respirando in discesa (it)
Per come la vedo io, questa è una città che va respirata in discesa. Ogni posto ha il suo verso, come un fiume o una corsia di autostrada, che a mettersi controsenso è faticoso e ha anche i suoi rischi. Questa città va in discesa, ed è poco tollerante nei confronti di chi decide di percorrerla al contrario.
Si deve fare come se si fosse uno squalo, che nuota senza fermarsi, respirando storie con gli occhi e con le orecchie, soffermandosi solo un poco qualche volta, senza farsi coinvolgere mai. Perché, si sappia fin dall’inizio, le storie di questa città cercheranno di coinvolgerti: vivono di questo. Una specie di sabbie mobili, in cui sul momento è anche piacevole affondare, ma che poi è impossibile scrollarsi di dosso.
E allora, ci si procura alcuni strumenti essenziali.
Un paio di scarpe comode con suole di gomma, perché il terreno è sconnesso assai e si corre il rischio di diventare direttamente una storia; poi, meglio avere un’età compresa tra i quaranta e i cinquanta: di meno, si va sempre di fretta e si pensa troppo ai fatti propri, di più, un dolore di schiena o l’eventuale prostata a ostacoli farebbe diventare la passeggiata una via crucis, più soste e sofferenza che strada fatta. Ancora: tempo da perdere, anzi, tempo da guadagnare. Nessuno che ti cerca, nessuno che ti aspetta al tale posto e alla tale ora.
Infine: lasciare a casa il telefonino, nulla deve rivelare la tua presenza. Fai parte dello sfondo, sei stato assunto nel coro della tragedia greca cui stai per assistere: te lo immagini l’Edipo a Colono, con un contadino dal quale all’improvviso promana il jingle Nokia? È impagabile andare in immersione in discesa fuori dal tempo e dallo spazio, irrintracciabile e quindi mediaticamente invisibile. Senza avere la tentazione di condividere con un amico o con la tua donna un evento, una frase, un’immagine. L’ingoiatore di storie in discesa deve essere famelico ed egoista, non deve conoscere pause. È un duro lavoro, farsi i fatti altrui: ma qualcuno deve pur farlo, e allora che lo si faccia bene.
E perché in discesa?
Anzitutto, questa è una città in discesa. Per essere precisi, si è sviluppata in salita, come tutti i posti di mare: più si era lontani dal blu peggio era, giustamente. Ma poi si è scoperto che è più bello guardare dall’alto, con la pace e la serenità di osservare il fiume di macchine in fila col sollievo di non esserci in mezzo. E allora, tutti in collina, per creare un altro festoso e chiassoso fiume di macchine in cui, stavolta sì, trovarsi a bestemmiare e accaldarsi. E oltretutto lontano dal blu. Tanto, il blu ormai è quasi marrone…
Perciò, in discesa: lungo la strada tutto si dipana man mano, come un racconto semplice e imprevisto. Non si fatica, e quando in funicolare o in autobus al ritorno tremeranno i quadricipiti, uno potrà anche pensare con soddisfazione di aver bruciato calorie. Puoi tenere le mani in tasca, provaci a camminare in salita con le mani in tasca, e sembrare indifferente e casuale, uno di passaggio. È fondamentale, sembrare uno di passaggio: sarai chiamato in causa, ti verrà chiesto un parere, sarai convocato a dirimere liti come un magistrato. Nessuno è più autorevole e obiettivo di uno che passa per caso. È come se in tivù reperissero all’improvviso lo spettatore medio: il suo parere sarebbe considerato determinante, la sua opinione un oracolo.
Il bello è che non ci si mette niente, a essere uno che passa per caso: basta passare per caso. Certo, ci si deve trovare, al punto giusto e al momento giusto. Ma in questa città il posto e il momento giusti capitano con cadenza pressoché istantanea, quindi, una volta partiti, il più è fatto. La cosa difficile è alzare un po’ lo sguardo: ma alle buche si fa presto l’occhio, e l’andatura a zig-zag dei pedoni è anche coreografica, come organizzata da Enzo Paolo Turchi dopo una peperonata. E non si deve mai guardare il panorama, perché ti distrae: è così bello che ci si mette a pensare in poesia, e si perdono le storie e le facce della gente: sei un passante, e il passante si guarda attorno. Il passante ha il diritto di essere curioso, o meglio incuriosito.
