bambina smarrita (it)
Le grida di Tina mi svegliarono all'improvviso. Era buio pesto, nel cuore della notte. Sentii Ruth accanto a me muoversi nel letto. In salotto Tina riprese fiato, poi ricominciò, più forte.
«Oddio» farfugliai, intontito.
Ruth grugnì e cominciò a tirar via le coperte.
«Ci penso io» dissi stancamente, e lei tornò ad abbracciare il cuscino. Quando Tina non dorme di notte facciamo a turno; se per esempio è raffreddata, o ha mal di pancia o scivola semplicemente dal letto.
Tirai fuori le gambe dalle coperte. Poi strisciai fino in fondo al letto e posai i piedi a terra. Trasalii quando toccai il legno gelido del parquet. In casa faceva freddo, come capita anche in California nelle notti d'inverno.
Attraversai a piedi nudi il pavimento gelato, facendomi strada fra il cassettone, il comò, la libreria in corridoio e poi lo spigolo del televisore, ed entrai in salotto. Tina dorme lì perché possiamo permetterci solo un monolocale. Dorme su un divano che si trasforma in un letto. Proprio in quel momento cominciò a piangere più forte e a chiamare la mamma.
«Va tutto bene, Tina. Ci pensa papà» le dissi.
Lei continuò a piangere. Fuori, sul balcone, sentii il nostro collie Mack che saltava dalla brandina sulla sedia da campeggio.
Mi chinai nel buio sopra il letto. Sentii che le coperte erano piatte. Feci un passo indietro e cercai di guardare in giro per la stanza, ma di lei non c'era traccia.
«Oh, mio Dio,» dissi fra me, ridacchiando malgrado l'irritazione «la poverina è andata a finire sotto il letto.»
Mi inginocchiai e controllai, sorridendo all'idea della piccola Tina che cadeva dal letto e annaspava sotto il divano.
«Tina, dove sei?» dissi, sforzandomi di non ridere.
Il suo pianto divenne più forte, ma non riuscii a trovarla sotto il divano. Era troppo buio per vederci bene.
«Ehi, dove sei, piccolina?» la chiamai. «Vieni da papà.»
Tastai a casaccio sotto la credenza, come se cercassi il bottone di una camicia. La sentivo ancora piangere e chiamare sua madre, con insistenza.
A questo punto cominciai a sentirmi un po' sconcertato. Per quando allungassi il braccio non riuscivo a raggiungerla.
«Andiamo, Tina» dissi, per niente divertito. «Smettila di giocare con il tuo vecchio papà.»
Lei pianse più forte. La mia mano allungata al massimo toccò il muro freddo.
«Papà!» urlò Tina.
«Ma per...!»
Mi rialzai, corsi irritato lungo il tappeto. Accesi la lampada vicina al giradischi e mi voltai per cercarla. Rimasi come paralizzato, inchiodato lì, ancora mezzo addormentato, senza poter dire una parola, fissando il divano a bocca spalancata mentre un sudore freddo cominciava a bagnarmi la schiena.
Poi mi inginocchiai accanto al divano e cominciai a controllare freneticamente da tutte le parti, mentre qualcosa mi stringeva sempre più la gola. La sentivo piangere sotto il divano, ma non riuscivo a vederla.
Cominciai a provare una sensazione d'indolenzimento ai muscoli dello stomaco mentre pian piano la realtà mi si veniva chiarendo. Feci scorrere le mani come un pazzo sotto il letto, ma senza riuscire a toccare nulla. La sentivo piangere e lei, perdio, non c'era.
«Ruth!» gridai. «Vieni qui!»
Sentii Ruth trattenere il fiato sul letto, poi un frusciare di lenzuola e coperte e il suono dei suoi passi sul pavimento della stanza. Vidi con la coda dell'occhio lo svolazzare della sua camicia da notte azzurra.
«Che c'è?» disse ansimando.
