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maurizio de giovanni

partire e lasciare (it)

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Hai ragione, Ricciardi. Hai proprio ragione. Pagano i deboli.
Pagano sempre i deboli, e vengono a pagare da me. Sono io che riscuoto la sofferenza, il prezzo di tutto quel dolore. Arrivano da me e da quelli come me, medici, infermiere, suore, quando è ormai troppo tardi; quando i loro assurdi metodi magici, quelle erbe ridicole e quegli impacchi caldi e freddi, quelle litanie recitate nella penombra di quei vicoli battuti dal vento lasciano le cose come stanno.
Io ci vado spesso, in quei vicoli. Perché magari, penso, a forza di urlarglielo addosso che a vivere in mezzo allo sporco e agli animali, a dormire sulla paglia in mezzo agli escrementi delle galline, a tenere dei maiali in casa, alla fine sono i deboli a pagare.
Ma poi mi trovo davanti a posti assurdi, con scale e grotte scavate a mano in un fianco di montagna, tufo nel tufo, senza aria né luce e capisco che sono sconfitto. Perché la scelta è tra morire di fame o di malattia, a chi arriva prima.
Sai, Ricciardi: io a quelli di Roma li porterei a fare un giro qui. Invece di fargli trovare tutto in ordine, di pulire e lastricare e organizzare il tragitto che fanno con quelle automobili scoperte, in uniforme e berretto, i pugni sui fianchi e i petti gonfi di assurdo orgoglio, li farei arrivare all’improvviso in un pomeriggio di domenica, come adesso. E li accompagnerei in mezzo ai vicoli, facendogli vedere questi bambini nudi e scalzi di due, tre anni, che si fermano vicino ai pali della luce per fare pipì, proprio come i cani.
Fanno figli, Ricciardi. Ne fanno sei, otto, nove, dodici. Se poi ne muoiono tre, quattro, che vuoi che sia. Ne sono sempre morti tanti, di bambini. Qui, poi, queste casse piccole di legno chiaro vanno e vengono, e ci si fa un ipocrita segno di croce al passaggio. Ma mai si pensa che quelle morti non servono a niente, non significano niente se non il pallido ricordo di un minuscolo sorriso in una mattina di maggio, sulla soglia di una casa nella penombra.
Le donne ne hanno sempre uno in braccio, ci hai fatto caso? Manco il tempo di metterlo a terra, già ne hanno un altro. E un altro ancora. Brulicano nei vicoli come le mosche, e come le mosche muoiono.
Crepano per le malattie infettive, soprattutto. Uno ogni dieci, e prima di compiere un anno. E un altro paio rimangono menomati, ciechi per il tracoma, sciancati per la poliomielite, sfigurati dal vaiolo. E sputano sangue per la tubercolosi, hanno gli spasmi per il tetano. Vediamo di tutto.
E poi c’è la difterite, naturalmente. Si potrebbero vaccinare, sai: e non ne morirebbero più. A Genova il podestà l’ha resa obbligatoria già quasi due anni fa, la vaccinazione. E funziona. Ma costa, quindi se la pigliano comoda. E qui fa ancora più vittime perché questi ignoranti la scambiano per una qualsiasi febbre col mal di gola, e ci portano i figli quando sono già con un piede nella fossa. Proprio questa è la storia che ti voglio raccontare. La storia di un ritardo, di una partenza. Di un arrivederci che invece era un addio.
Tu lo sai, non bisogna affezionarsi mai. Credo che pure il mestiere tuo funzioni così, no? Se ti affezioni non sei lucido, hai paura e puoi sbagliare. E poi, quante cicatrici può reggere un solo cuore, me lo puoi dire? Non ci si può affezionare, a fare il medico in questa maledetta città. E però a volte succede, e non ci si può fare niente: affezionarsi è come una di queste subdole infezioni, che cresce e cresce senza avvisare e quando esplode non si può curare perché ormai è troppo grande.
