gravidanza indesiderata (it)
In corridoio posò la valigia. «Come va?» chiese.
«Bene» rispose lei con un sorriso.
Lo aiutò a sfilarsi il cappotto e il cappello, e li ripose nell'armadio.
«Questo gennaio in Indiana è proprio freddo, dopo sei mesi passati in Sud America.»
«Ci puoi scommettere» disse lei.
Andarono in salotto, abbracciati.
«Che hai fatto di bello?» le chiese.
«Oh... niente di che» rispose lei. «Ti ho pensato.»
Lui sorrise e la strinse a sé.
«Non è poco» disse.
Il sorriso di lei vacillò per un attimo, poi ritornò. Gli prese la mano e la strinse. E all'improvviso, anche se all'inizio lui non se ne rese conto, le mancarono le parole. Aveva pensato così tanto a quel momento che l'impatto di quella mancanza di calore non lo colpì subito. Lei gli sorrideva e lo guardava negli occhi mentre parlava, ma il sorriso continuava a perdere consistenza, e gli occhi a evitare i suoi proprio nel momento in cui reclamava da loro la massima attenzione.
Più tardi, in cucina, lei sedeva sul lato opposto del tavolo mentre lui beveva la terza tazza del suo caffè caldo e profumato.
«Non dormirò, stanotte,» disse lui, con un sorriso «ma non ne ho una gran voglia.»
Il sorriso di lei fu di convenienza. Il caffè gli bruciò la gola; notò che il caffè che lei si era versato all'inizio era ancora lì, senza che ne avesse bevuto nemmeno una goccia.
«Niente caffè per te?» le chiese.
«No, io... non lo bevo più.»
«Sei a dieta o cosa?»
La vide deglutire.
«Diciamo così» rispose.
«Che sciocchezza» disse lui. «Hai una linea perfetta.»
Lei sembrò sul punto di dire qualcosa, poi ebbe un attimo di esitazione. Lui posò la tazza.
«Ann, c'è...»
«Qualcosa che non va?» concluse lei.
Lui annuì.
Ann abbassò lo sguardo. Si morse il labbro inferiore e strinse le mani davanti a sé sopra il tavolo. Poi i suoi occhi si chiusero e lui ebbe la sensazione che si stesse richiudendo per difendersi da qualcosa di disperatamente orribile.
«Tesoro, che c'è?»
«Credo che... la cosa migliore sia... dirti tutto.»
«Be', certo, amore» disse lui, ansioso. «Di che si tratta? Ti è successo qualcosa mentre ero via?»
«Sì. E no.»
«Non capisco.»
All'improvviso lo fissò negli occhi. Aveva un'espressione sconsolata, e lui si sentì rabbrividire.
«Aspetto un bambino» disse lei.
Lui stava per esclamare: ma è meraviglioso! Stava per saltare su e abbracciarla e farla danzare per tutta la stanza.
Poi capì a fondo ciò che lei gli aveva detto, e impallidì.
«Che cosa?» disse.
Ann non rispose perché sapeva che lui aveva sentito benissimo.
«Da... da quanto tempo lo sai?» le domandò, guardando i suoi occhi che continuavano a fissarlo immobili.
Lei lasciò andare un respiro tremante, e lui capì che la risposta sarebbe stata quella sbagliata. Infatti fu così.
«Da tre settimane» rispose lei.
Lui rimase lì impalato a guardarla senza capire e a girare il caffè senza neanche rendersene conto. Poi se ne accorse e sollevò lentamente il cucchiaino posandolo accanto alla tazza.
Cercò di dire quella parola, ma non ne fu capace. Gli tremava nelle corde vocali. Si irrigidì.
«Chi?» le chiese poi, in un tono fiacco e spento.
Lei tornò a fissarlo, grigia in volto. Le tremavano le labbra quando gli rispose.
«Nessuno» disse.
«Che cosa?»
«David» disse lei, cercando di pesare le parole. «Io...»
Poi curvò le spalle.
«Nessuno, David. Nessuno.»
Ci volle qualche secondo prima che lui reagisse. Lei glielo lesse in volto prima che lo distogliesse per guardare da un'altra parte. A quel punto si alzò e lo guardò dall'alto in basso.
«David,» gli disse con la voce scossa da un tremito «giuro su Dio che da quando sei andato via non ho avuto rapporti con nessun uomo!»
Lui si accasciò contro lo schienale della sedia, stordito. Dio, oh Dio, che poteva dire? Un uomo torna dopo sei mesi trascorsi nella giungla e sua moglie gli dice che è incinta e gli chiede di credere che...
