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maurizio de giovanni

storia di una principessa (it)

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Certe cose, sapete, cominciano a succedere anni prima. Noi ne vediamo solo la parte finale, l’esplosione; quando diventa evidente, luminosa, come l’ultimo fuoco d’artificio la notte della festa del Santo, gli occhi spalancati nel cielo nero per guardare un fiore di mille colori, quello più bello che poi si spegne in una caduta un po’ triste di stelle. Ma in realtà assistiamo solo all’ultima conseguenza, alla fine di un processo lento e qualche volta lentissimo, che affonda le radici in un passato remoto e lontano di cui quasi non c’è più memoria.
E invece la memoria si deve mantenere, altrimenti non si capisce: non si può capire. Perché altrimenti alcuni gesti, certe azioni rimangono inspiegabili e assurde, e allora ci mettiamo sopra un’etichetta, come quelle del prezzo al supermercato in piazza, con su scritto: «follia», e le riponiamo su un qualsiasi scaffale in alto, per non doverle più guardare, per poterle dimenticare.
Ma noi qua dentro, sapete, non dimentichiamo. Proprio niente, dimentichiamo. E anzi ripercorriamo ogni singolo momento passo dopo passo, rimestiamo nei cassetti della mente e del cuore, tiriamo fuori i sentimenti e le passioni quando ancora erano giovani e piccoli e quasi insignificanti. Ce li rigiriamo nelle mani, i sentimenti, nelle notti in cui da qualche parte nel corridoio si sente piangere piano, o urlare all’improvviso, e fa caldo e c’è puzza di corpi e liquidi e malinconia.
Le notti, sapete, le notti sono la vera pena. Di giorno c’è luce, ci si abitua alle cose e alle persone. Si discute, si chiacchiera, si mangia e perfino si gioca a carte. C’è pure chi si bacia di nascosto nell’angolo buio del cortile, fuori dalle telecamere, in un’ansia di pelle e di carezze che poi finisce.
Io non la sento, quell’ansia. Anzi, la pelle degli altri mi fa orrore.
Di giorno, insomma, ci si può distrarre. Si prende uno di quei vecchi libri unti, sperando non manchino le pagine proprio nel momento più bello, e ci si fa trascinare dalle parole in viaggio, lontano. O ci si mette davanti a quel televisore scassato, che distorce le immagini allungando le teste e accorciando i corpi, e si cerca di tenere la mente concentrata per impedirle di andare sempre sugli stessi pensieri.
E sullo stesso sangue.
Le notti, invece, sono la vera pena. Ore di silenzio e di buio, gli occhi spalancati nelle tenebre. A tirar fuori i vecchi sentimenti dal baule del passato, uno alla volta. Perché ve l’ho detto, per capire quello che è avvenuto, alla fine bisogna andare indietro. Molto indietro.
Non è che i ricordi vengano in sequenza. Quello succede nei libri, e nei telefilm del pomeriggio, quando alla prima scena si capisce per filo e per segno quello che succederà alla fine. Nella vita reale, nelle notti di caldo e di freddo, col raggio di luce che attraversa il soffitto ogni quindici secondi, da destra a sinistra, i ricordi si pescano a casaccio. Non per questo sono meno vividi e reali come se stessero accadendo là davanti a te, tanto veri che le lacrime vengono fuori senza che nemmeno te ne accorga, e ti sembra di non aver chiuso occhio e invece ti svegli di soprassalto e il cuscino è bagnato fradicio, e le altre ti guardano storto perché dicono che ti lamentavi e che le hai svegliate. Come se anche loro non si rigirassero tutto il tempo, con le molle delle reti che cigolano come topi schiacciati. Le notti sono la vera pena.
Io ricordo tutto, sapete. Tutto quanto. E quindi ho capito bene quello che è successo, per filo e per segno.
Non che questo tolga o aggiunga niente, sia chiaro. Anzi, rende tutto più triste. Ma non immaginate che consolazione sia, adesso, qui dentro, poter pensare che era inevitabile. Perché quello che è successo era assolutamente inevitabile, a ripensarci.
