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maurizio de giovanni

quello che è giusto (it)

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No.
Mi sembrava di essere stato molto chiaro. Parlo io e solo io, niente domande di alcun genere. Ci sono già passato, le prime volte: sempre a chiedere di lui e soltanto di lui, e com’era, e che cosa faceva, e dove andava, e come si vestiva, e che cosa mangiava. E allora io finivo di parlare, voltavo le spalle e me ne andavo. Figuriamoci, se mi andava di dire come si vestiva e che cosa mangiava.
Questo all’inizio, naturalmente. Poi ho finito di accettare di incontrare i giornalisti. Volete sapere di lui? E allora chiedete a lui. Tanto lo sappiamo, quanto sia abile nel pilotare l’opinione pubblica, nel farsi pubblicità. Di questo gli va dato atto: non sbaglia una mossa. Quando c’è da intervenire interviene, quando c’è da tacere tace. Compare solo nelle occasioni che gli sono utili, al fianco delle persone giuste, appoggiando sempre e soltanto i vincenti. Ha un fiuto incredibile.
Anche questo conta, sa? Anzi, direi soprattutto questo. Sapersi muovere, sapersi proporre. Sapere comparire e sparire a tempo debito.
Io invece so solo scomparire. Ho un talento naturale, per scomparire. Mentre ci sono, voilà, non ci sono più. Un fantastico prestigiatore, l’Houdini mediatico perfetto.
Lei mi potrebbe chiedere: «E allora come mai, stavolta ha chiesto di parlare?». «Non accetto domande» le ho detto. Parlerò perché stavolta ho deciso che quando è troppo, è troppo. E che quello che è giusto è giusto.
Perciò, mia cara signorina, si levi dalla testa di poter fare domande. Se dovessi accettare di rispondere a qualche curiosità lo deciderò io, e glielo farò capire. Sono capace di intuire le curiosità negli occhi delle persone. Un regalo dell’attività, del mestiere. Come saprà io insegnavo. L’ho fatto a lungo, direi più a lungo di quanto mi piaccia ricordare.
Metta qui quell’aggeggio, lo so che ce l’ha nella borsa. Sapesse quanti, prima di lei, hanno finto di ascoltare con aria assorta, consapevole e comprensiva quello che avevo da dire, o che avevo voglia di dire. Io sarò anche vecchio, ma non deficiente o rimbambito, e soprattutto non a digiuno di quello che la vostra tecnologia riesce a fare nel settore della registrazione o dell’intercettazione dei suoni. E lo capisco subito, quando l’interlocutore ha nascosto un «microcoso» per registrare la mia voce; lo capisco dall’espressione fintamente assorta e falsamente comprensiva che si stampa sulla faccia, dall’assenza di un blocco per appunti e di una penna.
Ecco, brava: lo metta qui, sul comodino. Lo può pure accendere, anzi, insisto perché lo faccia. Pretendo però di avere una copia della registrazione, prima di firmare la liberatoria per il suo, come lo chiamate?, reportage.
È interesse mio prima che vostro, che le mie parole non vengano cambiate o travisate. Sapesse quante volte mi è successo.
Prima di tutto, le voglio spiegare perché ho deciso di parlare proprio adesso, e proprio con il vostro giornale. Avrei potuto scegliere, come sa, testate ben più importanti o prestigiose; avrei potuto decidere di mostrare la mia faccia in diretta, magari nel telegiornale della sera, il mio viso scavato dalla malattia. Forse sarei riuscito ad attirare la pietà e il consenso degli spettatori che a milioni, abbuffandosi a cena, guardano ottusamente quello che la scatola magica gli propina, nulla è vero se non passa in televisione. Sarebbe stato facile, un vecchio malato che propone la sua imminente morte, che la getta sul tavolo come una fiche disperata contro un avversario vincente. Alla gente piacciono, queste cose: un Davide moribondo contro un Golia splendente di gloria.
Ma io, vede, non voglio vincere. Non mi interessa il suo crollo nella polvere, vederlo battersi contro la maldicenza o la contrapposizione della critica. L’ho visto cavalcare anche onde contrarie, in questi anni, e con grande successo. Vince, vince sempre. È abilissimo. Lo è naturalmente, non ha bisogno dei consigli di esperti di marketing o avvocati che pure può permettersi in grande quantità, ricco e famoso com’è. E io non gliela voglio dare, l’opportunità di mostrarsi regalmente pietoso e commiserante nei confronti di un vecchio morente.