Strinse forte i denti. Si sentiva come trascinato suo malgrado in un gioco orribilmente scorretto. Mandò giù a fatica la saliva e si guardò le mani scosse da un tremito. Ann. Ann! Aveva voglia di afferrare la tazza e di scaraventarla contro il muro.
«David, devi creder...»
Lui si alzò, sulle gambe che non lo reggevano, e uscì dalla stanza. Ann gli fu subito dietro e gli prese la mano.
«David, devi credermi. Diventerò pazza se non mi credi. È l'unica cosa che mi ha dato forza... la speranza che mi avresti creduto. Se non mi credi...»
Lasciò la frase a metà. Rimasero fermi a guardarsi con aria sconsolata. Lui sentì il contatto della mano di sua moglie. Un contatto gelido.
«Ann, cosa vorresti farmi credere? Che mio figlio è stato concepito cinque mesi dopo che sono andato via?»
«David, se fossi colpevole, io... sarei così sfacciata da dirtelo? Lo sai ciò che penso del nostro matrimonio. E di te.»
Le mancò la voce.
«Se avessi fatto quello che pensi, non te lo avrei detto» aggiunse. «Piuttosto mi sarei uccisa.»
Lui continuò a fissarla, senza sapere cosa fare, come se si aspettasse di trovare una risposta nella sua espressione angosciata. Alla fine parlò.
«Andremo... dal dottor Kleinman» disse. «Noi...»
Lei ritrasse la mano.
«Non mi credi, vero?»
Le rispose con una voce stravolta dal tormento. «Ti rendi conto di quello che mi stai chiedendo?» disse. «Lo sai, vero, Ann? Io sono uno scienziato. Non posso accettare l'incredibile... così, come se niente fosse. Pensi che non voglia crederti? Ma...»
Per un bel po' lei non si mosse, poi si girò appena e parlò con voce controllata.
«E va bene» disse pacatamente. «Fa' quello che ritieni più giusto.»
Subito dopo uscì dalla stanza. La guardò allontanarsi, poi si voltò anche lui e andò verso il caminetto. Rimase a lungo a fissare la bambola paffuta con le gambe che penzolavano dal bordo della mensola. Coney Island, c'era scritto sul suo vestitino. L'avevano vinta otto anni prima, durante la luna di miele.
Improvvisamente chiuse gli occhi.
Ritorno a casa.
Ormai non significava più niente.
«Adesso che abbiamo finito i convenevoli,» disse il dottor Kleinman «che ci fai qui? Ti sei beccato qualche malattia tropicale?»
Collier se ne stava sprofondato nella poltrona. Per qualche secondo guardò fuori dalla finestra, poi si girò verso Kleinman e gli raccontò tutto rapidamente.
Quando ebbe finito, i due rimasero a guardarsi per qualche momento senza parlare.
«Non è possibile, no?» chiese Collier alla fine.
Kleinman strinse le labbra. Sul suo viso guizzò l'ombra di un sorriso fugace.
«Che vuoi che ti dica?» replicò. «Che è impossibile? Che gli annali della medicina non lo registrano? Non lo so, David. Noi presumiamo che gli spermatozoi sopravvivano nel canale cervicale per un periodo da tre a cinque giorni, forse qualcosa di più. Ma se anche fosse così...»
«Non possono più fecondare?» concluse per lui Collier.
Kleinman non confermò, né con la voce né con un cenno del capo, ma Collier capì lo stesso. Capì, in parole povere, che questo significava una condanna per la sua vita.
«Allora non c'è speranza» disse con calma.
Kleinman strinse di nuovo le labbra e mentre rifletteva fece scorrere un dito sul tagliacarte.
«A meno che» disse «tu non parli con Ann e non le faccia capire che non l'abbandonerai. Probabilmente è la paura che le fa dire queste cose.»
«... che non l'abbandonerò» ripeté Collier in un bisbiglio inaudibile, e scosse la testa.
«Non ti sto suggerendo niente, attento» proseguì Kleinman. «Solo che la paura di Ann può avere raggiunto un tale livello di isterismo da impedirle di dirti la verità.»
Collier si alzò, svuotato di tutta la sua vitalità.
«D'accordo» disse, ma senza troppa convinzione. «Le parlerò di nuovo. Magari riusciremo a... sistemare tutto.»
Ma quando le raccontò ciò che aveva detto Kleinman, lei rimase seduta e lo guardò con la faccia inespressiva.
«Allora è così» disse Ann. «Hai già deciso.»
Lui deglutì.
«Non credo che tu ti renda conto di quello che mi stai chiedendo» disse.
