creatura (it)
Sospeso nell'oscurità. Un guscio silenzioso di metallo, che luccica debolmente, tenuto in aria dai cavi antigravità. Al di sotto il pianeta ammantato dalla notte, che si allontana dalla luna. Sulla sua faccia in ombra un animale alza gli occhi resi scintillanti dal panico verso il globo fosforescente sospeso sopra la sua testa. Un guizzare di muscoli. La terra dura trema lievemente sotto le zampe in fuga. Ancora silenzio, stormito dal vento, che evoca solitudine. Ore. Ore nere che mutano in grigio, poi in un rosa maculato. La luce del sole si rovescia sul globo metallico, che irradia una luminosità non terrestre.
Fu come infilare la mano in un forno rovente.
«Oh, mio Dio, se scotta!» esclamò lui con una smorfia, aprendo la mano di scatto e richiudendola di nuovo, ma senza riuscire a tenerla ferma, sul volante chiazzato di sudore.
«È solo la tua immaginazione.» Marian se ne stava comodamente abbandonata contro la plastica calda del sedile. Un chilometro e mezzo prima aveva sporto i piedi con tanto di sandali fuori dal finestrino. Teneva gli occhi chiusi, e il respiro le usciva dalla bocca secca in rantoli affannosi. Il vento bollente del deserto le soffiava proprio sulla faccia, scarmigliandole i capelli biondi tagliati corti.
«Non è caldo» disse lei cercando senza riuscirci di trovare una posizione comoda e tirando la cintura troppo corta dei pantaloncini. «Anzi, è fresco. Decisamente fresco.»
«Ah» grugnì Les. Si sporse un poco in avanti e strinse i denti nel sentire la camicia sportiva fradicia di sudore che aderiva allo schienale. «Che razza di tempo per andare in giro in macchina» borbottò poi.
Avevano lasciato Los Angeles tre giorni prima per recarsi a New York, a trovare la famiglia di Marian. Fin dall'inizio c'era stato un clima africano, tre giorni di sole bruciante che li avevano prosciugati di ogni energia.
Il programma che si erano prefissi di rispettare rendeva le cose ancora più difficili. Sulla carta seicento chilometri al giorno non sembravano così tanti, ma trasformati in un viaggio vero e proprio erano qualcosa di disumano. Un viaggio su strade secondarie di terra battuta che sollevavano mulinelli soffocanti di polvere. Un viaggio lungo autostrade piene di buche perennemente in riparazione, con la paura di superare i trenta chilometri l'ora per non rischiare di spaccare un semiasse o di farsi uscire il cervello dal cranio.
Peggio ancora, un viaggio lungo salite la cui pendenza andava dal venti al trenta per cento, con il radiatore che ogni mezzora o giù di lì si metteva a bollire come una pignatta. Poi soste che duravano interminabili minuti sotto la canicola, in attesa che il motore si raffreddasse dopo averci versato acqua fresca dalla tanica, dentro quell'abitacolo che era peggio di un forno acceso.
«Da questa parte sono cotto a puntino» disse Les, senza fiato. «Puoi girarmi, così finisco di cuocermi.»
«Ti sta bene» disse Marion, sottovoce.
«È rimasta un po' d'acqua?»
Marion allungò la mano sinistra e svitò il grosso coperchio del frigo portatile. Frugò nell'interno fresco e tirò fuori il thermos. Lo agitò.
«Vuoto» disse, scuotendo il capo.
«Come la mia testa,» aggiunse lui, in tono disgustato «per avere accettato di farmi questo viaggio fino a New York in pieno agosto.»
«Andiamo, andiamo» disse lei, con fare civettuolo ma non troppo convinto. «Non ti scaldare troppo.»
«Maledizione!» sbottò lui, infuriato. «Ma quand'è che questa fottuta scorciatoia sbuca su quella fottuta autostrada?»
«Maledizione» ripeté lei a mezza bocca, in tono fatuo. «Sempre maledizione.»
Les tacque. Strinse più forte il volante. Autostrada 66, percorso alternativo. Viaggiavano ormai da ore su quel fottuto nastro di terra, una deviazione dall'autostrada chiusa per lavori. Per quanto gli risultava non poteva nemmeno giurare di trovarsi sul percorso alternativo. Nelle ultime due ore aveva incontrato cinque incroci e, tutto preso dalla fretta di abbandonare al più presto il deserto, non aveva fatto troppo caso ai segnali stradali.
«Tesoro, c'è un distributore» disse Marian. «Vediamo se è possibile procurarci un po' d'acqua.»
«E un po' di benzina» aggiunse lui, controllando l'indicatore. «E magari anche qualche indicazione su come tornare all'autostrada.»
«La maledetta autostrada» disse lei.
Un fiacco sorriso si disegnò agli angoli della bocca di Les mentre portava la Ford fuori dalla sede stradale e frenava in mezzo a due pompe di benzina scrostate che spuntavano a fianco di una vecchia baracca malmessa.
«Questo posto ha proprio un'aria allegra» disse lui, con aria rassegnata. «Promette bene, come centro di villeggiatura.»
«Per chi sa apprezzarlo.» Marian tornò a chiudere gli occhi ed emise un profondo sospiro dalla bocca socchiusa.
Nessuno uscì dalla baracca.
«Oh, non dirmi che è abbandonato» disse disgustato Les, mentre si guardava intorno.
Marian abbassò le lunghe gambe. «Non c'è nessuno?» chiese, riaprendo gli occhi.
«Sembra proprio di no.»
Les aprì lo sportello e scese. Appena posò i piedi a terra il suo corpo fu percorso da un fremito involontario, e per poco non gli cedettero le ginocchia. Ebbe la sensazione che qualcuno gli avesse rovesciato sulla testa una montagna di calore.
«Santo Dio!» esclamò, sbattendo le palpebre per riprendersi dalla momentanea cecità che lo aveva lasciato stordito.
«Che succede?»
«Si muore di caldo.» Les passò fra le due pompe arrugginite e si avviò rumorosamente lungo il terreno screpolato e bollente fino alla porta della baracca.
«E non siamo nemmeno a un terzo del viaggio» borbottò cupamente fra sé. Sentì alle sue spalle il rumore dello sportello sbattuto dalla parte di Marian, poi i suoi sandali slacciati che ciabattavano sul terreno.
L'oscurità gli diede un'illusione di fresco solo per un secondo. Poi l'aria umida e soffocante dell'ambiente lo aggredì, e Les fischiò per il disappunto.
Nella baracca non c'era nessuno. Diede un'occhiata a quello spazio ristretto e vide il tavolo con le zampe irregolari e il piano butterato, la sedia senza schienale, il distributore di coca cola coperto di ragnatele, la liste dei prezzi e i calendari alla parete, la tenda consunta sulla piccola finestra, tirata tutta giù, e i raggi di luce brunita che filtravano fra i tanti strappi.
Il pavimento di legno scricchiolò mentre Les tornava indietro e riemergeva alla luce del sole.
«Nessuno?» gli chiese Marian, e lui scosse la testa. Si fissarono per un momento con l'aria imbambolata mentre Marian si tamponava la fronte con un fazzoletto bagnato.
Fu allora che sentirono il rumore sferragliante di una macchina provenire dal viottolo pieno di buche che si diramava dalla strada puntando verso il deserto. Girarono intorno alla capanna e videro un vecchio furgoncino con un rudimentale rimorchio che si avvicinava alla stazione di servizio saltellando rumorosamente. Lontanissima, in fondo alla strada, si distingueva la sagoma piatta della casa da cui proveniva.
«Arrivano i nostri» disse Marian. «Speriamo che abbia l'acqua.»
Quando il furgone si fermò lamentosamente accanto alla baracca, videro il volto pesantemente abbronzato dell'uomo dietro il volante. Doveva essere sulla trentina, un tipo dall'aria burbera con una T-shirt sotto una tuta azzurra stinta e macchiata. Da sotto la falda del suo cappello Stetson unto di grasso sporgeva un ciuffo di capelli lisci.
Non fu un sorriso quello che rivolse loro quando scese dal furgone. Fu più che altro un'increspatura involontaria della bocca sottile e spenta. Si avvicinò a passi scattanti, da cowboy, e i suoi occhi neri si posarono in successione su Les e su Marian.
«Deve fare rifornimento?» chiese a Les con una voce roca, tutta di gola.
«Gliene sarei grato.»
L'uomo continuò a fissare Les per qualche secondo, come se non avesse capito. Poi bofonchiò qualcosa e puntò verso la Ford, infilando la mano nella tasca posteriore della tuta per prendere la chiave della pompa. Mentre passava davanti al paraurti anteriore diede una sbirciata alla targa.
Rimase per un attimo a guardare stupidamente il tappo del serbatoio, mentre le sue mani callose cercavano invano di svitarlo.
«È chiuso a chiave» disse Les, correndo verso di lui con le chiavi in mano. L'uomo le prese senza dire una parola e svitò il tappo, che appoggiò sopra il portabagagli.
«Super?» chiese l'uomo, alzando gli occhi da sotto la tesa ombrosa del cappello.
«Sì, la prego» rispose Les.
«Quanta?»
«Può fare il pieno.»
Il cofano era caldissimo. Les ritrasse di scatto la mano, imprecando. Prese il fazzoletto, se lo avvolse attorno alla mano e sollevò il cofano. Quando svitò il tappo del radiatore, l'acqua bollente schizzò fuori schiumando e ricadde in una nuvola di vapore sul terreno bruciato.
«Oh, bene» borbottò fra sé.
L'acqua che usciva dal tubo di gomma era quasi altrettanto calda. Marian accorse e si bagnò il dito nel fiotto lento, mentre Les teneva il tubo sopra il radiatore.
«Oh... accidenti» disse lei, delusa, e diede un'occhiata all'uomo in tuta. «Non avete dell'acqua fresca?» gli chiese.
L'uomo rimase a testa bassa, con la bocca chiusa a formare una linea sottile, piegata verso il basso.
«Un fulmine di guerra, il nostro amico» sussurrò Marian a Les, poi si avvicinò per farsi sentire.