Si può però volontariamente mettere in discussione il proprio status di passante, reiterando la passeggiata in discesa: si correrà il rischio di essere riconosciuto come un professionista del cazzeggio, ma in compenso si potranno incontrare alcuni tecnici dell’osservazione della natura umana, come don Luigi, non un uomo ma una leggenda.
Don Luigi, a onta dell’appellativo clericale è, o meglio era per i motivi di cui subito appresso, un esperto e anziano barbiere; egli rappresenta un’istituzione nella regione geografica costituita da un noto semaforo, crocevia di umane passioni, dove l’errata pluriennale regolazione dei tempi del dispositivo porterebbe a digrignare fra i denti «cazzodibudda» anche al Dalai Lama. Don Luigi staziona nei pressi del semaforo a partire dalle nove e trenta del mattino e fino alle diciannove, con tre ore di interruzione pomeridiana per il pranzo. Si siede su una pieghevole appositamente predisposta da Franchetiello, titolare della premiata e abusiva bancarella di chincaglierie e cinture, e intrattiene i fortunati ascoltatori con la sua storia.
«Dotto’, io sono un barbiere, però senza negozio. Un barbiere del tipo vecchio: il negozio mio non si chiamava barberia, capelleria, look hair o stronzate varie. Il negozio mio si chiamava salone, entravano uomini che sembravano uomini, si grattavano il pacco e a Natale se non ci davo il calendario profumato con le femmine con le zizze da fuori facevano il bordello. Il negozio mio stava là, dove mo’ sta Non Solo Un Euro, che vende bacili di plastica e secchi per la monnezza. Cioè, li venderebbe se qualcuno entrasse, ma se ho visto tre clienti da cinque anni che mi siedo qua, è assai. È già il terzo esercizio che ci prova, ma nessuno rimane aperto più di un anno, un anno e mezzo. Qua attorno la chiamano la maledizione di don Luigi, ma non è vero: io non auguro il male a nessuno, e poi ci voglio bene a quel negozio, anche se quella vecchia avida della proprietaria mi ha sfrattato dopo trent’anni che ci aveva lavorato pure il povero papà.
«Ma, dotto’, la verità è che a quel posto ci sta bene il barbiere: la gente è abituata, ci ha fatto l’occhio geneticamente, i padri e i nonni e adesso i figli. E prima o poi la vecchiaccia si rassegna e lo ridà a un barbiere. No a me, eh. Io sono vecchio, e poi ho messo qualcosa di soldi a pizzo, un figlio solo grande, impiegato al Comune, la povera moglie mia è morta dieci anni fa. Una scassacacchio, però in casa senza di lei c’è troppo silenzio. Allora, io che faccio? Mi alzo, mi vesto, prendo il pullmàn e me ne vengo qua. L’ho fatto per trent’anni, conosco a tutti e tutti mi conoscono: dove me ne potrei andare? Su qualche panchina estranea, come i vecchi alla Villa Comunale che non si capisce se sono vivi o sono morti? E allora, dicevo, mi metto qua, sulla seconda sedia di Franchetiello: per ricambiare, dotto’, una volta al mese una bottarella gliela do, sfumatura bassa, basette lunghe, pure per mantenere la mano. E mi guardo il semaforo.
«“Come, ti guardi il semaforo?” mi potete chiedere. Dotto’, voi non tenete un’idea di quello che può essere un semaforo. Meglio del cinematografo. Commedie, tragedie, farse, un teatro. A una certa ora passa una signorina in motorino, dotto’ non potete sapere quanto è bona, certe minigonne con le cosce da fuori, diritta diritta, un petto che gli manca la parola. E che succede, a questo semaforo quando arriva questa: frenate col rosso che pare la Svizzera, partenza col verde che nemmeno Sciumachèr. Ieri mattina un vecchio con un tre ruote sorrideva con un dente solo a centro gengiva, una cosa schifosa. Quella non dà retta a nessuno, va sempre di fretta. Con la faccia scura, neh, ma che peccato, una figliola di quella maniera. Be’, una mattina alla solita ora, era bagnato per terra, scivola un po’ e va a finire addosso a un ragazzo che attraversava la strada; niente di che, solamente una strisciatella. Si cominciano ad appiccicare, lei che contava sul fatto che era bona, lui che non se ne fregava proprio e la chiamava “negata” e le diceva che se non sapeva portare il motorino se ne doveva stare a casa o uscire a piedi. Com’è o come non è, ieri pomeriggio non li vedo mano a mano su questo stesso marciapiede? Si sono fermati, hanno guardato il semaforo, si sono guardati tra loro e lei gli ha poggiato la testa sulla spalla.