Ho scelto voi perché siete sempre stati dalla sua parte. Ricordo la prima recensione, tanti anni fa: non era facile, un esordiente fuori dalle rotte della grandissima editoria, un piccolo uomo con un piccolo romanzo, quasi invisibile. Ho ripensato spesso a quel pezzo, a firma di quello che oggi è il suo direttore, signorina. Quanto della sua carriera è dipeso da quell’articolo? Lo scopritore del fenomeno letterario di inizio millennio, è stato definito. I miei complimenti. Naturalmente potrete scegliere di non pubblicare le mie parole: sarebbe legittimo, lei non immagina ancora quanto e come esse siano fuori dalla vostra linea, sempre celebrativa della più grande gloria letteraria del Paese. Ma lo farete, invece: glielo dico io. E sa perché, lo farete? Perché se no lo farà qualcun altro, ecco perché. E siete pur sempre giornalisti, no? Affamati di notizie, e soprattutto attenti a fare prima degli altri. E questa che le do oggi, mi creda, è una gran notizia. La più grande.
Però dovrà ascoltarmi dall’inizio. Con tutte le pause che dovrò fare per bere un sorso d’acqua, per prendere l’ennesima pillola o anche solo per riguadagnare un po’ di fiato. Sto morendo, gliel’ho detto? No, non perda il suo tempo e il mio con frasi di circostanza. Ho preso contatto col suo giornale solo quando i medici mi hanno assicurato che in alcun caso vedrò la prossima settimana. Morirò tra poche ore. E nessuno mi rimpiangerà, ne sia certa. Tantomeno lei, quando avrò finito di parlare.
Dall’inizio, le dicevo. Ma qual è l’inizio? Comincerei dall’università.
Vede, signorina: io sono un genio. Ho intuizioni che nessuno ha, capisco le cose molto prima degli altri; ma questo è possibile notarlo in ogni persona particolarmente intelligente. Quello che ho e nessun altro ha è invece la capacità di riconoscere il bello, lo straordinario. Anzi, è lui a riconoscermi: il bello mi attrae, mi individua, mi distingue; è sempre stato così.
Scegliere le lettere come campo di studi è stato facile. Necessario, direi. Andare a scegliere il bello, il grande, l’immortale in mezzo a cose che altri come me nei secoli avevano scelto era come sedersi attorno a una tavola meravigliosamente imbandita assieme alle migliori forchette di tutti i tempi. Non si agiti, signorina: abbia fiducia, arriveremo all’argomento che le sta a cuore. È nelle mie mani, lo sa: le conviene starsene buona a sentirmi. Facendo anche finta che quello che dico le interessi.
Non ho un buon carattere, e non lo avevo allora. Sono insofferente nei confronti degli stupidi, degli ottusi. Di tutti quelli che non sanno vedere al di là del proprio naso, dei leccapiedi, dei servi. Non fingo nemmeno pietà, ho la lingua tagliente e la so usare. Risultare sgradevole non mi interessa.
La mia carriera universitaria poteva essere leggendaria: il massimo dei voti a ogni esame, senza alcuna difficoltà. E il sospiro di sollievo di ogni professore quando, alla fine del corso, potevano liberarsi di uno studente che così chiaramente ne sapeva più di loro. Non ero simpatico, né mi interessava esserlo. Allora come adesso la cattedra va quasi sempre a chi meglio tesse reti diplomatiche, al miglior cortigiano, piuttosto che al migliore.
Così arrivai alla fine del corso in tempi brevissimi, senza che nessuno mi offrisse la possibilità di fare la tesi nella sua materia. Un caso unico nella storia della facoltà. Allora scelsi io; il più difficile dei corsi, in cui nessuno mai prendeva il massimo dei voti e io invece, in una leggendaria seduta d’esame nella quale avevo fatto cadere il titolare di cattedra in più di una contraddizione, potevo vantare la lode.
Non rifiutarono. Ma non ebbi alcun aiuto nella redazione della tesi, anzi, mi fecero trovare biblioteche chiuse, vennero meno ad appuntamenti, fecero sapere alle altre università che non gradivano che mi si mettessero testi a disposizione. Me lo aspettavo: il professore era un vendicativo, supponente imbecille e si era legato al dito la brutta figura che gli avevo fatto fare all’esame.
L’argomento assegnatomi riguardò perfidamente un autore semisconosciuto del Quattrocento, inutile che le dica di chi si tratti, una come lei non lo ha di certo mai sentito nominare. Il bastardo aveva scritto un saggio, trent’anni prima, e quella era l’unica fonte: faceva in modo che non lo potessi contraddire. E invece io trovai un libro ancora precedente, per caso, da un antiquario, che lo confutava alla grande.