«Sì, lo so quello che ti sto chiedendo» rispose lei. «Solo che tu mi creda.»
Lui fece per dire qualcosa, sentendosi crescere la rabbia dentro, poi si controllò.
«Ann» disse. «Basta che tu mi dica tutto. Farò del mio meglio per capire.»
Adesso anche lei stava per perdere il controllo. La vide stringere le mani in grembo, senza riuscire a frenarne il tremito.
«Non vorrei sciupare il tuo nobile atteggiamento,» disse «ma non sono incinta di un altro uomo. Mi capisci... mi credi?»
Adesso non era isterica, né spaventata o sulla difensiva. Lui rimase in piedi a guardarla, sentendosi stordito e confuso. Non gli aveva mai mentito prima, eppure... cosa doveva pensare?
Ann tornò a leggere la sua rivista e lui continuò a fissarla, sempre in piedi. Questi sono fatti, insisteva la sua mente. Distolse lo sguardo. La conosceva davvero? Era possibile che all'improvviso fosse diventata un'estranea? In soli sei mesi?
Che cosa era successo in quei sei mesi?
Sistemò sul divano le lenzuola e la vecchia trapunta che avevano usato nei primi tempi del matrimonio. Mentre guardava la quadrettatura fitta e i disegni vivaci ormai scoloriti dopo innumerevoli lavaggi, sulle sue labbra si disegnò un sorriso amaro.
Ritorno a casa.
Si raddrizzò con un sospiro di stanchezza e andò verso il giradischi, dove il braccetto grattava debolmente alla fine di un disco. Lo sollevò e infilò un altro disco. Mentre iniziava il Lago dei cigni di Tchaikowsky, ne osservò la copertina.
Al mio grande amore. Ann.
Non si erano più parlati per tutto il pomeriggio e la serata. Dopo cena lei aveva preso un volume dalla libreria ed era salita di sopra. Lui era rimasto seduto in salotto cercando di leggere il Fort Tribune, nel vano tentativo di rilassarsi. Ma come poteva riuscirci? Era possibile per un uomo rilassarsi a casa sua, con una moglie che portava in grembo un figlio non suo? Alla fine il giornale gli era scivolato dalle dita molli ed era caduto al suolo.
Adesso continuava a fissare il tappeto, scervellandosi per trovare una soluzione.
Era possibile che i medici si sbagliassero? Il seme poteva sopravvivere e mantenere la sua capacità di fertilizzare non per giorni, ma per mesi? Magari, pensò, era meglio credere una cosa del genere piuttosto che sua moglie lo avesse tradito. La loro era sempre stata una relazione ideale, quanto di più vicino a un Matrimonio Perfetto potesse esistere al mondo. E adesso gli capitava fra capo e collo quella storia.
Si passò la mano tremante fra i capelli. Respirava a fatica e aveva una pesantezza al petto che non riusciva ad alleviare. Un uomo torna a casa dopo sei mesi nel...
Non pensarci più! impose a se stesso, poi si costrinse a raccogliere il giornale e a leggerne ogni parola, compresi i fumetti e la rubrica di astrologia. Oggi riceverai una grande sorpresa, gli diceva il suo oroscopo.
Gettò via il giornale e guardò l'orologio sopra il caminetto. Le dieci passate. Se ne stava seduto lì da oltre un'ora mentre Ann leggeva nel loro letto. Si chiese quale libro avesse preso il posto dell'affetto e della comprensione.
Si alzò stancamente. Il giradischi grattava di nuovo.
Dopo essersi lavato i denti andò in corridoio e si avviò per le scale. Giunto davanti alla porta della camera da letto esitò, diede un'occhiata dentro. La luce era spenta. Si fermò e ascoltò il respiro di Ann, e capì che non dormiva.
Per poco non cedette a un impellente bisogno di lei, ma poi si ricordò che Ann aspettava un bambino, e che quel bambino non poteva essere il suo. Il pensiero lo fece irrigidire, lo costrinse a voltarsi, con le labbra strette, e lo ricondusse giù per le scale. Spense l'interruttore e il salotto piombò nell'oscurità.
Raggiunse a tentoni il divano e vi si buttò sopra. Per un po' rimase seduto al buio, fumando una sigaretta. Poi schiacciò il mozzicone in un posacenere e si sdraiò. Faceva freddo. Si infilò sotto le lenzuola e la trapunta e restò lì, rabbrividendo. Ritorno a casa. Quella parola tornò a opprimerlo.
Devo avere dormito un po', si disse mentre fissava il soffitto nero. Sollevò l'orologio e guardò le cifre luminose. Le tre e venti. Grugnì e si girò su un fianco, poi alzò la testa e si sistemò il cuscino.
