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maurizio de giovanni

ritornare ogni notte (it)

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Cambiando la flebo a Numero Tre, Carlo fischiettava. Era uno dei pochi lussi che la sua posizione gli consentiva: niente parenti da rispettare, niente pazienti sofferenti che ti guardavano storto, col loro dolore e tu che fischiettavi. In quel reparto no. Potevi anche cantare la Traviata, nessuno se ne accorgeva se davi le spalle alla vetrata dietro la quale a volte passavano, a passo spedito negli zoccoli di gomma verde, medici e infermieri diretti verso le sale operatorie.
Reparto Rianimazione, c’era scritto sulla vetrata. Rianimazione un corno, pensò Carlo. E chi li rianima più, a questi? Manco il Padreterno. Qualche volta passava qualcuno che si riprendeva, certo; ma si capiva subito, una botta in testa, una breve permanenza quando non c’era posto in Terapia Intensiva, uno stato di momentanea incoscienza dopo un’operazione non andata perfettamente; ma questi no, pensò Carlo. Questi tre sono lo zoccolo duro.
Un vecchio col cancro al cervello inoperabile; la figlia che passava una volta alla settimana, il mercoledì, con la faccia di circostanza e la fretta di andarsene a casa dal marito. Una donna di mezza età, forse dell’est, con un aneurisma scoppiato e le vene varicose, dicevano che l’avevano trovata senza documenti fuori all’ospedale, chissà chi l’aveva mollata là in quello stato. Un giovanotto di belle speranze tutte finite con un colpo di pistola in testa sparato da uno di un altro clan, aveva sentito che c’era il processo in corso ma che le prove erano insufficienti. Per lui ogni tanto arrivava la madre, e tutte le volte si metteva a gridare e sveniva. Tutte le volte. Adesso però erano un paio di mesi che non si faceva vedere, forse alla fine l’aveva capito che era peggio vederlo così, il figlio, in quelle condizioni, che non vederlo affatto. E un paio di volte era venuta una ragazza piccola e bruna, che restava qualche minuto di là dal vetro, senza una lacrima; ma anche lei da qualche tempo non si vedeva più.
Lo zoccolo duro di Carlo: quelli che non sarebbero mai migliorati perché non c’erano più speranze. Per loro c’era solo da guardare il monitor e aspettare che la linea diventasse diritta, e poi staccare tutto.
Carlo fischiettava. Non che avesse tutti ’sti motivi per essere contento, e infatti non lo era. C’era stato un periodo in cui qualche speranza ce l’aveva avuta pure lui, dicevano fosse bravo, il diploma di infermiere professionale preso col massimo dei voti, la capacità di intuire in anticipo le necessità dei medici, un buon carattere; l’avevano messo in sala operatoria, a dirigere la squadra degli infermieri a neurochirurgia, giovane com’era. Gli sembrava di essere infallibile. E invece, come succede agli infallibili, aveva sbagliato.
Ricordava quel giorno, e il ricordo pesava come una montagna. Era distratto, aveva discusso con Maria fino a tarda notte, aveva sonno e aveva bevuto; un foglietto al posto di un altro, un gruppo sanguigno sbagliato e una trasfusione mortale. Il procedimento a suo carico si era risolto bene, non l’avevano mandato via a calci; ma la carriera brillante se l’era dovuta scordare.
Quindi anche lui era diventato come Numero Uno, Numero Due e Numero Tre: senza speranza, chiuso in quello che chiamavano beffardi «l’acquario», ad aspettare una linea che diventava diritta. Nel suo caso, la linea si chiamava pensione. Ma mancavano ancora vent’anni. Meglio fischiettare, allora: il tempo magari passa più in fretta.
Gli avevano detto che quello era un posto di responsabilità; che anche gli «irreversibili», come chiamavano i senza speranza, avevano diritto alla migliore delle assistenze; che comunque si trattava di una condizione transitoria e che poi avrebbe ripreso il suo servizio. Carlo sapeva bene che erano tutte fesserie: non sarebbe mai più uscito da quel reparto, per il semplice motivo che là non poteva fare danni. In fondo, Numero Uno, Numero Due e Numero Tre erano già morti. Si trattava di cambiare le flebo e guardare il monitor, e basta. Quando arrivavano gli altri, i «transitori», allora mandavano qualcuno per loro finché non uscivano. Da questo lui capiva che il suo destino era irreversibile quanto quello dello zoccolo duro.