Il giorno della discussione della mia tesi avrebbe dovuto vederlo: sembrava un tacchino, il collo rosso, la voce gracchiante. Pareva gli dovesse venire un ictus, cosa della quale poi effettivamente morì qualche anno dopo, che bruci all’inferno. Fui perfetto, ma quando fu il suo turno non mi diede punti. Credo che tuttora sia rimasto un caso unico. Così non ebbi la lode, e forse anche per questo la carriera accademica, l’unica che mi interessasse, mi fu preclusa.
A ripensarci oggi probabilmente fu meglio: i numerosi nemici che il mio carattere mi aveva procurato mi avrebbero atteso al varco e prima o poi mi avrebbero comunque fatto fuori. Ma sul momento, mi creda, avrei voluto morire. Purtroppo non sapevo fare altro; cercai per molto tempo di collaborare con giornali e riviste, ma il bastardo aveva svolto bene il suo mestiere di maldicente: i miei articoli furono puntualmente respinti; «Bello ma in questo momento non ci interessa» era la risposta.
Ci provai per un anno. Un anno è lungo. Consumai tutte le riserve, i miei erano poveri e non potevano aiutarmi.
Dovevo mangiare. Non ero il tipo da andare a bussare alle porte chiuse, non sapevo chiedere; ma dovevo mangiare. Mi guardavo attorno e non c’era nulla che fosse attinente alla mia materia. Tentai di fare il cameriere, la guida turistica, il custode: ma sarei morto nella mente, e questo era peggio che morire nel corpo.
Alla fine mi rassegnai, e feci quello che non avrei mai pensato di fare: il concorso per insegnare nei licei.
Mi creda, è il passo subito precedente al suicidio, per uno come me. C’è una differenza enorme, rispetto all’insegnamento universitario: in questo caso gli studenti, ancorché idioti e incapaci per la massima parte, hanno pur sempre scelto di essere là. Sono spinti da una forza, una passione. Nella maggior parte dei casi non valgono nulla, ma almeno hanno voglia.
A scuola invece la marmaglia domina; si tratta di ottusi relitti, spinti dall’inerzia della volontà di genitori idioti e con l’unico desiderio che la lezione finisca presto, per poter andare a drogarsi o a ubriacarsi o allegramente uno incontro all’altro in un frontale il sabato notte. Per non parlare degli insegnanti: un manipolo di falliti frustrati e insoddisfatti, pieni di sogni andati a male che continuano a suppurare, lasciando che l’olezzo si espanda attorno, una putrefazione delle illusioni che intossica.
Non fu facile accettare di dover diventare parte di questa categoria. Io, che ero stato investito di un immenso talento, che ero capace di discutere per ore di argomenti dei quali i miei futuri colleghi erano completamente a digiuno, ritrovarmi a tentare di far entrare concetti elementari nelle teste di pietra di ragazzi che nulla avrebbero concluso nelle loro squallide esistenze.
Ma, come le ho detto, dovevo mangiare. Vinsi il concorso naturalmente senza alcuna difficoltà, inserito nella minuscola lista di quelli senza raccomandazione ma talmente superiori agli altri da essere incontestabili. E fui anche contento di essere mandato in un paese ignoto della Campania interna, dove non si sa perché era stato messo un liceo classico: come se ci fosse bisogno di altra cultura che non fosse quella della coltivazione della terra e dell’allevamento delle vacche.
Non credo e non ho mai creduto che la cultura sia per tutti. La cultura è per pochi. Le masse devono fare le masse, e seguire la strada che le grandi menti indicano. Punto e basta. Un concetto semplice, che tuttavia l’umanità non ha mai voluto apprendere; di qui guerre, fame, egoismi. Se il bello governasse, non ci sarebbero piaghe: il bello è armonia, tutto al suo posto.
Capisce bene come, in questo contesto, non ci sia nulla di più inutile che insegnare lettere in un liceo di campagna di una delle regioni più culturalmente disastrate del pianeta. Credo che in Africa, in India almeno ci sia la rabbia, la determinazione della crescita per sopravvivere; là non c’era nemmeno questo. Solo la notte delle menti, il silenzio delle anime.
Ciononostante, mi sentivo al mio posto. Un fallito in mezzo ai falliti, a gestire il tempo e la poca voglia di futuri falliti.
Il paese era anche peggio di quello che mi aspettavo. Un grosso centro che era stato agricolo e non era diventato turistico, che cercava il senso del proprio presente attorno all’unica cosa che aveva, la stazione ferroviaria che costituiva uno snodo verso la Puglia. Pochi forestieri ciondolavano in attesa della coincidenza perennemente in ritardo, e al massimo consumavano un distratto pasto nei due ristoranti vicino alla ferrovia. Uno squallore infinito.