Uno dei ricordi che nella notte vengono fuori prima non è tra i più recenti. Avevo forse sette, otto anni. Nostra madre mi pettinava e mi faceva male, maledetti capelli crespi, sempre pronti ad annodarsi e intrecciarsi come fili elettrici. Lo specchio mi rimandava le mani nervose e sbrigative di lei, impietose del mio dolore, e mezza mia faccia, un occhio rosso di pianto e una lacrima lungo la guancia tonda.
Io sono brutta, sapete.
Lo dico senza sofferenza, e non per attirarmi qualche imbarazzata negazione. E d’altra parte è un dato di fatto, contro il quale non si può combattere. Forse le attrici, le cantanti o quelle ricche che si vedono sulle copertine dei giornali possono fare qualcosa per cambiare la natura. Vanno da uno di quei dottori e si cambiano i connotati diventando tutte uguali, nasini minuscoli e labbra enormi. Io no. Io ero brutta e povera, quindi non si poteva fare proprio niente. Solo pettinarmi, cercando di addomesticare la matassa di fili elettrici sulla mia testa.
Quella volta mamma mi pettinava, perché doveva venire mia zia a trovarci. Curioso, a ripensarci: due sorelle. Anche loro, come noi. E come le figlie nostre, cresciute come sorelle anche se alla fin fine erano cugine. Mia zia, la sorella di mia madre.
Quella ricca.
Il destino si diverte, questo l’ho capito ormai. Le notti parlano chiaro, molto più dei giorni. Il destino ha una mente limpida e perversa, e si diverte. Crea le premesse, mette insieme i pezzi uno alla volta fino a formare il quadro completo di cui conosce ogni singolo particolare, poi si mette là seduto sorridendo, a guardare le cose che succedono. Si diverte così. Me lo immagino come una vecchia, di quelle vestite di nero sedute in strada fuori la porta dei bassi, che non hanno più una vita e vivono quella degli altri. Una vecchia maligna e dolente, che non perdona la gioventù.
Mia zia era ricca perché era bella, quindi se l’era presa uno che faceva il commerciante. Aveva la macchina, addirittura; e una casa grande, e una serva, e un armadio pieno di pezze colorate che quando andavamo in visita da lei, e mia madre ci metteva l’unico vestito decente che avevamo e ci lavava e ci pettinava, lo apriva e ci consentiva di guardare come fosse uno spettacolo di teatro. Era bella, mia zia. Magra, alta, il seno morbido e le gambe lunghe. Una di quelle donne eleganti, con le scarpe alte e i gioielli. Era bella, ma triste. Non sorrideva spesso.
Mio padre, che stava sempre zitto e mangiava in fretta e la mattina andava nei campi e tornava la sera tardi che puzzava di terra e di vino, mio padre diceva che era una scatola vuota. Io non capivo che voleva dire, lo capii più tardi.
Mia zia non poteva avere figli. Una scatola vuota. Una scatola bella, certo; e ricca. Ma senza figli.
Mia madre, invece, che era tozza e quadrata, le sopracciglia grosse e la peluria sulla faccia, ne aveva avute tre. Femmine, certo: tre, però. E una delle tre, la più piccola, perfino bella. Immacolata, mia sorella, pareva figlia di mia zia, tanto era bella.
Io no. Io ero come mia madre. Uguale a mia madre. Un po’ peggio, in verità, perché non ci vedevo bene e dovevo portare gli occhiali che mi facevano diventare gli occhi piccoli. Il destino si diverte.
La notte mi offre il ricordo di un pomeriggio che ce ne stavamo a giocare, io ero la mamma e Immacolata e Lucia le figlie. Sono quella di mezzo, ma ho un carattere diverso da quello delle altre, più forte. Ho sempre deciso io i giochi, sono sempre stata io quella che sceglieva che fare e che dire. Stavamo nel corridoio, fuori la porta della cucina, e mamma e zia confabulavano. «Dammela» diceva la zia. «Dammela. La terrò come una principessa.»