Continuando a fischiettare e lanciando un rapido sguardo attorno, tirò fuori dal cassetto della scrivania una bottiglietta piatta e fece un sorso. “Be’, e che c’è di male?” pensò. Un piccolo aiuto per passare la giornata, nient’altro. Per essere un po’ più allegro in questo mortorio. Il guardiano di tre pezzi di carne e tre monitor.
E per non ricordare.
Si vedevano alla fine di Coroglio, lui veniva da Cavalleggeri, lei da Bagnoli. Non perché fosse a mezza strada, ma per il posto dove volevano andare. Quando si incontravano, la loro meta era Nisida.
Gli amici di lui, l’avessero saputo, l’avrebbero messo in croce: una di un altro quartiere, anche vicino ma sempre un altro quartiere, e poi nemmeno bellissima, piccola piccola com’era. E tutto questo tempo perso con tutto quello che tenevano da fare. Ma lui guardava i suoi occhi e rimaneva incantato ogni volta, due stelle nere senza fondo, ci trovava una forza calma, tranquilla, senza violenza ma invincibile. Lei in lui credeva, aveva sempre creduto. Gli diceva che le bastava, che tutta la strada che avevano da fare nella vita l’avrebbero fatta insieme.
Camminavano dicendosi poche parole, riservavano quello che avevano da dirsi per quando si sarebbero trovati sul pontile. Le guardie facevano finta di non vedere, forse quei due ragazzi, uno magro e alto, l’altra piccola e bruna, gli facevano un po’ di tenerezza, gli ricordavano i figli o forse se stessi tanti anni prima. E passavano e si trovavano sulla salita stretta, insieme ai gabbiani grossi e pesanti e davanti al mare, il verde e tutti i profumi del mondo alle spalle. Il loro posto era un muretto antico, poche pietre quadrate rimaste in piedi chissà da quanti secoli, che guardavano una caletta e due scogli. «Il Paradiso», lo chiamavano. Si sedevano a guardarsi negli occhi, e ogni tanto il mare, col vento nei capelli.
Allora cominciavano a parlare, stringendosi tutte e due le mani. A raccontarsi il futuro e a inventarsi il passato, senza le tante cose brutte e allargando le poche cose belle fino a quando non riempivano i giorni e gli anni.
«Io ti darò» diceva lui. «Io ti darò la casa più bella di Napoli, così questo mare che tanto ti piace lo vedi appena sveglia, e nemmeno un panno dovrai lavare, dieci cameriere ti darò.»
«Io ti darò» diceva lei. «Io ti darò dei figli belli e forti, che rideranno tutto il giorno. E ti darò tanto di quell’amore che non avrai il coraggio di uscire la mattina.»
E passavano le ore veloci come minuti, a Nisida, mentre il mare sorrideva e i gabbiani guardavano fissi il sole che scendeva sul mare. Come se non fosse mai successo.
Nisida. Nisida è un posto magico. Dove c’era il nostro Paradiso.
Carlo sistemò il lenzuolo a Numero Tre, il ragazzo con la pistola. Erano già molti mesi che la cicatrice dell’operazione alla testa era scomparsa, non c’erano più medicazioni da fare. Solo cambiargli posizione ogni tanto, per evitare le piaghe. “Che spreco” pensò l’infermiere. “Così giovane, una vita davanti; forse una ragazza da amare, dei figli, un lavoro. E pensieri, preoccupazioni, avversità. Ma anche soddisfazioni, piaceri, calore; pranzi di Natale, una partita a pallone con gli amici, una pizza, aprire un pacchetto.”
Sospirò, scuotendo la testa. “Che offesa dovevi lavare, guaglio’, andando con la pistola in quell’altro quartiere; che ti avevano fatto? Era così importante, da rimanere qua in un letto per tutti i giorni che ti restano? E buttarlo via, il tuo destino?” Era proprio diventato un vecchio triste, pensò mentre dava un altro furtivo bacio alla bottiglia. Un vecchio triste e ubriacone.