Non legai con nessuno e nemmeno mi interessava. I colleghi erano quelli che ci si sarebbe aspettato in un avamposto di uomini perduti come quello. Mi guardavano con livido timore, come se mi interessasse il loro triste, piccolo orticello; non potevano capire che la mia stessa vita era diventata un ripiego, e nella miseria intellettuale nella quale ero stato ricacciato, un posto valeva l’altro. Anzi, più defilato e lontano dagli occhi del mondo accademico mi trovavo, meglio era per me.
Fu in quel periodo che cominciai a scrivere. Non mi spiego il perché. Mi piaceva studiare, cercare l’armonia della bellezza nelle composizioni altrui, antiche o moderne; adoravo leggere e rileggere, assaporare la rotondità delle parole di poeti morti da secoli come con un liquore invecchiato sapientemente. Sprofondare in sentimenti altrui, godere dell’incanto che può nascere dalla sublimazione dell’altrui sofferenza.
Ho sempre pensato che il perduto amore che aveva dannato la vita di molti autori fosse una grazia per i lettori dei secoli e dei millenni successivi; che fosse benedetta la morte tra atroci sofferenze, se il canto limpido e perfetto che ne derivava poteva deliziare generazioni e generazioni di adoranti posteri. D’altronde, non era forse quella l’immortalità?
Per quanto mi riguardava, ero troppo algido e distante dalla vera sofferenza per pensare di poter produrre a mia volta la perfetta armonia del dolore. Per cui studiavo, e sognavo di poter proporre ad altri il battito di quei cuori morti ma vivi per sempre.
Evidentemente quei mesi di silenzio dell’anima, perduto in un luogo senza storia in mezzo a montagne prive di dignità, produssero la scintilla di sofferenza che non avevo mai pensato di avere. E mi misi a scrivere.
Non avrei mai proposto a nessuno il mio scritto, beninteso. Avevo perso molto, ma non il pudore. Mi sembrava di sentire le risate del rarefatto mondo di cui avrei voluto far parte, le frecce che mi sarebbero state scagliate in cambio dell’arroganza che aveva distinto le mie critiche; non lo potevo consentire. Eppure, signorina, le dico che forse scrivere quel romanzo salvò il mio equilibrio mentale. Forse sarei morto, forse sarei impazzito. Forse semplicemente mi sarei ripiegato su me stesso, anno dopo anno, trimestre dopo trimestre, consiglio di classe dopo consiglio di classe, diventando tutt’altro da quello che ero quando ero sceso dal treno strizzando gli occhi nella luce del pomeriggio. Mi passa quel bicchiere, per cortesia? Devo prendere una pillola.
Mi chiedo perché mi curino ancora. Il vecchio nemico ormai ha vinto, ha piantato la bandiera sull’ultimo organo, non arretrerà più. Ho perso la guerra. Il mio corpo, l’ha persa. La mia mente ha vinto, invece. Abbia ancora un po’ di pazienza, e le spiego come.
Dopo qualche anno, tre mi pare, mi ritrovai ad entrare nell’aula del primo anno per cominciare il cammino che avrebbe portato un’altra piccola mandria di bestie alla maturità. Di fronte a me si parò il solito gruppo di facce inespressive, di occhi bovini e di menti inutili. Avevo imparato a parlare a me stesso, ripetendo e illustrando con dovizia puntigliosa di particolari scientifici le mie lezioni. Sapevo che alcuni colleghi avrebbero voluto chiedermi di semplificare, di rendere i miei discorsi comprensibili; ma non avevano il coraggio di ammettere al più giovane, all’ultimo arrivato, che la loro competenza non era di molto superiore a quella dei banchi di legno ai quali si ostinavano a parlare.
Parlai per una settimana, le origini della lingua, i primi poeti in volgare, poi al solito feci fare un tema senza preavviso. Non mi aspettavo nulla: era solo per far capire chi comandava, chi sapeva e invece chi era ignorante.
Godetti dei soliti lampi di paura negli occhi, dei visi impalliditi, delle mani che si torcevano. Impassibile negai il permesso a un paio di malati improvvisi di andarsene a casa, e ritirai libri e appunti. La paura delle bestiole mi nutriva. Lo ammetto, ero un supponente bastardo: mi rifacevo su innocenti delle frustrazioni che la vita mi aveva inflitto. Ma chi è senza peccato scagli la prima pietra: lei, per esempio, sarà stata angariata da caporedattori e direttori, chissà a quali compromessi avrà dovuto scendere per arrivare a essere l’editorialista affermata e stimata che è. E magari si starà a sua volta rifacendo su qualche malcapitato pubblicista e apprendista, facendogli fare la fatica peggiore senza poter firmare gli articoli. Colto nel segno, eh? Perché avrebbe altrimenti distolto lo sguardo?