«Mi scusi» disse.
L'uomo sollevò la testa di scatto, come colto di sorpresa, con gli occhi neri che sembravano carboni ardenti. «Prego?» si affettò a rispondere.
«Potrebbe procurarci dell'acqua fresca?»
La gola rugosa dell'uomo andò su e giù. «Non qui, signora,» disse «ma...»
S'interruppe, e la fissò con occhi vacui.
«Voi... voi venite dalla California, vero?» domandò.
«Esatto.»
«E... dove siete diretti?»
«New York» rispose Marian con impazienza. «Ma dove possiamo trovare...»
L'uomo corrugò le sopracciglia scolorite. «New York» ripeté. «Bello lontano...»
«Dove possiamo trovare l'acqua?» insisté Marian.
«Ecco,» disse l'altro, piegando le labbra in un accenno di sorriso «qui non ce n'è, ma se venite fino a casa mia, mia moglie ve ne procurerà un po'.»
«Oh» fece Marian, stringendosi appena nelle spalle. «Va bene.»
«Mentre mia moglie vi procura l'acqua potete dare un'occhiata al mio zoo» propose l'uomo, poi si inginocchiò e avvicinò l'orecchio al parafango per sentire se il serbatoio era pieno.
«Dobbiamo andare a casa sua per avere l'acqua» disse Marian a Les mentre lui svitava uno dei tappetti della batteria.
«Ah, sì? D'accordo.»
L'uomo spense la pompa e riavvitò il tappo.
«New York, eh?» disse, guardandoli. Marian fece un sorriso di circostanza e annuì.
Quando Les ebbe richiuso il cofano, salirono in macchina e seguirono il furgoncino diretto verso la casa del benzinaio.
«Ha uno zoo» disse Marian, in tono inespressivo.
«Sai che divertimento» commentò Les mentre mollava la frizione e la macchina si avviava lungo la stradina che scendeva dalla stazione di servizio.
«Mi fanno una rabbia» disse Marian.
Da quando avevano lasciato Los Angeles avevano visto decine di quegli zoo. In genere erano collocati nei pressi dei distributori di benzina, con lo scopo di attirare clienti extra. Si trattava sempre di penosi assortimenti di animali: squallide gabbiette in cui intristivano volpi smunte e malridotte che li fissavano con occhi allucinati, serpenti a sonagli raggomitolati e quasi sempre addormentati, magari un'aquila dal piumaggio arruffato che li guardava torva da un angolo buio. Di solito non mancava, in quei cosiddetti zoo, un lupo o un coyote legato alla catena, creature tristi e male in arnese che disegnavano senza posa un cerchio il cui raggio dipendeva dalla lunghezza della catena, e che non guardavano mai in faccia i visitatori, ma fissavano il vuoto con occhi arrossati, nel loro incessante camminare su zampette rachitiche.
«Li odio» disse amaramente Marian.
«Lo so, piccola» rispose Les.
«Se non avessimo bisogno d'acqua, non ci andrei proprio, in quella dannata casa.»
Les sorrise. «Hai ragione, Ma» disse tranquillo, cercando di evitare le buche sul fondo stradale. «Oh!» Fece schioccare le dita. «Mi sono dimenticato di chiedergli come si fa a tornare sull'autostrada.»
«Glielo chiederai quando saremo arrivati a casa sua» disse lei.
La casa era di un marrone avvizzito, una struttura di legno a due piani che dimostrava almeno un secolo di età, al di là della quale c'era una fila di capanni bassi e squadrati.
«Lo zoo» disse Les. «Leoni, tigri e tutto il resto.»
«Sciocchezze» disse lei.
Si fermò davanti alla casa silenziosa e vide l'uomo con lo Stetson che scendeva dal sedile polveroso del suo furgoncino e saltava sulla pedana di assi di legno.
«Vado a prendervi l'acqua» disse subito, e si avviò verso la casa. Poi si fermò e si voltò a guardarli. «Lo zoo è sul retro» disse, indicando con un cenno del capo.
Lo videro salire i gradini della vecchia casa. Poi Les si stiracchiò e sbatté gli occhi per la luce accecante del sole.
«Vogliamo andare a vedere lo zoo?» chiese a sua moglie, cercando di non sorridere.
«No.»
«Oh, dai.»
«No, non ho voglia di vederlo.»
«Io vado a dare un'occhiata.»
«Be'... d'accordo» disse lei. «Ma non mi farà un buon effetto.»
Girarono attorno alla casa costeggiandola, all'ombra.
«Oh, è piacevole» disse Marian.
«Ehi, si è scordato di farci pagare.»
«Lo farà dopo» disse lei.
Si avvicinarono alla prima gabbia e scrutarono nell'interno buio attraverso la finestrella di mezzo metro quadrato sbarrata da una fitta grata.
«È vuota» disse Les.
«Bene.»
«Che strano zoo.»
Procedettero lentamente verso la seconda gabbia. «Guarda quanto sono piccole» disse Marian con aria avvilita. «Chissà se a lui piacerebbe essere rinchiuso in una di queste gabbie.»
Si fermò.
«No, non ho nessuna intenzione di guardare» disse, arrabbiata. «Non voglio vedere come soffrono quei poveri animali.»
«Voglio dare solo un'occhiata» disse Les.
«Sei un mostro.»
Lo sentì fare una risatina mentre si avvicinava alla seconda gabbia. Sbirciò dentro.
«Marian!» Il suo grido la fece sussultare.
«Che c'è?» chiese lei, correndo preoccupata verso di lui.
«Guarda.»
Les aveva gli occhi fissi sulla gabbia.
Marian emise un fremito. «Oh, mio Dio!»
Dentro la gabbia c'era un uomo.
Marian lo osservò con aria incredula, senza nemmeno rendersi conto delle grosse gocce di sudore che le scorrevano sulla fronte.
L'uomo era sdraiato a terra a gambe divaricate come un burattino rotto, sopra una sudicia coperta militare. Aveva gli occhi aperti, ma non vedeva. Le pupille erano dilatate, e sembrava come drogato. Le mani sporche poggiavano inerti sul leggero strato di paglia del pavimento, stecchi immobili di carne e ossa. Aveva la bocca spalancata, quasi una ferita da cui sporgevano i denti gialli, e le labbra secche e screpolate.
Quando Les si voltò vide che Marian gli aveva puntato gli occhi addosso, stravolta, con la pelle tirata sulle guance esangui.
«Che significa?» gli chiese, con la voce scossa da un leggero tremito.
«Non lo so.»
Tornò a dare un'altra occhiata dentro la gabbia, quasi dubitasse di quello che aveva visto, poi si rivolse di nuovo a Marian. «Non lo so» ripeté, sentendo il cuore che gli batteva all'impazzata.
Si guardarono per un istante, con gli occhi che tradivano tutto lo sbigottimento per qualcosa che non riuscivano a capire.
«Che dobbiamo fare?» domandò Marian, quasi in un sussurro.
Les mandò giù a fatica il groppo che aveva in gola. Guardò ancora nella gabbia. «Salve» si sentì dire. «Può...»
Si interruppe subito, con il pomo di adamo che gli andava su e giù. L'uomo era in stato di coma.
Guardò sua moglie. E tutto a un tratto si sentì drizzare i capelli sulla testa, perché lei, muta e sgomenta, si era già avvicinata alla gabbia successiva per guardare.
Corse sulla terra secca, sollevando nuvolette di polvere.
«No...» mormorò, guardando a sua volta dentro la gabbia successiva. Si sentì tremare in modo incontrollato, mentre Marian gli si faceva vicino.
«Oh, mio Dio, ma questo è orribile» esclamò lei, fissando atterrita il secondo uomo prigioniero.
Trasalirono entrambi quando l'uomo alzò lo sguardo su di loro, rivelando occhi sbarrati, senza vita. Per un attimo il suo corpo abbandonato si mosse di qualche centimetro e le sue labbra secche fremettero come se stesse cercando di dire qualcosa. Un rivolo di saliva gli uscì da un angolo della bocca e scivolò lungo il mento ricoperto da una barba scura. Per un momento la sua faccia sudata e striata di sporco divenne una maschera di supplica impotente.
Poi la testa gli rotolò di lato e i suoi occhi si rovesciarono all'indietro.
Marian si ritrasse dalla gabbia, portandosi una mano tremante sulla guancia.
«Quell'uomo è pazzo» farfugliò, e tutto a un tratto si mise a guardare verso la casa silenziosa.
Poi si voltò anche Les e i due si resero improvvisamente conto che quell'uomo, quello che li aveva invitati a visitare il suo zoo, si trovava dentro casa.
«Les, che facciamo?» La voce di Marian era agitata da un isterismo crescente.
Lui si sentiva intorpidito, travolto dall'impatto di ciò che aveva visto. Per un lungo momento non seppe fare altro che restare lì a tremare e a fissare sua moglie, con la sensazione di vivere un sogno assurdo.
Poi strinse le labbra e il calore sembrò scatenarsi su di lui.
«Andiamo via di qui» disse di scatto, e la prese per mano.
L'unico rumore fu il loro pesante ansimare e il ciabattare veloce dei sandali di Marian sul terreno duro. L'aria vibrava di un calore intenso che toglieva loro il fiato, e li faceva grondare di sudore.
«Più veloce» rantolò Les, tirandola.
Poi, mentre svoltavano l'angolo della casa, si bloccarono entrambi con una violenta contrazione dei muscoli e cominciarono a indietreggiare.
«No!» L'urlo stravolto di Marian le trasformò la faccia in una maschera di orrore.
L'uomo si trovava fra loro e la macchina e gli puntava addosso un lungo fucile a due canne.
Les non capì come mai l'idea gli sfiorasse il cervello proprio in quel momento. Ma all'improvviso gli divenne evidente che nessuno sapeva dove fossero lui e Marian, e che nessuno aveva la più pallida idea di dove cominciare a cercarli. Travolto da un panico crescente ripensò a quando quell'uomo aveva chiesto loro da dove venissero, e a quando aveva controllato la loro targa della California.
A questo punto lo sentì parlare, con voce gelida, priva di emozioni.