Me li trovai davanti di sera, uscendo a fine turno, tre settimane fa. Era sera tardi, ero veramente a pezzi, siamo sempre un paio in meno del necessario, e i pazienti sono sempre di più. Stavano accucciati dietro l’angolo dello scalone della chiesa, hai presente? Appena fuori dal cono di luce del lampione a tre lampade, quello che sta proprio davanti. A terra, la madre a gambe incrociate, il figlio steso in braccio: un incrocio tra una pietà e una natività, come se un pittore rinascimentale ignorante avesse confuso gli eventi. Io nemmeno li avevo visti, poi la donna disse dal buio: «Dotto’, dotto’, scusatemi». Un mormorio gracchiante, mi fece venire la pelle d’oca.
«Non vi voglio disturbare, dotto’. Ma magari mi potete dare una medicina per questo figlio mio, qua, che tiene la febbre alta.»
Succede spesso, sai. Si vergognano, hanno paura, chissà che cosa. Ma arrivano vicino all’entrata dell’ospedale e là rimangono, senza dire niente. Come se solo stare vicino all’edificio potesse magicamente far guarire i figli. Certe volte, non ci crederai, addirittura li troviamo già morti; come se li trasferissero al luogo deputato. Dio, che rabbia.
Io naturalmente mi accovacciai e guardai il bambino. Poteva avere sei, sette anni, non si può mai dire perché mangiano pochissimo e male e magari hanno il doppio degli anni che dimostrano. Questo era debolissimo, le costole si contavano una a una, e aveva un febbrone incredibile.
E poi, naturalmente, il fischio. Non puoi mai sbagliare, un sibilo netto, quasi simpatico, l’ultimo sberleffo della vita. Il fischietto che non avranno mai, quello con cui magari avrebbero giocato divertendosi in un altro mondo, che se li porta via.
Lo presi e lo portai dentro, senza nemmeno curarmi che la donna mi seguisse. C’è un’epidemia, sai. Non si dice, questi bastardi lo tengono nascosto per evitare gli allarmismi, dicono, in realtà per coprire il fatto che non fanno niente, che nessuno se ne frega, tanto fanno tanti figli. Ma c’è un’epidemia in corso, proprio adesso e proprio qui.
Dovevo far scendere la febbre, e liberare un po’ la gola. Combattei tutta la notte, credevo di perderlo. Combattei la malattia e pure la stanchezza, raddoppiai il turno, mi si chiudevano gli occhi. Per tutto il tempo la madre se ne stette là, in piedi nell’ombra, vicino alla porta come se dovesse scappare da un momento all’altro. Mi ricordo che suor Luisa, sai, la caposala che pare un cane da presa e fa paura pure ai criminali, ebbe pena di lei e le offrì una sedia, ma lei non le rispose, come se non l’avesse sentita. Se ne stava là, ferma e zitta come la statua della Madonna in corridoio.
Credere, Obbedire, Combattere, c’è scritto nel pronto soccorso. Lo mando a farsi fottere ogni mattina e ogni sera a quest’idiota che ha pensato questa frase, come una preghiera. Ma quella volta ironicamente era proprio quello che feci io, per tutta la notte: obbedii alla mia ottusa convinzione di poterlo salvare; combattei contro quella maledetta tossina che lo stava ammazzando; credetti nella sua salvezza.
Lo salvai, sì. Lo salvai. Era l’alba quando cominciò a respirare regolarmente, e la febbre era calata. Mi ricordo che mi asciugavo la fronte, faceva caldissimo, e lo guardavo, il collo gonfio a dismisura, gli occhi socchiusi, la bocca semiaperta. Mi stringeva il cuore.
Mi voltai a guardare la madre. Nella penombra, col figlio in braccio, e poi vicino alla porta dell’ambulatorio mi era parsa giovane, o mi ero lasciato influenzare dal fatto che il bambino fosse così piccolo; invece ora sembrava una vecchia, il volto segnato, i denti guasti, i capelli ingrigiti che le uscivano dalla cuffietta. Il corpo soltanto, magro e nervoso, sembrava dichiarare un’età inferiore. Osservai la mano e vidi l’anello: non una delle tante donne con i figli del marito di un’altra, dunque.
