un mazzo di fiori (it)
Come forse sapete, dotto’, mia moglie è originaria del borgo di Santa Lucia, quella perciò si chiama così. Per questo motivo, in casa mia a tutto si può venire meno tranne che a una cosa: la festa della ’Nzegna.
Tutti noi la conosciamo bene, non c’è cittadino di questa città che non c’è andato almeno una volta. La processione, la Madonna della Catena, la coppia di popolani vestita come Ferdinando e Carolina, il pazzariello eccetera; ma per gli abitanti di Santa Lucia quella festa tiene un sacco di altri significati, per loro è una cosa sacra e non ci si può pazziare, per carità, si offendono e non ti rivolgono più la parola.
Come è noto, la festa si svolge ad agosto. Per molti versi assomiglia a tutte le feste che teniamo qua, ogni occasione è buona: fuochi d’artificio, bancarelle, musica e balli in piazza, roba da mangiare che si vende agli angoli delle strade, orchestre e canzoni. E poi naturalmente ci sta la parte religiosa, la processione, la funzione, la messa, le litanie, il Rosario. Sempre le stesse cose, con la speranza che la vita vada meglio per intercessione divina, che escono i numeri al lotto, che vince il Napoli, che ci sia più roba da mangiare. E poi, il giorno dopo, tutto come prima fino alla prossima festa.
Io in genere preferisco essere in servizio, in quelle occasioni. Meglio farsi vedere in divisa, così si scoraggia qualche malintenzionato. Però per via di mia moglie e delle sue tradizioni, quando si tratta della ’Nzegna devo per forza prendermi una giornata e accompagnare tutta la famiglia.
Lo sapete com’è che si svolge quella festa, no? La processione, poi si buttano i fessi a mare pure se dicono che non sanno nuotare, tanto poi qualcuno che li va a pigliare ci sta sempre. Insomma, un parapiglia in mezzo a una folla terribile che viene da dovunque, pure dalla provincia. E ogni basso, ogni balcone con la musica sua, ogni associazione che fa una rappresentazione dopo aver preparato la festa per tutto l’anno, ogni famiglia che vuole vedere chi va a finire nell’acqua. Le bancarelle, poi. Bancarelle ovunque, che vendono qualsiasi cosa, torrone, nocelle, palloncini per i bambini, spassatiempo, mellone, pesche, di tutto.
E insomma, la festa è stata un mese fa, più o meno. Per fortuna nessuno è affogato, e salvo un paio di teste rotte di scalmanati che si sono ubriacati e hanno avuto uno scambio di idee fra di loro, e qualche schiaffone che è volato qua e là per questioni di femmine, nessuno si è fatto seriamente male e nessun coltello è uscito dalle tasche. Mia moglie e i bambini se n’erano andati appresso alla processione e per me ci sta troppa folla, non tengo il fisico adatto io a intrufolarmi in mezzo alla gente; e allora Lucia, vedendomi insofferente perché stavo tutto sudato e a me, come il commissario sa bene, sudare mi dà assai fastidio, mi ha detto: «Vatti a fare una passeggiata, e vienici a prendere fuori alla chiesa della Madonna della Catena».
Passeggiando passeggiando, quel tipo là in fondo ha attirato la mia attenzione. Si muoveva furtivo, si guardava attorno. Magari un altro non se ne sarebbe accorto, ma io, dottore carissimo, sono un poliziotto e certi atteggiamenti non mi sfuggono. Mi sono messo a guardarlo, stando attento a non farmi notare da lui.
Non mi ero sbagliato. Si è avvicinato a una delle bancarelle, quella di un fioraio. Lo sapete come fanno, no, commissa’? Aspettano che il banconista si distrae per far vedere la merce a qualcuno, e allungano le mani nella cassetta del denaro; o magari si accostano da dietro a uno che si abbassa per vedere i fiori da vicino e gli sfilano il portafogli dalla tasca dei pantaloni. Niente di meglio della folla, per i borseggiatori. Io alla domenica qualche volta vado a vedere la partita di pallone, e in quella folla ne trovo sempre almeno un paio: mi ricordo che la volta scorsa ci stava uno che per mantenere un corno di bue portafortuna, vicino alla porta nostra per evitare il gol degli avversari, non si accorse che un ragazzo gli controllava tutte le tasche per vedere dove teneva il borsellino. Ebbi il tempo di scendere dalla gradinata, chiedendo permesso, avvicinarmi e alzarlo da terra, al ladro, per la collottola.
