appartamento a basso canone (it)
«Quel portiere mi fa venire i brividi» disse Ruth quel pomeriggio, rientrando a casa.
Sollevai gli occhi dalla macchina da scrivere mentre lei appoggiava le buste sul tavolo e mi guardava. Ero quasi al termine della seconda bozza di un racconto.
«Ti fa venire i brividi» ripetei.
«Già, proprio così» disse lei. «Quel modo sfuggente di muoversi. Sembra Peter Lorre, o qualcuno del genere.»
«Peter Lorre» ripetei. Rimuginavo ancora la trama del racconto.
«Tesoro» mi supplicò. «Sto parlando sul serio. Quell'uomo è viscido.»
Emersi dalla nebbia creativa ammiccando.
«Amore, che diavolo ci può fare se si ritrova una faccia così?» le dissi. «Ereditarietà. Che pretendi da lui?»
Lei si lasciò cadere su una sedia accanto al tavolo e cominciò a tirare fuori la spesa, impilando i barattoli sul tavolo.
«Stammi a sentire» mi disse.
Sentii che era in arrivo. Quel tono grave e funereo di cui ormai non si rende nemmeno più conto, ma che viene fuori ogni volta che sta per farmi una delle sue «rivelazioni».
«Stammi a sentire» ripeté. Con un'enfasi melodrammatica.
«Sì, cara» dissi. Appoggiai un gomito sulla custodia della macchina da scrivere e la guardai rassegnato.
«Levati quell'espressione dalla faccia» mi disse. «Mi guardi sempre come se fossi una bambina idiota o qualcosa del genere.»
Sorrisi, ma non mi riuscì un granché.
«Te ne pentirai» disse lei. «Una di queste notti, quando quell'uomo scivolerà in casa con un'accetta e ci farà a pezzi.»
«È solo un poveretto che si guadagna da vivere» obiettai. «Pulisce i corridoi, alimenta la stufa...»
«Abbiamo la caldaia a gasolio» ribatté lei.
«Se avessimo una stufa, lui la terrebbe accesa» dissi. «Cerchiamo di essere un po' comprensivi. Fatica come noi. Io scrivo storie, lui pulisce i pavimenti. Come si fa a dire chi dei due è più importante?»
Lei assunse un'espressione avvilita.
«D'accordo» disse con un gesto rassegnato. «D'accordo, se non vuoi guardare in faccia i fatti...»
«Ma quali fatti?» la incalzai. Avevo deciso che era meglio tirarle fuori tutto prima che si trasformasse in un'ossessione.
I suoi occhi si strinsero. «Ascoltami bene» disse. «Quell'uomo ha un motivo, per trovarsi qui. Non è un portiere. Non mi sorprenderei se...»
«Se questo appartamento fosse solo il paravento di una casa da gioco. Un nascondiglio per i nemici pubblici dal numero uno al quindici. Una fabbrica di aborti. Un covo di falsari. Un luogo di incontro per assassini.»
Lei era già andata in cucina a sistemare scatole e barattoli nella credenza.
«Va bene» disse poi. «Va bene.» Con quella voce paziente che voleva dire sepoitiammazzanononvenireapiangeredame. «Non dirmi che non ci ho provato. Se ho sposato un muro, non posso farci niente.»
Mi avvicinai, la presi per la vita e la baciai sul collo.
«Piantala» disse lei. «Non riuscirai a confondermi. Il portiere è...»
Si voltò. «Stai parlando sul serio» le dissi.
Il suo viso si rabbuiò. «Tesoro, certo che parlo sul serio» disse. «Quell'uomo mi guarda in modo strano.»
«Come?»
«Oh» fece lei, cercando le parole. «Come se stesse... pregustando qualcosa.»
Ridacchiai. «Non posso dargli torto.»
«Adesso sii serio.»
«Ti ricordi la volta in cui pensavi che il lattaio fosse un assassino prezzolato dalla Mafia?» le chiesi.
«Non m'importa.»
«Leggi troppe riviste di fantascienza» dissi.
«Te ne pentirai» ribatté.
La baciai di nuovo sul collo. «Mangiamo» dissi.
Lei gemette. «Ma perché ti racconto sempre tutto?»
«Perché mi ami» risposi.
Lei chiuse gli occhi. «Ci rinuncio» disse calma, con la pazienza di un santo sul rogo.
La baciai. «Andiamo, tesoro, abbiamo già abbastanza problemi.»
Lei si strinse nelle spalle. «Oh, d'accordo.»
«Bene» dissi. «A che ora arrivano Phil e Marge?»
«Alle sei» rispose. «Ho preso del maiale.»
«Arrosto?»
«Mmmm.»
«Pagherei per averlo.»
«L'hai già pagato.»
«In tal caso torno subito alla macchina da scrivere.»
Mentre buttavo giù un'altra pagina la sentii parlottare fra sé in cucina. Non riuscii a capire tutto quello che diceva, ma il senso era minacciosamente profetico: «Uccisi nel nostro letto, o chissà che cosa.»
«No, è stato proprio un colpo di fortuna» commentò Ruth quella sera, mentre cenavamo.
Io feci un sorrisetto d'intesa a Phil, che lo ricambiò.
«Lo penso anch'io» convenne Marge. «Chi ha mai sentito parlare di soli sessantacinque dollari al mese per un appartamento ammobiliato di cinque stanze? Con tanto di cucina, frigorifero, lavatrice... è fantastico.»
«Ragazze» intervenni. «Non divaghiamo. Approfittiamone.»
«Oh!» Ruth fece una mossettina graziosa con la testa bionda. «Se qualcuno ti dicesse, ecco un milione di dollari per te, vecchio mio, probabilmente tu lo prenderesti.»