Questa parola, principessa, esce dalle mie notti come un richiamo. La voce secca del destino infame. Ero io la principessa, mi dicevo. Quella più in gamba, la più brava a scuola. Quella che leggeva, che aiutava in casa. Più sveglia della tonta, mutile Lucia, e più forte di Immacolata. Io ero la principessa, quella che aveva diritto a una vita migliore, fuori dallo schifo che era la nostra vita e che io avevo capito benissimo sin da piccola.
Mia madre trattava. Diceva che ne aveva parlato con mio padre, e che si poteva fare, ma che voleva soldi. Io fingevo di giocare, ma ascoltavo con attenzione. Mi immaginavo a casa di mia zia, in una stanza tutta mia con un armadio pieno di colori.
Invece la settimana dopo mia zia venne a prendere Immacolata. Quell’idiota nemmeno ci voleva andare: dalla scatola dei ricordi viene fuori una mattina di pioggia, con mio zio che aspettava in macchina e mia zia che le dondolava una collana davanti alla faccia senza riuscire a farla smettere di urlare. Allungava le mani verso di me, pensate. Non voleva lasciare me. Che imbecille.
E così il destino aveva scelto la sua principessa. Che non ero io.
Quante volte la notte mi porta le immagini degli anni che seguirono. Le visite di mia zia, la sua nuova figlia per mano. La maledetta non piangeva più, vestita come una delle cento bambole che aveva, florida e sempre più bella, pulita e pettinata. E nemmeno si sedeva a terra con noi, le sue sorelle: non voleva sporcarsi.
Ora che aveva lei, la zia nemmeno ci portava più i regalini che prima usava darci. Aveva una figlia, adesso. Era tutto per lei.
Crescemmo. Io mi presi uno, un fesso che neanche aveva la forza di scegliere un paio di scarpe. Ci misi un attimo, quando decido decido, e nessuno ha mai la forza di contraddirmi. Un lavoratore, per carità: la forza di un mulo. E la stessa intelligenza. Ma io volevo una casa mia, finalmente. Volevo andarmene di là. Mi sposai. Ed ebbi mia figlia.
Nel frattempo il destino aveva continuato a divertirsi. Se n’era andato prima mio zio, una malattia breve e intensa; poi, prima che riuscisse a mangiarsi in sciocchezze tutto il patrimonio, la mia bella zia. Così la piccola, sciocca Immacolata aveva ereditato tutto, e poiché era bella e ricca aveva pure sposato uno bello e ricco come lei. Se una è una principessa, prima o poi diventa regina.
La cosa divertente è che aveva avuto una figlia anche lei, sei anni dopo di me; e che le nostre figlie, come succede spesso, assomigliavano alle madri.
La mia Cristina però ha qualcosa di diverso da me: la rabbia. Quello che io covo e nascondo dietro la porta della cantina buia dell’anima, in lei trabocca come da una pentola a pressione rotta. Cristina ha la rabbia.
E Immacolata fece invece un’altra piccola principessa. Sonia la bionda, Sonia la dolce. Sonia che canta come un angelo, Sonia che sorride e accende la luce. Sonia, che si è attaccata a Cristina come una dannata cozza allo scoglio, come sua madre da piccola alla sottoscritta.
Quando di notte cadono le barriere e la mente vaga libera, rivedo la mia Cristina che cerca di liberarsi di Sonia che trotterellando la segue dovunque. E Immacolata che le fa regali perché la sopporti, se la tiri dietro e liberi lei dall’obbligo di vegliare sulla figlia, lasciandola libera di fare le sue fesserie religiose. E siccome di regali la mia Cristina non ne ha mai ricevuti, perché fatichiamo pure ad arrivare a fine mese, si rassegnava a portarsela dovunque. Pure nel tempo libero.
Nel frattempo erano morti anche i miei, e qui successe qualcos’altro. Perché magari Immacolata avrebbe potuto rassegnarsi a prendere tutto quello che le era arrivato dagli zii, che era tantissimo, lasciando a me e a quella povera zitella di Lucia il poco che i nostri genitori erano riusciti a conservare, la casa e gli animali. Ma niente, tre eravamo e in tre parti andava divisa l’eredità.
