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maurizio de giovanni

tutta quell’acqua (it)

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Il primo rombo si sentì dopo nemmeno mezz’ora. Voleva dire che l’avvistamento era stato tardivo, e che in molti, nella parte sud della città, sarebbero rimasti fuori. Succedeva sempre più spesso. Il pensiero diede al ragazzo una rabbia sorda, come se ci fosse qualcuno responsabile di questo: un burocrate inetto seduto da qualche parte, che si faceva distrarre da qualcosa e che faceva partire con ritardo la maledetta sirena.
L’accesso a quel ventre umido di tufo e disperazione era una tortuosa rampa di scale, più antica e sconnessa di quanto sarebbe stato immaginabile per lui che sapeva di dover essere svelto, molto svelto. Aveva visto, altre volte, donne anziane, troppo caute a muovere i propri incerti passi sui gradini irregolari e scivolosi, cadere sotto la spinta terrorizzata della folla e rimanere calpestate da decine di piedi appartenenti a persone che tentavano di mettersi in salvo; ed era stato tra coloro che, mentre di sopra arrivava il rumore dei motori che distribuivano equamente la morte, rimanevano a fissare un ammasso di carne e sangue che tirava gli ultimi respiri. Uccisi dalla paura. La propria, quella degli altri. Nessuna differenza.
La testa incassata nelle spalle, seduto schiena al muro alla luce fredda dei neon che percorrevano il soffitto, il ragazzo pensò che in fondo non c’era da affannarsi per inseguire la salvezza. Tanto valeva rimanere sul proprio letto a fissare il soffitto, nell’assurda, incerta speranza che la bomba destinata a lui non fosse ancora stata costruita in una di quelle lontane fabbriche al nord. Calpestati, bombardati, con una pallottola in fronte. Nessuna differenza.
Si chiese se il padre fosse riuscito a infilarsi in qualche rifugio. Cercò di ricordare dove fosse andato quella mattina a procurare da mangiare per tutti e due, ma non gliel’aveva detto. Provò un senso di nostalgia e di scrupolo, come se avesse dimenticato di dirgli qualcosa d’importante. Sentì anche una punta di desiderio di vita che subito soffocò; aveva imparato che era quello il sentimento che ti faceva rischiare di più la pelle.
Si guardò attorno. L’antro era enorme, una specie di piazza sotterranea alta come una palazzina di tre piani e larga più del cortile del suo condominio. Aveva sentito raccontare che si trattava di una galleria scavata da chissà quale re, secoli prima, per poter scappare di notte fino al porto con le carrozze e i cavalli di tutto il seguito, casomai il popolo avesse deciso di tagliargli le teste. Erano anni di rivoluzioni, quelli. Magari le avessero tagliate loro, le teste giuste, una ventina d’anni prima. Adesso forse non sarebbero stati rinchiusi sottoterra, ad aspettare di fare la fine dei topi.
C’era tanta gente, al solito. E al solito l’unica cosa che si sentiva era il rombo, e l’odore acido della paura. Qualche vecchia pregava, muovendo le labbra in una silenziosa litania; tra poco qualcuna avrebbe cominciato a recitare ad alta voce, le altre si sarebbero unite e lui sarebbe stato costretto ad alzarsi e cambiare posto per non sentire. Gli dava un immotivato fastidio, sentir pregare. Pregare chi? E per avere che? Per far cadere le bombe in testa a qualcun altro, che aveva pregato meno forte? Vecchie stupide.
Una ragazza vicino a lui aveva tirato fuori un libro, addirittura. Un vecchio, unto volumetto spiegazzato che teneva inclinato verso la luce fioca, vicino agli occhi per vedere meglio. Era carina, pensò il ragazzo. Molto carina, il profilo delicato, il piccolo naso affilato e le labbra piene che compitavano le righe che si snodavano sotto i suoi occhi. Anche lei diede rabbia al ragazzo; anche lei si rifugiava in un luogo che non era reale, per dimenticare la sirena e il rombo, come se servisse ad allontanare le bombe. Gli dava rabbia che fuggisse, che non accettasse quello che stava succedendo. Che non pensasse invece come lui intensamente alla faccia di chi aveva colpa, che gli aveva ammazzato tre anni prima la madre e la sorellina, e che adesso se ne stava al sicuro ben fuori dalla portata delle bombe a meditare qualche altra mossa a suo vantaggio che sarebbe stata letale per il suo popolo schiacciato.