«Lo prenderei senza nessun dubbio» replicai. «E poi mi metterei a correre come un razzo.»
«Sei ingenuo» disse lei. «Credi che la gente sia... sia...»
«Affidabile» dissi.
«Credi che tutti siano come Babbo Natale!»
«È un po' strano» disse Phil. «Pensaci, Rick.»
Ci pensai. Un appartamento di cinque stanze, nuovo fiammante, arredato in modo impeccabile, stoviglie incluse... Mi mordicchiai le labbra. Ci si può anche perdere dietro una macchina da scrivere: magari le cose stavano così. Annuii comunque. Capivo il loro punto di vista. Naturalmente non lo avrei mai riconosciuto. Per sciupare il piacere dei piccoli scambi d'idee fra me e Ruth? No, mai.
«Io penso che sia troppo caro» dissi.
«Oh... signore!» Ruth la prendeva di petto, come sempre. «Troppo caro! Cinque stanze! Mobilio, piatti, biancheria... un televisore! Ma che vuoi di più... una piscina?»
«Magari una piccola?» dissi docilmente.
Lei guardò Marge e Phil.
«Parliamone con calma» disse poi. «Facciamo finta che la quarta voce che sentiamo sia solo il vento nella grondaia.»
«Io sono il vento nella grondaia» dissi.
«Ascoltatemi» tornò alla carica Ruth con i suoi sinistri presagi. «E se questo posto fosse tutta una montatura? Voglio dire, se volessero la gente qui solo per nascondere qualcosa? Questo spiegherebbe l'affitto. Vi ricordate come tutti si sono precipitati quando hanno cominciato ad affittare?»
Phil e Marge lo ricordavano benissimo, e anch'io. L'unica ragione per cui eravamo riusciti ad avere l'appartamento era che ci trovavamo a passare nei paraggi quando il portiere aveva appena esposto il cartello di affitto. Entrammo di corsa. Ricordo ancora il nostro stupore e la nostra contentezza, al momento dell'accordo. Ci sembrava Natale.
Fummo i primi inquilini. Il giorno dopo fu come l'assedio a Fort Alamo. Al giorno d'oggi è un po' difficile trovare un appartamento.
«Per me c'è qualcosa di strano» concluse Ruth. «E avete mai fatto caso a quel portiere?»
«Mi fa accapponare la pelle» contribuii, seriosamente.
«Ma è vero» disse Marge, ridendo. «Mio Dio, sembra uscito da un filmaccio di serie B. Ha certi occhi! Sembra Peter Lorre.»
«Lo vedi?» Ruth era trionfante.
«Ragazzi,» dissi, sollevando una mano in un gesto di fiacca pacificazione «se c'è qualcosa di losco che sta avvenendo a nostra insaputa, allora lasciamo pure che avvenga. Non ci si chiede di esserne complici, né di subirne le conseguenze. Viviamo in un bel posto pagando un modesto affitto. Che vogliamo fare... andare a ficcarci il naso e rovinare tutto?»
«E se esistessero dei programmi che riguardano noi?» chiese Ruth.
«Quali programmi, tesoro?» chiesi a mia volta.
«Non lo so» rispose lei. «Ma ho una sensazione strana.»
«Ricordi quella volta in cui sentivi che il bagno era infestato dai fantasmi?» dissi. «Era un topo.»
Lei cominciò a sparecchiare. «Anche tu sei sposata a un cieco?» domandò a Marge.
«Gli uomini sono tutti ciechi» rispose Marge, accompagnando in cucina la mia profetessa. «Dobbiamo affrontare la realtà.»
Phil e io ci accendemmo una sigaretta.
«Adesso basta scherzare» dissi, quando fui certo che le donne non potevano sentire. «Tu pensi che ci sia qualcosa che non va?»
Lui alzò le spalle. «Non lo so, Rick» rispose. «Però posso dirti una cosa... non capita spesso di prendere in affitto un appartamento ammobiliato a un prezzo tanto basso.»
«Già» dissi. Già, pensai... realizzando all'improvviso.
Strano proprio.
La mattina dopo mi fermai a fare una chiacchierata con il poliziotto di quartiere. Johnson è sempre in giro nella zona. Ci sono delle bande, mi ha detto, il traffico è sostenuto e bisogna tenere d'occhio i bambini, specialmente dopo le tre del pomeriggio.
È un bravo ragazzo, ed è anche divertente. Ogni giorno, quando esco a prendere qualcosa, mi fermo a parlare con lui.
«Mia moglie sospetta che nel nostro palazzo avvengano cose losche» gli dissi.
«Lo sospetto anch'io» rispose Johnson, molto serio. «Sono arrivato mio malgrado alla conclusione che all'interno di quelle mura si costringono i bambini di sei anni a intrecciare canestri a lume di candela.»
«Sotto la sferza di una vecchia megera pelle e ossa» aggiunsi.
Lui annuì tristemente. Poi si guardò intorno, con aria da cospiratore.
«Non ne parli con nessuno, le dispiace?» disse. «Voglio risolvere il caso tutto da solo.»
Gli diedi una pacca sulla spalla. «Johnson» gli dissi. «Il suo segreto è cucito dietro queste labbra di ferro.»
«Le sono grato» disse lui.
Ridemmo.
«Come sta sua moglie?» chiese.
«È sospettosa» dissi. «È curiosa, indaga su tutto.»
«Come sempre» osservò. «Niente di strano.»
«Giusto» dissi. «Credo che le impedirò di leggere quelle riviste di fantascienza.»
«Che cos'è che sospetta?» chiese Johnson.