Comunque, io avevo solo loro, per rifarmi. E su di loro mi rifacevo.
Quella mattina di settembre, me lo ricordo come fosse ora, mi divertii notando come gli occhi delle ragazze si riempivano di lacrime e come sui volti dei maschi si spargessero chiazze rosse di paura. Tutti erano terrorizzati.
Tutti tranne uno.
Se ne stava lì, grassoccio, le mani incrociate sul banco. Lo sguardo spento dietro gli occhiali da vecchio, di finta tartaruga, spessi. Si meraviglia, eh? Ben diverso dalle immagini di lui da ragazzino che girano su internet e sui giornali, lo so: un bel bambino allegro, estroverso e felice. Non era così. Non so dove lui o il suo abilissimo entourage abbiano preso quelle foto, né di chi siano, ma le assicuro, mia cara, che era ben diverso.
Gli altri ragazzi e un po’ tutti nel paese lo tenevano alla larga. Il padre era uno strozzino, e questo gli faceva terra bruciata attorno, come il suo carattere spocchioso e supponente. Certo io questo non lo sapevo, quando notai che era l’unico che non dava segnali di panico di fronte a quel compito; ma presto lo imparai.
Fu il primo a finire, mi ricordo. Concluse, venne alla cattedra a consegnare e si risedette, tranquillo, le mani incrociate e di nuovo a guardare nel vuoto. Non gli diedi la soddisfazione di cominciare a leggere il suo elaborato, aspettai che tutti finissero e me ne andai nella sala dei professori, dove al solito non c’era nessuno: i miei solerti colleghi appena potevano levavano le tende, figuriamoci.
Un paio d’ore dopo avevo finito la correzione. La quasi totalità dei temi erano pessimi, me ne accorsi già dalle prime righe. Un paio erano mediocri, uno si poteva forse leggere fino alla fine e segnai un cinque d’incoraggiamento.
Il suo, invece, era perfetto. Perfetto. Lo lessi da cima a fondo una, due, tre volte. Equilibrato, consapevole, profondo: nessun errore, la sintassi e la formazione del pensiero lasciavano senza fiato, le intuizioni e le soluzioni critiche pure. Non credevo di poter rimanere sorpreso e invece mi lasciò a bocca aperta.
Non dubitai che potesse aver copiato; la traccia che avevo costruito non consentiva adattamenti da testi o da temi già svolti. Pensai a qualche diavoleria, a una comunicazione con qualcuno all’esterno; ma nessuno in quel posto abbandonato dagli dei della ragione, nessuno dei miei squallidi colleghi o dei notabili del paese era in possesso di un solo briciolo dell’intelletto necessario a svolgere in quel modo il compito. Che cos’era successo? Chi diavolo era, quel ragazzetto grassoccio e apparentemente catatonico?
Feci nei giorni successivi qualche cauta indagine. Scoprii della sua famiglia e della solitudine di un bambino col quale nessuno voleva giocare. Non che lui cercasse amicizie, mi disse il bidello; se ne stava sempre solo, con un libro in mano, e passava i pomeriggi chiuso nella biblioteca della scuola a leggere. E a scrivere. Che cosa scrivesse, nessuno lo seppe mai. Appunto.
Non quadra con le notizie che avete, vero? In questi ultimi ridicoli mesi avete passato quel paese ai raggi, raccogliendo il solito squallido mare di menzogne montate ad arte. Tutti ad affollarsi davanti alle telecamere: «Io lo conoscevo», «Io sono suo amico», «Giocavamo insieme», «Era il più allegro, il più socievole, il più buono». Mi meraviglio che non ci siano ancora state testimonianze di miracoli, qualcuno che lo abbia visto camminare sull’acqua o volare come un uccello. E le supposizioni che il suo primo, grande romanzo lo abbia scritto proprio da adolescente.
Niente di tutto ciò, glielo dico io. Era un reietto, un piccolo bastardino randagio. Era pure figlio unico, il padre che pensava a come affamare la gente e la madre malata, che poi morì senza le lacrime di nessuno.
Ma era bravo. Oh, se era bravo. Nelle altre materie era normale, a dire il vero; spuntava una tranquilla sufficienza, bordeggiando nell’area dei «senza infamia e senza lode», per assicurarsi il tempo e il modo di darsi anima e corpo a quello che gli interessava: la letteratura e la scrittura. Mentre credevo di studiarlo, di analizzare questa strana, incredibile perla raccolta in un porcile, lui studiava me.