E invece di nutrire il risentimento, invece di guardarsi attorno a quella piccola folla di donne, anziani e bambini aggrappati alle loro vite da topi, quella stupida leggeva. Magari di terre immaginarie e di uomini felici. Cazzate, pensò il ragazzo. Solo cazzate.
Però era carina. Molto carina.
«Smettila» disse senza pensarci. «Smettila.»
Lei alzò gli occhi incerta, sbattendo un po’ le palpebre. Lo fissò. «Ce l’hai con me?» disse. «Sì» disse lui duro. «Smetti di leggere fesserie. Non ti rendi conto che ci stanno bombardando? Non li senti, qui sopra?» Indicò l’alta volta di tufo con un gesto vago. Qualcuno sulla parete aveva inciso una frase: NOI VIVI. Tutte maiuscole, lettere enormi, senza punti esclamativi né disegni. Noi vivi. E tutti gli altri, fuori di qui, magari morti.
L’espressione della ragazza divenne fredda. «Senti» disse, «tu pensa alle cose tue e lasciami alle mie. D’accordo?» «No» disse lui. «Manco per niente. Perché qui sotto, cara, ci stiamo tutti e due. E magari là, di sopra, non ci rimarrà proprio niente quando questi aerei di merda saranno passati. E toccherà a noi, proprio a noi cercare di mettere le cose in piedi, e non ci sarà posto per chi, come te, preferisce tenere la testolina fra le nuvole, inseguendo piccoli principi e fatine turchine. Ecco perché non siamo d’accordo.»
La ragazza sbatté ancora le palpebre sotto l’attacco verbale di lui. Rispose calma: «Ah, ecco. Tu sei quello che ha la soluzione, è così? L’unico pratico, il solo che vede realmente come stanno le cose. Colui che sa quello che è successo, quello che sta succedendo e quello che succederà. Sai una cosa? A me tu e quelli come te fate più paura degli aerei là sopra. Ecco cosa».
Il rombo andava aumentando. Lui rise. «No. Io non ce l’ho, la soluzione. Ma so che quel cazzo di libro che hai in mano, proprio quello, nemmeno lui ce l’ha la soluzione. Però almeno io sono qui a guardarla in faccia, questa vita che mi rimane e finché mi rimane; non ci provo nemmeno a scappare. Tutte le parole che stanno là dentro, fidati, non valgono una sola lacrima di quel bambino laggiù che ha paura del buio.»
Prima che la ragazza potesse dargli la sua risposta una voce profonda parlò. «Scusami» disse. «Posso dirti una cosa?» Il ragazzo si voltò dall’altra parte. A mezzo metro da lui, nel cono d’ombra tra due neon, stava seduto un vecchio. Se ne intravedeva il profilo, i radi capelli bianchi troppo lunghi, la camicia lisa abbottonata fino al collo. E le mani, intrecciate sulle ginocchia; lunghe dita nodose, ferme, senza tremito o incertezza. Mani forti e delicate.
Il ragazzo strinse gli occhi, diffidente. «Che c’è?» disse. «Ti serve qualcosa?» Era stato inutilmente sgarbato, e se ne pentì; quella ragazza lo aveva fatto arrabbiare senza un motivo. E d’altra parte, chi aveva bisogno di un motivo?
Il vecchio disse ancora: «Scusami. Scusatemi tutti e due. Ma vi devo dire una cosa importante. Importantissima».