«Oh» feci, con una smorfia. «Sono solo supposizioni. Secondo lei l'affitto è troppo basso. Da queste parti tutti pagano dai venti ai cinquanta dollari in più, dice lei.»
«È vero?» chiese Johnson.
«Pare di sì» risposi, dandogli per finta un pugno su un braccio. «Ma non lo dica a nessuno. Non voglio perdermi un buon affare.»
Poi andai al negozio.
«Lo sapevo» disse Ruth. «Lo sapevo.»
Mi fissava intensamente da sopra un catino di panni umidi.
«Sapevi che cosa, tesoro?» le chiesi, appoggiando la risma di carta da copie che ero sceso a comprare.
«Questo posto nasconde qualcosa» disse. Poi alzò una mano. «Non dire una parola» aggiunse. «Ascoltami senza parlare.»
Mi misi a sedere e attesi. «Sì, cara» dissi.
«In cantina ho scoperto delle macchine» spiegò lei.
«Che genere di macchine, tesoro? Con le ruote e il motore?»
Lei strinse le labbra. «Andiamo, falla finita» disse, un po' seccata. «Ho visto delle cose.»
Parlava sul serio.
«Sono stato laggiù anch'io, tesoro» dissi. «Come mai non ho mai visto nessuna macchina?»
Lei si guardò intorno. Non mi piacque il modo il cui lo fece. Era come se fosse davvero convinta che qualcuno si nascondesse dietro la finestra e ci ascoltasse.
«Queste stanno sotto la cantina» disse.
La guardai perplesso.
Lei si alzò. «Accidenti! Vieni con me e te le faccio vedere.»
Mi tenne per mano mentre percorrevamo il corridoio diretti verso l'ascensore. Durante la discesa rimase sempre vicina a me, con la faccia seria, stringendomi la mano.
«Quando le hai viste?» le chiesi, cercando di essere gentile.
«Ero andata laggiù a lavare i panni in lavanderia» rispose. «Ero in corridoio, mentre tornavo con i panni puliti. Stavo per entrare nell'ascensore e ho visto una porta. Era socchiusa.»
«Sei entrata?» le chiesi.
Lei mi guardò. «Sei entrata» conclusi.
«Ho sceso i gradini e c'era della luce e...»
«E hai visto le macchine.»
«Ho visto le macchine.»
«Grosse?»
L'ascensore si fermò e le porte si aprirono. Uscimmo.
«Ti farò vedere quanto sono grandi» disse lei.
C'era una parete vuota. «È qui» disse.
La fissai. Tastai la parete. «Amore...» iniziai.
«Non azzardarti a dirlo!» scattò lei. «Hai mai sentito parlare di porte incassate nei muri?»
«Quella porta era nel muro?»
«Probabilmente il muro ci scivola sopra» disse lei cominciando a tastare la parete. A me sembrava piena. «Dannazione» esclamò. «Già me l'immagino, quello che stai per dire.»
Non lo dissi. Rimasi semplicemente lì a guardarla.
«Perso qualcosa?»
Effettivamente la voce del portiere assomigliava un po' a quella di Peter Lorre, bassa e insinuante. Ruth, che non se l'aspettava, emise un rantolo. Io sussultai.
«Mia moglie pensa che ci sia una...» cominciai, nervosamente.
«Gli stavo facendo vedere come si attacca un quadro» si affrettò a interrompermi Ruth. «Si fa così, caro.» Si voltò verso di me. «Devi mettere il chiodo inclinato, non dritto. Hai capito adesso?» Mi prese la mano.
Il portiere sorrise.
«Ci vediamo» dissi, a disagio. Mentre tornavamo verso l'ascensore sentii che i suoi occhi erano fissi su di noi.
Quando le porte si richiusero Ruth si girò di scatto.
«Buonanotte!» mi aggredì. «Ma che intenzioni avevi? Volevi insospettirlo?»
«Tesoro, ma che cosa...» Ero sbalordito.
«Lascia perdere» tagliò corto lei. «Laggiù ci sono delle macchine. Macchine enormi, le ho viste con i miei occhi. E lui sa che ci sono.»
«Amore» dissi. «Perché non...»
«Guardami» disse lei improvvisamente.
La guardai fisso.
«Pensi che sia pazza?» mi chiese. «Andiamo, dillo. Non esitare.»
Sospirai. «Penso che tu abbia troppa immaginazione» risposi. «Leggi quelle...»
«Uh!» borbottò lei. Sembrava infastidita. «Sei peggio di...»
«Ti senti come Galileo» dissi.
«Ti farò vedere quelle cose» insisté lei. «Stanotte torneremo laggiù, quando il portiere dorme. Ammesso che dorma, ogni tanto.»
Allora cominciai a preoccuparmi.
«Tesoro, falla finita con questa storia» dissi. «O finirò col crederci anch'io.»
«Bene» disse lei. «Benissimo. Credevo ti ci volesse un cataclisma.»
Rimasi per tutto il pomeriggio a fissare la macchina da scrivere, senza tirare fuori niente.
Se non preoccupazione.
Non riuscivo a capire. Parlava davvero sul serio? E va bene, l'avrei presa sul serio. Aveva visto una porta che era rimasta aperta. Per caso. Questo era evidente. Se davvero sotto il palazzo ci fossero state delle macchine enormi come sosteneva lei, allora si poteva scommettere che coloro che le avevano costruite avrebbero fatto di tutto perché nessuno le vedesse.
Settima Strada Est. Un grande condominio. E sotto, delle macchine gigantesche.
Poteva essere vero?
«Il portiere ha tre occhi!»