«Non sono io, sapete» ci disse, «è mio marito. Lui è attento a queste cose.» Come se non fossero già pieni di soldi. Ma era lei, a volere così; perché sapeva che se avessi potuto contare su quel denaro avrei potuto mandare Cristina all’università, via da quello schifo di paese, via dalla vita che avevo fatto io. Invece così ci teneva in pugno, e Cristina avrebbe dovuto continuare a fare la balia della principessa Sonia.
Parlassi per ore, non riuscirei a far capire che inferno ha dentro una madre a vedere la figlia ridotta a una serva. Lei che era intelligente, brillante, forte e si doveva portar dietro una bambina frignante e inutile. Ma i soldi, come sempre, fanno la differenza, e dove ci si spacca la schiena nei campi per mettere un piatto a tavola ancora di più.
Sei anni sono tanti, tra due bambine. Quando la mia Cristina cominciò a frequentare il gruppo dei ragazzi della sua età, avere alle costole la principessa era un peso insostenibile. Ma ancora peggio sarebbe stato non poter comprarsi un jeans o un paio di scarpe, quindi sopportava in silenzio. Io che sono la madre glielo leggevo negli occhi, il freddo odio quando gli altri la sfottevano per la coda che si trascinava.
Sonia era una bambina lamentosa, egocentrica, viziata. Bella, per carità, e sempre in ordine, ma a volte sapeva diventare insopportabile. Cristina non aveva mai una reazione, le mance della zia contavano troppo per lei; io lo sapevo bene, perché anche la mia adolescenza era stata segnata dalle elemosine della sorella di mia madre, la scatola vuota. E tirava avanti.
La vita in un paese così piccolo, per i ragazzi, è strana. Sono in tutto una ventina, divisi per età in due gruppi. Cristina era ormai vicina ai vent’anni, e Sonia avrebbe potuto farsela coi suoi coetanei come ci aspettavamo tutti e prima di tutti mia figlia, che se ne sarebbe finalmente liberata senza dover fare a meno della distratta gratitudine della madre. Però lei, Sonia, i suoi compagni di scuola non li guardava nemmeno. Era abituata agli amici di Cristina, le piaceva sentirsi più grande.
A quattordici anni era diventata ancora più bella, e lo sapeva perfettamente. I capelli biondi, il viso regolare, il culetto tondo stretto dai pantaloni all’ultima moda, i soldi in tasca la rendevano sin troppo evidente anche tra i maschi di età maggiore. Fingevano di trattarla da bambina, ma allungavano le mani; e quella troietta lo sapeva e si divertiva da morire.
La differenza con mia figlia era diventata ancora maggiore. Una fioriva, l’altra si incupiva sempre di più. Cristina era diventata una specie di damigella d’onore, una cameriera povera che la principessa si portava regalmente dietro.
La questione di Ilario venne fuori dopo poco.
Aveva un anno in più di mia figlia, da sempre nella stessa classe, figlio del farmacista. Allegro, simpatico, non bellissimo ma attraente, alto e forte. Cristina ne era pazza, innamorata di lui da dieci anni. Non vedeva che lui, non pensava che a lui. Gli faceva i compiti, gli preparava la merenda, provava a incontrarlo come per caso ogni singolo giorno. Lui con lei era gentile, affettuoso; tra le poche ragazze del paese era l’unica per la quale mostrasse interesse.
Un’altra delle immagini della notte è mia figlia in lacrime che mi racconta della sua prima esperienza, proprio con lui. Della verginità regalata senza un sospiro, una sera dietro al cimitero, nella macchinetta di lui. Delle promesse ricevute, delle promesse fatte. In mezzo ai singhiozzi della bruciante delusione.
Perché la mia Cristina fece l’errore di raccontarlo alla cugina. Alla piccola, dolce principessa Sonia. A quel tesorino che l’idolatrava, a quel dolce viso di bambina, a quegli occhioni ingenui.
Ingenui un cazzo.
Perché fu allora che avvenne la metamorfosi.
Mi sono chiesta un milione di volte da quanto tempo covasse la sua strategia, la troietta. Se stesse aspettando solo questo, per mettersi in azione.