Mi raddrizzai, quasi incapace di respirare, e tantomeno di parlare. Cominciai a dire qualcosa ma le parole mi si strozzarono in gola. Rimasi a bocca aperta e fui solo capace di indicare il divano con un dito tremante.
«Dov'è?» urlò Ruth.
«Non lo so!» riuscii finalmente a dire. «È...»
«Cosa?»
Ruth si gettò in ginocchio vicino al divano e cominciò a cercare.
«Tina!» chiamò.
«Mamma.»
Ruth si rialzò, livida in volto, guardandomi con occhi inorriditi. Improvvisamente sentii Mack che grattava freneticamente alla porta.
«Dov'è?» chiese di nuovo Ruth, con voce piatta.
«Non lo so» risposi, sentendomi come imbambolato. «Ho acceso la luce e...»
«Ma sta piangendo» disse Ruth, come se provasse la mia stessa incredulità per quanto vedeva. «Io... Chris, ascolta.»
La voce di nostra figlia che piangeva e singhiozzava, terrorizzata.
«Tina!» chiamai forte, stupidamente. «Dove sei, angelo?»
Lei continuò a piangere. «Mamma!» disse. «Mamma, vieni a prendermi!»
«No, no, tutto questo è assurdo» disse Ruth con voce innaturale mentre si rialzava. «È in cucina.»
«Ma...»
Rimasi lì come un idiota mentre Ruth accendeva la luce della cucina ed entrava. Il suono della sua voce straziata mi fece rabbrividire.
«Cristo! Non è nemmeno qui!»
Uscì di corsa, con gli occhi sbarrati dalla paura, mordendosi le labbra.
«Ma, dove è...?» cominciò a dire, poi si interruppe.
Perché tutti e due sentimmo Tina piangere, e quel pianto proveniva da sotto il divano.
Ma sotto il divano non c'era niente.
Ruth non riusciva ancora ad accettare quella verità incredibile. Aprì l'armadio e ci guardò dentro. Controllò dietro il televisore, addirittura dietro il giradischi, uno spazio di forse cinque centimetri.
«Amore, aiutami» mi implorò. «Non possiamo lasciarla così.»
Non mi mossi.
«Tesoro, è sotto il divano» dissi.
«No, non c'è!»
Ancora una volta, in quello che stava diventando incubo assurdo, tornai a inginocchiarmi sul pavimento, ad allungare la mano, a infilarmi sotto il divano. Toccai ogni centimetro di spazio, ma non lei, anche se la sentivo piangere... proprio vicino all'orecchio.
Mi rialzai, rabbrividendo per il freddo e per qualcos'altro. Ruth stava in piedi in mezzo al tappeto e mi guardava. Mi parlò con voce debole, quasi inaudibile.
«Chris» mi disse. «Chris, che succede?»
Scossi la testa. «Tesoro, non lo so» risposi. «Non so cosa succede.»
All'esterno Mack cominciò a mugolare mentre grattava. Ruth diede un'occhiata alla porta del balcone, pallida e stravolta in viso. Adesso tremava, nella sua camicia da notte leggera, mentre spostava di nuovo lo sguardo sul divano. Io ero lì, del tutto impotente, mentre il mio cervello elaborava in tutta fretta almeno una dozzina di spiegazioni diverse, nessuna delle quali risolutiva, e nemmeno plausibile.
«Che dobbiamo fare?» mi chiese lei, sul punto di liberare un urlo che ormai sentivo imminente.
«Cara, io...»
Mi bloccai a metà ed entrambi ci avvicinammo al divano.
Adesso il pianto di Tina era diventato più debole.
«Oh no» piagnucolò Ruth. «No. Tina.»
«Mamma» disse Tina, sempre più lontana. Sentivo i brividi di freddo che mi laceravano la carne.
«Tina, torna qui!» mi sentii urlare, come un padre che sgridi la figlia disobbediente, ma senza vederla.
«TINA!» urlò anche Ruth.
Poi nell'appartamento scese un silenzio di tomba. Ruth e io ci inginocchiammo accanto al divano, frugando il vuoto che c'era sotto. Ascoltando.