Tremava, ed era bianca come un cencio. Mi guardava come un bambino che avesse appena letto il suo primo racconto dell'orrore.
«Tesoro» dissi. L'abbracciai. Era spaventatissima, e anch'io provavo una certa paura. Ma non certo che il portiere potesse avere un occhio di troppo.
All'inizio non dissi niente. Che cosa si può dire quando tua moglie se ne viene fuori con una storia simile?
Continuò a tremare a lungo, poi parlò, con una voce piatta e timorosa.
«Lo so» disse. «Non mi credi.»
Deglutii. «Amore» fu tutto quello che riuscii a rispondere, sentendomi impotente.
«Stanotte andiamo laggiù» disse lei. «Adesso è diventato importante. È una cosa seria.»
«Non credo che dovremmo...» cominciai.
«Io ci vado» disse Ruth. Ora sembrava tesa, e un po' isterica. «Ti dico che là sotto ci sono delle macchine. Maledizione, ci sono delle macchine!»
A quel punto scoppiò a piangere, tremando tutta. Le accarezzai la testa e me l'appoggiai contro la spalla «Va tutto bene, cara» dissi. «Va tutto bene.»
Cercò di spiegarmi tutto mentre piangeva, ma non ci riuscì. Più tardi, quando si fu calmata, l'ascoltai. Non volevo che si agitasse di più e pensai che il modo migliore per farlo fosse quello di prestarle ascolto.
«Ero giù nell'atrio» mi raccontò. «Ho pensato che nel pomeriggio fosse arrivata della posta. Lo sai che ogni tanto il postino...»
Si interruppe. «Non importa. Ciò che importa è quello che è successo quando sono passata accanto al portiere.»
«Che cosa?» chiesi, timoroso di ciò che mi aspettava.
«Mi ha sorriso» disse lei. «Conosci quel suo modo di sorridere. Dolce e assassino.»
Lasciai perdere, e non ribattei. Ero ancora convinto che il portiere fosse solo un tizio innocuo con l'unica sfortuna di portarsi appresso una faccia simile a quella di Charles Addams.
«E allora?» le chiesi. «Che è successo?»
«Gli sono passata vicino. Mi sono sentita rabbrividire, perché mi ha guardato come se sapesse qualcosa su di me che nemmeno io sapevo. Non m'importa cosa puoi dire... è quello che ho provato. E poi...»
Fu scossa da un brivido. Le presi la mano.
«Poi?» chiesi.
«Ho sentito che mi guardava.»
Avevo avuto la stessa sensazione quando ci aveva scoperto in cantina. Capivo ciò che intendeva dire Ruth. Senti che ti sta guardando e basta.
«Va bene» dissi. «Ti credo.»
«Ma a questo non crederai» disse lei, cupa in volto. Per un attimo s'irrigidì sulla sedia, poi aggiunse: «Quando mi sono voltata a guardare lui si stava allontanando.»
Sentii che stava arrivando al punto. «Non...» dissi fiaccamente.
«La testa era girata, ma lui mi guardava lo stesso.»
Deglutii e restai seduto accarezzandole la mano senza nemmeno rendermene conto.
«E allora, tesoro?» mi sentii dire.
«Aveva un occhio sulla nuca.»
«Amore» dissi. La guardai... ma sì, diciamola tutta, la guardai atterrito. Certe volte una mente allo sbando può diventare tremendamente confusa.
Lei chiuse gli occhi. Ritrasse la mano dalla mia, e l'uni all'altra, stringendole forte. Serrò le labbra. Vidi una lacrima tremolare sotto l'occhio sinistro e poi rotolarle lungo la guancia. Era pallidissima.
«L'ho visto» disse con calma. «Quant'è vero Dio, quell'occhio l'ho visto.»
Non so perché non interruppi quella conversazione. Immagino per una forma di autolesionismo. In effetti volevo solo dimenticarmi tutta quella storia, fare finta che non fosse mai successa.
«Come mai non l'abbiamo mai notato prima, Ruth?» le chiesi. «Ci è capitato diverse volte di vedere la nuca di quell'uomo.»
«Davvero?» disse lei. «Davvero?»
«Tesoro, qualcuno deve averlo visto. Pensi che non ci sia mai stato nessuno alle sue spalle?»
«Aveva i capelli separati in due code, Rick» disse lei. «E prima di scappare via mi sono accorta che erano tornati a posto, per questo non si poteva vedere.»
Restai seduto senza dire nulla. Che potevo replicare, a questo punto? Che cosa si può dire a una moglie che ti parla in quel modo? Sei matta? Sei svitata? O il vecchio, abusato 'hai lavorato troppo'? Lei non aveva lavorato troppo.
Ma forse una forma di lavoro straordinario l'aveva fatto. Con la fantasia.
«Verrai giù con me stanotte?» mi chiese.
«D'accordo» le dissi pacatamente. «D'accordo, cara. Ma adesso perché non ti vai a sdraiare un po'?»
«Sto bene.»
«Tesoro, va' a riposarti» le dissi, deciso. «Stanotte verrò giù con te, ma adesso voglio che ti riposi.»
Si alzò. Andò in camera da letto e sentii le molle del letto cigolare mentre si sdraiava, tirava su le gambe e si abbandonava sul cuscino.
La raggiunsi dopo un po' per metterle addosso un'imbottita. Stava fissando il soffitto. Non le dissi nulla. Non credo che volesse parlare con me.
«Che posso fare?» domandai a Phil.
Ruth dormiva. Ero scivolato via dalla stanza senza fare rumore.
«E se le avesse viste sul serio?» disse lui. «Non è possibile?»
«Già, certo» replicai. «E sai anche cos'altro è possibile.»
