quando si dice il destino (it)
Nell’ambito di un’esistenza condotta con obbedienza, cortesia e pieno assolvimento dei propri compiti, Enrica si concedeva qualche trasgressione.
Beninteso: si trattava di cose innocenti e tranquille, che se anche fossero state note sarebbero comunque risultate irreprensibili. Ma le piaceva ritagliarsi qualche minuscolo spazio per se stessa, che nessuno conoscesse e che non potesse essere invaso; una terra di nessuno, dove non sentirsi soggetta all’approvazione degli altri, dove poter manifestare quello che sentiva realmente. Uno di questi spazi consisteva nell’andarsene a leggere vicino al mare, da sola, senza che nemmeno la famiglia ne sapesse nulla.
Si trattava di una mezza mattinata, presa con la scusa di una lezione a domicilio o di una visita a qualche vecchia insegnante, di una passeggiata con un’amica o di un passaggio in biblioteca. Una piccola bugia innocente, per evitare che la madre cominciasse un interrogatorio sul perché sentisse il bisogno di starsene da sola, se ci fosse per caso qualcosa che non andava. Non c’era niente che non andasse, se non la voglia di affondare nella vista dell’azzurro, accompagnata da parole amate.
Enrica aveva col mare un rapporto di profondo amore. Non era una che si sdraiava al sole per farsi ammirare il costume da bagno nuovo, né le piacevano i giochi da spiaggia che le ragazze della sua età, le poche non ancora sposate o fidanzate, facevano per attirare l’attenzione degli uomini. E nemmeno amava particolarmente immergersi nell’acqua per trovare refrigerio nelle giornate afose. Semplicemente le piaceva comunicare col mare. Ascoltarne il mormorio, sentire l’odore delle barche appoggiate sul fianco, legno bagnato e alghe, il retrogusto di sale, le scintille del sole che incantavano gli occhi e portavano lontano la mente liberandola dai pensieri.
Il suo posto era una spiaggetta verso Mergellina, ai piedi della collina di Posillipo. Era un luogo sufficientemente isolato, troppo lontano dal centro per essere invaso dalla moltitudine dei bagnanti occasionali, delle famiglie numerose e delle comitive di villeggianti; vicino alle case dei pescatori, con enormi montagne di reti e vecchie barche in secca. Enrica si sedeva su un telo, col cappellino e un ombrello per ripararsi dal sole, tirava fuori il suo libro e leggeva piano, fermandosi ogni tanto per raccontare al mare la storia che le pagine le mostravano. Era il suo modo di ritrovare se stessa.
Quel giorno però anche la sua spiaggia di pescatori aveva ospiti. Alcune suore in abito bianco e velo nero avevano condotto un folto gruppo di bambini che sciamavano allegri tra acqua e sabbia, contenendo a fatica l’entusiasmo. A Enrica non dava fastidio il rumore, né gli schizzi d’acqua che ogni tanto venivano sollevati dai tuffi: i bambini erano la sua vita, il lavoro che aveva scelto. I bambini erano gioia, felicità e semplicità. I bambini non avevano riserve, né silenzi. Decise perciò di rimanere al suo posto, aggiungendo al godimento del libro e del mare quello dell’allegria che la circondava.
Ricordò quando, pochi mesi prima, aveva lei stessa condotto una colonia a Ischia. Le vennero in mente gli abbracci e le calde lacrime dei piccoli che l’avevano salutata alla fine della vacanza, le promesse di rivedersi, di andarli a trovare. Pensò a quanto potesse essere forte un rapporto nato e sviluppatosi in così poco tempo. La sua mente andò anche a Manfred, l’ufficiale tedesco che aveva conosciuto nell’isola, il pittore dilettante che veniva vicino alla spiaggia per dipingere il mare e i bambini, almeno così pensava lei prima di scoprire che il quadro invece non era altro che un suo ritratto. Manfred, dai capelli biondi e dal sorriso luminoso. Manfred, dall’italiano perfetto con l’accento appena un po’ indurito dalla lingua d’origine. Manfred, che l’aveva baciata al chiaro di luna.
Scacciò il pensiero. Non voleva riflettere su questo, anche nel suo momento di libertà rubato al resto della giornata. Ci pensava fin troppo, e fin troppo la costringevano a pensarci la madre, la sorella, le vicine di casa. Il pensiero riposto, quello relegato all’intimo silenzio dolce del suo cuore, come il mare e le pagine del libro, riguardava due occhi verdi e un improvviso sorriso regalato nell’ombra di un portone.