Trascinando i piedi si avvicinò alla Numero Due; anche quella flebo stava per finire.
Dio, quant’è lontana casa mia. Non me la ricordo quasi più.
E non mi ricordo la faccia di mio figlio, che è rimasto là e che magari nemmeno si ricorda della mia, di faccia. Che madre è, una che nemmeno si ricorda la faccia del figlio? Una madre che è partita per dargli da mangiare, per farlo studiare. Ammesso che il padre non si sia bevuto tutti i soldi che ho mandato, pulendo i cessi dei locali del porto con le ginocchia nel piscio degli ubriachi, lavando scale infinite, mendicando pietà nelle stazioni della metropolitana. E quando era possibile anche vendendomi, ma ero troppo triste per fare la puttana; chi la vuole, una puttana che piange?
E in mezzo alle lacrime e al piscio, ogni mese mettevo i soldi in una busta e li affidavo al bus che partiva dalla stazione. E telefonavo al posto pubblico del mio paese, immerso nella neve, per sapere se erano arrivati, e mia sorella mi diceva sì, lo capisco da tuo marito che offre da bere a tutti.
Ho lavorato fino a impazzire, fino a crepare. E quando non trovavo lavoro me ne andavo lontano, più lontano possibile, un pezzo di pane e la rabbia e le lacrime. Un solo posto avevo trovato, dove per le lacrime e la rabbia non c’era posto: la piccola isola, la stretta salita, il muretto vecchissimo e gli scogli. Sola, finalmente; io e i gabbiani, per dimenticare le lacrime e la rabbia, e i pensieri che mi divoravano la testa, i pensieri di una vita sbagliata. La piccola isola mi aveva chiamata, quando la prima volta l’avevo vista dall’alto, dal palazzo con le lunghe scale che pulivo ogni tanto. E io c’ero andata, percorrendo una lunga discesa lenta, passo dopo passo fino a trovare un antico muretto su cui ci si poteva sedere, in mezzo ai gabbiani.
E guardando il mare amico di un paese nemico, vedevo la faccia del mio bambino, e mi pareva che mi sorridesse. E io sorridevo e piangevo senza lacrime, perché la piccola isola e il muretto antico questo mi regalavano, il sorriso dolce del mio bambino. Per una madre che ha dimenticato la faccia del figlio, questo è il Paradiso. E ci tornavo e ci tornavo, e mi pareva che là la testa non mi facesse più male, non mi pulsasse.
Dio, quanto male sapeva farmi, la testa. Forse era il pensiero di mio figlio, che sentivo pulsare sempre più forte.
Fino a scoppiare.
Carlo guardava in faccia Numero Due. Pensava che forse da giovane era stata anche bella, prima che le rughe scavassero nel viso fiumi di preoccupazioni e di sofferenze.
Doveva aver molto pianto, gli pareva di vedere il dolore nei tratti, e sorriso poco. “Che destino infame, una vena che ti scoppia nella testa così lontano da casa tua. Chissà chi sei, se nel tuo paese hai qualcuno che ti aspetta, che ti piange; chissà che fine hanno fatto i tuoi ricordi. Se hai trovato un posto qui, nel nostro paese, che ti ha dato un po’ di pace. Prima di questo letto e di quest’ago nelle vene.”
Si chiese una volta di più se valesse la pena di tenerli così, se non fosse meglio staccarla, ’sta maledetta spina, e lasciarli andare dovunque si vada quando l’opera è finita e il sipario è calato, una volta per tutte.
E pensò a se stesso, alla solitudine della camera ammobiliata in cui era andato a stare, quando Maria gli aveva detto che non ne voleva sapere più di lui, delle sue paturnie e della sua bottiglia. “Forse anch’io dovrei staccare la spina” si disse. Guardò Numero Uno, il vecchio col tumore, e pensò in fondo che tra lui e l’uomo non c’era tutta questa differenza: il destino segnato, e piccoli ricordi che andavano scoppiando uno alla volta come bollicine di sapone.