Il respiro di nostra figlia che russava tranquilla.
«Bill, puoi venire subito?» dissi in tono concitato.
«Cosa?» La voce di Bill era impastata di sonno.
«Bill, sono Chris. Tina è scomparsa!»
Si svegliò.
«È stata rapita?» chiese.
«No» risposi. «È qui, ma... non è qui.»
Bill emise un suono incomprensibile; ne approfittai per prendere fiato.
«Bill, per l'amor di Dio, vieni qui subito!»
Una pausa.
«Arrivo immediatamente» disse. Intuii dal tono della voce che non aveva capito niente del motivo per cui doveva venire.
Lasciai cadere il ricevitore e tornai da Ruth che se ne stava seduta sul divano, tremando come una foglia, con le mani strette in grembo.
«Tesoro, mettiti la vestaglia» le dissi «o ti prenderai un raffreddore.»
«Chris, io...» Le lacrime le rigavano le guance. «Chris, dov'è?»
«Tesoro...»
Fu tutto quello che riuscii a dire, impotente, senza convinzione. Andai in camera da letto a prenderle la vestaglia. Mentre tornavo andai a sbattere contro il radiatore a parete.
«Ecco» dissi, mettendole la vestaglia sulle spalle. «Infilatela.»
Lei infilò le braccia nelle maniche, mentre con gli occhi mi supplicava di fare qualcosa. Sapendo benissimo che non potevo, mi chiedeva di riportarle la sua bambina.
Mi inginocchiai di nuovo, tanto per non restare con le mani in mano. Sapevo che era perfettamente inutile. Rimasi a lungo accucciato a fissare il pavimento sotto il divano. Completamente al buio.
«Chris, lei... lei dorme per terra» disse Ruth, con le parole che uscivano a fatica dalle sue labbra senza più colore. «Non sentirà freddo?»
«Io...»
Non mi venne fuori altro. Che potevo dirle? No, non è per terra. Come facevo a saperlo? Sentivo Tina respirare e russare sommessamente sul pavimento, ma non potevo né vederla né toccarla. Era sparita ma non era sparita. La mia mente faceva i salti mortali per cercare di razionalizzare quel concetto. Per cercare di adattarsi in qualche modo a quella situazione incomprensibile. C'era da perdere il senno.
«Tesoro, è... non è lì» dissi. «Voglio dire... non è sul pavimento.»
«Ma...»
«Lo so, lo so...» Alzai le mani e mi strinsi nelle spalle, sconfitto. «Non credo che senta freddo, amore» aggiunsi, nel modo più dolce e persuasivo che mi fu possibile.
Lei cominciò a dire qualcosa, ma s'interruppe subito. Non c'era niente da dire. Mancavano le parole.
Sedemmo nella stanza silenziosa in attesa che arrivasse Bill. Gli avevo telefonato perché è un ingegnere del Cal Tech, uno dei responsabili della Lockheed nella valle. Non so perché mi sia venuto in mente che poteva aiutarci, ma l'ho chiamato. Probabilmente avrei chiamato chiunque, tanto per avere qualcuno che ci desse una mano. Quando sono in pena per i loro figli, i genitori diventano davvero degli esseri inutili.
Prima che arrivasse Bill, Ruth si inginocchiò di nuovo accanto al divano e cominciò a tastare con le mani sul pavimento.
«Tina, svegliati!» gridò, colta da un'altra ondata di terrore. «Svegliati!»
«Tesoro, a che serve?» le chiesi.
Lei mi guardò con occhi senza espressione e capì che non serviva a niente.
Sentii Bill sui gradini e arrivai alla porta prima che lui suonasse. Entrò in silenzio, si guardò intorno e salutò Ruth con un breve sorriso. Gli presi il cappotto. Sotto aveva ancora il pigiama.
«Che succede, ragazzo mio?» si affrettò a chiedermi.
