piccolo francesco (it)
Piccolo Francesco, che non hai fatto in tempo.
Che non hai fatto in tempo a guardarti attorno, in questa terra bella e disgraziata in cui sei nato. Che non hai fatto in tempo a respirare un’aria di gesso e di matite, innamorato degli occhi di madre di una dolce maestra. Che non hai fatto in tempo a inseguire un pallone che rimbalza irregolare sulle pietre sconnesse in mezzo alle macchine, insieme a dieci altri come te, con le ginocchia sbucciate e la risata pronta. Che non hai fatto in tempo a passare la notte su un libro, terrorizzato da un esame. Che non hai fatto in tempo a provare un vuoto allo stomaco incrociando lo sguardo azzurro di una ragazza, chiedendoti cosa sia quel malessere sconosciuto. Che non hai fatto in tempo ad andare in strada, a passare pomeriggi lunghi in attesa che succedesse qualcosa che poi non succede mai. Che non hai fatto in tempo a cercare un lavoro, inseguendo un diritto che non ti danno.
Piccolo Francesco, che hai portato con te l’attimo in cui il rumore ha assordato tutti, qualsiasi cosa stessero facendo, prima che capissero che con la tua anche la loro vita era finita. Che già non c’eri quando l’eco si è spenta sulla mattina squarciata, nel fiato sospeso di un luogo che a quel rumore non è mai stato estraneo. Che non hai sentito l’urlo roco e disperato di tua madre. Che non hai letto nello sguardo di tuo padre la consapevolezza di averti perduto per sempre.
Piccolo Francesco, in questo tuo primo giorno di scuola da angelo, ricevi questa preghiera.
Io ti prego di andare in sogno. Non dai tuoi genitori, che ti vedranno da svegli o addormentati in ogni singolo attimo della vita che gli rimane, non da loro; non smetteranno di sentire la tua voce, di riconoscere la tua risata in mezzo alla strada, di immaginarti in ogni bambino o ragazzo che incontreranno; non smetteranno di ripensare a tutti gli atti che hanno posto in essere e che hanno portato a quel rumore, e poi a quel silenzio; che vivranno ogni istante che gli resta come una terribile condanna. Non nei loro sogni ti chiedo di andare, né in quelli di chi ti ha amato tenendoti tra le braccia in questo tuo viaggio troppo breve.
Io ti prego di andare nei sogni di quelli che hanno messo quell’arma nel luogo dov’era, tra le mani di chi era e che ha spezzato tante vite in un solo colpo.
Non ti hanno mai visto, e non ti vedranno mai nel volto che avevi su questa terra; ma sono certo che ti riconosceranno quando ti vedranno arrivare silenzioso, i piedini nudi a sfiorare il pavimento, l’espressione seria e lo sguardo triste sul viso dolce, nella prima luce dell’alba. Ti riconosceranno quando, col cuore in gola, ti vedranno uscire dall’ombra e fermarti in piedi a pochi centimetri dai loro occhi sbarrati a guardare la notte senza sonno che non riescono a lasciare.
Ti riconosceranno, quelli che hanno costruito quell’arma, che hanno guadagnato vendendola, caricandola, mettendola in mano a chi ha premuto quel grilletto.
Ti riconosceranno, quelli che hanno firmato i permessi, che hanno timbrato marche da bollo, che hanno rilasciato documenti. Quelli che hanno creduto che si potesse tenere quella cosa in casa per sport, come se colpire, spaccare, distruggere e spezzare possa mai essere definito uno sport. Ti riconosceranno senza averti mai visto, quando ti presenterai nei loro sogni macchiato del tuo sangue innocente. Io ti prego, vai in quelle notti e guarda quelle coscienze.
Affinché ti vedano nei loro figli che giocano sereni. E piangano un po’ anche loro, come oggi piangiamo tutti.
Piccolo Francesco, che non hai fatto in tempo.