Fui brusco, lo ammetto. Ero stanco, e non tollero l’ignoranza e l’inerzia che ti fanno trovare davanti a un malato quando è troppo tardi. Quella donna il figlio lo aveva quasi ucciso. Mi chiese come stava, le dissi che non era detto ancora; che per adesso era salvo, ma forse non avrebbe passato la notte successiva. Non pianse, non urlò; mi guardava fisso in faccia, come se avesse difficoltà a capire quello che le dicevo.
Poi, all’improvviso, disse: «Me lo porto a casa, adesso. Grazie, dotto’». Io non credevo alle mie orecchie: a casa? Tanto valeva mettergli un cuscino in faccia, al bambino, e dargli una fine più pietosa e onorevole. «Siete pazza» risposi. «Il bambino non si muove da questo letto. Altrimenti muore certamente, e io non passo tutta la notte a turno finito per salvare un paziente solo per farlo ammazzare da voi.»
Rimanemmo in silenzio, io a guardare lei, lei a guardare il bambino che dormiva pesantemente. Poi mi disse: «Dotto’, io qua non ci dovevo nemmeno venire. Il padre lo voleva lasciare alla nonna, in queste condizioni. A mia madre. Che è vecchia e non capisce niente».
«Che dite?» risposi. «Che volete dire?»
Lei stette zitta per un poco, poi sussurrò: «Vengo domani, allora. Tengo a cinque figli più grandi di lui e tre più piccoli. Devo tornare a casa». Io, d’impulso, le chiesi: «Quanti anni tenete, signo’?». E lei, come fosse la cosa più normale del mondo: «Ventiquattro». Mi devi credere, Ricciardi: se mi avesse detto che teneva sessant’anni le avrei creduto. Vivono una vita intera nella metà del tempo.
A quel punto non riuscivo ad andare a dormire a casa, quindi mi appoggiai nell’astanteria dell’ospedale. Sono talmente abituato a queste imprese, che ho più comodità là che nella mia camera da letto: rasoio, crema da barba, biancheria. Quando mi alzai, trovai la donna che discuteva animatamente con suor Luisa. «Me lo devo portare» diceva. «Me lo devo portare per forza.» Le scansai con un gesto brusco, andai al letto dove il bambino era sveglio. Respirava a fatica. Gli occhi neri andavano dalla madre alla suora a me, sembrava un cagnolino randagio spaventato.
Dissi secco a suor Luisa di portarsi fuori la madre. Feci bere a fatica al piccolo un po’ di acqua fresca e zucchero, per calmargli il dolore che doveva essere terribile. Dovevo dargli la soluzione di cloruro di magnesio, e poi avrei provato col siero antidifterico equino. Non ne abbiamo molto, e probabilmente il caso del piccolo era disperato. Ma qualcosa in quegli occhi... Lo sai com’è, Ricciardi. Uno ha un bel pensare che tutti i pazienti sono uguali, che è sempre la stessa cosa, ma non è così.
Il bambino tirò fuori la mano dal lenzuolo, e l’appoggiò alla mia che gli porgeva il cucchiaio con l’acqua e zucchero. Quella mano, Ricciardi; quella mano. Da ragazzo una volta trovai un uccellino caduto dal nido, in campagna da certi miei zii: quella mano pareva la zampetta di un uccellino. Mi calò un velo rosso davanti agli occhi. Sistemai il bambino e andai di là, dove la donna insisteva per portarlo via.
«Maledizione» sibilai. «Maledizione. Ma non lo capite che vostro figlio sta morendo? Che se ha una speranza ce l’ha qui, in ospedale? È mai possibile che voi che l’avete fatto nascere, siete la sua prima nemica?»
Stette zitta. Poi disse: «Partiamo». «Che?» dissi io. «Partiamo» ripeté. «Dobbiamo partire. Tutti. Emigriamo in Africa.» «Che volete dire?» dissi. Lo sai, ultimamente in America non li vogliono più e allora vanno nei paesi africani. Dicono che ci sono possibilità là, terra coltivabile, allevamenti. Forse la regalano, agli italiani.