Gli raccontati tutto, nel modo più rapido e chiaro che mi fu possibile. Lui si mise in ginocchio e controllò a sua volta. Tastò dappertutto sotto il divano e quando sentì il respiro calmo e regolare di Tina vidi che aggrottava la fronte.
Si rimise in piedi.
«Allora?» gli chiesi.
Lui scosse la testa. «Mio Dio» mormorò.
Lo guardammo entrambi. All'esterno Mack continuava a graffiare la porta e a uggiolare.
«Dov'è?» chiese di nuovo Ruth. «Bill, sto per impazzire.»
«Non ti agitare» disse lui. Io mi avvicinai a Ruth e l'abbracciai. Tremava tutta.
«Si sente respirare» disse Bill. «È un respiro normale. Significa che sta bene.»
«Ma dov'è?» gli domandai. «Non riusciamo a vederla, nemmeno a toccarla.»
«Non lo so» rispose Bill, e tornò a inginocchiarsi.
«Chris, è meglio se fai entrare Mack» disse Ruth, preoccupandosi per un momento del cane. «Altrimenti sveglierà tutti i vicini.»
«D'accordo, lo faccio entrare» dissi, e continuai a osservare Bill.
«Sarà il caso di chiamare la polizia?» gli chiesi. «Tu pensi...»
«No, no, sarebbe inutile» disse lui. «Qui non si tratta...» Scosse la testa, quasi volesse scrollarsi di dosso tutto ciò che aveva accettato fino a quel momento. «Non è un caso da polizia» concluse.
«Chris, sveglierà tutti...»
Mi diressi verso la porta finestra per fare entrare Mack.
«Aspetta un momento» disse Bill e io mi girai di scatto, con il cuore che aveva ripreso a battermi forte.
Bill era per metà sotto il divano, intento ad ascoltare.
«Bill, che cosa...?» cominciai.
«Shhh!»
Restammo entrambi in silenzio. Bill restò per qualche altro secondo accucciato a terra, poi si alzò, con un'espressione vuota sul volto.
«Non riesco a sentirla» disse.
«Oh, no!»
Ruth si lasciò cadere sul divano.
«Tina! Oddio, ma dov'è?»
Bill stava esaminando la stanza. Lo seguii con lo sguardo, poi vidi Ruth accasciata sul divano, stravolta dal terrore.
«Ascoltate» disse Bill. «Voi sentite niente?»
Ruth alzò gli occhi. «Sentire... cosa?»
«Muovetevi per la stanza» disse Bill. «Vedete se sentite qualcosa.»
Ruth e io ci muovemmo per la stanza come robot, senza avere la minima idea di quello che facevamo. Non c'era un rumore, a parte Mack che continuava a grattare la porta e a guaire. Digrignai i denti e borbottai un: «Zitto!» mentre passavo accanto alla porta del balcone. Per un secondo mi attraversò il cervello la vaga idea che Mack sapesse qualcosa di Tina. Le aveva sempre voluto un gran bene.
Poi Bill andò nell'angolo dove c'era l'armadio, si mise in punta di piedi e tese le orecchie. Si accorse che lo guardavamo e ci indicò a gesti di avvicinarci. Attraversammo velocemente il tappeto e fummo accanto a lui.
«Ascoltate» disse in un sussurro. Ascoltammo.
All'inizio non sentimmo nulla, poi Ruth boccheggiò, e nessuno dei due riuscì a liberare il fiato.
Nell'angolo in alto, dove il soffitto incontrava le pareti, sentimmo Tina che dormiva tranquillamente.
Ruth alzò gli occhi, pallida come un cencio, completamente perduta.
«Bill, ma che...» dissi, senza riuscire a finire la domanda.
Bill si limitò a scuotere lentamente la testa. Poi all'improvviso alzò la mano e tutti restammo immobili, di nuovo con il cuore in gola.
Il suono non c'era più.
Ruth cominciò a singhiozzare disperata. «Tina.»
Si allontanò dall'angolo.
«Dobbiamo trovarla» disse fra i singhiozzi. «Vi prego.»