Il ragazzo pensò: “Un vecchio pazzo. Un altro vecchio pazzo, che magari si è trovato vicino alla porta nel momento giusto quando è suonata la sirena. Un maledetto, inutile vecchio che ha fottuto il posto a un povero padre di famiglia che non ha fatto in tempo”. Stava per rispondergli in maniera tagliente quando la ragazza, dall’altro lato, disse: «Davvero? Una cosa importante, qui sotto? Che ci può essere d’importante?». Il ragazzo quasi sorrise: finalmente erano d’accordo, lui e la tizia carina. Il vecchio rispose, lento: «Qui sotto, signorina, ci sono solo cose importanti. Non lo sapete?».
L’accento era strano, arrotato e morbido. “Spagnolo” pensò il ragazzo. “Questo parla spagnolo.” La ragazza si alzò e si accovacciò davanti al vecchio, dopo aver riposto il libro nella veste. «Dite, allora. Dite pure.» E il vecchio cominciò, di volta in volta fissando i grandi occhi liquidi sul viso della ragazza o del ragazzo, aspettando un cenno che gli desse conto della loro attenzione; come se dall’opinione dei due giovani dipendesse il destino del mondo intero. E forse era proprio quello che credeva. Mentre parlava il rombo aumentava, e la litania delle vecchie si faceva più forte e tremante.
«Io vengo da un piccolo Paese» disse il vecchio. «Si crede che dalle mie parti sia tutta una sconfinata prateria, una pampa senza limite dove pascolano vacche grasse e pacifiche; o che siano tutte immense metropoli piene di poveri e ricchi, tutti ad affannarsi a trovare il modo migliore per campare. E invece no. Ci sono anche montagne e villaggi e miniere disperate. Il mio Paese ha una capitale adagiata su un immenso fiume, con un bel palazzo del governo sul quale hanno messo le mani i militari col potere alimentato dal sangue di tanti. Quello che vi devo dire, però, è successo prima. Prima che quelli come me fossero costretti a scappare, come vigliacchi; come scappa chi ha commesso un delitto.»
La frase non si era incrinata, non era stata rotta da un rimpianto. In quel caso il ragazzo avrebbe classificato la voce del vecchio tra le tante voci di vecchi che si sentivano là sotto, ma stavolta non c’era il ricordo di un passato migliore di qualsiasi futuro possibile, come lui odiava più di ogni altra cosa. I vecchi così toglievano la speranza, e lo facevano con cattiveria consapevole. Il ragazzo smetteva sempre di ascoltare, in quel caso. Per difendersi. Stavolta no.
Il vecchio continuò, e la sua voce vibrava come il rombo degli aerei che si avvicinavano.
«Io raccontavo storie. Le scrivevo, e scrivevo poesie e canzoni. Raccontavo storie. Allora me lo consentivano, anzi ero una specie di orgoglio nazionale. Pareva ogni anno che dovessi vincere un premio famoso, ma siccome scrivevo contro i regimi dei Paesi vicini al mio, di là dal mare, si faceva in modo che non vincessi. A me, a dire la verità, non importava molto. Mi bastava raccontare le mie storie. E poi forse è stato meglio per chi ha preso il potere, sai che imbarazzo dover vedere uno così importante scappare di notte su una nave mercantile.»
Di nuovo senza rimpianto, con ironia. “Uno che racconta storie” pensò il ragazzo con disgusto. “E lo dice pure, come se fosse un lavoro come un altro, un lavoro vero.” La ragazza però ascoltava con un mezzo sorriso in faccia. “Che hai da sorridere” pensò lui. “Non li senti gli aerei?”
Il vecchio disse: «Comunque allora io viaggiavo per il Paese, per presentare le mie storie. E viaggiando vedevo posti e portavo parole, e c’era chi mi ascoltava. Come voi adesso».
Il ragazzo avrebbe voluto dire: “Perché, vecchio, abbiamo scelta? Possiamo, invece di stare qui ad ascoltare le tue insulse fesserie, andarcene in giro nella Villa, vicino al mare, in mezzo ai fiori e agli alberi col canto degli uccellini, così potrei provare magari a baciarla? Ci tocca stare qui, a sentirti farneticare mentre proviamo a non sentire gli aerei che arrivano a togliere i padri ai figli e i figli ai padri”. NOI VIVI, disse il muro.