Si mise a piagnucolare con quell’idiota del padre fino a convincerlo a portarla in città, per cambiare l’intero guardaroba. I jeans con le toppe diventarono minigonne vertiginose, le sneakers rosa con la suola in gomma scarpe con tacchi alti e punta stretta. I maglioni informi furono sostituiti da tubini scollati e strizzati. Calze autoreggenti e trucco pesante completavano il quadro di una che era tutt’altro che una bambina.
L’obiettivo, manco a dirlo, era Ilario. Che mai aveva visto niente del genere, e che ci cascò a capofitto da quell’idiota che è, come ogni maschio d’altronde. Gli bastò vederla agitare il culetto in sua direzione per diventare una scimmia sbavante, e non guardare mai più Cristina.
Furono giorni terribili. Vedevo mia figlia appassire di giorno in giorno, perdere colore, luce, voglia di vivere. Lei che era sempre stata forte, capace di prendere in pugno ogni situazione, passava ore a fissare la strada dalla finestra. Andai da mia sorella, per riferirle di quello che la figlia stava facendo: lei mi fissò vacua e mi rispose che avrebbe pregato per Cristina, ma che non era colpa di Sonia se era cresciuta e se era così bella. E d’altra parte non dovevo preoccuparmi, perché era certa che la cosa era passeggera e sarebbe finita presto: la figlia voleva troppo bene a Cristina. Era il suo idolo, no?
Io la conosco, mia figlia. Per le parti di lei che sono mie, per le parti che sono solo sue. Mia figlia è la vera principessa, sapete; è lei che ha una mente che vola in alto, una sensibilità profonda. La rabbia che scoppia ogni tanto è solo la frustrazione di un’anima gentile e nobile rinchiusa nel corpo sbagliato, nel paese sbagliato, nella condizione sociale sbagliata. L’ho capito qui, proprio qui: quando la notte abbatte le barriere e ti mette di fronte a te stessa. È mia figlia la vera principessa.
Per giorni l’ho osservata tacere, gli occhi vuoti di lacrime e pensieri, le mani che si torcevano sul ventre. Per giorni ho visto che subiva di mattina il mancato sonno della notte, con il rumore dei pensieri e dei sentimenti a ingravidarle il cuore. Per giorni ho sentito la sua rabbia cambiare in dimensione e natura, e diventare determinazione.
Non è stato uno scoppio d’ira, no. Vorrei poterlo pensare. L’ho detto, certo, e che potevo dire? L’ho detto e lo sosterrò sempre, ma quando la notte mostra il suo orrendo scheletro, soltanto a me stessa lo devo sussurrare: non è stato un vomito di rabbia incontrollato.
Io ho visto nascere quell’idea. L’ho vista crescere in quella mente e in quelle mani, come un tumore, una cellula impazzita che aumenta di volume a cerchi concentrici, come una pietra nell’acqua calma, giro dopo giro, fino a riempire il lago. Ho visto cessare le telefonate e i messaggi a Ilario senza risposta. Ho visto le mani fermarsi dal torcersi, e accarezzarsi ferme la gonna. Ho visto cambiare l’espressione e svuotarsi gli occhi. Ho perfino assistito alla comparsa di un primo, terribile sorriso.
Sono la madre, io. Capisco tutto, anche quello che non so, anche quello che sfugge a lei stessa. Le madri sono così.
Non c’è stato molto tempo tra il formarsi dell’idea e la sua realizzazione, ma un po’ sì. Un giorno intero. Certe notti, al di qua della mia libertà perduta, quando la mia mente condannata alla veglia ripercorre tutta la strada dell’ultimo tempo, quando mi ritrovo alla sbarra di fronte a quel terribile giudice che io stessa sono, devo rispondere alla domanda più terribile: perché non ho fatto niente per impedire quello che è successo?
Avrei potuto correre da mia sorella. Spiegarle che questa cosa andava fermata subito, che Sonia doveva essere mandata via. Avrei potuto parlare con Ilario, raccomandandogli di intervenire con forza, magari fingendo un’attenzione, fornendo uno spiraglio al quale Cristina avrebbe potuto appendere una speranza di futuro. Avrei potuto concertare qualcosa con quell’idiota di mio marito, chiedere un prestito a qualcuno per mandarla in viaggio, sperando che si calmassero le acque. Avrei potuto, perché avevo capito subito quello che sarebbe accaduto.