«Adesso tornate indietro» ordinò loro. «Allo zoo.»
Dopo che ebbe rinchiuso la coppia in una delle gabbie, Merv Ketter tornò a piccoli passi verso la casa tenendo il grosso fucile sotto il braccio destro, con la canna puntata verso il basso. Non aveva provato nessun piacere in ciò che aveva fatto, solo una spossante sensazione di sollievo che per un momento aveva rilassato i muscoli irrigiditi del suo corpo. Ma la tensione stava già tornando a impadronirsi di lui. Non lo abbandonava mai, tranne che nei pochi minuti occorrenti a intrappolare un'altra preda e a chiuderla in gabbia.
Anzi, forse stavolta la tensione era ancora più forte. Era la prima volta che chiudeva in gabbia una donna. Quella consapevolezza gli fece venire al petto un nodo gelido di disperazione. Una donna: aveva chiuso una donna nella sua gabbia. Emise un sospiro tremante, mentre saliva i gradini traballanti della veranda sul retro.
Poi, quando la doppia porta si richiuse sbattendo alle sue spalle, la sua lunga bocca s'irrigidì. Be', che avrebbe dovuto fare? Gettò il fucile sull'incerata gialla che ricopriva il tavolo della cucina, e un altro sospiro gli uscì a fatica dal petto dolorante. Che altro potevo fare? si chiese. Attraversò il linoleum consumato della cucina sbatacchiando gli stivali e si diresse verso il salotto silenzioso, trafitto dai raggi del sole.
Quando si lasciò cadere pesantemente sulla vecchia poltrona, svuotato di ogni energia, si sollevò una nuvoletta di polvere. Che cosa avrebbe dovuto fare? Non aveva scelta.
Per la millesima volta si guardò l'avambraccio sinistro, osservando la leggera protuberanza rossastra appena sotto il gomito. Dentro la sua carne il piccolo cono metallico ronzava sommessamente. Lo sapeva anche senza sentirlo. Non smetteva mai.
Si abbandonò all'indietro emettendo un gemito di stanchezza e appoggiò la testa contro lo schienale della poltrona. Girò lo sguardo per la stanza, senza quasi rendersene conto, oltre la sbarra di luce in cui danzavano granelli di polvere, fino alla mensola del caminetto.
Il fucile Mauser... lo osservò. La Luger, il proiettile di bazooka, la bomba a mano, tutti ancora funzionanti. Il suo cervello tormentato si gingillò per un attimo con l'idea di puntarsi la Luger alla tempia, il fucile sul fianco, e addirittura di estrarre la linguetta della bomba a mano e stringersela contro lo stomaco.
Eroe di guerra. La frase gli gravò addosso in tutta la sua crudele ironia. Aveva perso da tempo il suo confortante significato. Una volta ci teneva a essere un eroe di guerra, ci teneva alle medaglie, ai riconoscimenti, alle lodi, alle espressioni di ammirazione.
Poi era morta Elsie, poi non c'erano state più le battaglie e l'orgoglio. Si era ritrovato solo in mezzo al deserto, con i suoi trofei e nient'altro.
E poi un giorno era andato a caccia nel deserto.
Chiuse gli occhi e deglutì in modo convulso. Che senso aveva ricordare, rimpiangere? In lui c'era ancora la voglia di vivere. Magari una voglia stupida, inutile, ma c'era lo stesso, e non poteva liberarsene. Non dopo due vittime, non dopo cinque, no, e nemmeno dopo sette.
Si trafisse dolorosamente il palmo della mano con le unghie sporche, fino a tagliarsi la pelle. Ma una donna, una donna. Il pensiero lo colpì come una coltellata. Non aveva mai pensato di fare prigioniera una donna.
Preda di una rabbia impotente, si picchiò il pugno sulla gamba. Non poteva farci nulla. Certo, aveva visto la targa della California, ma non aveva intenzione di compiere un atto del genere. Poi la donna aveva chiesto dell'acqua e all'improvviso lui aveva capito che non aveva scelta, che doveva farlo.
Gli erano rimasti solo due uomini.
Quando aveva scoperto che la coppia era diretta a New York, la tensione gli si era scatenata sotto forma di alti e bassi, andando e venendo in un ritmo spastico mentre già sapeva nel profondo che li avrebbe portati fino a casa e li avrebbe invitati a visitare il suo zoo.
Avrei dovuto fargli un'iniezione, si disse. Potrebbero mettersi a gridare. Dell'uomo non gli importava niente, era abituato a sentirli gridare. Ma la donna...
Merv Ketter riaprì gli occhi e fissò disperato il caminetto, la fotografia della sua defunta moglie, le armi che erano state la sua gloria e che adesso non contavano più niente... ferro e legno senza valore, senza sostanza.
Eroe.
La parola gli fece venire il voltastomaco.
Il pulsare vischioso rallentò, si interruppe per una frazione di secondo, poi ricominciò, riempiendo il guscio interno del proprio suono sibilante e schiumoso. Un'ondata flaccida di agitazione s'increspò lungo la fila di spire muscolari. La creatura fremette. Era l'ora.
Pensiero. La bolla d'aria informe, leggera come garza, si inturgidì, lo racchiuse. La creatura si mosse, un'ondulazione, un serpeggiare gelatinoso all'interno della bolla scintillante. Un sussulto, una contorsione, un flusso oscillante di tessuti collosi.
Ancora pensiero... un'onda direzionale. Il sibilo dell'ingresso in atmosfera, il fremito silenzioso del metallo. Aperto. Uno scatto e subito richiuso. All'orizzonte il sangue del crepuscolo. Un lento e muto tuffo nell'aria, un pallone incolore ripieno di qualcosa d'informe, di qualcosa di vivo.
Terra, fresca. La creatura la toccò, ne prese possesso. Al suo incedere minaccioso ogni cosa vivente si allontanava. Nella sua scia filamentosa il terreno diventava iridescente, con una colorazione verde e gialla.
«Attento.»
L'inatteso bisbiglio di Marian per poco non gli fece cadere dalle dita la limetta per le unghie. Les ritrasse subito la mano e si nascose nell'ombra, la guancia contratta e madida di sudore. Il sole era quasi al tramonto.
«Sta venendo in questa direzione?» chiese Marian, con la voce roca per l'arsura.
«Non lo so.» Lui rimase all'erta, tenendo d'occhio l'uomo in tuta che si avvicinava, sentendo lo scricchiolare del suo passo frettoloso sul terreno cotto dal sole. Cercò di deglutire, ma ormai ogni liquido in lui era stato prosciugato dal calore pomeridiano, e tutto quello che produsse la sua gola fu un inutile schiocco. Temette che l'uomo potesse notare la profonda scalfittura prodotta dalla lima sulla sbarra della finestrella.
L'uomo con lo Stetson si avvicinava velocemente, duro e impassibile in volto, con le mani che descrivevano piccoli archi lungo i fianchi.
«Che avrà intenzione di fare?» La voce di Marian era quasi irriconoscibile per il nervosismo, e l'improvviso ritorno della paura le aveva fatto dimenticare anche il disagio fisico.
Les si limitò a scuotere la testa. Per tutto il pomeriggio non aveva fatto che rivolgersi quella stessa domanda. Dopo essere stato rinchiuso in gabbia, dopo che l'uomo era tornato a casa sua, durante i primi terribili minuti e per il resto del tempo fino a quando Marian non aveva trovato la limetta per le unghie nella tasca del pantaloncini, e il panico iniziale aveva man mano assunto la forma di una speranza di fuga. Per tutto quel tempo la domanda lo aveva assillato senza requie. Che aveva intenzione di fare, di loro due?
Ma non era verso la loro gabbia che l'uomo si dirigeva. Les e Marian si lasciarono andare entrambi, sentendo la tensione che si allentava un po'. L'uomo non aveva nemmeno degnato di un'occhiata la gabbia in cui si trovavano, anzi sembrava proprio avere evitato di guardarla mentre passava.
Poi fu fuori dal loro campo visivo, e lo sentirono che apriva il chiavistello di una delle altre gabbie. Lo scorrere stridulo e raspante del metallo arrugginito fece irrigidire tutti i muscoli dello stomaco di Les.
L'uomo con lo Stetson ricomparve.
Marian trattenne il fiato. Videro tutti e due l'uomo svenuto che veniva trascinato lungo il terreno, con i talloni che scavavano piccoli solchi nella polvere.
Dopo qualche metro, l'uomo in tuta mollò le braccia inerti dell'altro, che cadde al suolo con un tonfo sordo. A questo punto il loro carceriere si guardò dietro, voltando la testa di scatto. Mosse rapidamente gli occhi, frugando in tutte le direzioni.
«Che starà cercando?» chiese Marian in un bisbiglio tremante.
«Marian, non lo so proprio.»
«Lo lascia lì!» esclamò lei, quasi in un gemito.
I loro occhi si riempirono di una paura frastornata quando videro l'uomo in tuta tornare verso la casa, le lunghe gambe che si muovevano rapide e la testa che si girava a scatti di qua e di là. Dio santissimo, ma che sta cercando? si domandò Les, che sentiva crescere dentro di sé un terrore senza nome.
All'improvviso l'uomo s'immobilizzò e si strinse il braccio sinistro. Quindi si lanciò immediatamente in una corsa sfrenata, salendo i gradini della veranda due a due. La doppia porta si richiuse rumorosamente alle sue spalle, poi calò un silenzio mortale.
Marian non riuscì a soffocare un singhiozzo. «Ho paura» disse con una vocetta appena udibile, scossa da un tremito.
Anche Les aveva paura. Non sapeva di che cosa, ma aveva una paura terribile. Brividi gelati gli correvano su per la schiena, risalendo fino al collo. Continuò a tenere gli occhi sbarrati sul corpo dell'uomo accasciato a terra, su quel volto pallido e immobile che fissava, senza vederlo, il cielo sempre più scuro.
Les fece un salto quando sentì la porta sul retro della casa che veniva sbattuta e chiusa a chiave.