Il vecchio continuò: «Nel mio Paese, vedete, ci sono molti villaggi incastrati in mezzo alle montagne. L’unica risorsa, l’unico modo che hanno per campare in questi villaggi sono le miniere. Da là esce un gas che non si sente se non in un sottile retrogusto marcio, che pianta il seme della morte nella carne di tutti. Muoiono giovani, prima di fare quarant’anni. Genitori e figli».
Quasi suo malgrado il ragazzo chiese: «E perché non se ne vanno, se sanno di dover morire giovani?». Il vecchio rispose secco: «Perché non c’è dove andare. È l’unica cosa che hanno, la miniera e la morte che dà. Almeno possono campare fino a quarant’anni, e innamorarsi e fare figli. Sperando che prima o poi finisca. Una volta sono andato in uno di questi villaggi, avevo un libro nuovo con una bella storia di sorrisi e gioia. Accesero un grande fuoco nella piazza e tutta la gente venne a farmi festa. Io parlai e parlai, c’era uno con una chitarra e cucinarono della carne. Venne la mezzanotte».
Lontano, al di là del rombo, si sentì come un colpo secco. Era appena una variazione nel rumore, quasi impercettibile, ma tutti sussultarono come se fossero stati colpiti da una mano cattiva. Il vecchio continuò, calmo.
«Quando il campanile della chiesa ebbe finito di stabilire che era cominciato un altro giorno e che la festa era finita, scese sul villaggio un po’ di malinconia. Io avevo raccontato la mia storia, la chitarra aveva suonato e l’aria era ferma e dolce e frizzante, come la montagna in primavera. Allora si alzò in piedi l’Alcalde, il sindaco. Non aveva nemmeno cinquant’anni, ma portava in faccia i segni della malattia come molti attorno a me. Provavo una gran pena, come se una parte della mia storia si fosse dissolta nell’aria inutilmente.»
Il ragazzo vedeva il villaggio morente come se fosse davanti ai suoi stessi occhi. La ragazza carina sembrava viaggiare, completamente inconsapevole dei rintocchi che gli aerei davano alla città martoriata sopra di loro.
«L’Alcalde mi parlò, e attorno a lui si era fatto il silenzio. E le donne tenevano in braccio i bambini inseminati di morte, e la chitarra taceva, e nessuno era più vecchio di mio figlio. Mi parlò e mi disse: “Scrittore, ti abbiamo ascoltato, ma ascoltami tu adesso. Io ti chiedo un regalo per la mia gente e per me. Ascoltami”.»
Ci fu un nuovo suono sordo e vicino, trasmesso dal tufo antico. Le vecchie alzarono la voce della preghiera e due bambini scoppiarono in lacrime.
«“Ascoltami”» raccontò il vecchio ricordando l’Alcalde, e il ragazzo pensò che non aveva alzato la voce con l’accento spagnolo e il tono profondo, ma si sentiva uguale, perfettamente comprensibile nel rombo e nei tonfi. «“Ascoltami” disse l’Alcalde, e i suoi occhi neri di febbre e di consapevolezza della morte vicina mi fissavano al di là del fuoco.
«“Tu sei uno scrittore, e noi moriremo prima di diventare vecchi. Lo sappiamo fin da bambini che moriremo presto, e non ci importa perché tocca a tutti, e se tocca a tutti non c’è rimpianto. Io non voglio campare più dei miei figli, e mio padre non voleva campare più di me. Lo capisci questo, scrittore?”» Attorno a lui, raccontò il vecchio, tutti annuirono. «Io sentivo il freddo e mi rannicchiai nella coperta, ma veniva da dentro e il brivido non passò. “Lo capisco, sì, signore” dissi. E aspettai che mi chiedesse quello che voleva da me.
«“Noi moriremo” ripeté. “E nessuno di noi si muoverà mai da questa montagna madre e assassina. Non avremo niente se non la vita che ci è concessa, e che ci basta. Qualcosa però possiamo averla, e ce la puoi dare tu.”»