«Tengo il conto della gente che si mette il dito nel naso, sono le undici e già stiamo a trentotto. Al telefonino ventuno, tutte e due le cose sedici. La cintura? L’altro ieri una vecchietta la teneva, dotto’. Ma forse era la borsetta portata alta. Se una volta vi volete fermare, è un piacere: ma vi dovete portare la sedia, Franchetiello qua ne tiene solo due.»
Lo studioso non si ferma, però: lo studioso, in quanto tale, cerca di avere una visione quanto più ampia è possibile. Lo studioso ricerca. Perciò con rimpianto abbandona don Luigi e continua la discesa, respirandola.
Scendendo via Nicotera, il viandante può essere incantato tra le undici e mezzo e mezzogiorno dall’odore delle cipolle per l’incipiente genovese, così come Odisseo dal canto delle conterranee sirene. Non è un odore come gli altri, quello della genovese: è piuttosto un’essenza, qualcosa che rimane nei capelli e nei pensieri e addolcisce l’umore. E la genovese stessa non è una semplice salsa di cipolle, ma una poesia d’amore, una dichiarazione di affetto di una donna nei confronti dei figli e del marito. La genovese non si cucina: si compone piuttosto, come una sinfonia o un’ode. E dal sapore si capisce se l’autore è arrabbiato o triste, euforico o allegro: una forma di comunicazione non verbale, che ha dell’erotico.
Non saprei dire se la genovese possa essere cucinata da un maschio, o se la cosa sia illegale. In questa assurda città siamo abituati, per la cucina tradizionale, a pensare la stessa come prerogativa di mamme e nonne, non di mogli ahimè. Nella fattispecie, la genovese di via Nicotera compete alla signora Vincenza detta Cinzia, della trattoria della Piastrella. La sua genovese è un imperioso squillo di tromba, che annuncia al quartiere che si avvicina l’ora di pranzo e che si può cominciare a pensare a che cosa fare nel pomeriggio, dopo un black-out digestivo di almeno due ore.
La signora Cinzia è una bella cinquantenne oversize, che sembra uscita dagli anni Sessanta compreso il tuppo in testa; grazie alle frequenti pubblicazioni su guide tecniche e al fatto che i turisti stranieri si avventurano ormai anche nei vicoli più bui, ha accumulato una sostanza che le consentirebbe di assumere qualcuno, affrancandosi dal lavoro. Potrebbe concedersi un mese di beauty farm, due ore al giorno di massaggi shiatsu e shopping non stop per la vicina via Chiaia infestata dal franchising.
«No, dotto’, e che sono tutte ’ste parole forestiere? Io quando vengono i cinesi, a squadre di venti e che nemmeno sanno usare le forchette, manco chiedo che vogliono mangiare e ci porto quello che c’è, pur di non parlarci. No, no: io mescolo il pentolone adesso come vent’anni fa, non mi sono moppeta quando aspettavo i gemelli, figuratevi se mi muovo mo’. La verità è che qua le cose cambiano dalla sera alla mattina, però dentro da me tutto è tale e quale, e io mi sento sicura solo se sto in mezzo alle cose mie.
