mammarella (it)
Potessi dirlo, direi così: mi chiamo Luigi Alfredo Ricciardi, e vedo i morti.
Se lo dicessi, mi guarderebbero fisso, accennerebbero di sì con la testa, preoccupati, valutando la via di fuga o i tempi necessari per ricevere un aiuto. Farebbero forse un’incerta risata, ma negli occhi probabilmente manterrebbero una vaga paura. Quando si parla di morte, la gente ha paura.
Di questi tempi, poi, con gli strani individui che hanno cambiato perfino il calendario e chiamano anno nono il millenovecentotrentuno, e camminano tirando calci all’aria, la paura ha tanti colori; e uno che va dicendo che vede i morti, magari lo sbattono dentro, oppure lo arruolano e lo fanno generale.
Comunque, io non lo dico. A nessuno. E non l’ho mai detto.
Vedo i morti ammazzati, o per incidente, con violenza insomma, all’improvviso. Li vedo sul posto dov’è successo, per un tempo variabile, dieci giorni, un mese, anche due: vanno sbiadendo come un ricordo, allontanandosi un poco alla volta da questo schifo di mondo dal quale sono stati strappati.
Li vedo con le ferite e il sangue, ma con l’espressione dell’ultimo sguardo, che ripetono l’ultima metà del pensiero che la morte ha amputato, continuamente, con lo stesso tono e le stesse parole. Come un pezzo di queste nuove pellicole col sonoro, che proiettano nei cinematografi e le donne piangono e gli uomini sorridono. Sempre la stessa pellicola. Pensateci un po’, a essere legati a una sedia davanti a uno schermo che ripete sempre la stessa scena, all’infinito, ma con tutti i colori, anche quelli che non vorresti vedere: il rosa delle budella, il rosso delle interiora, il nero del sangue. Il grigio del cervello.
Si imparano tante cose, a vedere i morti, che il resto della gente non si immagina. Che il sangue pompato dal cuore ancora vivo da una ferita è nero, per esempio; che il cervello è liquido, quando cola da un cranio aperto da un martello. Che a continuare a parlare con i polmoni bucati si caccia dalla bocca una schiuma di bollicine, come la saponata per i pavimenti, ma rossastra, come il vino annacquato. E tante altre piacevoli cose, si imparano.
Potessi parlarne, qualcuno tra quelli non fuggiti mi chiederebbe forse come si fa a non impazzire. Risponderei che i bambini si abituano a qualsiasi cosa. Io la prima volta mi sono spaventato, a vedere uno seduto a terra in un giardino con un coltellaccio da potatore piantato in mezzo alla camicia nera di sangue e con la schiuma alla bocca, che mi raccontava che lui la mia donna (la mia? Ma se avevo cinque anni!) non l’aveva nemmeno toccata. Poi, un po’ alla volta, a forza di vedere bambini arrotati da carrozze, donne impiccatesi per amore, guappi squartati da rivali, ho imparato a camminare a testa bassa, canticchiando motivetti tra me e me per non sentire, o dando spazio a pensieri riposti.
Cresci con le tue abitudini: e sopravvivi. Certo, non sei come gli altri, e lo sai. Allora te ne stai per conto tuo, come il passero del poeta gobbo. Nel caso mio, non so perché, i compagni di collegio intuivano qualcosa di oscuro e mi lasciavano in pace, invece di sfottermi a morte come facevano con i ritardati o gli zoppi.
E dopo che sei cresciuto, cominci a chiederti che vuoi fare nella vita. E per forza, senza avere possibilità di scelta, devi fare il mestiere che faccio io. Per vedere di mettere a posto qualcosa, nel processo interrotto: per capire e porre fine all’opera frettolosa della morte, che ha dovuto tagliare il filo con un unico morso, senza sciogliere tutti i nodi un po’ alla volta. Ho fatto il poliziotto, e ora sono il commissario della squadra mobile della règia questura di Napoli.
Tante altre cose le ho imparate camminando per questa città. Io vengo da un paese piccolo, della provincia di Salerno, senza pazzie e senza ricchezze: si muore per fame o per disgrazia. Qua invece la morte ha tante tinte, nessuna è uguale alle altre; la rabbia, l’odio, il rancore, la gelosia. Il fatto di stare tutti così vicini uno addosso all’altro, calpestarsi, urtarsi, il posto tuo lo voglio io, ti levo da mezzo e me lo piglio. Sono pieni gli angoli, di quelli rimasti senza posto con un colpo di mazza in mezzo agli occhi, che si raccomandano senza sosta a un padreterno sordo. O piangono. O vogliono la mamma, la moglie. O ridono, perfino: come quella volta, con la puttana.