Silenzio. Come un grande drappo soffocante che gravava su di loro con il peso di un macigno. L'uomo inerte a terra. I loro respiri accelerati, affannosi, le labbra tremanti, gli occhi inchiodati in modo quasi ipnotico su quella figura immobile.
Marian strinse una mano a pugno e affondò i denti nelle nocche. Il sole bordava l'orizzonte di un nastro scarlatto. Silenzio. Silenzio assoluto.
Silenzio.
Rumore.
Smisero tutti e due di respirare. Restarono immobili, a bocca spalancata, ascoltando quel suono mai sentito prima. I corpi s'irrigidirono mentre tendevano le orecchie...
Un tonfo sordo, qualcosa che strisciava, fluiva ondeggiando...
«Oh, Dio!» La voce di Marian era un rantolo di orrore convulso. Si girò e si portò le mani davanti agli occhi.
Si stava facendo buio e Les non poteva essere certo di quello che vedeva. Rimase come paralizzato e incapace di connettere nell'aria fetida della gabbia, bianco come un cencio, fissando quella cosa che strisciava verso il corpo dell'uomo. Quella cosa che aveva forma e non l'aveva, che serpeggiava come un flusso di gelatina scintillante.
C'era un urlo nella sua gola che non riusciva a emergere. Tentò di muoversi, ma non ne fu capace. Non voleva vedere, non voleva sentire quell'orrendo rumore gorgogliante, come di acqua che venisse risucchiata da un'immensa fogna, quel fangoso schiumare come di pece in un calderone ribollente.
No, continuava a ripetere la sua mente, incapace di accettare quella vista. No, no, no!
Poi l'urlo li colse di sorpresa, e i loro corpi sussultarono come se fossero composti di stracci. Marian si lanciò contro una parete della gabbia, travolta dall'orrore e dalla nausea.
L'uomo non era più a terra. Les guardò il punto in cui si era trovato fino a poco prima, fissò imbambolato la massa luminosa che pulsava come un cumulo di plancton e cullato dal suo pigro ondeggiare.
Continuò a guardarla finché non ebbe completamente divorato l'uomo.
Poi si voltò sulle gambe legnose e raggiunse strisciando Marian, che gli premette le dita tremanti sulla schiena e gli affondò nella spalla il viso stravolto, rigato di lacrime. Fece scivolare le braccia meccanicamente intorno a lei, guardandola con un'espressione vacua e atterrita. Al di là di quell'orrore che gli attanagliava il corpo sentiva vagamente il bisogno di consolarla, di alleviare la sua paura.
Ma non ci riuscì. Aveva come la sensazione che artigli invisibili gli avessero squarciato il torace, rovesciandone fuori tutte le interiora. Non gli restava nulla, solo un vuoto gelido, orlato di ghiaccio. E in quel vuoto un coltello che gli penetrava nel cuore ogni volta che sprazzi di lucidità gli davano la consapevolezza del posto in cui si trovava.
Quando l'urlo si levò, Merv si coprì le mani con le orecchie così forte da farsi venire mal di testa.
Sembrava ormai impossibile non sentire quel rumore. Le porte non chiudevano bene, le finestre non lasciavano fuori il mondo esterno, le pareti erano troppo porose... e le urla giungevano sempre fino a lui.
Forse era perché le aveva sempre in testa anche quando non c'erano porte da chiudere e finestre da bloccare per tenerle lontane. Sì, forse erano proprio nella sua mente. Questo spiegava perché le sentiva anche nel sonno.
Poi, quando tutto fu finito e Merv seppe che la cosa se n'era andata via, tornò arrancando in cucina e aprì la porta. Quindi, come un robot guidato da meccanismi insensibili, si diresse verso il calendario e fece un circoletto sulla data. Domenica 22 agosto.
L'ottavo uomo.
La matita scivolò dalle sue dita molli e rotolò sul linoleum. Sedici giorni... un uomo ogni due giorni per sedici giorni. Il calcolo era semplice. La verità non altrettanto.
Passeggiò nel salotto, entrando e uscendo dal raggio della lampada che proiettava un lucore burroso sui suoi lineamenti sfatti, per poi appassire quando lui rientrava nell'ombra. Sedici giorni. Gli sembravano sedici anni da quando si era inoltrato nel deserto a caccia di conigli. Possibile che fosse successo appena sedici giorni prima?
Rivide di nuovo la scena con gli occhi della mente; non lo abbandonava mai. Lui che si trascinava sulla sabbia, nel tardo pomeriggio, con il fucile pronto a fare fuoco, ruotando lentamente la testa con gli occhi che scrutavano da sotto la tesa del cappello.
Poi, mentre oltrepassava la cresta di una duna cespugliosa, si era bloccato con un rantolo soffocato, gli occhi puntati sul globo che risplendeva come una luce immersa nell'acqua. Un tuffo al cuore, e subito tutti i muscoli tesi per quella visione inaspettata.
Si era avvicinato, andando a finire proprio sotto la sfera iridescente che filtrava gli ultimi raggi del sole, traendone una luminosità rossastra.
Un grido gli si era strozzato in gola quando sulla superficie del globo era apparsa l'apertura circolare. E da quell'apertura era uscito fluttuando...
Allora si era girato ed era scappato a gambe levate, con il fiato mozzo mentre si arrampicava freneticamente su per la collinetta, gli stivali che affondavano nella sabbia. Giunto in cima si era messo a correre come un forsennato, con la mano stretta sul fucile che gli sbatteva contro la gamba.
Poi il suono sopra di lui... come una fuoriuscita di gas. Quasi impazzito per la paura, Merv si era girato a guardare, e un urlo terrificante aveva deformato la sua faccia in una maschera di orrore.
Tre metri sopra la sua testa era sospeso il globo luminescente.
Merv si era lanciato in avanti a grandi balzi, sentendosi la schiena accarezzata da un calore fetido. Sconvolto dal terrore, aveva guardato di nuovo in alto e aveva visto quella cosa scendere verso di lui. Due metri... un metro e mezzo...
Merv Ketter era caduto in ginocchio e, voltandosi, aveva puntato il fucile. Il silenzio del deserto era stato trafitto dall'esplosione.
Un urlo strozzato gli era uscito dalla gola alla vista dei pallini che si irradiavano sulla bolla luminosa e tornavano indietro come sassolini che rimbalzassero su un pallone. Qualcuno gli aveva colpito una spalla e un braccio mentre si gettava di lato e il fucile gli era caduto dalla mano paralizzata. Poco più di un metro... mezzo metro... Il calore lo aveva circondato, e quell'odore nauseabondo lo aveva preso alla gola, mentre l'aria sembrava ribollire davanti ai suoi occhi.
Aveva alzato le mani. «No!»
Poi era finito in una pozza d'acqua senza accorgersene e si era ritrovato a sguazzare in una fanghiglia calda e limacciosa. Ormai era in trappola, e la melma si era scagliata su di lui. Le sue urla erano andate perdute nel flusso vorticoso di gas e le sue braccia disarticolate erano state imprigionate da una patina glutinosa. Aveva mosso intorno gli occhi sbarrati dal terrore e aveva visto una gelatina tremolante, piena di lustrini rotanti. L'orrore gli aveva annebbiato la mente e aveva avuto la netta sensazione che la sua vita stesse per essere risucchiata via.
Ma non era morto.
Aveva respirato quell'aria, anche se grumosa e di un fetore rivoltante. I suoi polmoni avevano fatto del loro meglio e, sia pure mettendosi una mano davanti alla bocca, era riuscito a riempirli.
Poi qualcosa si era mosso nel suo cervello.
Merv aveva cercato di dimenarsi e di gridare, ma non ci era riuscito. Era come se delle vipere gli avessero annebbiato la mente, mordendo con denti avvelenati i tessuti del suo pensiero.
I serpenti avevano stretto la presa. Potrei ucciderti adesso: le parole lo avevano corroso come acido. Aveva i muscoli del collo rigidi, ed era impossibilitato a muoverli, come se fossero avviluppati in una colla purulenta.
Poi altre brucianti parole si erano formate, e si erano incise indelebilmente nel suo cervello.
Tu mi devi procurare del cibo.
Tremava ancora adesso, in piedi davanti al calendario, fissando i circoletti a matita.
Che altro avrebbe potuto fare? La domanda lo assillava come un mendicante affamato. La creatura aveva preso pieno possesso della sua mente. Sapeva dov'era casa sua, la sua stazione di rifornimento, sapeva di sua moglie, e sapeva tutto del suo passato. Gli aveva detto quello che doveva fare, senza lasciargli scelta, e lui non aveva potuto che obbedire. Chi si sarebbe lasciato uccidere in quel modo, se avesse avuto una qualsiasi alternativa? Chi? Non avrebbe preferito promettere il mondo intero, pur di liberarsi da quell'orrore?
Cupo in volto, tremante, Merv salì al piano di sopra sulle gambe fiacche; sapeva già che non sarebbe riuscito a dormire, ma andò lo stesso nella sua stanza.
Si buttò sul letto, si sfilò una scarpa e si mise a guardare con occhi vacui il pavimento, e quel tappeto che Elsie aveva intessuto con le sue mani tanto tempo prima.
Sì, aveva promesso di obbedire agli ordini della creatura, che poi gli aveva infilato nel braccio quel minuscolo cono ronzante, in modo che lui potesse fuggire solo squarciandosi la carne e morendo dissanguato.
Poi quel vomito d'inferno lo aveva sputato sulla sabbia del deserto e lui era rimasto lì, muto e tremante, mentre la creatura si sollevava lentamente nel cielo. E aveva sentito nel cervello il suo ultimo avvertimento.
Fra due giorni...
E così Merv aveva cominciato la lunga, snervante trafila di catture, imprigionando esseri innocenti per proteggersi dal destino che sapeva già segnato per loro.
E la cosa orribile, la cosa più orribile, era che sapeva di doverlo fare ancora. Sapeva che avrebbe fatto qualsiasi cosa per tenere lontano quel mostro da sé. Anche se questo significava che la donna doveva...
Gli si paralizzò la bocca. Chiuse gli occhi e sedette sul letto, tremando senza più controllo.