Me ne accorsi limpidamente, un giorno verso la fine dell’ultimo trimestre, mentre spiegavo le implicazioni dell’Umanesimo del Boccaccio. Non parlavo con una classe, gli altri era come non ci fossero: parlavo con lui, solo con lui. Senza rendermene conto avevo progressivamente emarginato tutti, e gli alunni erano ben contenti di essere la prima scolaresca da quando ero lì a non subire quella che veniva definita la mia persecuzione. Non potevo perdere tempo con loro. Non potevo sottrarre a lui la quantità di informazioni di cui il suo famelico cervello necessitava.
Ma, le dicevo, in realtà era lui che esaminava me. Con poche domande pertinenti, poste con la voce sommessa che tutti ormai conoscono, mi indirizzava nella spiegazione verso gli argomenti che gli interessavano. Voleva andare a fondo.
Questo non gli guadagnava il rispetto degli altri. Lo lasciavano invece sempre più solo, perché anche se gli era troppo utile per distogliere da loro la mia attenzione, ne sentivano acutamente la diversità intellettuale.
Ho un ricordo strano, confuso di quegli anni. Saranno tutte le medicine che prendo. So che passarono veloci e che furono per la mia mente anni felici. Avevo finalmente un interlocutore. Avevo qualcuno con cui parlare delle cose che avevo sempre in fondo al cuore.
Non ho mai amato il romanzo d’appendice, troppo melenso e teso a riscuotere il facile consenso delle masse; ma, a ripensarci oggi, il personaggio della letteratura mondiale al quale sono stato in quei tempi più vicino era l’abate Faria del Conte di Montecristo, di Dumas padre: lo sa che era un negro, vero? E quindi respinto dalla società culturale della sua epoca, messo ai margini nonostante il successo planetario delle sue opere. L’abate, dicevo, richiuso in una galera dalla quale sa che uscirà soltanto morto, incontra Dantés e si aggrappa a lui: qualcuno con cui finalmente parlare, qualcuno all’altezza di comprendere le sue lezioni; e per di più affamato di sapere.
Finita la scuola andavamo in biblioteca, e io continuavo a trasmettergli quello che sapevo. Non ero affezionato a lui; io non sono capace di affezionarmi a nessuno. Avevo solo trovato in quel rozzo ragazzetto il senso della mia stessa vita.
Lui invece mi adorava, senza mezzi termini. Nel suo confuso universo, solitario e popolato di un talento immenso, aveva trovato un’isola in cui rifugiarsi. Io non mi stancavo di parlare, lui non si stancava di ascoltare.
L’esame di licenza fu una formalità, su quello nessuno ha mentito a voi giornalisti. Costruì una tesina sulle relazioni tra amore e morte nelle letterature mondiali, quattrocento pagine, proprio quel testo che in forma di saggio è uscito un annetto fa, mi pare. Un altro immenso successo, sì. Un altro successo. Il massimo dei voti, manco a dirlo.
Si iscrisse all’università, ma non andò ad abitare in città. All’epoca non c’era alcun obbligo di frequenza, e comunque a che gli sarebbe servito? Al paese c’ero io. Così, per caso e per fortuna, mi ritrovai a diventare quello che non ero riuscito a diventare con le mie forze: un professore universitario. Un’università con un unico insegnante per tutte le materie, senza sede e senza campus, e per di più con un solo studente: ma che studente, però.
Gli esami diventarono un rito: completavamo la preparazione, lo accompagnavo alla partenza della corriera e mi sedevo sulla panchina della piazza ad aspettare il suo ritorno. Nemmeno una prova senza la lode. Una laurea, una seconda. Gli offrivano le cattedre dalle quali io ero stato escluso e lui le rifiutava. La famiglia era piena di soldi e al paese c’ero io, «il padre del suo cervello», come mi diceva. Non aveva interesse a vivere altrove.
Collaborava con alcune importanti riviste internazionali, gli articoli venivano fuori dalle nostre interminabili conversazioni. Mi ero dimesso, il nostro confronto assorbiva troppe energie per poter continuare a insegnare. Qualche lezione privata era più che sufficiente per le mie limitate esigenze, e comunque che occasioni c’erano in quel posto per spendere soldi? Non potevo comprare nulla che valesse più dell’uno per cento della soddisfazione che mi dava un’ora di conversazione con lui.
Aspetti un attimo, la prego. Devo bere, ho la gola secca.
Dov’eravamo? Ah, sì, gli articoli e le collaborazioni con le riviste letterarie. Il nome se lo andava facendo, le sue critiche erano sempre più lette e quindi più temute. Ma a lui interessava il processo creativo. Voleva sapere dove nasce un’idea, quale fosse la scintilla che dà luogo a una narrazione coinvolgente che trasmette una scossa al cuore di chi legge. Mi chiedeva dati, notizie, anche se ormai non gli potevo indicare nulla che già non conoscesse.