«Senti, vuoi andare a parlare con il portiere? Vuoi...»
«No» lo interruppi. «Non possiamo fare niente.»
«Vuoi scendere in cantina con tua moglie?»
«Se continua a insistere» dissi. «Altrimenti no.»
«Stammi a sentire» disse Phil. «Quando andate, veniteci a chiamare.»
Lo guardai incuriosito. «Vuoi dire che questa faccenda comincia a interessarti?» gli chiesi.
Lui mi fissò in uno strano modo. Vidi la sua gola che andava su e giù.
«Non... senti, non dirlo a nessuno» mi disse.
Si guardò intorno, poi si girò.
«Marge mi ha raccontato la stessa cosa» disse. «Ha detto che il portiere ha tre occhi.»
Dopo cena uscii a prendere un po' di gelato. Johnson era di pattuglia in zona.
«Le fanno fare gli straordinari» gli dissi mentre mi veniva incontro.
«Temono problemi da parte delle bande locali» replicò.
«Io non ho mai visto nessuna banda» dissi distrattamente.
«Ci sono» disse lui.
«Mmm.»
«Come sta sua moglie?»
«Bene» mentii.
«Pensa sempre che il palazzo nasconda qualcosa?» chiese ridendo.
Deglutii. «No» risposi. «Sono riuscito a farle cambiare idea. Immagino che mi abbia solo preso in giro per tutto il tempo.»
Il poliziotto annuì e mi lasciò all'angolo. Ma per chissà quale motivo, non riuscii a evitare che mi tremassero le mani fino a quando non tornai a casa. E per di più non feci che guardarmi alle spalle.
«È ora» disse Ruth.
Borbottai qualcosa e mi girai su un fianco. Lei mi diede una gomitata. Mi svegliai piuttosto stordito e automaticamente guardai l'orologio. I numeri fosforescenti mi dissero che erano quasi le quattro del mattino.
«Vuoi andarci adesso?» le chiesi, troppo insonnolito per essere diplomatico.
Ci fu una pausa. Bastò a svegliarmi del tutto.
«Io vado giù» disse lei tranquilla.
Mi drizzai a sedere. La vidi nella penombra, e il cuore mi cominciò a battere un po' troppo forte. Mi sentivo la bocca e la gola secche.
«E va bene» dissi. «Dammi solo il tempo di vestirmi.»
Lei era già vestita. La sentii in cucina che preparava il caffè mentre io m'infilavo i vestiti. Non c'era nessun rumore. Voglio dire, non sembrava che le tremassero le mani. E parlava anche in modo lucido. Io invece, quando mi guardai nello specchio del bagno, vidi un marito spaventato. Mi sciacquai il viso con l'acqua fredda e mi pettinai.
«Grazie» dissi quando mi porse la tazza di caffè. Rimasi lì nervoso davanti a mia moglie.
Lei non bevve il caffè. «Sei sveglio?» mi chiese. Risposi di sì con un cenno del capo. Notai la torcia elettrica e il cacciavite sul tavolo della cucina. Finii il mio caffè.
«Va bene» dissi. «Facciamola finita con questa storia.»
Sentii che mi accarezzava il braccio.
«Spero che tu...» cominciò, poi si voltò dall'altra parte.
«Che cosa?»
«Niente» disse lei. «Sarà meglio che ci muoviamo.»
Quando uscimmo nel corridoio c'era un silenzio assoluto. Eravamo già a metà strada verso l'ascensore quando mi ricordai di Phil e Marge. Lo dissi a Ruth.
«Non possiamo aspettare» obiettò lei. «Fra poco farà giorno.»
«Vado solo a vedere se sono svegli» spiegai.
Lei non disse nulla. Restò accanto alla porta dell'ascensore mentre io tornavo indietro nel corridoio e bussavo piano alla porta del loro appartamento. Non vi fu risposta. Diedi un'occhiata in corridoio.
Ruth non c'era più.
Sentii il cuore che batteva un colpo a vuoto. Anche se ero sicuro che non c'era nessun pericolo in cantina, la cosa mi spaventava lo stesso. «Ruth» la chiamai a bassa voce, e mi diressi verso le scale.
«Aspetta un secondo!» Era la voce di Phil che mi chiamava forte da dietro la porta.
«Non posso!» gridai di rimando, mentre mi precipitavo giù per le scale.
Giunto in cantina vidi la porta aperta dell'ascensore e la luce che proveniva dall'interno. Era vuoto.
Cercai intorno un interruttore della luce ma non ne trovai. Cominciai ad avanzare lungo lo stretto passaggio il più velocemente possibile.
«Tesoro!» bisbigliai con forza. «Ruth, dove sei?»
La trovai in piedi accanto a una porta nella parete. Era aperta.
«E adesso piantala di comportarti come se fossi pazza» mi disse con voce gelida.
Rimasi a bocca aperta e sentii una mano premuta sulla guancia. Era la mia. Aveva ragione. C'erano delle scale. E in basso era illuminato. Sentivo dei rumori. Ticchettii metallici e strani ronzii.
La presi per mano. «Scusami» dissi. «Scusami.»
La sua mano si contrasse nella mia. «D'accordo» disse. «Adesso non ha più importanza. C'è qualcosa di sospetto in tutto questo.»
Annuii, poi dissi: «Già» quando mi resi conto che al buio non poteva vedere il mio cenno del capo.
«Scendiamo» disse.
«Non mi sembra una buona cosa» risposi.
«Dobbiamo sapere» affermò lei, come se l'intero problema fosse stato assegnato a noi.
«Ma laggiù ci sarà qualcuno» obiettai.
«Daremo solo un'occhiata» disse lei.