Che avrebbe fatto, una volta sacrificata la coppia? E se non si fosse più fermato nessuno alla stazione di servizio? E quando fosse capitata la polizia a fare indagini sulla scomparsa di undici persone?
Le sue spalle ebbero un fremito, mentre un singhiozzo angoscioso gli pulsava nella gola.
Prima di sdraiarsi bevve un'abbondante sorsata dalla bottiglia di whisky, ormai quasi vuota. Giacque nell'oscurità in attesa, come una molla pronta a scattare, senza che quella pozza di calore nello stomaco riuscisse a contrastare il gelo e la solitudine che lo attanagliavano.
Il cono ronzava sommessamente nel suo braccio.
Les staccò l'ultima sbarra e si fermò per un attimo, piegando la testa sul petto e respirando a fatica attraverso i denti stretti, mentre i polmoni pompavano come mantici. Sentiva un dolore pulsante in ogni articolazione della schiena e delle spalle.
Poi inalò ansimando un'ultima boccata d'aria. «Muoviamoci» disse in un rantolo.
Gli tremavano le braccia mentre aiutava Marian a trascinarsi verso l'apertura.
«Non fare rumore.» Spossato com'era per la sete, la fame, la stanchezza e per il lungo lavoro con la lima che gli aveva ridotto a pezzi i muscoli, stentava a parlare.
Non riuscì a far passare dal varco la gamba, e dovette infilarsi con la testa attraverso quella finestrella dagli orli taglienti, spingendo e dimenandosi, sentendo le schegge di legno che gli penetravano nella carne madida di sudore. Quando toccò terra il dolore dell'impatto gli si trasmise lungo le braccia, e per un attimo fu avvolto da un'oscurità punteggiata di luci.
Marian lo aiutò a rialzarsi.
«Andiamo» ripeté Les, senza fiato, e tutti e due cominciarono a correre verso la parte anteriore della casa.
Ma quasi subito la prese per un braccio e la costrinse a fermarsi.
«Togliti quei sandali» le ordinò con voce roca. Lei si chinò in fretta e se li slacciò.
La casa era buia mentre loro svoltavano l'angolo e sfrecciavano lungo il fianco, sotto le finestre che riflettevano il chiarore della luna.
«Grazie a Dio» ansimò Les fra sé quando raggiunsero il cortile sul davanti.
La macchina era ancora lì. Mentre correvano verso di essa, Les si frugò nella tasca posteriore dei calzoni e tirò fuori il portafogli. Vi frugò con le dita che gli tremavano e sentì il metallo freddo della chiave di riserva della macchina. Era sicuro che non avrebbe trovato l'altra a bordo.
Giunsero alla macchina.
«Svelta» le disse ansimando, poi spalancarono le porte ed entrarono. Les si rese conto che stava tremando di freddo nell'aria pungente della notte. Tirò fuori la chiave e armeggiò per infilarla nel cruscotto. Avevano lasciato lo sportello aperto, pensando di richiuderlo quando il motore si fosse avviato.
Les trovò la fessura e infilò la chiave, poi trasse un profondo respiro e rimase immobile, col fiato sospeso. Se quel tipo aveva manomesso il motore, erano perduti.
«Ci siamo» mormorò, pigiando il pulsante d'accensione.
Il motore tossicchiò e girò una volta, con un grugnito. La gola dolorante di Les non riuscì a deglutire, poi lui ritrasse la mano e guardò con preoccupazione la casa buia.
«Oh, Dio, non parte?» bisbigliò Marian, sentendosi venire la pelle d'oca sulle braccia e sulle gambe.
«Non lo so, spero che sia solo freddo il motore» si affrettò a rispondere Les. Riprese fiato, poi premette di nuovo il pulsante, pompando sulla valvola dell'aria.
Il motore tornò a girare, ma in modo sonnacchioso. Oh Dio, lo ha manomesso davvero! Il pensiero esplose nella testa di Les. Continuò freneticamente a pigiare il pulsante, con il corpo irrigidito dalla paura. Ma perché non l'abbiamo spinta fino alla strada principale? Quel nuovo pensiero gli faceva corrugare la fronte.
«Les!»
Sentì la mano di Marian che artigliava la sua e quasi istintivamente il suo sguardo corse alla casa.
Si era accesa la luce a una finestra del secondo piano.
«Oh Gesù, parti!» urlò Les in un accesso di rabbia repressa, e spinse il pulsante con il dito ormai rigido.
Il motore si avviò brontolando e Les si sentì travolgere da un'ondata di sollievo. Immediatamente afferrarono gli sportelli e li richiusero con violenza, mentre lui teneva il piede pigiato sul gas per scaldare il motore.
Quando ingranò la prima, alla finestra apparvero la testa e il busto dell'uomo. Urlò qualcosa, ma né Les né Marian lo sentirono: la sua voce fu coperta dal rombo del motore.
La macchina schizzò in avanti e si fermò.
Les imprecò rabbiosamente e spinse di nuovo il pulsante. Il motore ripartì e Les rilasciò la frizione. La macchina saltellò sul terreno irregolare. Intanto l'uomo non era più alla finestra. Marian, con gli occhi sempre incollati sulla casa, vide accendersi le luci del piano terra.
«Presto!» urlò, quasi supplicando.
La macchina prese velocità e Les, passando in seconda, la costrinse a percorrere uno stretto semicerchio. Le gomme slittarono sul terreno duro. Mentre puntava verso la strada principale, Les inserì la terza e accese i fari. La luce squarciò le tenebre.
Dietro di loro ci fu uno sparo, e tutti e due piegarono spasmodicamente le spalle in avanti, mentre qualcosa bucava il tettuccio con un rumore stridulo. Les schiacciò l'acceleratore a tavoletta e la macchina balzò in avanti, ondeggiando e saltellando sul fondo pieno di buche.
Un altro colpo di fucile squarciò il silenzio della notte, e metà del lunotto posteriore esplose in una pioggia di schegge. Anche stavolta Les e Marian si chinarono freneticamente in avanti. Les emise un grugnito nel sentire una scheggia di vetro che gli sfiorava il collo, tagliente come un rasoio.
Strinse le mani sul volante in modo convulso mentre la macchina infilava un piccolo fossato e per poco non urtava un terrapieno sul lato sinistro della strada. Resistette alla sollecitazione irrigidendo le braccia e riuscì a riportare la macchina al centro della strada, urlando a Marian: «Dov'è?»
Lei girò la faccia stravolta.
«Non riesco a vederlo!»
Les deglutì diverse volte, mentre la macchina continuava a sgroppare e barcollare tra le buche, con le luci che cambiavano pazzamente direzione a ogni sussulto.
Adesso raggiungiamo la prima città, pensava freneticamente Les, avvisiamo lo sceriffo e cerchiamo di salvare quel povero diavolo. La strada divenne meno irregolare e lui affondò il piede sul gas. Raggiungiamo la prima città e...
Marian urlò. «Attento!»
Non riuscì a fermarsi in tempo. Il cofano s'infilò come una scheggia nel pesante cancello che chiudeva la strada e la macchina si fermò di scatto, proiettandoli in avanti. Marian andò a sbattere contro il cruscotto, e con la testa urtò il parabrezza. La macchina si bloccò e le luci si spensero all'istante.
Les si scostò dal volante, respirando a fatica per la durezza dell'impatto.
«Tesoro, presto» disse ansimando.
Marian emise un singhiozzo strozzato. «La mia testa, la mia testa!» Les rimase per un attimo come paralizzato, guardandola mentre lei piegava la testa in uno spasimo di dolore, con una mano premuta sulla fronte.
Poi spalancò lo sportello dalla sua parte e le afferrò la mano libera. «Marian, dobbiamo andarcene da qui!»
Lei continuò a piangere disperata, e Les dovette quasi trascinarla di peso fuori dalla macchina. Poi le mise un braccio intorno alla vita e l'aiutò a tenersi in piedi. Alle sue spalle sentì il rumore di passi pesanti che correvano lungo la strada e vide, voltandosi, la luce di una torcia che ballonzolava e che poi si puntò su di loro.
Marian crollò accanto al cancello. Les rimase con lei, sorreggendola, e tremando d'impotenza quando l'uomo li raggiunse correndo con una calibro 45 nella destra e la torcia nella sinistra, gli puntò la luce dritto negli occhi, abbagliandolo.
«Indietro» ordinò l'uomo, ansimando pesantemente, e indicando la casa con la canna della pistola.
«Ma mia moglie è ferita!» esclamò Les. «Ha sbattuto la testa contro il parabrezza. Non può rinchiuderla in una gabbia!»
«Ho detto indietro!» L'urlo dell'uomo fece trasalire Les.
«Non è in grado di camminare, è svenuta!»
Les sentì che il corpo dell'uomo veniva scosso da un respiro rantolante, e notò che era nudo dalla vita in su, e che tremava di freddo.
«Allora la porti in braccio» gli intimò lo sconosciuto.
«Ma...»
«C'è bisogno che vi spari su due piedi?!» strillò l'uomo reprimendo a fatica la rabbia.
«No, no.» Les tremava vistosamente quando raccolse il corpo inerte di Marian. L'uomo si fece di lato e Les si avviò, cercando di tenere d'occhio nello stesso tempo la faccia di Marian e la strada davanti a sé.
«Tesoro» le disse piano. «Marian?»
La testa di lei era abbandonata sul suo avambraccio sinistro e i corti capelli biondi le si increspavano sulle tempie e sulla fronte. Les sentì crescere dentro di sé la tensione, fino a quando ebbe voglia di gridare.
«Ma perché fa tutto questo?» sbottò all'improvviso, girandosi di spalle.
Nessuna risposta, solo il ritmico calpestio dei suoi stivali sul terreno butterato.
«Con che coraggio riesce a fare una cosa del genere?» tornò a chiedergli, con voce rotta dalla stanchezza. «Intrappolare persone come lei e darle a quel... Dio solo sa che diavolo è!»
«Chiuda il becco!» Ma nella sua voce c'era più sconfitta che rabbia.