Un tonfo vicino, la cui eco scosse le anime accovacciate con la testa incassata addossate al tufo. Cadde della povere dalla volta, strappando un lamento da una donna che si aggrappò al figlio.
La ragazza sembrò non sentire e non avere paura, e chiese fissando il vecchio: «Che ti chiese, l’Alcalde?». Come se contasse solo quello. Il ragazzo, che aveva il cuore in gola, si sentì un piccolo vigliacco. Il vecchio riprese a bassa voce.
«Mi chiese il mare. Il mare. Mi disse: “Noi non lo vedremo mai, e quelli prima di noi mai l’hanno visto. Per piacere, scrittore, portaci il mare. Portacelo qui”.»
I tonfi si moltiplicarono, erano proprio là sopra. Il ragazzo si sentì in lotta come se volessero strappargli qualcosa dalle mani.
Sussurrò, fissando il vecchio: «E tu? Cosa facesti tu, vecchio?».
L’uomo sorrise per la prima volta, e le rughe si strinsero in un fitto reticolato attorno agli occhi vivi. «Io» disse, «lo feci. Gli portai il mare là, in mezzo a quelle montagne nel cui ventre c’erano la vita e la morte. Gli portai il mare. E ci misi tutta la notte, fino all’alba.»
«Tutta la notte?» disse la ragazza. «Tutta la notte? E perché ci mettesti tanto?»
Il vecchio la fissò, serio, e disse: «Perché dovevo portare tutta quell’acqua».
Il silenzio pieno di bombe che seguì non fece tremare i due ragazzi, se non per il freddo dell’alba di un villaggio di montagna, in un Paese lontano.
«Perché nel mare, sapete, ci sono tante cose se lo volete raccontare» disse il vecchio. «Nel mare ci sono i ritorni, e i porti pieni di speranze. Ci sono le donne che scrutano l’orizzonte in attesa dei pescherecci, e l’anima dei viaggiatori che sognano le terre lontane. C’è la balena bianca e ci sono le tempeste senza nome, le isole dei mangiatori di uomini e i naufraghi disperati, e gli ammutinamenti e le cannonate dalle bandiere nere. C’è tanta di quell’acqua, nel mare.»
Aveva parlato lentamente, senza alzare mai la voce. I tonfi si attutirono e il rombo, impercettibilmente, diminuì. Qualcuno piangeva, qualcuno bestemmiava. Le donne non avevano smesso di pregare. L’aria stantia del tufo trasmise un sottile, selvaggio senso di sollievo.
Il ragazzo mormorò: «Tutta quell’acqua. Tanta, da portare in montagna». La ragazza si voltò e gli sorrise, mentre con la mano si accarezzava la tasca della veste col libro dentro. «Sì» disse. «Tanta acqua, da portare con un recipiente così piccolo.»
Il vecchio annuì gravemente, e rimasero zitti ad aspettare. Finché la sirena suonò di nuovo, e tutti si alzarono con la solita voglia di andare a vedere chi era sopravvissuto e con la solita paura di uscire. NOI VIVI.
Il ragazzo vide che il vecchio non si muoveva. «Che fai?» gli chiese. «Non vieni fuori? Magari ti trovo qualcosa da mangiare.» La ragazza gli sorrise di nuovo. Il vecchio scosse il capo: «No» disse. «Io sto qua. Non lo capisci? Io sto sempre qua sotto. Per quando scendete. Per quando servo di nuovo. Non lo capisci?»
Il ragazzo strinse la mano della ragazza. «Sì» disse. «Lo capisco. A questo servi. Devi portare l’acqua, no? Senza l’acqua non si può mica vivere. Tutta quell’acqua.»
Il vecchio sorrise dall’ombra, e con quella voce arrotata e rotonda disse: «Sì, tutta l’acqua che c’è. Per togliere la paura e metterci la vita, che duri cinque minuti o mille anni.
«A questo servono, le storie che devo raccontare».
La ragazza gli soffiò un bacio dalla punta delle dita, e si avviò fermandosi ad aspettare il ragazzo ai piedi della scalinata che portava al nuovo sole.
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