Corremmo per la stanza a casaccio, nel tentativo di sentire di nuovo il suo respiro. La faccia di Ruth, rigata di lacrime, era una maschera di terrore.
Questa volta fui io trovarla.
Sotto il televisore.
Ci inginocchiammo tutti e tendemmo le orecchie. La sentimmo mormorare qualcosa fra sé e sé, e muoversi nel sonno.
«Voglio la mia bambola» farfugliò.
«Tina!»
Strinsi fra le braccia il corpo tremante di Ruth e cercai di calmarla, senza successo. Anch'io mi sentivo la gola stretta, e il cuore che batteva irregolarmente, e non riuscivo a controllarmi. Le accarezzai la schiena con le mani sudate e tremanti.
«Per l'amor del cielo, ma che succede?» chiese Ruth, ma la sua non era una vera domanda.
Bill mi aiutò a portarla fino a una sedia vicino al giradischi. Poi rimase a tormentarsi sul tappeto, mordendosi furiosamente le nocche, come lo avevo visto fare quando era alle prese con un problema di difficile soluzione.
Guardò su, fece per dire qualcosa, poi tacque e si girò verso la porta.
«Faccio entrare il cane» disse. «Sta facendo un rumore d'inferno.»
«Non hai idea di cosa può esserle accaduto?» gli chiesi.
«Bill...?» si aggiunse Ruth, con voce implorante.
«Credo che si trovi in un'altra dimensione» disse Bill, e aprì la porta.
Quello che successe dopo fu così rapido che non potemmo fare nulla per evitarlo.
Mack si precipitò come una furia, uggiolando, e puntò dritto verso il divano.
«Lui sa!» strillò Bill e si lanciò dietro il cane.
Poi avvenne la parte più incredibile. Un attimo prima Mack scivolava sotto il divano in un turbine di orecchie, artigli e coda. L'attimo dopo era sparito... sparito, proprio così. Scomparso, cancellato dall'esistenza. Restammo tutti a tre a bocca spalancata.
Poi sentii Bill che diceva: «Sì. Sì.»
«Sì cosa?» In quel momento non sapevo nemmeno dove mi trovavo.
«La bambina è in un'altra dimensione.»
«Ma di che stai parlando?» dissi in un tono angosciato, quasi adirato. Non capita spesso di sentire discorsi del genere.
«Siediti» mi disse.
«Sedermi? Ma non c'è niente che possiamo fare?»
Bill rivolse un'occhiata frettolosa a Ruth. Lei sembrava sapere quello che avrebbe detto.
«Non lo so se c'è qualcosa» fu quanto disse.
Mi accasciai sul divano.
«Bill» dissi. Pronunciai il suo nome, e basta.
Lui gesticolò, sconfortato.
«Ragazzo mio» rispose. «Tutto questo mi coglie impreparato quanto te. Non so nemmeno se ho ragione o no, ma non mi viene in mente nient'altro. Credo che in qualche modo sia andata a finire in un'altra dimensione, probabilmente la quarta. Mack, che può fiutarla, l'ha seguita là dentro. Ma come ci sono finiti... questo non lo so. Ho guardato sotto il divano, come voi. Avete visto niente?»
Lo guardai. Sapeva la risposta senza che gliela dessi.
«Un'altra... dimensione?» disse Ruth con voce tesa. La voce di una madre alla quale hanno appena detto che sua figlia è persa per sempre.
Bill cominciò a passeggiare, picchiandosi il pugno sulla mano.
«Dannazione, dannazione» borbottò. «Come può succedere una cosa del genere?»
Poi, mentre ce ne stavamo seduti come istupiditi, ascoltando lui con un orecchio e ogni minimo suono della nostra bambina con l'altro, Bill parlò. Non proprio a noi, in effetti. A se stesso, per tentare di collocare il problema nella giusta prospettiva.
