signori’!» protestò il negoziante. «Sono tutte fresche, le pagnotte mie!» Le due donne ridacchiarono, palesemente divertite. Nelide insisté a muso duro: «O mi date quella, poco cotta là sotto, o vado da un altro panettiere. Ce ne stanno tanti. E voi chiacchierate troppo: chi foce chiacchiere ’nnanti o fumo perd’ o’ pane».
Rosa sorrise nell’aria riconoscendo il proverbio cilentano, incomprensibile al commerciante: chi chiacchiera davanti al forno, brucia il pane. I due si fronteggiarono per qualche secondo, poi l’uomo sospirò e cominciò a smontare l’impalcatura. Le due donne ridevano senza ritegno. Nelide non batté ciglio.
Inoltrandosi nel mercato, il frastuono era diventato terribile. Nelide non pareva essere toccata dalle urla dei venditori e dai commenti delle clienti, né si faceva attrarre dalla merce multicolore coi suoi tanti odori e profumi che brillava al sole sui banchi. Rosa, che in vita era stata esattamente come la nipote, ora si godeva quella cacofonica moltitudine di suoni come fosse stata una musica celestiale. Forse alle anime morte come me la vita appare più affascinante, si disse. Forse abbiamo nostalgia.
Transitarono, nipote e spirito della zia, nei pressi di un tarallaro che urlava: freselline ’mpepate, tarallucce c’o zuccaro!, a testimoniare a tutto il circondario che i suoi biscotti erano sia dolci che salati. Dal suo carretto veniva un odore fantastico, e nessun passante poteva evitare di lanciare un famelico sguardo alla merce. Una madre fingeva di scavare nella borsa alla ricerca di spiccioli che non trovò, tra le lacrime della sua bambina delusa. Nelide non rallentò nemmeno, passando vicino a due venditori di aragoste che brandivano esemplari con orgoglio, come se le avessero create con le proprie mani.
I pescivendoli erano naturalmente i più attivi e i più chiassosi. La loro merce andava venduta tutta, altrimenti sarebbe mestamente finita sulle tavole delle loro stesse famiglie che odiavano il pesce per saturazione. Mo’ mo’ pazziavano int’e scoglie!, diceva sorridendo un vecchio dal volto cotto da migliaia di soli a mare, mostrando i propri polipi che ancora muovevano i tentacoli nella cassetta di legno. Nelide esitò, imbronciata, ma poi tirò dritto raccogliendo un’occhiata di dispetto del pescatore.
Un paio di banchi dopo c’era quello della frutta dietro il quale agiva un bellissimo ragazzo, bruno e coi capelli ricci. Era circondato da giovani donne, tutte incantate da quei denti bianchissimi e dalle fossette sulle guance mentre ridendo raccontava storie di ogni genere. Sembrava un attore del cinematografo: pareva quasi di ascoltare l’accompagnamento al pianoforte mentre da un momento all’altro sarebbe saltato con la spada sul banco, per sfidare le guardie del re a duello. Perfino il suo carretto sembrava far parte di una scenografia, la frutta e la verdura inumidite quanto bastava perché splendessero al sole.
Una ragazza chiese al giovane di cantare e lui non si fece pregare, intonando una nenia dolce e modulata che lasciò estasiato il suo pubblico femminile. Una matrona zittì addirittura il commerciante del carretto attiguo, che magnificava i suoi frutti di mare ad alta voce.
Nelide continuò dritta per la sua strada, ma a Rosa non sfuggì un lievissimo rallentamento del passo. Fu quasi impercettibile, ma lo spirito non aveva altro su cui concentrarsi e lo rilevò immediatamente; allora soffiò leggermente nel venticello di settembre e le trattenne la manica della veste, tanto che la ragazza pensò di essersi impigliata in qualcosa e si fermò. Il giovane adone si interruppe a metà del canto, disorientando le donne che lo ascoltavano, e con un affascinante sorriso si rivolse a Nelide: «Oh, signuri’, che bella sorpresa! Siete venuta a trovare a Tanino ’o Sarracino, è vero? In che vi posso servire?».
Una delle ragazze si voltò verso un’amica e sussurrò, a voce non sufficientemente bassa: «Mamma mia, che scuorfano ’e femmena!». Tutte risero, ma Tanino fece un passo verso Nelide allontanandosi dal gruppo.
Rosa era incuriosita: sentiva una sconosciuta tensione in Nelide, anche se dall’esterno nulla tradiva in lei una variazione del solito atteggiamento diffidente. La ragazza disse: «Io non sono venuta a trovare proprio a nessuno. Sto facendo un poco di spesa e sono passata qua davanti. Buona giornata».
Il sorriso di ’o Sarracino vacillò ma non scomparve; fece un gesto largo verso il proprio banco e rispose: «Non fate così, signori’. È mai possibile che non tengo niente che vi può interessare?».
Le donne ridacchiarono al palese doppio senso. Si divertivano all’evidente presa in giro di Tanino nei confronti di quella piccola cafona dal terribile aspetto. Rosa si pentì di aver trattenuto la nipote, che però fissò gli occhi in faccia alla donna che l’aveva derisa e rispose senza imbarazzo: «Doje femmene e na papara facero nu marcato». Due donne e una papera fecero lo stesso rumore del mercato. Il ragazzo scoppiò a ridere: «Tenete ragione, signuri’. Allora, che vi servo?».
Nelide lo squadrò. «A me non mi serve proprio niente» disse. «Se la verdura è buona, allora non si bagna perché si vede. Se la bagnate, allora non è buona.»
Tanino drizzò la schiena, offeso: «Non dite così, signori’. Io la bagno perché se no con questo sole si ammoscia, non perché non è fresca. E se mi date modo di...».
Mentre ancora parlava, la ragazza voltò le spalle e si mise a camminare senza nemmeno un cenno di saluto. Tanino restò interdetto, il sorriso sparito per un attimo dal bel viso. Ma poi, rivolto alle terga di Nelide che si addentravano nella folla, si mise a cantare:
Ma i’ tanto ch’aggi’ ’a vutá,
e tanto ch’aggi’ ’a girá...
ca ’o ddoce ’e sott’ ’a tazza,
fin’a ’mmocca mm’ha da arrivá!
(Ma tanto devo girare il cucchiaino,
tanto devo mescolare,
che il dolce del fondo della tazza
fino in bocca mi deve arrivare!)
Nelide transitò attraverso il mercato senza rallentare. Attorno a lei urlavano le venditrici di acqua, i lustrascarpe picchiavano con le spazzole sui banchetti per richiamare l’attenzione, i friggitori alzavano colonne di fumo dai pentoloni, i barbieri a domicilio radevano fischiettando sulle sedie per strada, gli scrivani dietro i tavolini portatili declamavano lettere d’amore, ma lei non si distraeva dalla lista di quello che doveva comprare, che teneva saldamente a memoria.
Nell’aria dietro e sopra di lei, lo spirito di Rosa sorrise.
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