«Senta» disse all'improvviso Les, d'impulso. «Lasci andare mia moglie. Tenga me, se proprio deve farlo... ma lasci andare lei. Per favore!»
L'uomo non disse nulla, e Les si morse le labbra in un'angoscia frustrante. Abbassò su Marian uno sguardo stanco e spaventato.
«Marian» disse. «Marian.» Il freddo pungente della notte lo fece rabbrividire.
La casa si profilò in tutto il suo squallore nel buio piatto del deserto.
«Per l'amor del cielo, non la rinchiuda in una gabbia!» urlò disperato Les.
«Si muova.» La voce dell'uomo era priva di vita; non c'era niente in essa, né promesse né emozioni.
Les si irrigidì. Se fosse stato per lui si sarebbe girato di scatto e sarebbe saltato addosso all'uomo, lo sapeva bene. Non sarebbe tornato senza ribellarsi verso la casa, verso le gabbie, verso quella cosa.
Ma c'era Marian.
Inciampò sul fucile che l'uomo aveva gettato a terra, e sentì dietro di sé l'altro che si chinava con un grugnito e lo raccoglieva. Devo portarla via da qui, pensò Les, devo farlo!
Successe prima che lui potesse fare qualcosa. Sentì il passo dell'uomo improvvisamente più vicino, poi una puntura sulla spalla destra. Trattenne il fiato per l'improvviso bruciore e si girò con la massima rapidità possibile, appesantito dal corpo inerte di Marian.
«Ma che sta...»
Non riuscì nemmeno a finire la frase. Tutto a un tratto gli sembrò come se gli scorresse nelle vene un liquido bollente che gli toglieva lucidità. Un'immensa stanchezza avvolse le sue membra e quasi non si accorse quando l'uomo gli prese Marian dalle braccia.
Fece ancora un passo in avanti, incespicando, mentre la notte si ravvivava di tanti puntini luminosi. La terra scorreva come acqua sotto i suoi piedi, e le gambe cominciarono a cedergli.
«No» riuscì a farfugliare sentendo che già perdeva i sensi.
Poi crollò al suolo. E non sentì nemmeno l'impatto del terreno contro il suo corpo.
Il ventre del globo era caldo. Ondulava di un tepore denso e vaporoso. Nella penombra umida la creatura riposava, il suo corpo informe era scosso dalle pulsazioni regolari del sonno. La creatura si sentiva a suo agio, era contenta, e se ne stava raggomitolata in modo grottesco come un inverosimile felino davanti al caminetto.
Per due giorni.
Lo risvegliarono delle urla strazianti. Les si mosse involontariamente nel sonno e dischiuse le labbra come per dire qualcosa. Ma la sua bocca era ridotta a metallo. Non rispose ai suoi comandi e non riusciva a muoverla. Fu in grado di sollevare le palpebre solo a prezzo di un grande sforzo di volontà.
L'aria dentro la gabbia palpitava e scintillava di strane pulsazioni. Sbatté lentamente gli occhi: occhi sbarrati, che non comprendevano. Le braccia gli ricaddero stancamente sui fianchi come pesci moribondi.
Era l'uomo nell'altra gabbia che urlava. Quel poveretto si era risvegliato dal torpore indotto dalla droga e adesso era in preda a una crisi isterica perché aveva capito.
Les corrugò leggermente la fronte sporca e sudata. Era in grado di pensare. Il suo corpo era duro come un sasso, impotente e non ricettivo agli stimoli, ma dietro quel corpo rigido e immobile il cervello era ancora vivo.
Richiuse gli occhi. Il che rese tutto ancora più orribile. Sapere quello che stava per succedere. Giacere lì senza potere fare niente ed essere conscio di quello che sarebbe accaduto.
Gli sembrò di rabbrividire, ma non ne fu sicuro. Quella cosa, era lei? Non c'era nulla nel suo bagaglio di conoscenze su cui ragionare, nessuna ipotesi, nessuna convinzione razionale su cui costruire qualcosa. Ciò che aveva visto quella sera era qualcosa che andava al di là di ogni...
Che giorno era? Dov'era... Marian!
Girare la testa fu come spostare un masso pesantissimo. Cominciò a deglutire a vuoto, con la saliva che gli sgorgava dagli angoli della bocca. Si costrinse di nuovo ad aprire gli occhi con un enorme sforzo di volontà.
Il panico gli trafisse il cervello come una lama infuocata, anche se la sua espressione non era cambiata minimamente.
Sua moglie non c'era.
Marian giaceva sul letto, ancora stordita dalla droga. L'uomo le aveva fasciato la tumefazione sulla tempia destra con una striscia di stoffa bagnata.
Adesso lui stava in piedi accanto al letto, in silenzio, e la osservava. Era appena tornato dalle gabbie dove aveva fatto un'altra iniezione all'uomo che urlava, per calmarlo. Si domandò che cosa ci fosse nella droga che la creatura gli aveva dato, e che effetti avesse sull'uomo. Sperò che lo rendesse completamente insensibile.
Era il suo ultimo giorno di vita.
No, è uno scherzo dell'immaginazione, si affrettò a decidere Merv. Quella donna non assomigliava a Elsie, non le assomigliava neanche un po'.
Era la sua mente. Lui voleva che assomigliasse a Elsie, ecco come stavano le cose. Deglutì a fatica. Che stupido. Quella parola gli schiaffeggiò il cervello ottenebrato. Non assomigliava a Elsie.
Per un attimo tornò a guardare il corpo della donna, la morbida prominenza dei seni, le labbra flessuose, le gambe lunghe e ben tornite. Marian. Ecco come l'aveva chiamata quell'uomo. Marian.
Era un bel nome.
Merv si strinse rabbiosamente nelle spalle, si voltò e uscì di corsa dalla stanza. Ma che gli prendeva? Che aveva intenzione di fare? Lasciarla libera? Perché l'altra notte l'aveva portata in casa, perché l'aveva sistemata sul letto in quella camera? Non aveva senso. Non poteva permettersi di provare compassione per lei, né per nessuno. Se lo faceva era perduto. Questo era evidente.
Mentre scendeva la scala, cercò di ricordare ancora una volta l'orrore che aveva provato mentre veniva assorbito da quella massa gelatinosa. Cercò di richiamare alla mente quella sensazione di panico che gli aveva paralizzato il cervello. Ma in qualche modo il ricordo continuava a scomparire come una nuvola portata via dal vento, e lui tornava a pensare a quella donna. Marian. Invece era vero che assomigliava a Elsie: stesso colore dei capelli, stessa bocca.
No!
L'aveva lasciata in camera aspettando che passasse l'effetto della droga, poi l'avrebbe richiusa in gabbia. O io o loro! protestò furiosamente con se stesso. Non ho intenzione di morire in quel modo! Per nessuno al mondo.
Continuò a discutere fra sé e sé per tutta la strada fino alla stazione di servizio.
Devo essere pazzo, pensò, a portarmela in casa, e a provare dispiacere per lei. Non posso permettermelo, non posso. Per me lei equivale a due giorni di vita, tutto qui, una semplice tregua di due giorni dal...
La stazione di servizio era deserta e silenziosa. Merv fermò il furgoncino e scese.
I suoi stivali scricchiolarono sul terreno bollente mentre passeggiava incessantemente fra una pompa e l'altra. Non posso lasciarla andare! si disse con violenza, teso in volto per la rabbia. E poi rabbrividì nel rendersi conto che ormai pensava continuamente a lei da due giorni.
«Ma perché non è un uomo?» farfugliò, stringendo a pugno le mani esangui. Sollevò il braccio sinistro e osservò la protuberanza rossastra. Ma perché non se la strappava via dalla carne? Perché?
Giunse una macchina. Un commesso viaggiatore, accaldato e impolverato.
Mentre Merv gli serviva la benzina e controllava l'olio e l'acqua, cominciò a osservare da sotto la tesa del cappello l'ometto rosso in viso, vestito con un completo di lino e un cappello di paglia. Sostituirla. Merv non consentì al pensiero di formularsi compiutamente, ma sapeva che era lì. Si ritrovò a sbirciare la targa della macchina.
Arizona.
Contrasse i muscoli della faccia. No. No, aveva sempre scelto macchine di altri stati, così era più sicuro. Dovrò lasciarlo andare, pensò avvilito. Non posso fare altrimenti. Non posso correre il rischio di...
Ma quando l'ometto fece per aprire il portafogli, la mano di Merv scivolò quasi automaticamente nella tasca posteriore dei pantaloni della tuta e si strinse sull'impugnatura calda della .45.
L'ometto sgranò gli occhi e fissò a bocca aperta la pistola.
«Che significa?» chiese debolmente. Merv non gli rispose.
La notte sfiorava la bolla in movimento con le sue nere dita di ghiaccio. La terra scorreva sotto il suo liquido approssimarsi.
Perché l'aria era così povera di nutrimento? Perché l'atmosfera premeva così poco? Quella era una terra sfinita, morente, e i suoi gas vitali erano scomparsi quasi del tutto.
Continuando a strisciare, continuando ad avvicinarsi in modo furtivo, la creatura pensò di fuggire.
Da quanto tempo ormai si trovava in quel luogo sterile? Non c'era modo di saperlo perché il sole del pianeta appariva e scompariva con folle velocità, e la luce e il buio si succedevano in continuazione come un batter d'occhio.
E a bordo della nave gli strumenti di rilevazione cronometrica erano a pezzi, non era possibile ripararli. Non c'era più nessun punto di riferimento, nessun equivalente metrico conosciuto in base al quale regolarsi. La creatura era perduta in mezzo a quell'esile vuoto di roccia vivente, impossibilitata a fare qualcosa di più che nutrirsi per sopravvivere.
In lontananza, avvolta nel buio, apparve l'abitazione dell'indigeno del pianeta, con la sua angolazione grottesca e irregolare. Era una bestia stupida, senza cervello, priva di razionalità, capace solo di emettere urla gracchianti e di agitare le sue protuberanze come le piante notturne che crescevano sul suo pianeta. Il suo corpo, poi: era troppo duro e rigido, per via di tutto quel calcio, gli forniva un nutrimento scarso e lo costringeva a mangiare molto più spesso, vista tutta l'energia che richiedeva la digestione.