Restò lì a pensare ad Ann. Sei mesi fuori al lavoro e, la prima notte dopo il suo ritorno a casa, eccolo lì a dormire sul divano mentre lei stava di sopra, sul letto. Si chiese se fosse impaurita. Si portava appresso un po' di paura del buio fin da quando era bambina. Di solito si rannicchiava vicino a lui e gli appoggiava la testa sulla spalla, per poi addormentarsi con un sospiro di soddisfazione.
Si torturò il cervello a pensarci. Più di ogni altra cosa aveva voglia di precipitarsi su per le scale e infilarsi nel letto accanto a lei, sentire il contatto del suo corpo caldo. Perché non lo fai? si chiese la sua mente insonnolita. Perché lei porta in grembo il figlio di qualcun altro, giunse immancabile la risposta. Perché è una peccatrice.
Non fece che rigirare smaniosamente la testa sul cuscino. Peccatrice. La parola gli suonava ridicola. Tornò a rivoltarsi sulla schiena e allungò la mano per prendere una sigaretta. Restò lì a fumare lentamente, seguendo con lo sguardo quella punta incandescente che si muoveva nell'oscurità.
Fu inutile. Si drizzò ben presto a sedere e cercò alla cieca il posacenere. Doveva parlare con lei, tutto lì. Se riusciva a farla ragionare, di certo gli avrebbe raccontato quello che era successo. Poi avrebbero avuto almeno un punto di partenza comune per riprendere il filo del loro discorso. Meglio fare così.
Razionalizzazione, gli disse la sua mente. La ignorò mentre arrancava su per i gradini gelidi e quando si fermò esitante davanti alla porta.
Entrò piano, cercando di ricordare come fossero sistemati i mobili. Trovò la piccola lampada da notte sul comò e l'accese. Il minuscolo globo cancellò il buio intorno a sé.
Fu scosso da un brivido sotto la vestaglia di lana pesante. La stanza era molto fredda, e tutte le finestre spalancate. Ma voltandosi vide che Ann indossava solo una leggera camicia da notte. Si avvicinò rapidamente al letto e le tirò su le coperte, sforzandosi di ignorare il suo corpo. Non adesso, pensò, non in un momento come questo. Avrebbe falsato tutto.
Rimase in piedi accanto al letto e la guardò dormire. I suoi capelli erano una massa nera sparpagliata sul cuscino. Le guardò la pelle bianca, le morbide labbra rosse. È così bella, pensò, e per poco non lo disse ad alta voce.
Girò la testa. D'accordo, la parola era ridicola, ma era anche vera. In quale altro modo si può definire una donna che tradisce il marito? Esisteva forse una parola più adatta di 'peccatrice'?
Strinse le labbra, ricordando quanto lei avesse sempre desiderato un bambino. Be', adesso ne aveva uno.
Notò che sul letto c'era un libro accanto a lei e lo prese. Fisica di base. Perché diavolo lo stava leggendo? Non si era mai interessata di scienze; aveva letto forse qualcosa di sociologia e aveva un'infarinatura di antropologia; abbassò lo sguardo su di lei, incuriosito.
Avrebbe voluto svegliarla, ma non ne trovò il coraggio. Sapeva che al solo vederla aprire gli occhi sarebbe rimasto senza parole. Ci ho pensato, voglio parlare di questa faccenda con lei in modo assennato, lo imbeccò la sua mente. Anche se gli sembrò un atteggiamento da romanzo d'appendice.
Era quello il punto dolente, il fatto che fosse incapace di discuterne con lei, in modo assennato o meno. Non poteva lasciarla, e non poteva nemmeno approfondire come avrebbe voluto. Sentendosi vacillare nei suoi propositi, provò una fitta di rabbia. Be', si difese stizzosamente, come ci si può adattare a una situazione del genere? Uno torna a casa dopo sei mesi nella...
Si allontanò dal letto e si lasciò cadere sulla poltroncina sistemata accanto al comò. Restò lì a tremare un poco, osservando la faccia di sua moglie. Una faccia così infantile, così innocente.
Mentre la guardava lei si mosse nel sonno, agitandosi sotto le coperte come se si sentisse a disagio. Le labbra si piegarono in una specie di smorfia e poi, di colpo, la sua mano destra afferrò le coperte e le spostò di lato, facendole scivolare a terra oltre il bordo del letto. Con i piedi le scalciò via del tutto. Poi il suo corpo fu squassato da un profondo sospiro; si girò su un fianco e riprese a dormire, nonostante quasi subito iniziasse a tremare leggermente.