A poca distanza dai ragazzi della colonia, c’era un gruppo di bambini che ne studiavano con curiosità le mosse, imitandole in maniera ben più disordinata. Erano, Enrica lo capì immediatamente, i figli dei pescatori che abitavano il villaggio a ridosso della spiaggia, sorvegliati a distanza da alcune donne in nero. La pelle come il cuoio, i capelli schiariti dal sole, nessun costume da bagno, nessuna divisa; stessa allegria e stessa voglia di giocare tra sabbia e mare.
Enrica riprese a leggere, ma dopo alcune pagine fu fermata da un vecchio ombrello rotto che le era rotolato sulle gambe. Alzò gli occhi e si ritrovò a incrociare quelli nerissimi e svegli di un ragazzino di una decina d’anni, bruno e spettinato, con un calzoncino troppo grande legato con lo spago ai fianchi. Il ragazzino fece scorrere lo sguardo su Enrica e poi disse:
«Signori’, state leggendo? Che leggete?».
Enrica sorrise, e rispose:
«Una storia. Una bella storia. E tu come ti chiami?».
Il ragazzino disse:
«Antonio. E so leggere pure io, lo sapete, signori’? Quella per esempio è una O, è rotonda, si fa col bicchiere. E quella è una P, come a uno che caccia la lingua».
«Bravo» disse Enrica un po’ sorpresa. «Vai a scuola, quindi?»
«No, che scuola, signori’, noi a scuola non ci possiamo andare, dobbiamo dare una mano con le barche. A me mi insegna mia madre, sapete. Lei sa leggere benissimo.»
In quel momento si avvicinò una donna del gruppo di quelle che sorvegliavano i bambini da lontano. Si rivolse al ragazzino e disse, dolce ma autoritaria:
«Anto’, non dare fastidio alla signorina. Lo vedi, che sta leggendo e vuole stare in pace? Vai a giocare, vai».
Il bambino, inchinandosi leggermente a Enrica, disse: «Scusatemi, signori’. Buona giornata». Poi baciò la donna, mormorò: «Scusatemi, mammà» e tornò nel gruppo dei suoi amici portandosi dietro l’ombrellino rotto.
La donna sorrise a Enrica. «Scusatemi ancora. Antonio non si vergogna di niente e di nessuno, ma è un bravo bambino.»
«Figuratevi» sorrise di rimando Enrica, «nessun fastidio. Anzi, ho visto che addirittura riconosceva le lettere maiuscole del titolo del libro. Sono sicura che andando a scuola imparerebbe in pochi giorni.»
La donna fissò Enrica in volto, poi annuì. «Gli insegno io, a scrivere e a leggere. I bambini nostri purtroppo a scuola non ci possono andare. Non hanno tempo. Antonio però non sarà come gli altri, imparerà e un giorno uscirà da questo destino e se ne prenderà un altro. Buona giornata.»
Enrica provò un senso di forte colpa, come se avesse offeso la donna in maniera gratuita. La fermò e le disse: «Aspettate, signora. Io non volevo certo dire che il bambino non riceve un’istruzione adeguata, e tantomeno educazione, anzi. Sapete, io faccio la maestra. Volevo solo dire che mi pare intelligente e pronto, da due parole che abbiamo scambiato».
La donna addolcì lo sguardo e disse: «Scusatemi voi, signori’. È che siamo soli, Antonio il papà non ce l’ha più. E ogni parola che mi dicono mi sento punta sul vivo, come se fosse tutta colpa mia. Solo questo».
Enrica si sentì ancora peggio. Mormorò qualche scusa, e d’impulso fece cenno alla donna di sedersi accanto a lei. Quella esitò, lanciando uno sguardo al gruppo dei bambini tra i quali c’era il figlio; poi sedette. Enrica tirò fuori dei biscotti dalla borsa e ne offrì uno alla donna, presentandosi. L’altra disse: «Io mi chiamo Rosaria. Una volta, sapete, facevo la maestra anch’io».
L’asserzione colpì Enrica: normalmente le donne dei pescatori lavoravano duramente fin da bambine, e assai di rado frequentavano la scuola. Una maestra, addirittura, era una vera mosca bianca. Rosaria sorrise alla sorpresa di Enrica, e spostò lo sguardo sui bambini della colonia che, allineati agli ordini delle suore, facevano esercizi ginnici. «Sapete» disse, «io proprio così incontrai il padre di Antonio. Portando una classe di bambini al mare, quindici anni fa. Una vita. O un sospiro. Non c’è niente di più elastico della percezione del tempo.»