«Per esempio il fatto dei cellulari, io li chiamo portatili e mio figlio mi sfotte. Voi sapete che pigliano solo nei due tavoli in mezzo alla sala, non si è mai capito il perché. Allora la gente esce pazza, ma com’è che a quello stronzo là al centro gli piglia e a me, che sto vicino alla porta, no? E si mettono in posizioni curiose, che sembrano statue, con le mani alzate, le cosce sporgenti dai tavoli, le capuzzelle storte. Qualche giorno fa una signora non ci voleva credere, che al marito non ci pigliava, perché a un giovanotto del tavolo buono ci cominciò a squillare: e cominciò a strillare sempre di più, “lo hai spento, e perché lo hai spento, hai paura, quella puttana ti chiama ancora, ma non ti vergogni”. Uno spettacolo, due francesi si credevano che erano attori e battevano pure le mani, il marito li guardava idrofobo. Ma non è meglio che li lasciano a casa, invece di intossicarsi una continuazione?
«Un’altra cosa è il fumo. Io non ho mai fumato, e vi dico sinceramente che quando si mangia pure a me mi dà fastidio, a mio marito a casa ci faccio certi strilli in testa che dovreste sentire. Però, e che caspita, un minimo di tolleranza non ci vorrebbe, in questo mondo? Già tutto è difficile, complicato. Si combatte dalla mattina alla sera. Io la sala fumatori non la posso fare, il posto è piccolo, lo vedete. Quelli sono povera gente, come i drogati, non è che possono diventare sani da un giorno all’altro. Ieri, ve lo ricordate, pioveva orizzontale perché c’era vento. Un signore non ce la faceva più, aveva mangiato il ragù, il polpettone, la parmigiana di melenzane, la pastiera e bevuto un litro di vino aspettando che spioveva e non spioveva. Resistette resistette, poi non ce la fece più e si prese il caffè. Ballava sulla sedia come se doveva fare la pipì, e forse la doveva fare veramente ma c’è il bagno rotto.
«A un certo punto, soprappensiero, chi sa, si è distratto e si è acceso la sigaretta. Apriti cielo, è successo Montevergine: manco se avesse violentato qualcuno. E che incivile, ma che modi, siamo nel terzo millennio, ancora con ’sta cosa in mano, ma non ti vergogni. Questo ha pure provato a uscire, in due secondi si è fatto un purpetiello, faceva pena. Allora è rientrato, ha guardato tutti con aria di sfida e ha continuato a fumare. Dotto’, quello era grosso, bagnato e a quel punto pure incazzato. Nessuno ha avuto il coraggio di dire niente. Dopo un minuto, non ci credereste: stavano fumando tutti quanti! È uscita una chitarra e dopo altri dieci minuti stavano cantando e ballando, abbiamo fatto le due e manco se ne volevano andare. Allora dico io: con un poco di tolleranza, non si starebbe meglio? Ci respiriamo questo poco, dalla mattina alla sera che per il vicolo ci passa pure l’autobùs, mo’ ci vogliamo formalizzare per la sigaretta di quel povero madonna? Ma quanti anni vogliono campare. Che fate, dotto’, vi fermate per pranzo? Oggi la genovese mi pare ancora meglio del solito. Sentite a me, vi conviene.»
E lo studioso deve pur mangiare, studiando studiando. E deve anche digerire, che Dio lo aiuti, anche se il celestiale sapore gli tornerà in bocca per almeno due giorni: è una caratteristica della genovese, che non si dica mai indigesta ma solo, per dir così, «autoricordante». Serve a pensare che è bello mangiare, ma che è meglio evitare, la prossima volta.
E si digerisce bene in discesa, contro il vento tiepido che nel primo pomeriggio sale dal mare. Si va verso il caffè primariamente, a completamento dello stato d’animo, per forza di cose contemplativo. Lo so, lo so: il lettore, un po’ schifato, direbbe che ci mancano solo la pizza e il mandolino, e poi l’iconografia classica è interamente rispettata. Ma lo studioso risponderà: non ci sarà poi un motivo, per cui questa città è famosa per queste cose? E comunque, uno dopo la genovese che dovrebbe andare a fare, apostolato a Scampia? E quindi, vada per il caffè da Luca, proprietario e barista del Gran Caffè Serra, all’inizio dell’omonima strada.
Insomma, Gran Caffè per meriti, non per dimensioni: nell’ora di punta bisogna organizzare turni da quattro, per godersi il caffè di Luca; il quale ha assunto il titolo di Barista Ufficiale dello studioso il giorno in cui il medesimo lo sentì con le sue orecchie dire, a un avventore che aveva osato dopo il caffè chiedere un bicchiere d’acqua: «Offro io, ma mi dovete fare il piacere di non venire più. Non per altro: i clienti possono pensare che vi volete sciacquare la bocca». Una cosa leggendaria.