Mi tirò la mano. E probabilmente mi vergognavo troppo di me stesso per pensare di opporre resistenza. Cominciammo a scendere. Poi mi colpì un'idea improvvisa: se Ruth aveva visto giusto su quella porta, allora aveva visto giusto anche sul portiere, e in tal caso lui doveva avere davvero...
Provai un senso di distacco dalla realtà. Settima Strada Est, dissi di nuovo a me stesso. Un condominio sulla Settima Strada Est. È tutto reale.
Ma non riuscivo proprio a convincermene.
Giunti in fondo ci fermammo. E rimasi lì a guardare. Macchine, sul serio. Macchine fantastiche. E mentre le guardavo capii che razza di macchine fossero. Anch'io avevo letto qualcosa di scientifico, in materia.
Provai un giramento di testa. Non ci si adatta facilmente a una cosa del genere. Essere proiettato all'improvviso da un appartamento normale a quel... quel magazzino di energia. Ne rimasi colpito.
Non so per quanto tempo restammo lì. Ma tutto a un tratto mi resi conto che dovevamo andarcene, riferire tutto.
«Andiamo» dissi. Ci avviammo su per i gradini, mentre anche la mia mente lavorava come una macchina. Produceva idee in modo rapido e convulso. Tutte idee strampalate... tutte accettabili, anche la più incredibile.
Mentre percorrevamo il corridoio della cantina vedemmo il portiere che veniva verso di noi.
Era ancora buio, anche alla luce fioca del primo mattino. Afferrai Ruth e indietreggiammo fino a nasconderci dietro un pilastro. Restammo lì col fiato sospeso, ascoltando il calpestio sordo dei suoi passi mentre si avvicinava.
Ci superò. Aveva in mano una torcia, ma non proiettava il raggio di luce intorno a sé. Si diresse senza esitare verso la porta aperta.
Poi avvenne.
Mentre passava davanti alla lama di luce della porta aperta si fermò. Aveva la testa voltata, rivolta verso la scala.
Ma ci stava guardando.
Bastò a farmi esalare quel poco fiato che mi era rimasto. Rimasi lì a fissare quell'occhio che si apriva sulla sua nuca. E anche se non aveva intorno una faccia, in quel dannato occhio c'era l'espressione di un sorriso. Un sorriso crudele, sicuro di sé, spaventoso. Ci vide e ne fu divertito, ma non si curò affatto di noi.
Oltrepassò la soglia e la porta si richiuse rumorosamente dietro di lui, mentre la parete di mattoni scivolava e ce la nascondeva alla vista.
Restammo lì, scossi da un tremito.
«L'hai visto» disse alla fine Ruth.
«Sì.»
«Sa che abbiamo visto le macchine» disse lei. «Eppure non ha fatto niente.»
Stavamo ancora parlando quando l'ascensore salì.
«Magari non c'è niente di veramente strano» dissi. «Può darsi...»
Mi interruppi, ricordando quei macchinari. Sapevo che cos'erano.
«Che dobbiamo fare?» mi domandò Ruth. Io la guardai. Era spaventata a morte. Le misi un braccio sulla spalla, ma ero molto spaventato anch'io.
«Faremo meglio a lasciare questo posto» dissi. «Al più presto.»
«Ma non abbiamo preparato nessun bagaglio» obiettò lei.
«Li faremo» dissi. «Ce ne andiamo prima che faccia giorno. Non credo che possano...»
«Possano?»
Mi chiesi perché mi fossi espresso così. Possano. Comunque doveva trattarsi di più persone. Il portiere non poteva avere fabbricato da solo tutte quelle macchine.
Probabilmente era stato il terzo occhio a confermare le mie teorie. E quando ci fermammo da Phil e Marge, e loro ci chiesero che cosa fosse successo, gli dissi quello che pensavo. Non credo che Ruth ne restasse troppo sorpresa. Senza dubbio era arrivata anche lei alla stessa conclusione.
«Io credo che l'intero palazzo sia un'astronave» dissi.
Tutti mi guardarono allibiti. Phil accennò un sorriso, ma si fermò quando capì che non stavo scherzando.
«Che cosa?» chiese Marge.
«Lo so che sembra assurdo» dissi, cominciando a esprimermi come mia moglie più ancora di quanto non lo facesse lei «ma quelli sono motori di razzi. Non capisco come diavolo li abbiano portati fin qui, ma...» scrollai le spalle, incapace di comprendere «ma posso affermare con certezza che sono motori per razzi.»
«Questo non equivale a dire che è... un'astronave?» concluse fiaccamente Phil, passando a metà frase da un tono affermativo a uno interrogativo.
«Sì» rispose Ruth.
Fui scosso da un brivido. Questo metteva la parola fine a tutta la faccenda. Ultimamente aveva avuto ragione fin troppo spesso.
«Ma...» Marge alzò le spalle. «Che significa tutto questo?»
Ruth ci guardò. «Io lo so» disse.
«Che cosa, amore?» le chiesi, timoroso di farlo.
«Quel portiere» rispose lei. «Non è un uomo, lo sappiamo tutti. Quel terzo occhio fa di lui un...»
«Vuoi dire che quel tipo ha tre occhi?» chiese incredulo Phil.
Annuii. «Ha tre occhi. L'ho visto io.»
«Oh mio Dio» esclamò lui.
«Ma non è un uomo» ripeté Ruth. «Umanoide, sì, ma non un terrestre. Anzi, potrebbe essere esattamente come ci appare... a parte l'occhio, ma potrebbe anche essere completamente diverso, al punto da avere dovuto cambiare il suo aspetto. E avere aggiunto quel terzo occhio per tenerci sotto controllo quando meno ce lo aspettiamo.»