Mi ricordo che pioveva. Qua tutto è esagerato, e la pioggia pure. Quando piove, piove con cattiveria: dai Quartieri a via Toledo scendono infiniti torrenti, che portano rifiuti e topi morti da un basso all’altro, come un regalo del destino. I giardini si allagano e regalano rami e foglie al resto della città. Le scarpe con le suole di cartone si dissolvono e lasciano i geloni esposti all’ironia del vicino di casa. I piccoli lazzari sguazzano nel fango, i calzoni larghi tenuti da un filo di spago e le costole evidenti sotto la pelle cotta dal sole, cercando chissà quale tesoro.
Ci vennero a chiamare come al solito, un ragazzo che si ferma al portone e grida un indirizzo al piantone, correte, c’è un morto alla Torretta. In questa città non c’è mai stata una denuncia firmata, un nome e cognome da ricordare, un testimone volontario. E sotto l’acqua partimmo, i baveri alzati, saltellando sulle punte come ballerine artritiche per evitare le pozzanghere dalla variabile, ignota profondità.
Nessuna macchina, squadra mobile un corno, ne abbiamo due e una ce l’ha il questore, o meglio sua moglie, e l’altra è rotta dalla nascita. Un solo ombrello per quattro persone: io, due guardie e Maione.
Maione è il mio brigadiere, quello che mi accompagna sempre. Grande, grosso, buono come il pane; gli ammazzarono il figlio, poliziotto anche lui, tre anni fa; risolvemmo la faccenda, prendemmo l’aspirante camorrista che si credeva furbo. Glielo lasciai in mano, per vedere che ne faceva: lui lo guardò in faccia a lungo, gli occhi pieni del ricordo del figlio, poi gli mise le manette cercando di non toccarlo, e lo portò in galera. È così come lo vedete, Maione. Non ha doppio fondo. In un certo senso, è l’uomo che avrei voluto essere.
Non servono indirizzi precisi, per trovare un morto ammazzato in questa città, anche quando piove in orizzontale perché lo scirocco ti sputa in faccia. Basta seguire la corrente della folla. Quella volta, la folla si radunava al di fuori di un piccolo portoncino vezzoso, in una strada secondaria non lontano dal muggito del mare.
«Ah-ah» fece Maione; e le due guardie si scambiarono uno sguardo e un sogghigno. «Be’?» feci io. «Un bordello, commissa’. Quello è un bordello.»
Non mi piacciono, i casini. Non che abbia da ridire, per carità: semplicemente, ho visto i mostri che sono generati dalle passioni, e odio i posti dove le passioni sfogano. Non ci vado, in quei posti; mi fa pena chi ci lavora, forse. Penso che l’amore sia un’altra cosa: io, per esempio, guardo ogni sera una ragazza dalla finestra, che prepara la cena per la famiglia, rigoverna e ricama, e mi basta; l’urlo della mia carne non lo ascolto, e non mi disturba.
Un gruppo nutrito di persone si accalcava, indifferente ai ceffoni di pioggia che il cielo scaricava sulla città. La morte è sempre uno spettacolo, di cui poi si può parlare di sera, col tuono che scuote le finestre, per guadagnarsi l’attenzione della famiglia. Quella volta, poi, era l’occasione per sbirciare dietro la porta proibita, col raso e la luce morbida, i profumi e il disinfettante.
Arcigna, la vecchia guardiana sorvegliava che nessuno entrasse: nella confusione poteva sempre sparire qualcosa, i curiosi hanno le mani lunghe. Non voleva far entrare nemmeno noi, poi vide Maione e disse buona sera, brigadie’, prego, accomodatevi. Le guardie si diedero di gomito, ridacchiando, io lo guardai in faccia incuriosito: rosso come un peperone, balbettò che la signora era una vicina di casa. Secondo me, le guardie ci credettero sotto il tre per cento. Io un po’ di più, ma non molto.