Aveva lavorato. Sempre, come un pazzo, chissà per arrivare dove. Non aveva avuto il tempo per altro, per la famiglia, per se stesso, solo a lavorare, un negozio, un altro, un altro ancora.
Mettere soldi da parte, per la figlia, perché potesse permettersi quello che alla madre non aveva saputo dare; gli sembrava fosse l’unica cosa. Al riposo, a coltivare altri interessi, ci avrebbe pensato dopo, da vecchio. Per ora serviva andare avanti, tirare la carretta. Si era accorto che la figlia lo vedeva come un estraneo, certo. Che non avevano niente da dirsi, quando tornava dal collegio per le vacanze e si trovavano attorno al tavolo, nella bella cucina con la finestra che dava sull’isola e sul mare.
Era diventato ricco. Ma non sapeva fare altro, e quindi continuò a diventarlo sempre di più, come se fosse bastato a dare un senso a tutto. “Apprezzato e stimato” si diceva. Amato no. E poi, chi avrebbe dovuto amarlo? Per amare qualcuno bisogna starci insieme, e la moglie era morta giovane e la figlia viveva lontano. Amato no.
I mal di testa erano cominciati di notte, durante i sonni agitati, e non se n’era nemmeno accorto. Poi cominciò a dimenticare i nomi delle cose, la vecchiaia in arrivo, pensò. Poi il sangue dal naso, una, due volte, sarò raffreddato, un capillare. Alla fine si ritrovò solo, lontano da casa in mezzo alla strada, che non ricordava nemmeno il proprio nome.
«Cancro» disse il medico. Assurdamente pensò: “No, ariete”. Tanto poco gli importava di vivere, da scherzarci sopra? Con freddezza il medico disse: «Non può più lavorare, non ci provi nemmeno». E lui si mise a guardare l’isola dalla finestra.
Un giorno uscì e camminando piano ci arrivò, all’isola. C’erano delle guardie che non facevano passare, la cosa lo sorprese, non lo sapeva. Si mise a chiacchierare e, un giorno dopo l’altro, fece amicizia con uno di loro, figlio di un suo vecchio dipendente morto da anni. L’uomo lo accompagnò a visitare il posto, un paio di volte, e poi gli lasciò libero l’ingresso, tanto un vecchio malato dove poteva arrivare?
Scoprì la caletta che si vedeva dal muretto antico dopo un paio di settimane, un giorno che una pioggia leggera entrava dalla pelle portando tristezza. Appena si sedette però la tristezza finì. Sentì la pace e il silenzio portare tenerezza nella sua anima stanca, e nel mare vedeva l’immagine del viso della moglie da ragazza, con gli occhi che sembravano smeraldi, e lui che le raccontava il futuro che non avrebbero mai avuto.
Ci tornò quasi ogni giorno, con le urla dei gabbiani che accompagnavano le onde lente, pensando che non c’era medicina che potesse dargli altrettanto sollievo. Fu là che lo trovò senza conoscenza la guardia che l’aveva salutato e non l’aveva visto tornare, un pomeriggio senza vento.
“Chissà se hanno qualcosa in comune” pensava Carlo. “Oltre al coma di terzo grado e al fatto di dipendere dalle mie flebo, naturalmente.
“Chissà se c’è un posto che ha ospitato un sorriso per tutti e tre. E se vanno da qualche parte, nel loro sonno senza sogni.
“Ho bevuto troppo” pensò. E si assopì, scomodo come stava sulla sedia di formica grigia.
Non molto lontano da lui, nella notte ferma, un grosso gabbiano agitò le ali e si spostò dal muretto antico sul quale si era addormentato aspettando l’alba. Non poteva raccontarlo, ma erano arrivate tre anime a sedersi al suo posto, come ogni notte.
Mille e mille generazioni di gabbiani a volare sul mare e a raccontarsi la storia di quel luogo dove gli antichi avevano costruito un tempio: il posto dove tornano le anime non ancora morte, magico, che regala la tenerezza al dolore. Del tempio era rimasto solo un moncone di muro, ma le anime lo sapevano riconoscere. Ora erano arrivate e si erano sedute a guardare il mare.
E al gabbiano non sembrò affatto strano.
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