Phil si passò una mano tremante fra i capelli.
«Tutto questo è folle» disse.
Si accasciò su una sedia, e lo stesso fecero le due donne. Io no. Mi sentivo a disagio a perdere tutto quel tempo. Ero convinto che avremmo dovuto fare i bagagli e filarcela al più presto. Invece loro tre non si sentivano in pericolo immediato. Alla fine decisi che non c'era niente di male ad aspettare fino al mattino. Poi avrei raccontato tutto a Johnson, o a qualcun altro. Adesso non poteva succederci niente.
«Tutto questo è folle» ripeté Phil.
«Ho visto quelle macchine» gli dissi. «Ci sono davvero. Su questo non c'è alcun dubbio.»
«Statemi a sentire» disse Ruth. «Probabilmente sono degli extraterrestri.»
«Ma di che stai parlando?» le domandò Marge in tono irritato. Mi resi conto che era spaventata a morte.
«Tesoro,» intervenni poco convinto «hai letto un bel po' di quelle orribili riviste di fantascienza.»
Lei strinse le labbra. «Non ricominciare» disse. «Quando avevo dei sospetti su questo palazzo hai pensato che fossi matta. E lo hai pensato anche quando ti ho detto di avere visto quelle macchine. L'hai pensato ancora quando ti ho detto che il portiere aveva tre occhi. Be', avevo ragione tutte e tre le volte. Adesso dammi un po' più di fiducia.»
Rimasi zitto, e lei proseguì.
«Ammettiamo che vengano da un altro pianeta» riformulò la frase a beneficio di Marge. «Potrebbero avere bisogno di alcuni terrestri per un esperimento. Per osservarli» si corresse subito, non so a beneficio di chi. L'idea di essere oggetto di un esperimento da parte di portieri con tre occhi provenienti da un altro pianeta non aveva nulla di allettante.
«Quale modo migliore» stava dicendo Ruth «per procurarsi le persone che costruire un razzo a forma di palazzo, affittare gli appartamenti a un prezzo basso e riempirlo rapidamente di gente?»
Ci guardò in faccia senza recedere di un millimetro.
«E poi,» aggiunse «semplicemente aspettare una mattina presto, quando tutti dormono e... addio Terra.»
Mi girava la testa. Era un'idea assurda, ma che potevo dire? Il buonsenso mi aveva indotto a dubitare per tre volte. Non potevo permettermi di farlo anche adesso. Non valeva la pena di correre il rischio. E poi, dentro di me, in qualche modo sentivo che aveva ragione.
«Ma un palazzo intero,» stava dicendo Phil «come possono riuscire a... sollevarlo?»
«Se vengono da un altro pianeta saranno certamente secoli più avanti di noi nel campo dei voli spaziali.»
Phil fece per replicare, ebbe un attimo di esitazione, poi disse: «Ma non assomiglia a un'astronave.»
«Il palazzo potrebbe costituire un involucro attorno all'astronave» dissi io. «E probabilmente è così. Forse la nave vera e propria comprende solo le camere da letto. È tutto quello che gli occorre. È lì che si troverebbero tutti i residenti nelle prime ore del mattino...»
«No» affermò Ruth. «Non riuscirebbero a liberarsi dell'involucro senza attirare troppo l'attenzione.»
Restammo tutti in silenzio, gravati da una densa nuvola di confusione e di paure indefinite. Indefinite poiché non si può dare una forma alla paura quando non si sa nemmeno da che cosa sia provocata.
«Statemi a sentire» disse Ruth.
A queste parole mi sentii rabbrividire. Ebbi voglia di dirle di farla finita con le sue orribili premonizioni. Perché avevano fin troppo senso.
«E se fosse davvero un palazzo?» disse. «Se la nave fosse al di fuori del palazzo?»
«Ma...» Praticamente Marge non capiva più nulla. E se la prendeva proprio per questo. «Non c'è niente al di fuori del palazzo, questo è evidente!»
«Quelli potrebbero essere molto più avanti di noi, in fatto di conoscenze scientifiche» disse Ruth. «Forse sono riusciti a ottenere l'invisibilità della materia.»
Tutti trasalimmo all'unisono, almeno così mi parve. «Tesoro» dissi.
«È possibile?» chiese Ruth con decisione.
Sospirai. «È possibile. Solo possibile.»
Rimanemmo zitti. Poi Ruth disse: «Statemi a sentire.»
«No,» la interruppi «sta' a sentire tu. Io credo che questa storia ci stia prendendo la mano. Però ci sono delle macchine in cantina e il portiere ha tre occhi. Sulla base di ciò penso che faremmo molto bene a filarcela. Adesso.»
Su quello convenimmo tutti.
«Sarà il caso di dirlo agli altri, nel palazzo» aggiunse Ruth. «Non possiamo lasciarli qui.»
«Ci vorrà troppo tempo» obiettò Marge.
«No, dobbiamo farlo» dissi io. «Tu prepara le valige, tesoro. Io penso ad avvisarli.»
Mi avviai verso la porta e afferrai la maniglia.
Che non girò.
Fui travolto da un'ondata di panico. La strinsi e tirai con tutte le forze. Per un attimo, mentre cercavo di tenere a freno la paura, pensai che fosse chiusa dall'interno. Controllai.
Era chiusa dall'esterno.
«Che succede?» chiese Marge con voce tremante. Si poteva sentire l'urlo pronto a uscirle dalla gola.
«Bloccata» dissi.
Marge boccheggiò. Tutti ci guardammo in faccia.