Dentro, alla fine di uno stretto corridoio con parati intrisi di fumo e un’alta guida rossa, si apriva una sala ampia. Strette lungo una parete, come a voler entrare nel brutto dipinto di ninfe e fauni, una dozzina di signorine in lacrime. Sembravano bambine vestite con i panni delle mamme, alcune giovanissime, il trucco pesante sbavato dal pianto lungo le guance bianche di cipria, il rossetto come uno sbaffo di sangue attorno a una ferita aperta. Se dovessi dipingere il dolore, lo farei con quest’immagine: la gioia negata, il pianto sotto l’allegria.
Di fronte a loro, torreggiante in mezzo alla stanza, la “madame”. I capelli raccolti in un’alta acconciatura, pesanti gioielli al collo, alle mani e alle orecchie; negli occhi, sotto almeno due mani di vernice, un’espressione di ira e rabbia. Una donna offesa, non addolorata. Ci accompagnò su per le scale, raccontandoci, con voce affannata per lo sforzo della salita, quello che era successo.
Gilda non si chiamava Gilda, ovviamente, ma Maria Rosaria. Veniva da Frattamaggiore, famiglia povera, manco a dirlo. Nella “casa” (la chiamava così, “casa”: mi parve una profanazione), stava da due anni. Era la più bella, sempre allegra, richiestissima. Manco a dirlo. Giù nel “salone” (lo chiamava “salone”, che eufemismo) c’era la fila, per lei. E lei aveva un sorriso, una parola buona per tutti. Una santa. Manco a dirlo.
Ansimando arrivammo in un altro corridoio, con alcune porte semiaperte che davano sui campi di battaglia. Nemmeno l’ombra di un cliente, naturalmente: tutti dileguati come la rugiada di mattina, al primo sole. Non si ammazzano le galline dalle uova d’oro, e nemmeno d’argento: non sarebbe stato facile procurarsi testimoni. L’unica porta chiusa era quella che avrebbe dovuto essere aperta, il nido di Gilda. Feci segno a Maione, che assentì: collocò le due guardie ai lati della porta e ci si mise davanti. Io entro da solo: lui pensa sia per osservare con attenzione la scena del delitto, ancora poco inquinata dal balletto di fotografo, medico legale, necrofori eccetera. In realtà è per sentire che ha da dirmi il morto.
Un rituale, una liturgia: non una procedura. Come chissà quanti prima di me, ma con intenti ben diversi e diverse aspettative, entrai nella stanza e mi chiusi la porta alle spalle.
Mi fa sempre ridere quando, in un libro, leggo di gente che entra in una stanza dove c’è stato un delitto e descrive minuziosamente mobili e suppellettili. Quando c’è un morto si guarda il morto. E basta. Non persi tempo a osservare comodini, specchi, consolle e la brocca e bacinella di ceramica dove i clienti si lavavano prima e dopo: fissai il grande letto sfatto, un prato bianco con un immenso fiore rosso in mezzo. E in mezzo al fiore rosso, il corpo sventrato di Maria Rosaria da Frattamaggiore, in arte Gilda. Nel silenzio ovattato, increspato a distanza dai singhiozzi delle signorine dal trucco sbavato, alzai gli occhi e vidi Gilda seduta sul bordo del letto, a mezzo metro dal suo cadavere: lo stesso reggicalze, il seno nudo, i capelli sciolti. Una vestaglia di seta aperta, macchiata di belletto sul collo a scialle. Il ventre aperto in diagonale, un taglio che partiva sotto il seno sinistro e arrivava quasi all’anca destra: dall’apertura il serpente rosa dell’intestino, una specie di semisfera trasparente, forse la vescica. Dalle labbra nette della ferita il sangue scorreva come un pietoso riparo per le interiora scoperte. Su tutto questo strazio, il bel viso della donna rideva.
Non una risata discreta: non un sorriso educato, un divertito sogghigno. No. Una bella, grassa risata contagiosa, di quelle che ti fanno piangere e ti tolgono il fiato. In mezzo alla risata, sopra lo sfacelo delle budella pendenti, si distinguevano alcune parole. Mammarella, diceva Gilda. Mi vuole da mammarella. Sospirai e aprii la porta.
Dietro Madame, che continuava a sembrare più arrabbiata che addolorata, si vedeva un ometto agitato. Si presentò come il dottore del bordello, quello che aveva la delega del medico provinciale per il controllo sanitario. L’avevano chiamato per vedere se poteva fare qualcosa. Lo feci passare, ne osservai lo sbiancamento del volto e il doversi appoggiare allo stipite per non cadere. Soffocò un conato di vomito. All’anima del medico, pensai. Maione, nell’accompagnarlo al cesso, gli disse coraggio, dotto’: una cosa è una sifilide, una cosa è questa. Mi rivolsi a Madame, e le chiesi chi aveva trovato Gilda in quelle condizioni, e chi per ultimo l’aveva vista viva. La donna mi disse che l’aveva trovata un’altra puttana, che adesso era dabbasso: e me lo disse in faccia. Alla seconda domanda, rispose che non ne aveva idea, saettando con lo sguardo a destra e a sinistra: in totale, una verità e una bugia.