«Dotto’, ma che piacere. I due amici qua sono Totonno l’edicolante di fronte, e Mario mio cognato, meccanico all’Aenneemme, i pullmàn insomma; mo’ sta in malattia e mi dà una mano alla cassa, toccava a lui mettersi malato, con i colleghi fanno così, ma lui a casa non si fida di stare, quella mia sorella è una scassacazzo che non se ne ha un’idea. Mo’ proprio ci stava raccontando un fatto, di quelli che piacciono a voi. Mariu’, raccontacelo pure al dottore: magari poi ti trovi pure stampato, tu che hai fatto cinque giorni di lezione in dieci anni di scuola.»
«Allora, dotto’, io faccio, come vi diceva mio cognato, il meccanico all’Aenneemme. Ho pigliato il posto per l’interessamento di un mio zio, che fa l’usciere alla Regione, avanzava un favore da un assessore, gli prestava un appartamentino per certe cose sue. Va be’, questa è un’altra cosa. Comunque, sono tre anni che ho preso il posto, mi trovo abbastanza bene, gli orari sono comodi e uno riesce pure a fare qualche cosarella per conto suo, un meccanico buono serve sempre. La settimana scorsa ero in servizio, alle tre rientra il centododici rosso, sapete quel pulmanino piccolo elettrico che fa i Quartieri Spagnoli? Insomma, teneva tutto il tetto ammaccato davanti.
«Mo’, noi vediamo di tutto: sono più le volte che dobbiamo andarceli a prendere in mezzo alla via, sbattono coi motorini, con i pali della luce, perdono certi pezzi che poi, per avere i ricambi, se ne passano anni. Ma mai avevo visto il tetto ammaccato di quella maniera. Da dentro scende l’autista con la faccia stralunata, che faceva di no con la testa: sconvolto, vi dico a voi. ’Sto ragazzo è del nord, lo hanno assunto col concorso perché volevano far vedere che non avevano pregiudizi con le altre razze: come infatti, questo è di Monza. Un emigrante tutto al contrario, insomma. E il caposervizio, che è un bastardone, non lo mette proprio sul centododici rosso? E lo manda in mezzo ai Quartieri, che secondo me ci dobbiamo montare le mitragliatrici, come sui carri armati. All’inizio, il ragazzo si bloccava dopo cento metri, appena qualcuno in sosta o le cassette di un fruttivendolo non lo facevano passare; poi si è ambientato, la gente lo conosce e si sposta come con gli altri, e bene o male il pullman passa e la giornata pure. Ma quel giorno rientra con il tetto distrutto, un danno mica da ridere: io gli ho chiesto: “Ma che, ti sei tamponato con un elicottero?”. Lui scende, vi dicevo, e con quella parlata strana mi racconta tutto.
«Dunque, era la prima corsa della mattina. Lui si era imparato il tragitto, che non è semplice semplice, in quel labirinto di vicoli e vicarielli, e camminava pensando ai fatti suoi. Nel mezzo c’erano poche persone, quello la gente manco lo sa che passa il pullman nei Quartieri. All’improvviso gira una curva stretta e sente una botta fortissima sul tetto, come se ci fosse caduta sopra una pietra. Ma non ci stanno cavalcavia, sopra ai Quartieri, e poi quelle non sono scemità nostre. Basta, lui inchioda e scende, e che vede? Un balcone! Un bel balconcino piastrellato, con la ringhiera all’andalusa e le piante di geranio. “Mario” mi dice, “te lo giuro che non devo vedere più a mammà” (sempre in milanese, eh, dotto’), “quello all’ultima corsa della sera prima il balcone non c’era!” Si affaccia una signora e dice: “Giovino’, ma che avete combinato?”. Lo capite, lei a lui “che avete combinato”!