Cercai di fargli capire che è il dolore, la fonte dell’ispirazione. Che chi come lui non aveva mai sofferto non poteva riprodurre in laboratorio quel processo. Non mi credeva, e si intestardiva a studiare, a ricercare nella tecnica dei grandi autori le motivazioni della commozione che i loro scritti davano. Divenne sempre più triste e taciturno.
Sembra incredibile, lo so, che l’uomo il cui sorriso riempie tutte le vostre trasmissioni, la cui contagiosa allegria travolge i salotti migliori delle più grandi capitali sia stato, e nemmeno troppi anni fa, un giovane triste e malinconico, alla disperata ricerca di qualcosa che non esiste. Ma è così.
Mi dispiaceva, la sua tristezza. Ero legato a lui, forse nel mio animo burbero lo vedevo come una specie di figlio, un compagno dell’anima che mai avrei creduto di trovare. Ricordai il dolore della mia solitudine prima di incontrarlo, e ricordai il romanzo che avevo scritto senza che nessuno lo leggesse mai. Cercai in fondo al cassetto più dimenticato e tirai fuori il dattiloscritto. Ci pensai a lungo, molto a lungo; forse mi vergognavo della nudità della mia anima, forse temevo la lucidità della sua critica: poi glielo diedi.
Per qualche tempo non si fece vedere. Temetti non stesse bene, o di averlo in qualche modo offeso. Mi ritrovai da solo nella mia stanza, di nuovo solo coi miei pensieri. Mi misi a scrivere, di nuovo.
Venne da me dieci giorni dopo, in lacrime. Profondamente commosso, mi disse che quel mio romanzo era la cosa più incantevole, dolorosa e coinvolgente che avesse mai letto. Mi chiese ragione del fatto che mai gliene avessi parlato, e che soprattutto mai avessi scritto ancora, e ancora e ancora, avendo quel meraviglioso talento.
Mi strinsi nelle spalle: non sapevo cosa rispondere. Vide i fogli che avevo scritto in quei giorni, e si sedette a leggere. Man mano che febbrilmente girava le pagine le lacrime gli scorrevano sul viso, nella rinnovata commozione della bellezza ritrovata. Tra le mani aveva il secondo romanzo più bello che avesse mai letto.
No, non ci fu bisogno di chiedermelo. Io sapevo che non è solo il talento, il segreto del successo. Serve l’aspetto, la capacità di stare in mezzo alla gente, la gioventù. Soprattutto la gioventù.
Vede, signorina, il vostro mondo non perdona gli anziani, per quanto grande sia il talento che esprimono. Forse non può perdonare a se stesso di non essersi accorto subito, di non aver visto immediatamente il talento. Si esibiscono bambini che cantano, ballano o suonano la fisarmonica; li si manda in televisione, si organizzano trasmissioni apposite e grandi celebrazioni ammirate. I vecchi invece li si invita in corride in cui ci si può prendere gioco di loro, li si può dileggiare mentre, sorridendo ebeti e sdentati, si godono il credersi al centro dell’attenzione.
Il nostro accordo fu silente e immediato. Io scrivevo, lui badava alla propria immagine: l’operazione agli occhi per togliere gli occhiali, la palestra, i corsi di dizione, gli stilisti e i sarti.
Il primo romanzo fu proposto a una grossa casa editrice, che fu ben lieta di ospitare da autore un critico così giovane e temuto. Se fosse andata bene, avrebbe avuto un bel successo; se fosse andata male, avrebbe avuto un utile strumento di ricatto nei suoi confronti.
Non faccia quell’espressione sorpresa e scandalizzata, signorina. Sa bene che funziona così. Come sa bene che il romanzo fu uno straordinario successo, così come i tre successivi. Tutti miei, proprio così.
Non sono un Mozart vecchio fagocitato da un giovane Salieri arrivista e determinato: a me andava bene così. Mi godevo da lontano, sui giornali e in televisione il mio successo per procura. Lo guardavo tener brillantemente testa a intervistatori e critici, forte del trionfo consolidato della produzione e della propria enorme cultura, con meravigliose ragazze al braccio e macchine con l’autista. Al paese tornava sempre meno, io mandavo per corriere i testi battuti alla mia vecchia macchina per scrivere e lui, al telefono, si assicurava quotidianamente che avessi tutto quello che mi serviva. Ognuno al suo posto.
Oggi so che sapendo della mia avversione per l’informatica era sicuro che non avessi copie di quello che scrivevo. E che la mia casa era discretamente sorvegliata da un’agenzia investigativa, per essere certo che non corrispondessi con nessuno. Il suo ghost-writer era blindato.