Andò bene: la puttana dabbasso, una ragazza piccola e tondetta che era la migliore amica di Maria Rosaria, era fredda e determinata. Livida di odio per chi le aveva tolto una persona cara, mi raccontò sibilando dalle labbra strette e mandando lampi dagli occhi che era entrata nella stanza per sapere cosa era successo con il più affezionato cliente di Gilda, un guappo emergente della zona. Uno che la voleva tirare fuori dal casino, ripulirne il nome, perché si chiamasse di nuovo Maria Rosaria. E portarla a casa, presentandola da fidanzata; era innamorato pazzo. Come, l’unico cliente?, chiesi. L’unico perché da mesi l’uomo aveva comprato in esclusiva tutto il tempo di Gilda, spiegò la signorina. Nell’incontro di quel giorno, riferì, Gilda avrebbe dovuto dirgli di mettersi l’anima in pace, una volta per tutte. E invece, adesso l’anima in pace era la sua.
Plausibile, pensai. Il rasoio è arma da guappo; e poi, si spiega anche “mammarella”. Però, perché ammazzarla?
Perché, disse Concetta in arte Miriam, l’amica della defunta, Gilda era ben contenta di essere Gilda, e non voleva ridiventare Maria Rosaria. Nel senso che la vita del casino, soldi facili, protezione, tranquillità e chiacchierate tra amiche, le piaceva, e alla vita della moglie, prima o poi cornuta, del guappo, preferiva quella dell’amante senza corna dello stesso guappo. E tanti saluti alla famiglia. Aveva ventidue anni, c’era tempo.
E invece poi di tempo non gliene avevano dato, manco un po’. E ora era là, sdraiata sul suo intestino a mezzo metro da se stessa che rideva a crepapelle (pardon, mademoiselle). Rientrai nella stanza a dare un’occhiata più attenta: gli stessi mobili, una finestra schiaffeggiata dalla pioggia, una porticina che dava sulla scala di servizio, chiusa a chiave. L’odore della carne aperta sovrastava il profumo da due soldi: pareva che qualcuno ne avesse rotto un flacone in una macelleria. Diedi via libera, che ripulissero: dalla stanza sarebbe uscita una cassa con un vaso di interiora, come da una bottega di imbalsamatori egizi. Seduta sul letto intriso di vita, Gilda rideva e diceva mammarella.
Mandammo a prendere il guappo, tale don Giuseppe Rindone. Un nome da parroco, dissi a me stesso. Non ci volle molto, era fermo impalato fuori al portone, sotto la pioggia battente. Ricordava un salice: i folti capelli cascanti attorno alla faccia bruna, i baffi appesi ad aumentare la tristezza dell’espressione. Negli occhi la sfida agli sbirri e un immenso dolore. Da un lato gli faceva schifo anche solo parlare con noi, dall’altro voleva sapere notizie sul delitto. Non gli importava di andare in galera, nemmeno di essere accusato ingiustamente del delitto di un altro: lo faceva impazzire, e lo disse, che chi aveva spezzato la vita della donna che lui amava la facesse franca.
Gli credetti. Funziona così: la gente arriva e parla. Poi c’è una scintilla, una corrente che arriva o non arriva, e tu capisci se chi sta parlando mente o no. Rindone non mentiva. Ma era stato l’ultimo cliente di Gilda: era nei guai, e lo sapeva; ma non era scappato. La pioggia dava testate ottuse alle finestre del bordello, e le ragazze singhiozzavano sulla vita perduta di Maria Rosaria e, forse, sulle loro. Chiamai di nuovo Madame: mi era venuto un dubbio.