«Il collega non sapeva nemmeno che doveva dire; ha guardato la signora e le ha chiesto che ci faceva là il balcone. E quella gli ha detto: “Solo perché una famiglia sta al piano rialzato, in un appartamento che è stato ricavato metà dalla soffitta dei negozi sotto e metà dal proprietario sopra, non deve tenere un poco di luce? Io ci ho il bambino che sta sempre malato, un poco d’aria ce la volevo dare. Mio marito sta nell’edilizia, fa il manovale, e ieri notte si sono messi lui e gli amici e hanno fatto il balconcino, che fastidio dà? Noi ci credevamo che questo sfaccimmo di pullmàn era più basso; e poi, per quello che serve, potevate pure cambiare strada. Che dite, giuvino’, me la potete fare voi, la lettera all’assicurazione?”.»
Lo studioso, anche se in quanto tale cammina rigorosamente a piedi e in discesa, sa bene che le storie in questa città nascono dal fatto che si sta tutti uno addosso all’altro. E che gli spostamenti, e quindi i mezzi pubblici, offrono un meraviglioso terreno per le storie. Una volta, tanto tempo prima, lo stesso studioso c’era stato dentro: al mezzo pubblico e alla storia.
Nel Settantasei il centoventotto non era un autobus: era una leggenda metropolitana. Il capolinea non ne era noto, chi diceva Ponticelli, chi Secondigliano, chi San Martino. Un’altra accreditata scuola di pensiero riteneva invece che fosse una vettura fantasma, come certe baleniere nel triangolo delle Bermuda, guidata da un vetturino con l’occhio bendato; più probabilmente, ce n’erano soltanto tre per un tragitto di diverse decine di chilometri.
Fatto sta che per anni, prima che cambiassero i gloriosi numeri con caselle della battaglia navale (C16, A23, colpito e affondato), chi di noi all’epoca era un utente talvolta fiducioso e talvolta disperato quando lo vedeva passare era tentato di scendere dalla macchina e prenderlo, per principio. In quegli anni di miseria e nobiltà, tra i giovani i ciclomotori («mezzi») erano diffusi come l’obesità in Africa centrale: ci si vestiva con camicie e jeans usati, comprati a Resina in brumose mattinate invernali dopo estenuanti ricerche tra balle maleolenti venute d’oltremare; si leggevano e si vendevano libri usati, ricordo un Cent’anni di solitudine sul quale avevano scritto più gli alunni di una fantomatica quarta B che García Márquez. I calzolai prosperavano perché le scarpe non si gettavano via e quelle da ginnastica si usavano per la ginnastica, puzzavano come ora e costavano meno di quelle in pelle: i numeri arrivavano a quarantacinque, oltre si chiamavano borsoni.
In quegli anni oscuri ma luminosi, dicevo, gli autobus erano l’unica risorsa per quelli che dovevano o volevano dividere il proprio tempo e i propri interessi tra la collina e il centro, quando gli interessi distavano troppo dalle funicolari; il mio interesse aveva un fascino sottile, era ombrosa e reattiva e niente sesso, manco a parlarne: tutti fattori che imponevano una presenza costante, e un atteggiamento da postulante sotto il di lei portone, nella manifesta finalità di ottenere trenta, quaranta secondi di casuale intimità. Quindi, un centoventotto la mattina e uno la sera, salvo complicazioni. Prima o, più spesso, al posto dei pasti.
Tutto ciò mi portava, in un certo primo pomeriggio invernale di quel Settantasei, a scrutare l’orizzonte come Madama Butterfly dalla fermata di piazza Amedeo; l’innato amore per la lasagna e l’anticipata fine improvvisa di un’intensa attività sportiva mi avevano portato ai centodieci chili, distribuiti sul metro e novanta in dotazione: un figurino, insomma. Quando l’oggetto delle mie brame fece la sua comparsa in ruote e carrozzeria, si presentò come sempre: pieno come un uovo. Da lontano si vedevano facce stampate sui finestrini, come pesci rossi che ti guardano da un acquario, borse scolastiche paurosamente fuori da ogni apertura (all’epoca le borse erano vecchi tascapane militari, ben distanti dagli zaini odierni che hanno ruote, manici e fanno pure il caffè); per la solita errata distribuzione del peso al suo interno, l’autobus pendeva tutto da un lato, così da lasciar credere che alla prima curva l’autista si sarebbe sporto per creare un contrappeso, come in una barca a vela. Tuttavia, siccome il centoventotto era consapevole della propria estrema rarità, non accadeva mai, e dico mai, che non si fermasse perché completo; e neanche stavolta lo fece, pur essendo l’autobus più completo che sia mai esistito e io, come sopra detto, non fossi certo il soggetto dal fisico ideale per entrare in una vettura tanto piena.