Enrica ripose il libro. La donna lanciò un’occhiata e disse: «Orgoglio e Pregiudizio. La Austen. Siete romantica, voi, signori’? Ci credete all’amore a prima vista?».
Enrica annuì. Tutto poteva aspettarsi, tranne che dall’anonimo gruppo di mogli e madri di pescatori vestite di nero emergesse una conoscitrice della letteratura inglese. Con dolcezza, disse: «Raccontatemi, signora. Raccontatemi dell’amore a prima vista».
E la donna sorrise, facendo scorrere gli occhi lungo il mare. Poteva avere qualsiasi età, anche se doveva essere ancora giovane; ma i tratti anneriti dal sole, le rughe profonde nella pelle e i ricordi negli occhi la facevano sembrare vecchia.
«Io sono figlia unica, sapete. Mio padre era un impiegato al catasto, mia madre aveva studiato. Avevamo una casa e buone amicizie. Ero una ragazza come tante del mio ambiente, con tanti sogni: un marito ricco, una casa grande, molti figli, una vita agiata. Qualche buona frequentazione, amici altrettanto ricchi. Un miglioramento, insomma, e poi un altro. Così funziona, no? Come un immenso albero della cuccagna, tutti ad arrampicarsi, tutti a guadagnare centimetri sugli altri. Io pure la pensavo così, e con le mie amiche di allora cercavo di incontrare la persona giusta per salire di un altro gradino. Andavamo a ballare a casa di quelli col salone grande, l’orchestrina, i dolci e lo sciroppo di orzata. Nel frattempo però lavoravo, perché mi piaceva assai stare tra i bambini. Fino a quell’estate.
«Io avevo vent’anni, signori’. Quel giorno nemmeno ci dovevo venire io, a portare i ragazzi sulla spiaggia, ma una collega mia stava a letto con la febbre e la direttrice mi mandò a chiamare. Quando si dice il destino. Stavo proprio là, dove stanno le suore, le vedete, quando lo vidi arrivare con la barca. Lui, suo padre, i tre fratelli. Non c’era molto pesce, in quelle giornate, sapete, va a periodi, non si può prevedere. Be’, siccome non si prendeva niente, erano rimasti fino a tardi. Mi spiegò poi che è una cosa che succede assai raramente, perché quando il sole è alto difficilmente si riempiono le reti. Quando si dice il destino.
«Scese dalla barca per ultimo, io nemmeno li avevo visti gli altri. E nemmeno a lui avrei visto, se un bambino non avesse deciso proprio in quel momento di inseguire un cerchio per la ginnastica proprio vicino a quella barca che stavano tirando in secca. Me lo trovai davanti, faccia a faccia. Io con la divisa da maestra, il fiato corto per la rincorsa di quel monello di Marcati Alberto, terza B; lui in maniche di camicia, un basco in testa, la pelle coperta di sale. Puzzava di pesce, aveva la barba di due giorni e uno strappo sui calzoni. Non avevo mai visto niente di più bello in tutta la vita mia.
«Ci mettemmo a parlare. Cinque minuti, forse dieci, cerano i bambini da sorvegliare. E quali argomenti in comune potevamo tenere, poi? Io nemmeno mi ricordo che ci siamo detti, e nemmeno lui riuscì a ricordarselo negli anni successivi. Io andavo a ballare, nei circoli, al cinematografo, avevo dei corteggiatori raffinati che mi facevano una testa così di chiacchiere, ma mi parve di parlare con un uomo per la prima volta in vita mia.
«Il giorno dopo ero di nuovo qua, sulla spiaggia. E naturalmente ci stava pure lui. Quando si dice il destino.
«È stato difficile coi miei genitori, signori’. Difficile assai. Figlia unica, tutti i sacrifici, le speranze. Figuratevi, un pescatore. Cercarono in tutti i modi, addirittura mi fecero chiudere in una specie di collegio; io scappavo ogni volta, dopo nemmeno due giorni. Non si rassegnarono mai, nemmeno al matrimonio sono venuti. Mi dispiace tanto, ma per loro. Non per me.