I clienti che si erano dileguati erano persone note, affezionati utenti fissi in regime pressoché monogamico, ognuno con la stessa ragazza. Interrogando le signorine, venne fuori che esse, più che il sesso, vendevano il loro tempo, e una spalla su cui piangere: vecchi e stimati professionisti, vedovi inconsolabili, mariti stabilmente traditi… non dico che arrivai a riconoscere il merito sociale delle puttane, ma ci andai vicino. Ed esclusi, con un normale margine di dubbio, i vecchietti piangenti dalla lista dei possibili squartatori di Gilda. Maione mi guardava, io guardavo lui: eravamo a un punto morto. Entrambi conoscevamo bene l’importanza delle prime ore dopo il delitto, per la ricerca di movente e occasione, e quindi del colpevole.
Sulla sponda del letto la puttana rideva, la pioggia bussava e il tempo passava. Rindone, in manette, stava fermo in piedi sulla soglia della stanza di Gilda. A un tratto si girò e mi fissò; si capiva che doveva vincere la naturale repulsione a rivolgermi la parola. Alla fine disse: «Ma non si meritava di campare, commissa’? Anche se era una puttana? Vi giuro, credetemi. Se la vedevate più di una volta, perdevate la testa pure voi».
Più di una volta. Più di una volta. Mammarella.
Li riunii tutti nel “salone”; tutti: Madame, Rindone, il dottore, le guardie, le signorine. Mi sedetti, e aspettai. Mezz’ora, un’ora, un’ora e mezza: prima il silenzio, poi qualche piede cominciò a strusciare a terra. Qualcuno cominciò a guardare l’orologio a pendolo, ritto in mezzo alle veneri nude come un professore capitato per caso al café-chantant. Dopo un po’ lo guardavano tutti, l’orologio.
Alla fine, l’assassino fece un passo in avanti e mi chiese, rispettosamente: «Commissario, dobbiamo aspettare ancora molto? Perché se è così, devo avvisare mia madre che mi aspetta, a casa».
Risultò che l’arma che non si trovava era al suo posto nella borsa, ancora sporca del sangue di Maria Rosaria, in arte Gilda, la ragazza che voleva rimanere quello che era. Un bisturi, naturalmente: che taglia come un rasoio.
Il dottore aveva le chiavi della porta sulla scala di servizio, per visitare le signorine senza dare nell’occhio e spaventare i clienti. Con discrezione: quella era una casa perbene. Aveva perso la testa per Gilda da tempo, sin dalla seconda visita che le aveva fatto, la seconda volta che l’aveva vista nuda: più di una volta, commissa’, e si perde la testa.
Là, avevo capito: se Rindone si era comprato tutto il tempo utile di Gilda, chi la poteva vedere sempre, per poter perdere la testa? L’ometto insignificante, che aveva la chiave della porticina e che la doveva visitare.
Risultò che aveva aspettato a dichiararsi, ci aveva pensato tanto, ormai era avanti negli anni ed era uno stimato professionista; ne aveva parlato con mammarella, con la quale viveva da solo, e quella gli aveva fatto una bella, grassa risata in faccia: ma come, una alleva un figlio, lo fa studiare tra mille sacrifici, ne fa un dottore che un domani, con la tessera del Fascio, potrà diventare addirittura un dottore provinciale; e quello, per ringraziarla, le viene a dire che si è innamorato di una puttana, e gliela vuole portare a casa!
E rideva, rideva, mammarella, commissa’, disse l’ometto da dietro i suoi occhialini d’oro, sbattendo le palpebre. E io non ci ho visto più.
Poi, sono venuto da Gilda, la mia musa; le ho detto, vieni da mammarella, che quando ti vede capisce, e mi dice di sì. E quella anche lei a ridere, commissa’, a ridere come una pazza. Mi faceva venire il mal di testa. Sapete che penso, commissa’? Che era un poco pazzerella, Gilda. Che teneva la pazzia in corpo, e quella la faceva ridere così. Una malattia. E io l’ho guarita, l’ho operata e le ho asportato la risata, col mio bisturi; infatti, all’improvviso non rideva più.
Fortuna che Rindone aveva ancora le manette, se no il dottore andava a finire peggio di Gilda. Più tardi confermai i miei timori: per conoscere mammarella dovemmo sfondare la porta, e la vidi ridere con due bocche: una sopra, e una aperta dal bisturi del figlio proprio nella gola. La testa era rimasta attaccata per le vertebre, se no l’avrebbe decapitata. Hai capito, il dottorino. E mammarella, nell’immagine gorgogliante che ne avevo io, rideva ancora.
La sento ancora ridere, Gilda, a volte, quando piove forte. La risata mi risuona in petto. Così bella, che peccato.
Ci piove, sapete, in questa città del sole.
Ci piove tanto.