Io dissi, a muso duro: «Il bambino non può nemmeno uscire dall’ospedale, figuriamoci partire. Tanto vale che lo ammazziamo qua, adesso». Mi guardò con due occhi che non dimenticherò mai, Ricciardi. Mai. In quegli occhi senza età c’era tutto il male del mondo, e la rassegnazione a questo male. Niente lacrime, niente rabbia. Niente di niente. Mi disse: «Allora ammazzatelo, dotto’. Perché pure se guarisce, senza famiglia non campa manco un giorno per strada. Non tiene salute. Ammazzatelo».
Io non ci potevo credere. «Ma che donna siete, si può sapere? Che madre siete? Pure gli animali, i cani, i gatti, combattono per i figli. Voi invece preferite darlo per morto, così, come se non fosse un essere umano.»
Stette zitta. Suor Luisa ci guardava a bocca aperta, inorridita. Poi parlò. Disse: «Dotto’, mio marito lavora da un anno per i biglietti del piroscafo. Li ha già comprati da due mesi, siamo pieni di debiti. Se non partiamo tanto vale che ci ammazziamo tutti quanti adesso. Io ve l’ho detto, tengo altri otto figli. Potessi dare la vita mia per Peppino, là dentro, l’avrei data già; ma non posso. E devo pensare a salvare gli altri otto. O viene con me, o lo devo lasciare qua».
«E se morisse?» le dissi io. «Se durante il viaggio smettesse di respirare, come gli stava succedendo ieri? L’abbiamo salvato per miracolo, non lo capite?»
Era pallida come la morte. Mi accorsi in quel momento che si era vestita di nero, come se già indossasse i panni del lutto. «Il mare, dotto’» mi disse. «Non è una brutta tomba, il mare.»
Ti confesso, Ricciardi, che sul momento non capii. Non capii la disperazione, il dolore. Non capii che nel cuore annerito dalla vita di quella donna c’era la terribile, necessaria determinazione a salvare il maggior numero possibile di figli. Il piccolo Peppino aveva solo contratto la malattia nel momento sbagliato.
«Il bambino non si muove» le dissi. «Non si muove. Io devo provare a salvarlo, e lo farò con tutte le mie forze.»
Lei mi fissò per un altro lunghissimo minuto. Poi andò di là, vicino al letto del figlio che si era assopito. Stette a fissarlo, senza espressione. Poi si girò e se ne andò, appoggiandosi al corrimano delle scale. Non la vidi più.
Ho lottato contro la difterite di Peppino giorno e notte, in queste tre settimane. Ho fatto di tutto, senza turni e senza pace. Gli ho tenuto quella zampetta di uccellino tra le mani, raccontandogli favole che non conosco, storie di guerra e di pace.
Ha smesso di respirare ieri sera, Ricciardi.
Mi ha lasciato un immenso dolore dentro, più di sempre, più delle altre volte. Non ha potuto parlare mai, non sono riuscito a liberargli la pressione sulla faringe. Non ti pare assurdo? Non conosco nemmeno la sua voce. Se non avesse pronunciato il suo nome la madre, prima di andarsene per la sua strada, nemmeno avrei saputo come si chiamava.
Non pensi che un bambino così piccolo avrebbe il diritto di avere la madre vicino, mentre muore? Di toccare la pelle che lo ha generato, di accoglierne le carezze? Invece l’ultima cosa che hanno visto quegli occhi è stata la faccia di un vecchio, inutile medico che non è stato capace di salvarlo.
E allora sono venuto a cercarti. Avevo bisogno di una serata di vino o di una mattina a caffè e sfogliatelle, per non pensare a quel maledetto mare. E al fatto che per partire bisogna per forza lasciare. Avevo bisogno di parlare con un amico.
Forse adesso è il momento di un bel bicchiere di vino, non credi? Questo sole mi sta facendo lacrimare gli occhi.
O forse sono solo troppo vecchio.
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