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maurizio de giovanni

per amore di nami (it)

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Lo sai, non siamo in molti. Ce ne accorgiamo d’estate, quando saliamo più su, sempre più su da non scorgere più niente se non qualche rifugio, e l’erba che ancora resiste, verde in mezzo alle rocce. Non siamo in molti.
Per la maggior parte vecchi, con storie di dubbi e problemi, o di padri e madri attaccati alla montagna che hanno trasmesso col latte il bisogno della solitudine. Vecchi solitari e disperati, che hanno scordato il senso delle parole e sanno solo stare così, senza suono se non quello della neve che preme alla porta. Io no. Io sono giovane, o almeno quando sono venuto qui lo ero; ora la mia anima ha cent’anni, perché ogni minuto è diventato lungo un’ora e non mi dà pace.
Sono arrivato qui vent’anni fa, e venticinque ne avevo; mi ero stancato della gente e del mondo, non avevo desideri se non quello di starmene per conto mio. Ho costruito la mia casa, un po’ alla volta, senza fretta. Ricordo il primo inverno. Avevo preparato un nucleo, un unico ambiente con una piccola latrina, attorno al focolare che doveva assicurarmi la sopravvivenza. Non c’eri ancora tu e non c’erano le altre, allora. E nemmeno la stalla, il fienile e l’officina, venute dopo, una per estate, sul terreno che ho comprato per due soldi con l’eredità dei due vecchi estranei di cui ero stato figlio, nella vita precedente. Questo era prima. Prima che la montagna diventasse di moda, e cominciassero ad arrivare quei pidocchi che chiamano turisti.
Noi siamo lontani, è vero, hai ragione. Non ci sono le maledette piste, qui vicino, e nemmeno quei mostri di funivie e seggiovie che deturpano le salite, fino in cima seduti caldi con coperte sulle gambe, per dare l’illusione a vecchi flaccidi di conoscere l’aria dei monti; e la nostra terra non è nemmeno fatta di sentieri tortuosi per evitare le salite, come se si volesse cancellare la natura stessa della montagna, riducendola a una comoda passeggiata. Lo scelsi apposta, questo luogo, esposto a nord e di rocce impervie, non addomesticabili proprio come il sottoscritto. È un posto per quelli come me, come noi. Non ci piace, stare comodi.
La strada è lontana e sterrata. Non arriva il rumore dei motori, nemmeno quando il vento tagliente trascina gli odori della valle, della putrida valle fatta di cibo sintetico e di petrolio.
Eppure, non so perché, quel maledetto pomeriggio mi ci trovai vicino. Non ricordo il motivo per cui avevo percorso il sentiero, se per una inconfessata nostalgia dell’umanità o per seppellire qualcosa, se per osservare una luce nuova del tramonto o semplicemente perché i miei piedi avevano cercato nuove vie. E comunque nove volte su dieci la strada è deserta, sterrata e quasi dimenticata com’è, e inutile da quando hanno fatto una nuova variante per arrivare al traforo. Anche in macchina vogliono stare comodi, i pidocchi.
Mi ritrovai vicino, ti dicevo. Lo sentii dalla puzza. Col tempo il naso si affina, e noi puzziamo per loro e loro puzzano per noi. Prima ancora di girare l’angolo e uscire dagli alberi capii che c’era qualcuno; avrei potuto andarmene senza rumore, e nulla sarebbe cambiato. Ma svoltai quel maledetto angolo. Oggi non saprei dirtene il motivo: forse il coraggio, forse la paura. La curiosità di vedere chi si fosse avventurato sin quassù, e perché non ci fosse rumore, forse. O forse voglia di assicurarmi che fosse transitorio, che non ci fosse il rischio di trovarmi davanti un tir pieno di tronchi, che venisse a gettare le basi per un altro orrendo albergo che mi costringesse a partire per andare altrove.
E invece dietro l’angolo c’era una macchina ferma, un cofano alzato e Nami seduta alla guida con le mani sulla faccia.
Non sapevo chi fosse, naturalmente. E mi muovevo in silenzio, al solito, quindi non mi sentì arrivare. Ma non si spaventò come avrei pensato, di fronte alla barba lunga e ai vestiti di lana grezza, al bastone e ai vecchi stivali legati con lo spago fino al polpaccio. Mi guardò, gli occhi neri grandi, e sorrise. «Salve» disse. «Grazie a Dio c’è qualcuno.»