«Uno spazio a una dimensione, una linea» disse, pronunciando le parole in modo concitato. «Uno spazio a due dimensioni, un numero infinito di linee... un numero infinito di spazi a una dimensione. Uno spazio a tre dimensioni, un numero infinito di piani... un numero infinito di spazi a due dimensioni. Ora il fattore base... il fattore base...»
Picchiò ancora il pugno contro il palmo della mano e guardò il soffitto. Poi ricominciò, stavolta più lentamente.
«Ogni punto in ciascuna dimensione è una sezione di una linea nella dimensione successiva. Tutti i punti di una linea sono sezioni delle linee perpendicolari che trasformano la linea in un piano. Tutti i punti di un piano sono sezioni delle linee perpendicolari che trasformano un piano in un solido. Questo significa che nella terza dimensione...»
«Bill, per l'amor del cielo!» sbottò Ruth. «Possiamo fare qualcosa? C'è mia figlia, là dentro.»
Bill aveva perso il filo del ragionamento. Scosse la testa.
«Ruth, io non...»
Allora mi alzai e tornai ad acquattarmi sul pavimento, strisciando sotto il divano. Dovevo trovarla! Cercai, frugai, ascoltai fino a quando il silenzio divenne quasi assordante. Niente.
Mi raddrizzai all'improvviso e sbattei la testa, sentendo Mack che mi abbaiava nell'orecchio.
Bill si precipitò accanto a me, ansimando forte.
«Santo cielo» borbottò quasi irritato. «Di tutti i dannati posti del mondo...»
«Se... se l'entrata è qui,» farfugliai «come mai sentiamo la sua voce e il suo respiro per tutta la stanza?»
«Be', se si è spostata oltre l'effetto della terza dimensione e si trova interamente nella quarta... allora noi possiamo avere la sensazione che si muova dappertutto. Magari si trova in un singolo punto della quarta dimensione, ma a noi...»
Non finì la frase.
Mack stava uggiolando. Ma, cosa più importante, Tina aveva ricominciato a farsi sentire. Proprio vicino alle nostre orecchie.
«L'ha riportata indietro!» esclamò Bill tutto eccitato. «Amico mio, quel cane è in gamba!»
Cominciò a dimenarsi, a cercare, a toccare, a rovistare nell'aria vuota.
«Dobbiamo trovarlo!» disse. «Dobbiamo infilarci lì e tirarli fuori. Dio solo sa quanto durerà questa sacca dimensionale.»
«Cosa?» Sentii Ruth che boccheggiava, e poi scoppiava a piangere. «Tina, dove sei? Sono la tua mamma.»
Stavo per farle notare che era inutile, ma in quel momento Tina rispose.
«Mamma, mamma! Dove sei, mamma?»
Poi i guaiti di Mack e il pianto rabbioso di Tina.
«Sta cercando di spostarsi per trovare Ruth» disse Bill. «Ma Mack non glielo permette. Non so come, ma sembra sapere dove si trova il punto di congiunzione.»
«Ma dove sono, per l'amor del cielo?» sbottai in un impeto di rabbia.
E andai a infilarmi proprio in quel dannato buco.
Finché vivrò non riuscirò mai a descrivere com'era fatto. Ci provo.
Era nero, sì... per me. Eppure sembrava che ci fossero milioni di luci. Ma appena ne guardavo una, quella scompariva. Le vedevo solo con la coda dell'occhio. «Tina,» dissi «dove sei? Rispondimi, ti prego!»
E sentii la mia voce che echeggiava milioni di volte, le parole che si ripetevano all'infinito, senza mai smettere ma spostandosi, come se fossero vive e in movimento. E quando muovevo la mano, quel gesto produceva un suono sibilante che a sua volta dava vita a echi multipli, e si allontanava come uno sciame di insetti che svolazzasse nella notte.
«Tina!»
L'eco della mia voce mi feriva le orecchie.
«Chris, la senti?» mi giunse una voce. Ma era davvero una voce... o forse un pensiero?
Poi qualcosa di umido mi sfiorò una mano e io sobbalzai.
Mack.