Insomma, questo tizio si era travestito per bene: tutto pareva tranne che un ladruncolo. Azzimato, ben pettinato, il cappello in testa, la cravatta bene annodata. Pareva più un maestro di scuola che un ladruncolo. E invece lo era, perché si accostò da dietro alla bancarella, aspettò che il commerciante si mettesse a fare il fesso con una signora facendole vedere le rose, rubò e se ne andò.
Mo’ voi direte: e perché, se ti eri accorto che stava per rubare, non lo hai fermato prima che scappasse? Perché sono rimasto sorpreso, ecco perché. Sorpreso da quello che ha rubato.
Perché non ha messo le mani nella cassetta, che pure quello scemo del fioraio aveva lasciato là a portata di mano, bella aperta e coi soldi in vista. E nemmeno ha preso il portafogli dalla tasca di uno che parlava con la moglie, che lo vedevo pure io da dove stavo, in bella mostra nella tasca della giacca che portava sul braccio. Né ha sfilato il borsellino dalla borsa della signora, che per sorridere al fioraio l’aveva lasciata aperta e bene in vista. Niente di tutto questo.
Ha rubato un mazzo di fiori.
Uno di quelli già preparati, misto, fiori di campo per la precisione. Il valore non superava qualche centesimo, se il fioraio l’avesse fatto pagare più di mezza lira dovevo arrestare lui. Un mazzolino di fiori.
Non riuscivo a crederci, uno si mette a rischio di andare in galera per una cosa di così poco valore. Sono rimasto allibito, e quando mi sono riscosso l’ometto si era già buttato in mezzo alla folla scomparendo.
Voi lo sapete, commissa’, non è facile seminarmi in città. Pure in quella confusione, approfittando dell’altezza, l’ho trovato facilmente. Mi sono messo alle sue calcagna e quando siamo usciti dal centro della festa e la folla ha cominciato a diradarsi l’ho seguito; camminava svelto, le gambe corte che mulinavano veloci. Volevo capire che ci fa un ladro ben vestito con un mazzo di fiori.
Si è fermato vicino a un palazzo modesto, in cima a Pizzofalcone, non lontano da Santa Lucia. Il portone era aperto, e l’ho seguito con attenzione per le scale. Si è fermato al secondo piano, ho sentito che apriva con la chiave. Io mi sono fermato dietro all’ultima rampa per non farmi vedere, riesco a diventare invisibile se voglio, pure grande e grosso come sono: voi lo sapete, commissa’. Aspetto un po’, poi vado vicino alla porta. Ci stava scritto: Rag. Giuseppe Cantore. Per un attimo ho pensato che si fosse introdotto in casa di un altro, dopo essersi procurato le chiavi; però mi pareva strano, che uno va a rubare nella casa di qualcuno portandosi un mazzo di fiori. Allora ho fatto pure io una cosa strana: ho bussato al campanello.
Mi ha aperto una bambina. Quella bambina là, che vedete per mano al ragionier Cantore. Mi ha guardato con gli occhi spaventati, mi ha visto forse troppo alto nella penombra del pianerottolo. Ho fatto la voce più gentile che potevo, e le ho chiesto di chiamare il papà.
È arrivato lui, ha fatto la faccia bianca come la cera, io ero in borghese e non riusciva a immaginare chi potessi essere. Io ho guardato la bambina, lui ha capito e l’ha mandata di là.
Io gli ho detto: «Buonasera. Mi chiamo Maione. Brigadiere Raffaele Maione, della pubblica sicurezza». Ha messo una mano sullo stipite, secondo me stava per svenire, è diventato ancora più pallido. Nel mestiere nostro, dotto’, non servirebbero né giudici né avvocati. Si potrebbero risparmiare processi, interrogatori, arringhe e sentenze. Basterebbe quello sguardo, quando il ladro o l’assassino ci fissa gli occhi negli occhi quando capisce che è stato incastrato: quello sguardo, carissimo dottore, vale più di ogni confessione. Pure questa è l’arte di fare il poliziotto.