Lo spaventato fui io, di fronte a quei meravigliosi capelli neri e a quei denti bianchi, e al suono di quella voce d’angelo. Lo spaventato fui io.
Mi disse che aveva sbagliato strada, e poi ancora, una serie di bivi e di incroci sconosciuti in cui aveva scelto discese che poi erano diventate salite. Che non sapeva dove si trovasse, che da poco stava al paese giù a valle, che si era trasferita dalla città e non voleva disturbare. Che il cellulare, qualsiasi cosa fosse, non funzionava e che non sapeva come fare a tornarsene a casa.
Nella mia vita precedente lavoravo ai motori; misi a posto il suo in un attimo, e le spiegai come fare a tornarsene da dove era venuta. Mi ringraziò, dolcemente. Io non riuscivo a guardarla, il cuore mi batteva in gola. Per strano che fosse io, grande e grosso, irsuto e sporco, ero quello terrorizzato; e lei, raffinata ed elegante, profumata e sorridente, era a suo agio come se fosse nata là, sulla strada di montagna che non finiva, in mezzo alle pietre e ad alberi vecchi di secoli.
Mi chiese il nome, e glielo dissi. «Io Nami» mi rispose. «Che nome è?» Un vezzeggiativo, una storpiatura del suo nome; così la chiamava un vecchio amico che un po’ mi somigliava, mi disse. E così avrebbe voluto che io la ricordassi: Nami. Prima di partire per una salita che sarebbe diventata la discesa giusta dopo qualche chilometro, mi disse: «Tornerò a trovarti. Martedì, allo stesso posto». Poi, ridendo, mi disse che martedì era dopo due giorni, e fece bene a dirmelo perché non sapevo minimamente che giorno fosse.
Non avrei voluto andarci, e invece naturalmente ci andai. Tu mi avresti detto di evitare, e avresti avuto ragione. Ma ci andai. Quella volta e altre ancora, a parlare con Nami.
Restavamo là, seduti sul ciglio della strada, su un vecchio tronco. Mi raccontava di una vita di silenzio in mezzo al chiasso, di un marito insulso e pragmatico, di un figlio che somigliava al padre ogni giorno di più; della ricerca di vecchi sentimenti morti, che aveva portato al trasferimento nel paese della valle. Figurarsi: gente di città, addirittura; e io che trovavo insopportabili anche quelli di montagna.
Di me le dissi poco, perché poco c’era da dire: della stanchezza di ascoltare voci e parole inutili, dell’odio per la corsa incontro al nulla, di genitori morti con cui niente avevo avuto a che fare. E molto le dissi della montagna, dell’odore del vento tra gli alberi, dei sapori ingenui e degli animali forti, dell’incontro con me stesso ogni giorno nel bosco; del primo raggio di sole sulla neve, delle bufere che cambiavano tutto e che tutto restituivano in primavera.
Mi stava ad ascoltare con la bocca aperta e gli occhi brillanti, le mani giunte sotto il mento, come se vedesse attraverso le mie parole l’avvicendarsi del tempo e delle stagioni, i fiori e i funghi, la caccia e le paure della mia vita. Finché.
Finché un giorno fece freddo, per il vento nuovo del nord che aveva deciso di farci visita. E Nami batteva i denti, avvolta in un cappotto di plastica bianco, piume d’oca, come se ci fossero oche a quell’altezza. E allora fui io a dirle: «Dai, mettiamoci nella tua macchina». Glielo dissi con difficoltà perché al chiuso mi manca l’aria: ma avevo pena per lei, e anche questa era una cosa nuova, che non riconoscevo nella mia anima.
In macchina si avvicinò, per il freddo che sentiva. E io la strinsi, non per il freddo che avevo sentito.
Fare l’amore con Nami era selvaggio e gentile. Tutti e due ci aggrappavamo come a una zattera, per non morire; io combattevo la solitudine che amavo, lei forse la solitudine alla quale era condannata. Da allora ogni volta sembrava la prima e l’ultima, il bisogno e la paura, la consapevolezza della fuga o della vacanza che era. Durò due anni, con la sola pausa degli inverni, che ci isolavano nel reciproco ricordo. Non so dirti, oggi, se avrei saputo farne a meno, dire basta. Non so se ne avrei mai avuta la forza.