Fu così che divenni il tappo del centoventotto, la persona cioè dal ruolo fondamentale che, abbrancata ai due sostegni della porta (una qualsiasi, entrata, uscita non faceva differenza), sopporta la pressione indicibile di settantatré studenti di età variabile tra i dieci e i ventotto anni (be’? Uno non può prendersi i suoi comodi, per completare gli studi?), dodici insegnanti con l’esaurimento nervoso, nove pensionati che, non avendo nulla da fare, Dio solo sa perché si cimentassero con queste sfide, sei casalinghe sopra il quintale con otto/dodici buste della spesa e sei o sette appartenenti alla più varia umanità, come me. Non sottovalutate il ruolo del tappo del centoventotto: ove non fosse stato, all’epoca, dotato di sufficiente prestanza fisica, di salda presa e di grande spirito di sopportazione avrebbe ceduto alla prima apertura di porte, e l’effetto sarebbe stato quello di una bottiglia di champagne a mezzanotte di capodanno agitata lungamente.
Rivestivo orgoglioso la mia funzione, con un grazioso colorito bordò e l’espressione di uno stitico storico la mattina in bagno dopo quattro giorni di astinenza. Le mani abbrancate ai sostegni, le nocche bianche, nella schiena un gomito, tre ginocchia, due punte di piede, quattro borse e perfino un naso all’altezza del sedere, e siccome non ricordo se lo sforzo produsse effetti gastrointestinali o meno, forse ho alterato irrimediabilmente l’adolescenza di qualche innocente.
Sensibilmente riequilibrato nell’assetto, ma più basso di almeno venti centimetri, il centoventotto affrontò la salita di Parco Margherita: il rumore del motore come al solito era monocorde, non dava cioè la sensazione del cambio di marcia, ammesso e non concesso che un’ipotetica seconda fosse riuscita a spostare l’enorme peso. I freni a pressione sbuffavano infastiditi, le sospensioni barrivano e tutto cigolava allegramente: la colonna sonora era integrata dalle urla belluine della tribù dei passeggeri, di cui una parte provava i cori dello stadio e il resto si lamentava come nelle malebolge dantesche. L’effetto generale era assolutamente spettacolare: anni dopo, il meccanismo involontario della memoria mi ha riportato lì dal primo film in surround, ambientato nella giungla equatoriale.
In questo bucolico contesto, l’autista riceveva suppliche: «Capo, vai completo, vai completo!», ma la sua era una missione, non un lavoro. Mai si sarebbe detto che un centoventotto si fosse rassegnato a essere pieno! Senza contare la maligna soddisfazione di essere padrone del destino e dell’incolumità di questo consistente campione di umanità. Per cui, eroicamente devo dire, esalando un sospiro di pressione dei freni che temetti fosse l’ultimo (non sarebbe stata la prima volta: vorrei avere un centesimo per ogni chilometro fatto a piedi, lasciato per strada da un autobus morto), si bloccò alla seconda curva della salita, in corrispondenza della fermata, aprendo con un trionfale ctshh le porte, segretamente sperando forse che qualcuno scendesse. Naturalmente, nessuno scese: non si è mai visto che un abitante di Parco Margherita prendesse un autobus, per quanto in momento di ristrettezze.