Mi ha detto: «I fiori. È per i fiori, eh?». Io mi sono stretto nelle spalle. «Evidentemente» gli ho risposto. E poi: «Voglio capire. Perché mi sembra una cosa tanto assurda, che voglio capire».
Lui ha fatto segno di sì con la testa, poi mi ha detto: «Entrate, brigadie’. Così vi spiego».
Avete presente, commissa’, quando in una casa ci sta la morte? L’odore dei medicinali, il disinfettante. Quel sentore di urina vecchia, di persone che non si mantengono. Senza offesa, dotto’, ma quando la malattia sta arrivando alla fine, si sente subito. Quando non si può fare più niente.
In quella casa ci stava quell’odore là. L’ho sentito addosso appena il ragioniere ha chiuso la porta dietro alle mie spalle.
Si è guardato attorno, poi mi ha fatto cenno di seguirlo e si è avviato all’interno. La casa pareva abbandonata, pochissimi mobili tutti malandati, non ci stava un soprammobile, uno specchio, un quadro alle pareti. Siamo passati per la stanzetta della bambina, ci stava solo il letto e una sedia, qualche vestitino appeso alle grucce su un cavalletto di quelli che si vedono in sartoria. La creatura stava seduta a terra, con una bambola di pezza in mano. Non diceva niente, le accarezzava solo la testa.
L’ometto camminava svelto, davanti a me. Arrivato davanti a una porta si è fermato e si è voltato a guardarmi. «Aiutatemi, brigadie’. Vi chiedo solo questo.» Non capivo. Poi ha aperto la porta, ed è entrato.
La stanza era in penombra, le persiane erano accostate e da fuori arrivava solo un po’ della luce di un lampione. Io rimasi fermo sulla soglia, pure perché mi mettevo paura di inciampare in qualcosa. Non ero preoccupato, era tutto assurdo. Non ti tendono un agguato perché hai scoperto il furto di un mazzo di fiori di campo, va bene che succede di tutto, ma questo mi pareva esagerato. L’ometto comunque entrò e accese una candela, e finalmente vidi quello che ci stava attorno a me.
Contrariamente al resto dell’appartamento, quella stanza era piena di roba. Una camera da letto bella, con un comò di mogano alto col marmo sopra e una campana di vetro con dentro una statua della Madonna. Comodini, una cassapanca, una poltrona. Due tappeti, diversi quadri alle pareti, sedie, un tavolino e uno scrittoio. Tende alla finestra, un bel lampadario di cristallo in mezzo al soffitto.
Nel letto, a baldacchino, c’era una persona. Una donna.
L’odore di morte, dotto’, veniva da là. Pareva un teschio, la pelle nera e screpolata tirata sulle ossa, quattro lunghi capelli grigi sul cuscino. Non fosse stato per il lenzuolo che si alzava e si abbassava lentamente avrei creduto che quello fosse un cadavere mummificato, sapete, commissa’, quelli che a volte si trovano nei fossi nelle campagne sopra al Vomero, che stanno là da chissà quanto tempo.
Il ragioniere si avvicinò al letto e mormorò: «Sara. Sara, svegliati. Abbiamo una visita. Ci sta un amico mio che ti è venuto a salutare».
La donna aprì gli occhi e li girò attorno, fino a quando mi inquadrò. Mi dovete credere, dotto’, se mi avessero detto che teneva cento anni finché teneva gli occhi chiusi ci avrei creduto; ma quando vidi quegli occhi, avrei potuto pure pensare che teneva vent’anni. Mi sorrise e provò pure a tirarsi su, ma ricadde sul cuscino. Il ragioniere disse: «Questo mio amico, tesoro, si chiama Raffaele. Fa il brigadiere di polizia, è uno importante. Ti è venuto a salutare per il tuo compleanno, io gliel’ho detto che stavi riposando ma niente, non ha voluto sentire ragioni».
La donna sorrise, scoprendo le gengive nude. «Grazie» mormorò. «Grazie, Raffaele. Scusatemi, oggi non mi sento molto bene e non vi posso offrire il caffè. Giuseppe, per favore, ci pensi tu? Mi raccomando, prendi il servizio buono. Non facciamo brutta figura. Permettete, brigadie’, adesso mi riposo un poco. Mi sento molto stanca.»