Più vicino. Il ticchettio si fece più forte.
L'animale era lì, come al solito, ancora sdraiato al suolo, con le membra raggomitolate e flaccide. La creatura emise filamenti di pensiero e risucchiò dall'animale i succhi indolenti della sua mente. Se la sua intelligenza era tutta lì, allora quello era un pianeta davvero allo stato barbarico. La creatura si sollevò ancora, rigonfiandosi e aspirando ogni umore dalla terra spazzata dal vento.
L'animale si mosse appena e nella mente della creatura vi fu un fremito di profonda repulsione. Se non fosse stata così affamata e impotente, non avrebbe mai accettato di assorbire quella bestia recalcitrante e legnosa.
La bolla toccò la protuberanza. La creatura scivolò lentamente sopra la forma dell'animale e si fermò tremolando. Le cellule visive rivelarono che l'animale guardava in su, con gli occhi dilatati. Le cellule auditive trasferirono il suono primitivo e strozzato emesso dall'animale morente. Le cellule tattili assorbirono le deboli palpitazioni del suo corpo.
E, nel più profondo del suo essere, la creatura avvertì l'instancabile ticchettio che emanava dalla tana buia in cui, nascosto e tremante, si trovava l'altro animale... quello nel cui flaccido viticcio era innestato il cono di localizzazione.
La creatura mangiò. E mentre mangiava si domandò se ci sarebbe sempre stato cibo a sufficienza per mantenerla in vita...
...per i prossimi mille anni terrestri della sua vita.
Les giaceva immobile sul pavimento della gabbia, con il cuore che gli batteva forte mentre l'uomo lo guardava dall'esterno.
Quando aveva sentito il suo carceriere che apriva la doppia porta e scendeva lungo i gradini di casa, Les aveva saggiato le pareti. Poi si era sdraiato al suolo e si era rigirato subito sulla schiena, cercando disperatamente di ricordare in quale posizione si trovava mentre era ancora drogato. Aveva lasciato le mani molli lungo i fianchi, aveva sollevato un poco la gamba destra e aveva chiuso gli occhi. L'uomo non doveva rendersi conto che lui aveva ripreso i sensi. Avrebbe dovuto aprire la porta senza prendere precauzioni.
Les si costrinse a respirare in modo lento e regolare, anche se gli faceva male lo stomaco. Quando l'uomo guardò dentro non disse nulla. Mentre sentiva scorrere il catenaccio, continuava a ripetersi: Les... appena senti che la porta si apre, saltagli addosso.
Deglutì, e un fremito di nervosismo gli attraversò tutto il corpo. Chissà se l'altro avrebbe capito che stava fingendo. Tese i muscoli, aspettando il rumore dello sportello che si apriva. Doveva scappare adesso, per forza.
Non gli sarebbe capitata un'altra occasione. Il mostro sarebbe arrivato quella sera.
Poi il rumore degli stivali dell'uomo si affievolì. Les aprì gli occhi di scatto, con un'espressione di angosciata incredulità sulla faccia. Non era venuto ad aprire la gabbia!
Rimase a lungo fermo e in silenzio, tremando, con gli occhi fissi sulla finestrella sbarrata dove poco prima c'era l'uomo. Aveva una gran voglia di urlare e di sbattere i pugni contro lo sportello fino a spaccarseli e a farli sanguinare.
«No... no.» La sua voce era un mormorio fiacco e sgomento.
Alla fine si alzò e si mise in ginocchio. Sbirciò con cautela oltre il bordo della finestrella. L'uomo se n'era andato.
Allora tornò a rannicchiarsi e si frugò di nuovo nelle tasche.
Il portafogli... dentro non c'era niente che potesse essergli utile. Il fazzoletto, una penna, quarantasette centesimi, un pettine.
Nient'altro.
Tenne gli oggetti in mano e li esaminò a lungo come se, in qualche modo, potessero nascondere la risposta al suo tremendo bisogno. Doveva esserci una risposta, era inconcepibile che la sua vita dovesse concludersi lì per terra, come quell'altro prima di lui, offerto a quella creatura per...
«No!»
Con uno scatto spasmodico delle mani scagliò gli oggetti sul pavimento lurido della gabbia, piegando le labbra in una smorfia di atterrita frustrazione. Continuava a ripetersi che non poteva essere vero, che era solo un sogno.
Si accasciò disperato sulle ginocchia e ancora una volta fece scorrere le dita tremanti lungo i lati della gabbia in cerca di una fessura, di un'asse più debole, di un appiglio qualsiasi.
E mentre cercava invano si sforzò di non pensare alla notte che stava per arrivare e a ciò che quella notte avrebbe portato.
Invece non riuscì a pensare ad altro.
Marian balzò a sedere ansimando quando le dita callose dell'uomo le accarezzarono i capelli. Lo fissò con occhi sbarrati dall'orrore e lo vide ritrarre subito la mano.
«Elsie» farfugliò lui.
Il suo alito saturo di whisky le avvolse il viso e Marian si ritrasse, facendo una smorfia e aggrappandosi convulsamente al copriletto.
«Elsie» ripeté Merv, con voce impastata, fissando la donna con occhi da ubriaco.
Il copriletto frusciò sotto di lei quando Marian si fece ancora più indietro e andò a sbattere con la nuca contro il legno della testata.
«Elsie, io non volevo» disse l'uomo, con i capelli che gli ricadevano sulle tempie a formare lame scure e l'alito caldo che usciva a rantoli dalla bocca aperta. «Elsie, non... non avere paura di me.»
«Dov'è mio marito?»
«Elsie, sei proprio come Elsie.» L'uomo parlava in modo smozzicato, e gli occhi iniettati di sangue sembravano quasi implorare. «Sei proprio come Elsie, oh... Dio, sei proprio come lei.»
«Dov'è mio marito?»
La mano di Merv si abbatté sul polso di Marian e lei si sentì tirare come una bambola di stracci verso il petto di lui. Il suo alito rancido la circondò.
«No» boccheggiò Marian, piantandogli le mani sulle spalle.
«Io ti amo, Elsie. Ti amo!»
«Les!» Il suo grido echeggiò nella piccola stanza.
Marian piegò la testa di lato quando il grosso palmo le scivolò lungo la guancia.
«È morto!» urlò Merv con voce rauca. «Quello se l'è mangiato. Se l'è mangiato! Hai sentito?»
Marian ricadde contro la testata, spalancando gli occhi per l'orrore. «No.» Non sentì nemmeno la propria voce.
L'uomo si rimise in piedi a fatica e rimase a fissare il suo viso stravolto.
«Pensi che l'abbia voluto io?» le chiese in tono isterico, mentre una lacrima si faceva strada fra la barba scura della guancia. «Pensi che mi sia piaciuto?» Il suo petto fu scosso da un singhiozzo. «Non mi piaceva, no. Ma tu non sai, ttu non sai. Io solo lo so, io solo! Oh, Dio... non puoi capire, non sai niente!»
Si accasciò pesantemente sul letto e piegò la testa in avanti, il petto sconvolto dai singhiozzi.
«Io non volevo farlo. Dio, ma come puoi pensare che lo volessi?»
Marian si premeva contro le labbra la mano sinistra chiusa a pugno. Sembrava quasi che non respirasse. No. La sua mente lottava contro l'incredulità. No, non è vero, non è vero, continuava a ripetersi.
Tutto a un tratto gettò le gambe fuori dal letto e si alzò in piedi. All'esterno il sole stava tramontando. Non verrà finché non fa buio, si disse disperata. Solo quando fa buio. Ma per quanto tempo era rimasta priva di sensi?
L'uomo si alzò guardandola con gli occhi cerchiati di rosso. «Dove stai andando?»
Lei cominciò a correre verso la porta.
Mentre la spalancava Merv le fu addosso, e i due finirono contro il muro. Le si mozzò il fiato in gola e il dolore alla testa si risvegliò. L'uomo l'afferrò; Marian lottò con violenza per liberarsi.
«Elsie, Elsie...» ansimò l'uomo, tentando di nuovo di baciarla.
Fu allora che Marian vide la grossa brocca appoggiata sul tavolo accanto a lei. Contrasse le dita quasi senza accorgersene, mentre l'uomo premeva con brutalità la bocca contro la sua, poi afferrò la brocca per il manico, la sollevò...
L'urlo di Merv riempì la stanza, mentre i cocci di terracotta bianca si sparpagliavano sul pavimento.
Poi Marian si ritrovò appoggiata alla parete, con il fiato corto, a fissare quel corpo scomposto, le sue grosse dita che ancora stringevano il tappeto.
All'improvviso il suo sguardo volò alla finestra. Era quasi il tramonto.
Corse di scatto verso l'uomo e si chinò sul suo corpo immobile. Frugò con le dita tremanti nelle tasche della tuta fino a quando non trovò il mazzo di chiavi.
Mentre usciva di corsa dalla stanza sentì l'altro che gemeva e colse con la coda dell'occhio un'immagine fuggevole di lui che si rigirava lentamente sulla schiena.
Si lanciò lungo il corridoio e spalancò la porta d'ingresso. Il sole morente riempiva il cielo di una luce color sangue.
Saltò giù, superando i gradini della veranda con il cuore in gola, e si lanciò in una corsa disperata attorno alla casa, senza nemmeno sentire i ciottoli che le ferivano i piedi. Continuò a guardare la fila di gabbie silenziose verso cui stava correndo. Non è vero, non è vero le parole continuavano ad attraversarle il cervello mi ha mentito. Le sue labbra non riuscirono a trattenere un singhiozzo. Ha mentito!
Si precipitò verso la prima gabbia, mentre l'oscurità stava cadendo come un sipario calato troppo in fretta. Le tremavano le gambe.
La gabbia era vuota.
Un altro sussulto le strozzò la gola. Corse alla gabbia successiva. Quell'uomo mentiva!
Vuota.
«No.»
«Les!»