E infatti fu lei, a dire basta. Non è sempre così? Forse si stancò, forse le venne a noia l’eremita montanaro e le differenze con tutti quelli che conosceva. Così pensai. O forse il marito si accorse di qualcosa, e lei non ebbe il coraggio di scegliere. E che scelta avrebbe dovuto fare? Condividere la mia solitudine, entrare nei miei silenzi? Io stesso non l’avrei voluta tra i piedi, nelle giornate della neve alla porta, quando non sopporto la mia stessa presenza.
E non avrei mai potuto fare ritorno a questa che chiamano civiltà, in mezzo alla plastica e alla gomma, nel rumore perenne e nei sorrisi pieni d’odio.
Tornai però alla strada cento volte, nei mesi che vennero dopo. E per due, tre anni. Pensavo sempre che Nami sarebbe tornata, anche solo per dirmi addio. Che quello che c’era stato non poteva finire nel silenzio di un ultimo appuntamento non rispettato. Non poteva essere tutto così banale.
Al quarto anniversario decisi che sarei sceso io. Mille volte avevo pensato alla strada che avrei fatto, come avrei percorso vie ignote che mi avrebbero mantenuto invisibile e nascosto, come sempre. Se rispetti la natura, la natura ti copre come il migliore dei complici.
Scesi a valle; trovai la sua casa e mi accampai nei dintorni, sottovento, dove nessuno poteva vedermi, dove nessun cane avrebbe sentito il mio odore nell’aria. E comunque col tempo il mio odore era diventato quello dei boschi. La natura è il migliore dei complici.
Vidi Nami; un po’ appesantita, ma bella come sempre. Ne vedevo il passo, da lontano, e leggevo i suoi pensieri e i suoi silenzi. Vidi il suo uomo, diverso da me come il giorno dalla notte; il grosso fuoristrada, i sacchi della spesa. Vidi il Natale, e le luci colorate attraverso le finestre. Vidi il ragazzino, che correva allegro nella neve, la luce azzurra della televisione la sera. Vidi che non c’erano molte case vicine, e imparai gli orari e i movimenti di quei pochi che abitavano nei dintorni.
E vidi qualcos’altro.
Vidi il motivo per cui Nami non era più venuta, il motivo per cui se n’era andata dopo aver contaminato per sempre la solitudine che era stata la mia conquista.
Vidi il motivo tra le braccia di Nami, nel suo sguardo malinconico una mattina che senza saperlo mi guardava, mentre guardava il bosco attorno alla sua casa. Capii che era per quel motivo che Nami si era condannata e aveva condannato me, forse convincendosi che io e lei insieme non eravamo mai esistiti.
Decisi, e non ebbi mai dubbi.
Aspettai il momento, con calma. Il marito uscì per andare a lavorare, baciandola sulla soglia e salendo in macchina. Attesi che il rumore dell’auto scomparisse come la nebbia del mattino. Contai i minuti, finché sentii il tossire dell’autobus della scuola, che veniva a prendere il ragazzo. Vidi Nami accompagnarlo per mano, le spalle curve, un cappotto sul pigiama, sciatta, trascinando i piedi. La mia Nami, senza vita.
Entrai in casa e feci quello che dovevo fare. Cancellai il motivo delle nostre solitudini. E me ne tornai a casa, qui sulla montagna.
E adesso?
Adesso aspetto. Scendo ogni martedì sulla strada, e aspetto di sentire il rumore di un motore sulla salita. Perché so che Nami tornerà. Quando si sarà purificata, quando la lasceranno tornare. Quando capirà l’errore che ha fatto, a non condividere con me quello che con me aveva creato.
Tornerà. È questione di tempo; e io ho tutto il tempo del mondo. In fondo ho imparato la voce del tempo, e il suo silenzio. Passo il tempo a chiacchierare con le capre, come te; fedeli amiche silenziose, dalle quali non aspetto risposte.
Le mie risposte verranno da laggiù.
Dalla valle di Cogne.
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