Il fatto è che non ho voluto impedirlo.
È per questo che sono qui, al di là di ogni accusa, al di là degli alibi che non ho cercato, al di là delle giustificazioni che non ho fornito. Io sono qui perché sono consapevolmente, coscientemente e assolutamente colpevole.
Mi chiedo, quando sono io il mio stesso giudice, perché non l’ho impedito. Perché ho aspettato che accadesse, senza fare niente.
La risposta è una sola, semplice e immediata. Perché mia figlia, la mia Cristina, è una principessa. Non bisogna essere bionde e belle e ricche, per essere principesse. Lo sono stata io in silenzio per tutta la mia vita, rinchiusa nella galera di me stessa; lo sono stata, prigioniera di quello che sentivo e di come non servisse a niente. Lo era mia figlia ancora più di me, amputata da quella piccola, superficiale scimmietta del principe azzurro, della vita, del destino.
Aveva ragione, mia figlia. Ha fatto bene. E io, che prima di lei sono stata principessa in silenzio, la dovevo capire e aiutare. Provarci, almeno.
Seppi che si stava preparando. La vidi andare nel fienile, due volte nella stessa mattinata. La sentii accendere il suo telefono spento da giorni, un suono breve e allegro che mi agghiacciò il sangue perché mi disse con chiarezza che il tempo era finito, e che se anche avessi voluto non avrei più potuto fermare il flusso degli eventi. La ascoltai sussurrare ridacchiando, invitarla a venire per parlare di una gita, di una passeggiata da fare insieme. Per ritrovare l’allegria. Per ricominciare a parlare, tra cugine che erano state sorelle. Per tendere la trappola.
Non cercò mai il mio sguardo, non disse una parola. Forse pensava che potessi capire. Forse pensava che avessi già capito.
Si mise alla finestra, quella da cui si vede la strada lunga. Guardava l’orologio, lo guardavo anch’io. Ci vogliono dieci minuti, più altri dieci per prepararsi. Contammo i secondi uno a uno, separatamente, lei fingendo serenità, io fingendo inconsapevolezza. La vedemmo insieme, tranquilla e allegra, saltellando come la bambina che era stata, vestita come la donna che era diventata. Cristina si alzò dalla sedia senza un sospiro, senza un’incertezza.
Non mi guardò, non la fermai. Aprì la porta e scese nel fienile.
Cercai di mettere riparo, almeno questo lo dovevo alle nostre vite. Un posto che accogliesse il corpo, le tracce da cancellare. Assistemmo in silenzio, ferme nell’attesa, a tutto il circo che si scatenò. Le telecamere, le antenne, i pullman pieni di gente. Mia sorella bianca in volto, senza espressione, senza forze, incapace di capire quello che era stata incapace di vedere.
Il padre cercò di accusarsi, lo sapete. Lo fece per com’è lui, ignorante e disordinato, incapace anche di mentire. Lo assecondammo e lo assecondiamo ancora, sarebbe bello se potesse assumersi il destino della mia bambina. La prima cosa buona che farebbe nella vita. Quello che lo renderebbe utile, per la prima volta nella sua esistenza. Ma è ovviamente impossibile.
So dove la tengono, non più vicina a me. I primi tempi è stato un dolore ulteriore, teoricamente sarei stata in grado di sostenerla; adesso credo sia meglio, per la sua anima costretta a trovare forza nella solitudine.
Io spero che di notte dorma. Che capisca che non poteva fare altrimenti, che è stato tutto necessario. Che non abbia dubbi o titubanze.
Io invece so che dovrò abituarmi a percorrere i segni sul soffitto, centimetro per centimetro, mentre le altre russano o si lamentano. Che dovrò aspettare notte dopo notte di ritrovarmi alla sbarra del mio giudizio, cercando altre ragioni per difendere quello che ho fatto, quello che è giusto.
Per raccontare notte dopo notte la storia triste di una principessa.
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