«Perché vedete, signori’, io non mi sono pentita mai. Mai. Nemmeno in tutte le difficoltà, nemmeno quando ci sono stati giorni e giorni in cui non c’è stato niente da mangiare. Non mi sono pentita quando ho partorito Antonio con l’aiuto di due donne di cui non capivo nemmeno il dialetto, in quella casa bassa laggiù, la vedete. Non mi sono pentita quando la barca di mio marito non è tornata, una mattina di dicembre col mare che non smise di urlare nemmeno quando abbiamo seppellito una cassa vuota. Non mi sono pentita quando mi sono trovata a mettere pezze fredde sulla fronte di mio figlio con la febbre alta. Non mi sono pentita mai.»
Tacquero fissando il mare. La risacca lenta muoveva pigramente il pietrisco, con un mormorio indistinto.
Rosaria riprese: «E sapete perché non mi sono pentita mai, signori’? Perché Oreste, mio marito, era la mia storia. Era il mio passato, il mio presente, e ogni futuro possibile. Era la mia famiglia, mio padre e mia madre, era il mio uomo e il mio amico. E il mio bambino, Antonio, è lui, il padre, ogni volta che lo vedo dormire. L’amore è così, signori’. C’è scritto in ogni libro, lo cantano tutte le canzoni. L’amore lo riconosci nel momento in cui lo vedi, e tutto il resto non conta più niente. E allora come faccio a pentirmi? Io ogni giorno benedico il momento in cui il cerchio di Marcati Alberto, terza B, andò a finire vicino a quella barca proprio in quel momento, mentre Oreste scendeva dopo una nottata di lavoro. Quando si dice il destino».
Aveva parlato pacatamente, come a se stessa, senza distogliere gli occhi dal mare che era una tomba mobile e azzurra. Enrica si rese conto che quella donna stava pregando un dio immortale e letale. Stava pregando per ringraziare di aver ricevuto l’amore.
Si schiarì la gola. «Come vi posso aiutare, signora? Che posso fare per voi? Io non vi voglio offendere, in nessun modo, ma se posso fare qualcosa vi prego, ditemelo.»
Rosaria si voltò verso di lei e per la prima volta sorrise apertamente. Il sorriso le illuminò il volto e per un attimo a Enrica apparve la ragazza che si era avvicinata alla barca per prendere il cerchio, come doveva averla vista quel pescatore inghiottito dal mare.
«Signori’, qualcosa la potete fare: regalatemi questo libro. Anzi, prestatemelo: con la promessa di ritornare a trovarci, per vedere i progressi che fa Antonio. Sapete com’è, è tanto di quel tempo che non insegno più. Magari mi sfugge qualcosa.»
Enrica sorrise di rimando, e le porse il volume. Da lontano Antonio corse, bagnato e felice e scuro come il cuoio, ringraziò, baciò la madre e volò via come un uccellino felice.
Oramai sola, Enrica restò seduta ancora un po’ a pensare al destino e all’amore. Poi, nel sole obliquo del pomeriggio, se ne tornò verso casa con una nuova inquietudine.
Ricciardi e Modo erano al secondo bicchiere di vino quando una larga ombra oscurò il sole del pomeriggio. Entrambi alzarono gli occhi confusi per capirne la causa, e si trovarono di fronte la vasta mole in divisa del brigadiere Raffaele Maione.
«Commissa’, buona giornata; dotto’, salute a voi» disse toccandosi la visiera del cappello. «Che bello trovarvi qua.»
Ricciardi era sorpreso: «Ciao, Raffaele. Ma che ci fai in divisa? Oggi non avevi il giorno libero pure tu?».
Il brigadiere sorrise, scuotendo il capo: «No, no, commissa’. Cioè, sì, era giorno di riposo pure per me; ma poi mio cognato, che come sapete schifo con tutto il cuore, ha deciso di invitarsi a pranzo da me lui solo. Ci stanno giornate che mi sento santo e lo riesco pure a sopportare, ma certe volte penso che se mi metto a tavola con lui prima o dopo gli metto le mani addosso, e quindi molto meglio che tolgo l’occasione. Allora di nascosto a mia moglie ho fatto cambio con Cozzolino, che come sempre teneva non so quale femmina per le mani da portare a fare una delle ultime giornate di mare, e sono venuto a lavorare».
Modo lo scrutò con curiosità: «Nientemeno, brigadie’, vostro cognato è così fastidioso da farvi preferire una giornata di lavoro, e di domenica, al ragù della signora Lucia? Dev’essere veramente terribile. Sedetevi, vi prego. Passate qualche minuto con noi».