Io balbettai qualcosa: «Tanti auguri, signo’, prego, riposatevi pure». Il ragioniere mi fece cenno di uscire insieme a lui. Prima che spegnesse la candela, vidi il mazzo di fiori rubato in un vaso sul comodino, in mezzo alle medicine.
Mi condusse in silenzio in una cucina deserta. Un paio di sedie spaiate e zoppe stavano vicino a un tavolo vecchio. Me ne indicò una e io mi accomodai; non sapevo che dire. Lui si avvicinò all’acquaio, riempì di acqua due bicchieri sbeccati e si venne a sedere pure lui.
«Questo è il servizio buono, brigadie’. Quello vero se n’è andato un anno fa, quando è cominciato tutto. Poi i tappeti, poi i quadri. E poi tutto il resto.»
Io lo fissavo. Lui riprese: «Tutto insieme, brigadie’. Uno si crede di essere felice, di essere il padrone del mondo e del futuro. Un buon lavoro, una bella moglie, una bella figlia. Una casa, in cui non manca niente. E poi succede tutto insieme.
«Sara si è ammalata. Non lo sa, che le manca poco. Pochissimo. Crede che guarirà, che è una fesseria e che tra poco starà bene; e invece pare che già è un miracolo che è durata tanto. Io ho perso il posto, la ditta ha chiuso e con mia moglie in queste condizioni non mi sono sentito di andare a cercare lavoro chissà dove: a mia figlia chi ci poteva pensare?
«Mi sono venduto tutto, a poco a poco. Abbiamo campato con quello che mi davano per i mobili, i tappeti, i gioielli, i quadri. Le medicine costano un sacco di soldi, sapete».
Io non dicevo niente, e che potevo dire? Pensavo a quella bambina in una stanza vuota con la bambola di pezza in mano, che la guardava senza dire niente. Forse la mamma così faceva con lei, la guardava e non diceva niente. Le bambine, quando giocano, fanno con le bambole come le mamme fanno con loro. Dovreste vedere le figlie mie, a quelle povere bambole gli fanno una testa, così proprio come fa Lucia con noi.
Lui riprese: «Solo la stanza da letto è uguale a prima, brigadie’. Non ho toccato niente. Non lo deve sapere, Sara, che stiamo combinati come stiamo. La farei morire dannata, e non me la sento. È per questo che...».
«I fiori» dissi io. «Il mazzo di fiori, certo. Oggi è il compleanno di vostra moglie.»
Fece di sì con la testa. «Esattamente, brigadie’. L’ultimo compleanno di mia moglie, per la precisione. E io in tasca non ho nemmeno i soldi per fare mangiare a mia figlia domani, figuratevi per comprare i fiori.»
Rimanemmo così, coi due bicchieri d’acqua davanti, nel silenzio e nell’odore della morte che veniva dalla stanza da letto. Come potete immaginare, mi alzai e me ne andai.
Vi dico una cosa, non lo sa nessuno e nessuno lo deve sapere: da tre settimane gli mando Amitrano a casa con quello che serve per il pranzo e per la cena. Io non me la sento di mettermi a tavola a vedere quello che si mangiano i figli miei, e credetemi, commissa’, non si può credere quello che sono capaci di inghiottire in mezz’ora, e non pensare a quella creatura con quella bambola, in silenzio nella sua stanzetta nuda.
La signora Sara è morta dieci giorni fa. Quel mazzo di fiori è stato l’ultimo regalo che ha ricevuto. Alle esequie ci stavamo noi tre, io, il ragioniere e la bambina, che per inciso si chiama Immacolata. Così è la vita, no, dotto’? E pure la morte.
Io l’avevo capito che quello era un furto, e quindi, come dicevamo prima, pure a fare il poliziotto ci vuole l’arte. Poi però uno deve fare l’uomo, no? E ci vuole arte pure in questo.
Domani il ragioniere prende servizio, ho parlato con un amico che tiene un negozio di sartoria e confezioni bello grande, e gli serviva proprio un contabile.
Mo’ scusatemi, devo lasciarvi. Ho promesso a Immacolata che le facevo provare una sfogliatella del Gambrinus, perciò il padre l’ha portata. Me lo posso permettere, tanto qua pagate voi, no, commissa’?
Grazie assai, allora. E buona domenica a voi.