«Marian!» Les balzò su dal pavimento della gabbia, con la faccia illuminata da un'improvvisa vampata di speranza.
«Oh, amore.» La voce di Marian fu un mormorio fievole, scosso dal tremito. «Mi aveva detto...»
«Marian! Apri la gabbia. Svelta! Sta arrivando.»
Marian si sentì di nuovo attanagliare dal panico, come un'ondata di gelo che la paralizzava. Piegò istintivamente la testa di lato e con gli occhi sbarrati dal terrore scrutò il deserto che diventava via via più buio.
«Marian!»
Con le mani scosse da un tremito incontrollabile Marian infilò nella toppa la prima chiave. Non era quella giusta. Si morse le labbra fino a provare dolore. Provò un'altra chiave. Non andava bene nemmeno quella.
«Non riesco a trovare la...»
La voce le si strozzò improvvisamente in gola, le mancò il fiato. Le sua labbra si paralizzarono di colpo.
Nel silenzio si sentiva, debolissimo, il suono di qualcosa di enorme che avanzava raschiando e sibilando sul terreno.
«Oh, no.» Marian guardò istintivamente di lato, poi tornò a girarsi verso Les.
«Va tutto bene, piccola» disse lui. «Tutto bene, non agitarti. Abbiamo tutto il tempo.» Trasse un pesante respiro. «Prova la prossima chiave. Ecco, quella lì. No, quell'altra. È tutto a posto. Ecco. No, quella non funziona. Prova l'altra.» Il suo stomaco continuava a contrarsi in un groppo sempre più duro e più stretto.
Marian si morse il labbro inferiore, facendolo sanguinare. Ebbe un sussulto e il mazzo di chiavi le cadde per terra. Si chinò con un gemito soffocato e lo raccolse. In mezzo al deserto quell'essere continuava a procedere frusciando, con un risucchio come di acqua smossa, e il rumore era diventato più forte.
«Oh, Les, non ci riesco. Non ci riesco!»
«Tranquilla, piccola» esordì Les tutto a un tratto. «Corri verso la strada.»
Lei lo guardò, e improvvisamente il suo viso perse ogni espressione. «Cosa?»
«Amore, non startene lì impalata, per l'amor del cielo!» gridò lui. «Scappa!»
Marian raccolse il poco fiato che le era rimasto e tornò ad affondare i denti nel taglio che si era procurata sul labbro. Le sue mani smisero di tremare e, quasi inebetita, provò la chiave successiva, l'ultima, mentre Les la guardava terrorizzato, pur senza smettere di tenere d'occhio il deserto.
«Amore, non...»
La serratura si aprì. Les la spalancò con un grugnito strozzato e afferrò la mano di Marian, mentre il tramonto vibrava tutto di quel fruscio gorgogliante.
«Corri!» le disse con voce strozzata. «Non voltarti indietro!»
Si misero a correre a perdifiato, allontanandosi dalle gabbie, da quella massa tremolante alta due metri che sguazzava nella radura come gelatina riversata da un gigantesco boccale. Cercarono di non ascoltare e tennero lo sguardo fisso in avanti. Corsero con tutta la forza che avevano, cercando di dominare il panico che sembrava volergli attanagliare anche le gambe.
La macchina si trovava di nuovo davanti alla casa, con la parte anteriore ammaccata. Spalancarono gli sportelli e salirono a bordo in tutta fretta. La mano tremante di Les sentì che la chiave era ancora infilata nel cruscotto. La girò e schiacciò con forza il pulsante dello starter.
«Les, sta venendo da questa parte!»
Gli ingranaggi del cambio emisero un rumore stridulo e la macchina sobbalzò in avanti. Les non si guardò indietro, si limitò a infilare la marcia giusta e continuò a tenere il piede premuto sull'acceleratore fino a quando la macchina imboccò sbandando il sentiero malmesso.
Giunto in fondo Les svoltò a destra e puntò verso la città che ricordava di avere attraversato... un secolo prima. Schiacciò il gas a tavoletta e la macchina prese velocità. Senza i fari non vedeva bene la strada, ma non riusciva a sollevare il piede dall'acceleratore. Sembrava quasi che ci si fosse incollato. Percorse a tutta velocità la strada ormai quasi buia. Dopo quattro giorni Les poté permettersi di tirare il fiato mentre...
La creatura schiumava e oscillava sul terreno, con la furia che ribolliva nelle sue carni. L'animale aveva fallito, non c'era cibo ad attenderlo. Il cibo era sparito. La creatura tracciò serpeggiando circoli rabbiosi, perlustrando la zona. Le sue cellule visive erano puntate verso il basso. La sua sagoma informe e luminescente scandagliava il terreno scaglioso. Niente. La creatura avanzò gorgogliando come una marea di melma verso la casa, verso quel suono ticchettante...
Il braccio di Merv Ketter ebbe uno scatto spasmodico e lui si drizzò a sedere, con gli occhi spalancati. Il dolore prendeva forma nella sua mente in linee ben definite: dolore alla testa, dolore al braccio. Il cono era come un roditore che scavasse la sua tana, artigliando la carne con zampe affilate, tentando di farsi strada nel suo corpo. Merv riuscì faticosamente a mettersi in ginocchio, stringendo forte i denti, con gli occhi annebbiati dalla sofferenza.
Era già quasi in piedi quando il suono esplose fragorosamente nella casa, facendola tremare. Merv ebbe una violenta convulsione, e rimase a bocca aperta. Il fuoco che gli scavava e gli straziava la carne aumentò d'intensità. All'improvviso capì. Con un mugolio strozzato uscì in corridoio e guardò in basso, verso le scale avvolte nell'oscurità, mentre
la creatura risaliva ondeggiando le scale, con i settanta occhi metallici che brillavano sinistramente nel buio e la sua scintillante deformità che già sentiva la vicinanza dell'animale. Nella sua sagoma amorfa sibilava e ribolliva una rabbia impotente. La creatura si sollevava su un gradino, vi ricadeva sopra e poi passava al successivo. L'animale si voltò e corse verso
le scale sul retro! Era la sua unica possibilità. Merv respirava a fatica, come se l'aria gli si fosse liquefatta nei polmoni. Gli stivali martellarono sul pavimento di legno del corridoio e nel buio della sua stanza. Sentì dietro di sé la ringhiera che cigolava e cedeva quando la creatura raggiunse il secondo piano, dove si ripiegò e divenne una specie di vescica a forma di U, per poi riassumere il suo aspetto gelatinoso e riprendere la marcia.
Merv si lanciò giù per le scale ripide, aggrappandosi alla ringhiera con la mano intorpidita, mentre il cuore gli picchiava nel petto come un mantice impazzito. Urlò quasi senza voce quando il dolore al braccio avvampò di nuovo, e per poco non perse conoscenza.
Quando giunse in fondo ai gradini sentì la porta della sua camera da letto che veniva schiantata, e avvertì tutta la rabbia schiumante della creatura che si ammassò contro la porta della scala posteriore e vi si schiacciò addosso fino a scardinarla e sfondarla con il suo peso. In basso sentiva i passi martellanti dell'animale in fuga. La creatura perse aderenza e scivolò raspando e rotolando giù per le scale, con i settecento sensori che scorticavano l'intelaiatura e strappavano schegge dalle assi di legno.
Ricadde pesantemente sul gradino in fondo, si fece strada con l'enorme massa informe oltre la porta e attraversò gorgogliando il pavimento della cucina mentre
in salotto Merv correva alla mensola del caminetto. Tirò giù il Mauser e si girò di scatto mentre la creatura rigonfia riversava il suo corpo luminescente attraverso la porta.
La stanza echeggiò di una serie di secche esplosioni mentre Merv scaricava il fucile addosso al mostro che avanzava. Le pallottole fiorirono in una rosa di frammenti senza nemmeno scalfire il suo involucro e Merv fece un salto indietro con un urlo di terrore, mentre il fucile gli scivolava dalle mani. Il braccio proteso urtò la fotografia di sua moglie e lui la sentì infrangersi al suolo. Nella sua mente sconvolta si formò l'immagine passeggera di Elsie sdraiata a terra, con la faccia sorridente dietro il vetro scheggiato.
Poi la sua mano si richiuse su qualcosa di duro e all'improvviso Merv seppe con precisione quello che doveva fare.
Mentre la massa scintillante si raccoglieva all'indietro per poi avventarsi su di lui in tutta la sua liquida violenza, Merv scattò di lato. Il caminetto si scheggiò e la parete cedette di schianto.
Poi, mentre la creatura si rialzava e torreggiava sopra di lui, Merv strappò la linguetta della bomba a mano e se la tenne stretta contro il petto.
Stupido animale! Adesso ti ucciderò per...
DOLORE!
I tessuti esplosero, l'involucro si squarciò, la creatura colò sul pavimento come magma, un torrente liquefatto di protoplasmi.
Poi silenzio nella stanza. Le menti della creatura si spensero una dopo l'altra mentre l'atmosfera rarefatta sottraeva vita a ogni tessuto. Quei resti ebbero un leggero fremito mentre la sofferenza invadeva le sue cellule e le sue giunture glutinose. I pensieri dell'essere sgocciolarono via.
I fluidi vitali si prosciugarono. Lampi di luce che fornivano calore e vita alla materia pulsante. Organismi che si connettevano, cellule che si scindevano, i contenuti ondulanti del recessore alimentare che si rigonfiavano, si rigonfiavano a dismisura, andavano in sovraccarico. Dove sono? Che fine hanno fatto i padroni che mi hanno dato la vita perché io potessi nutrirli e non perdere mai la mia massa e la mia energia?
E poi la creatura, che era nata da colture idroponiche tumorali, morì non ricordando di avere divorato essa stessa i suoi padroni mentre dormivano, ingerendo insieme ai loro corpi anche tutta la conoscenza della loro mente.
Sabato 22 agosto vi fu una violenta esplosione nel deserto e tutti coloro che abitavano nel raggio di una trentina di chilometri si ritrovarono la casa circondata da frammenti di metallo che non avevano mai visto.
«Una meteora» dissero tutti, ma soltanto perché dovevano pur dire qualcosa.