«È vero» disse Ruth, atterrita. «Oh, mio Dio. Allora è tutto vero.»
Mi precipitai alla finestra. Poi la stanza cominciò a vibrare come se fosse in atto un terremoto. I piatti presero a tintinnare e a cadere dalle mensole. Sentimmo una sedia che si capovolgeva in cucina.
«Che succede?» urlò di nuovo Marge. Phil la strinse a sé mentre cominciava a singhiozzare. Ruth corse verso di me e rimanemmo lì, paralizzati, sentendo sotto i piedi il pavimento che fremeva.
«Le macchine!» esclamò Ruth all'improvviso. «Le stanno avviando!»
«Devono scaldarsi!» ipotizzai, ma senza esserne certo. «Facciamo ancora in tempo a scappare!»
Lasciai Ruth e afferrai una sedia. Non so perché, ma ero sicuro che anche le finestre fossero state bloccate automaticamente.
Scagliai la sedia contro il vetro. Le vibrazioni aumentavano d'intensità.
«Svelti!» gridai al di sopra del frastuono. «Verso la scala antincendio. Forse ce la facciamo!»
Sollecitati dal panico e dalla paura, Marge e Phil attraversarono di corsa il pavimento che tremava. Praticamente li sospinsi fuori dalla finestra, attraverso lo squarcio nel vetro. Marge si strappò la gonna, Ruth si ferì alle dita. Io passai per ultimo, infilandomi una scheggia nella coscia. Ero così sconvolto che non me ne accorsi nemmeno.
Continuai a sospingerli mentre mi precipitavo lungo i gradini della scala antincendio. Il tacco di una pantofola di Marge s'incastrò fra due grate e si staccò. La pantofola le scivolò dal piede. Lei perse l'equilibrio, per poco non cadde lungo i gradini di metallo arancione. Era pallidissima, e il suo viso stravolto tradiva tutta la sua paura. Ruth ciabattava rumorosamente con i suoi mocassini subito dietro Phil. Per ultimo venivo io, che continuavo a incalzarli freneticamente.
Vedemmo altra gente affacciata. Sentimmo il rumore di finestre rotte, in alto e in basso. Una coppia di anziani uscì di corsa dalla finestra e si mise a scendere, bloccandoci la strada.
«State attenti!» gli gridò Marge infuriata.
I due vecchi si girarono e le rivolsero un'occhiata impaurita.
Ruth si voltò verso di me, con il volto senza più colore. «Ci sei?» mi chiese affannata, con la voce che le tremava.
«Arrivo» dissi ansimante. Avevo la sensazione che da un momento all'altro sarei crollato sui gradini, che sembravano interminabili.
In fondo c'era una scaletta. Vedemmo la donna anziana lasciarsi cadere con un tonfo assordante, e poi lanciare un grido di dolore quando le cedette una caviglia. Suo marito si chinò per aiutarla a rialzarsi. Adesso il palazzo vibrava in modo molto più accentuato. Vedemmo nuvolette di polvere che uscivano dagli interstizi fra un mattone e l'altro.
La mia voce si unì alla folla, che urlava all'unisono una sola parola: «Presto!»
Vidi Phil che si lasciava cadere giù. Per poco non andò a travolgere Marge, che singhiozzava disperata. Mentre lui atterrava la sentii esclamare, con una voce quasi inarticolata: «Oh, grazie a Dio!», poi entrambi si misero a correre lungo il vicolo. Phil si girò a guardarci, ma Marge lo tirò via.
«Lascia che vada io per primo!» dissi subito con decisione. Ruth si scansò e io mi appesi alla scala, dondolando, poi mi lasciai cadere, sentendo una fitta alla pianta dei piedi e un leggero dolore alle caviglie. Guardai su, protendendo le braccia per prendere Ruth.
Un uomo alle sue spalle stava cercando di spostarla, in modo da poter saltare giù prima di lei.
«Attenta!» gridai come un animale infuriato, improvvisamente incattivito dalla paura e dalla preoccupazione. Se avessi avuto una pistola gli avrei sparato.
Ruth lasciò che l'uomo si calasse. Quello si rimise faticosamente in piedi, ansimando, e corse via lungo il vicolo. Il palazzo tremava e oscillava sempre di più. Adesso l'aria era satura del rombo dei motori.
«Ruth!» urlai.
Lei si lasciò cadere e io l'afferrai al volo. Recuperammo l'equilibrio e ci avviammo di corsa lungo il vicolo. Respiravo a fatica, e avevo un forte dolore al fianco.
Mentre sbucavamo sulla strada vedemmo Johnson che si dava da fare per raggruppare la folla di persone sparpagliate.
«Di qua!» gridava. «Restate calmi!»
Corremmo verso di lui. «Johnson!» dissi. «L'astronave, sta per...»
«Astronave?» ripeté lui, incredulo.
«La casa! È un'astronave! Sta per...» Il terreno fu scosso da un forte tremito.
Johnson si voltò per afferrare qualcuno che gli passava vicino di corsa. Io trattenni il fiato e Ruth boccheggiò, portandosi le mani al viso.
Johnson ci stava ancora guardando; con il terzo occhio. Quello che aveva un sorriso dentro.
«No» disse Ruth, con voce scossa dal tremito. «No.»
Poi il cielo, che si stava schiarendo, divenne buio. La mia testa cominciò a girarsi di scatto a destra e a sinistra. Le donne, terrorizzate, urlavano a pieni polmoni.
Guardai in tutte le direzioni.
C'erano delle pareti solide che stavano oscurando il cielo.
«Oh mio Dio» esclamò Ruth. «Non possiamo scappare. È l'intero isolato.»
Poi i razzi si accesero.