Scrivevo molto rapidamente, e del resto non avevo altro da fare. Ero molto più veloce delle esigenze editoriali, per cui il nostro grande autore si è creato un tesoretto di romanzi che lo mette al riparo anche dalla mia morte.
A ogni intervista ha parlato di me. Ha detto che deve tutto al suo maestro, all’uomo che gli ha insegnato quello che serviva a mettere in evidenza il suo purissimo talento. Un uomo schivo e riservato, che gli aveva chiesto di non fare mai il suo nome. È stato molto generoso, facendo sapere a tutti come provvedesse a me e al mio benessere.
E i giornali mi hanno cercato, e le televisioni, con insistenza. In quel breve momento in cui l’opinione pubblica si concentra su qualcosa prima di passare ad altro, il misterioso maestro del Grande Scrittore è stato anche il fatto del giorno. Lui sapeva bene della mia idiosincrasia a mostrarmi in pubblico, e se anche ci avessi provato sarei sembrato un vecchio pazzo, o nella migliore delle ipotesi un maledetto ingrato che mordeva la mano che lo sosteneva. Niente da dire, tutto era ben organizzato. Poi le telecamere sono state puntate altrove, ed è tornato il silenzio.
D’altronde, non avevo alcun motivo per parlare. Avevo tutto quello che mi serviva, il suo successo lo sentivo mio ed era anche una bella rivincita sul mondo che mi aveva rifiutato tanti anni fa. Finché non mi sono ammalato.
La malattia, signorina, è una brutta bestia. Ti fa scoprire di essere attaccato a una vita che in fondo hai sempre disprezzato. Ti fa sentire ostile una solitudine in cui sei sempre stato al sicuro. Nelle lunghe notti in cui il dolore del mostro che ti mangia dall’interno ti tiene con gli occhi sbarrati nel buio, ti fa guardare alla tua scala dei valori in modo critico.
E ti fa chiedere se in fondo la vita poteva andare diversamente, se non hai sbagliato, magari tanto tempo fa, la scelta a un bivio che ti ha portato lontano, tanto lontano da dove volevi andare.
La decadenza del mio corpo gli ha fatto orrore, e non mi è venuto mai a trovare in ospedale. Non gliene faccio una colpa, le telecamere lo avrebbero seguito, il rischio che in una eventuale fase di demenza potessi parlare e raccontare qualcosa era troppo alto.
Purtroppo e per fortuna, però, la malattia si è divertita a straziare tutto, lasciando intatto il cervello. Forse sarebbe stato meglio, chissà, se fossi veramente diventato demente. Meglio per tutti. Anche per me.
Ieri ho visto la consegna del premio, in diretta da Stoccolma. Mi sono fatto portare nella sala della televisione, sulla sedia a rotelle. Non le dico il dolore, ho tante di quelle piaghe, ma immagino se ne senta l’odore. Ho visto la trasmissione, dicevo. Lo sapevamo tutti, che avrebbe vinto lui, la gloria nazionale, il più giovane vincitore per la letteratura eccetera, eccetera. È stato perfetto, vero? Perfetto come al solito. E la motivazione, poi, la lacrimuccia che luccicava nel primo piano. Chissà quante volte l’ha provata, la lacrimuccia.
È così che ho vinto il Nobel, signorina. L’ho vinto seduto su una sedia a rotelle, piagato e dolorante, mentre aspetto da un momento all’altro una vecchia signora che mi farà compagnia nell’ultimo breve viaggio nella notte. Poco male, ho vissuto come dovevo, ho vissuto come potevo.
Perché allora ho deciso di parlare, proprio nelle ultime ore? Non perché rivolessi una gloria che non mi servirebbe a campare nemmeno un secondo in più. E nemmeno perché ce l’ho con lui, che invece è stato l’unico conforto di lunghi anni bui.
Prenda quel biglietto, là sulla cassettiera. L’ha preso? C’è un nome e un indirizzo, è un notaio della capitale.
Lo chiamerà quando me ne sarò andato, ha l’incarico di consegnarle copia di tutti i romanzi che ho scritto, quelli che sono usciti e quelli che usciranno. Vede, signorina, io di computer non ne capisco. Ma la carta carbone, la vecchia carta carbone per fare due copie di quello che si scrive a macchina sì, la conosco anch’io. E col corriere che andava e veniva da casa mia partivano sempre due plichi, uno per il notaio e uno per lui. Così, per mantenere una traccia. Caso mai se ne fosse perso uno.
Gliel’ho detto, perché. Perché di fronte alla morte, la scala dei valori cambia. E uno si mette a posto con la coscienza. In fondo la mia vita l’ho passata a celebrare il talento, no? E allora il talento deve essere riconosciuto. Anche il mio.
Perché si faccia quello che è giusto.
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