Mi mossi freneticamente per toccarli, e ogni movimento generava un ronzio di echi nell'oscurità vibrante, fino a quando mi sembrò di essere circondato da una moltitudine di uccelli che svolazzavano e sbattevano follemente le ali dentro la mia testa. Mi sentivo il cervello gravato da una pressione crescente.
Poi toccai Tina. Dico che la toccai, ma credo che se non fosse stata mia figlia, e se in qualche modo non avessi saputo che era lei, non avrei avuto la sensazione di toccare qualcosa. Non era una forma nel senso che intendiamo noi nella terza dimensione. Ma lasciamo perdere, non voglio addentrarmi in particolari.
«Tina» bisbigliai. «Tina, piccola.»
«Papà, ho paura del buio» disse lei con una vocetta debolissima, e Mack uggiolò.
A quel punto avevo paura del buio anch'io, perché mi era venuta in mente una cosa.
Come sarei riuscito a fare uscire tutti?
Poi tornò il pensiero, quello che veniva da fuori: «Chris, li hai trovati?»
«Li ho trovati» gridai.
E Bill mi afferrò le gambe (che, come venni a sapere in seguito, sporgevano ancora nella terza dimensione) e mi riportò alla realtà con una bambina e un cane fra le braccia, e un ricordo che preferirei non avere.
Uscimmo tutti insieme da sotto il divano; io sbattei anche la testa e per poco non mi misi fuori combattimento da solo. Poi, in successione, venni abbracciato da Ruth, baciato dal cane e aiutato a rimettermi in piedi da Bill. Mack ci saltellava addosso abbaiando e scodinzolando.
Quando mi fui ripreso notai che Bill aveva fissato delle assi di legno tutt'intorno al divano.
«Tanto per non correre rischi» disse.
Annuii debolmente. Ruth tornò dalla camera da letto.
«Dov'è Tina?» le chiesi automaticamente, mentre sgradevoli residui di ricordi mi tormentavano il cervello.
«Nel nostro letto» rispose lei. «Credo che non ci darà fastidio, per una notte.»
Scossi la testa.
«Non credo proprio» dissi.
Poi mi girai verso Bill.
«Senti» gli chiesi. «Che diavolo è successo?»
«Be',» disse lui con una smorfia «te l'ho detto. La terza dimensione è appena un gradino sotto la quarta. In particolare, ogni punto nel nostro spazio è una sezione di una linea perpendicolare rispetto a ogni punto della quarta dimensione. Non sarebbero paralleli... per noi. Ma se un numero sufficiente di questi punti in un'area è parallelo in entrambe le dimensioni... si può in teoria formare un corridoio di collegamento.»
«Intendi dire...»
«È questa la parte più folle» disse lui. «Fra tutti i posti del mondo, proprio qui, sotto il divano, c'è un'area di punti che sono sezioni di linee parallele... parallele in tutte e due le dimensioni. Formano un corridoio che si apre sullo spazio successivo.»
«O un buco» dissi.
Bill sembrava contrariato.
«Tanti bei ragionamenti» disse «ma c'è voluto un cane per tirarla fuori.»
Feci una specie di grugnito.
«È tutto tuo» dissi.
«E chi lo vuole?» ribatté lui.
«Che mi dici del suono?»
«Lo chiedi a me?»
Ecco come sono andate le cose. Naturalmente Bill lo ha raccontato agli amici del Cal Tech, e l'appartamento è stato invaso per un mese da fisici ricercatori. Ma non hanno trovato niente. Hanno detto che quella cosa non c'era più. Qualcuno ha detto di peggio.
Comunque, tanto per stare tranquilli, quando siamo tornati da casa di mia madre dove ci eravamo rifugiati durante l'assedio degli scienziati, abbiamo spostato il divano dalla parte opposta della stanza e al suo posto abbiamo messo il televisore.
Così una sera ci capiterà magari di sentire Arthur Godfrey che ridacchia da un'altra dimensione. Magari appartiene proprio a quella.