E naturalmente qualcuno salì, o almeno avrebbe voluto: e proprio dalla mia porta. Due parole su questo personaggio, che per la curiosa circostanza rimane indelebile nella mia memoria pur non avendo mai veramente parlato con me; o meglio, profferì un’unica parola, proprio all’inizio della nostra brevissima e intensa conoscenza: «Permesso…». Era un ometto piccolo e magro, direi mingherlino se avessi mai sentito questa parola nel linguaggio reale, dotato di sette capelli, tre verticali e quattro orizzontali in un patetico, orgoglioso tentativo di riporto; occhiali cerchiati d’oro, cravattina a farfalla (erano anni bui, ve l’ho detto), una borsetta portadocumenti. Lo avrei detto un giovane di studio anziano, figura centrale del notariato meridionale, o un ragioniere commercialista inviato dal proprio studio in visita a un cliente anziano, il più rompiscatole da cui nessun altro voleva andare; o forse un professore privato di matematica, sottoposto a indicibili supplizi dai ragazzini viziati della zona e finalmente di ritorno a casa.
Ovviamente, non potei dargli il richiesto «permesso», perché se anche avessi staccato una sola mano dal sostegno sarei stato catapultato a un chilometro di distanza insieme a qualcuno dei proprietari dei gomiti e delle ginocchia di cui sopra: stavo per dirlo, approfondendo così una nuova amicizia, quando, a dodici metri e centocinquanta persone di distanza, l’autista raggiunse la determinazione di chiudere le porte.
L’effetto di questa volontà produsse un pressoché innocuo ctshh nelle prime due porte e uno strozzato ctshbong in quella di mia, per dir così, competenza. Perché?, si chiederà il lettore ove ce ne fosse almeno uno. Perché in mezzo alle porte, ghigliottinata dalle stesse, c’era la faccia innocente del forseprofessoreforsegiovanedistudio, inchiodato nell’espressione che aveva al momento come Ötzi, l’Uomo di Similaun: gli occhiali in diagonale, che non sarebbero mai più stati gli stessi, il cravattino a farfalla spiaccicato sulla camicia come un’omologa vivente su un parabrezza, la bocca aperta a mostrare due carie, un’otturazione e un molare d’oro. Rendetevi conto: tutto ciò a circa tre centimetri dalla mia faccia, e io non potevo nemmeno coprirmi la bocca per non far vedere che ridevo.
A un girone dantesco di distanza, l’autista si avvide che la meravigliosa spia luminosa in dotazione dell’avanzata vettura, prodigio delle officine Breda dei primi anni Sessanta, non si era spenta a indicare che una delle porte (“Quale? E chi se ne frega?” pensò questo Nume indifferente alle sofferenze umane) era rimasta aperta. Non era un evento insolito: le giuste rivendicazioni dei lavoratori e le garanzie dei nuovi contratti collettivi facevano sì che, nelle officine dell’azienda tranviaria, gli assenti ammontassero a quattro volte i presenti, con grave detrimento del corretto funzionamento delle vetture. Così, l’autista diede luogo alla procedura consueta, detta «dell’incaglio», muovendo ripetutamente la leva dell’apertura-chiusura.
L’effetto fu devastante: il poveretto fu schiaffeggiato dall’autobus in sequenza rapidissima per dieci, dodici volte. Ricordo che lo spostamento d’aria creò sul riporto un allegorico effetto Spirito Santo a Pentecoste, e che un giovinastro alle mie spalle (che sicuramente ora sarà in galera o farà il fiscalista, o entrambe le cose) rideva omericamente indicando la vittima, senza alcuna pietà. Passarono venti eterni secondi in questa situazione, in esito ai quali il passaparola arrivò all’autista che pietosamente pose fine alle sofferenze dell’ometto, aprendo definitivamente le porte non senza averle lasciate chiuse per un ultimo, terribile attimo. Una volta libero, questi si diede alla fuga, senza voltarsi indietro; ricordo il retro svolazzante della sua camicia e il cravattino che lo inseguiva attaccato al collo: un uomo in meno nel centoventotto, un ricordo in più nel mio passato.
Così è, il cammino in discesa: è facile, dolce, aiutato dalla gravità. E quindi il pensiero è libero dal dover regolare funzioni vili, quali la respirazione, e può confondere colori vecchi e colori nuovi, ricordi e storie recenti. E tutto un po’ diventa di chi passa, e non è più così importante che un fatto sia successo a te o a qualcun altro. Se è stato raccontato è stato condiviso, quindi è di tutti: se ti viene di raccontare in prima persona o in terza, poco conta. L’importante è raccontare ancora i racconti ascoltati.
Così il racconto non muore mai.