Maione esitò un momento, poi si sedette. «Veramente, dotto’, sarei in servizio. Ma siccome oggi pare una giornata tranquilla, tanto per cambiare, vi faccio un poco di compagnia. Non avete idea di quanto è fastidioso mio cognato. E il marito della sorella di mia moglie, un buffone, tutto quello che tiene lui è bello, tutto quello che fa lui è giusto, intelligente, furbo. Gli farei capa e muro, gli farei. Voi, piuttosto, come mai qui? Niente turni, oggi?»
Modo sorrise: «No, oggi riposo. Me lo sono imposto, se no là dentro, in ospedale, mi faccio vecchio senza nemmeno accorgermene».
Maione ghignò: «Dotto’, allora mi dispiace dirvelo ma è già successo e voi, appunto, non ve ne siete accorto. Mi sa che quel momento, di farsi vecchio dentro all’ospedale, è venuto un sacco di tempo fa».
Modo lo fissò arcigno: «Brigadie’, sapete una cosa? Mi sta proprio simpatico, quel cognato vostro. Ma siccome sono buono, e oggi è domenica, ordino una sfogliatella pure per voi. Tanto il conto è a carico del nostro Ricciardi, come al solito».
Maione sorrise come un bambino: «Be’, allora accetto con piacere, dotto’. Le sfogliatelle del Gambrinus sono un paradiso, ma in verità sono carucce. Se paga il commissario, però, sono ancora più buone».
Ricciardi sospirò, rassegnato: «Mi va bene perché è in servizio e potrà restare poco, perché quando comincia con le sfogliatelle il brigadiere Maione non si ferma più».
Raffaele sorrise, allargando le braccia: «E che ci volete fare, commissa’, ognuno tiene le debolezze sue. Io alle sfogliatelle non resisto; nemmeno al ragù, per la verità...».
Modo continuò, enumerando: «E alla parmigiana di melanzane, alla genovese, al polpettone...».
Ricciardi, sorridendo, aggiunse: «... al casatiello, alla pastiera, alla frittura di pesce...».
Maione scoppiò a ridere fragorosamente: «Va be’, va be’, mettetemi pure in mezzo. Mi mangio questa sfogliatella e levo il disturbo, meglio che vado a vedere che stanno combinando in ufficio, ci sta di guardia quell’ignorante di Amitrano che è una vera piaga. Per carità, un bravo ragazzo, ma quando si tratta di fare il poliziotto non è proprio arte sua».
Il dottore chiese, curioso: «E perché, ci vuole l’arte pure a fare il poliziotto?».
Maione stava masticando con estremo godimento, quindi in un primo momento non rispose. Poi disse, mugolando: «Mmmmh... Madonna, e quant’è buona ’sta sfogliatella. Certo che ci vuole arte, dotto’. Intuito, spirito d’osservazione, applicazione. E che vi credete, che è facile come aprire la panza alla gente?».
Ricciardi annuì convinto: «Infatti, sono pienamente d’accordo. Non è mica come misurare un po’ di febbre e dare qualche pastiglia. Il poliziotto sì, che è un mestiere difficile».
Modo fece andare gli occhi accigliati dall’uno all’altro: «Avanspettacolo. Siete perfetti, per l’avanspettacolo. Se vi vede un impresario, non ci sarà rivista che non vi assumerà. E io ne sarò felice, perché allora vi costringerò a presentarmi tutte le ballerine, tanto a voi non servono. Io vi voglio troppo bene per augurarvi di passare una giornata in ospedale, una sola giornata, come la passo io! E poi vorrei tanto capire in che cosa consiste quest’arte del poliziotto, si può sapere?».
Maione, serafico, rispose: «Lo volete sapere? E mo’ ve lo faccio vedere, subito subito. Lo vedete quel tizio, là in fondo? Quello con la cravatta nera e la bambina per mano?». Modo aguzzò lo sguardo; a una decina di metri di distanza, appena fuori la ringhiera che separava lo spazio dei tavolini del caffè dalla strada, c’era un ometto vestito di scuro con una bambina di una decina d’anni. L’uomo aveva visto Maione da lontano, e gli aveva lanciato un’occhiata di disagio.
Modo chiese: «Be’? È uno normalissimo».
«No» disse Maione. «Quello là, vestito decorosamente e beneducato, a passeggio con la figlia una domenica mattina, è un ladro.»
«Un ladro?» disse Modo meravigliato. «Come, un ladro? Mi prendete in giro, brigadie’? E da che si vede, che è un ladro?»
Maione sorrise, ingoiò l’ultimo pezzo di dolce e ne chiese un altro al cameriere. Poi disse: «Mo’ vi racconto».