David si rialzò in piedi, sbalordito dal suo comportamento. Non aveva mai avuto il sonno disturbato. Era un'abitudine che aveva acquisito mentre lui non c'era? È il senso di colpa, gli disse la sua mente, sconcertandolo. L'idea lo fece infuriare. Ebbe uno scatto e si lanciò sul letto, ributtandole addosso le coperte con violenza.
Quando si riprese vide che lei lo stava guardando. Si sforzò di sorridere, poi cancellò il sorriso dalle proprie labbra.
«Ti prenderai una polmonite se continui a scoprirti» le disse in tono rabbioso.
Lei sbatté le palpebre. «Che cosa?» disse.
«Ho detto...» cominciò, ma s'interruppe subito. In lui si era accumulata troppa rabbia. La scacciò.
«Non fai che liberarti delle coperte» le disse, con voce atona.
«Oh» fece lei. «Io... ormai è circa una settimana che mi succede.»
Lui la guardò. E adesso? gli venne da domandarsi.
«Mi porteresti un bicchiere d'acqua?» gli chiese sua moglie.
Lui annuì, lieto che gli avesse fornito una scusa per distogliere lo sguardo da lei. Uscì in corridoio, andò in bagno e fece scorrere l'acqua fino a che non diventò fredda, poi riempì il bicchiere.
«Grazie» disse Ann mentre glielo porgeva.
«Figurati.»
Lei lo svuotò d'un fiato, poi alzò verso di lui uno sguardo colpevole.
«Me ne... porteresti un altro?»
Lui la fissò per un attimo, poi prese il bicchiere, lo riempì di nuovo e glielo riportò. Lei bevve con la stessa velocità.
«Ma che hai mangiato?» le domandò, sentendosi stranamente teso mentre finalmente riusciva a parlare con lei, ma di un argomento così irrilevante.
«Sale... credo» rispose lei.
«Devi averne mangiato un bel po'.»
«Infatti, David.»
«Non ti fa bene.»
«Lo so.» Lo guardò con un'espressione supplichevole.
«Che vuoi... un altro bicchiere?» le chiese.
Ann abbassò gli occhi. Lui alzò le spalle. Non gli sembrava giusto, ma non aveva voglia di discuterne con lei. Andò in bagno a prenderle il terzo bicchiere. Quando tornò, Ann aveva chiuso gli occhi. Le disse: «Ecco la tua acqua», ma lei si era riaddormentata. Posò il bicchiere.
Mentre la guardava provò un desiderio quasi irrefrenabile di sdraiarsi accanto a lei, di stringerla a sé e di baciarla sulle labbra e sul viso. Ricordò tutte le notti in cui era rimasto sveglio sotto la tenda, madido di sudore, pensando a sua moglie. A rigirare la testa sul cuscino, provando quasi un dolore fisico, perché lei era così lontana. Adesso provava la stessa sensazione. Eppure, malgrado l'avesse a portata di mano, non riusciva a trovare il coraggio di toccarla.
Si voltò di scatto, spense la lampada e lasciò la camera da letto. Scese in salotto e si buttò sul divano, e sfidò il cervello a non addormentarsi. Vinse lui la sfida e cadde in un sonno agitato, senza sogni.
La mattina dopo, quando Ann entrò in cucina, tossiva e starnutiva.
«Che hai fatto, hai gettato via di nuovo le coperte?» le chiese.
«Di nuovo?» ripeté lei.
«Non ti ricordi che sono venuto su?»
Lei lo guardò con occhi vacui.
«No» rispose.
Per un attimo si fissarono, poi David andò alla credenza e prese due tazze.
«Puoi bere caffè?» le domandò.
Lei ebbe un attimo di esitazione, poi rispose: «Sì.»
Lui depose le tazze sul tavolo, quindi sedette e attese. Quando il caffè cominciò a uscire sputacchiando nella coppa di vetro, Ann si alzò e afferrò la caffettiera con la presina. Lui la guardò mentre versava il liquido nero e fumante nelle tazze. Quando riempì la sua le tremò un poco la mano, e David si ritrasse per evitare di essere schizzato.
Aspettò fino a che lei non si fu seduta, poi le chiese a bruciapelo: «Come mai stai leggendo un libro sulla fisica di base?»
Di nuovo quell'espressione vuota, insicura.
«Non lo so» rispose lei. «È solo che... per qualche motivo ha suscitato il mio interesse.»
Lui versò un cucchiaino di zucchero nel caffè e lo girò, sentendo che sua moglie aggiungeva della crema nel suo.
«Io... credevo che tu...» David respirò a fondo. «Credevo che dovessi bere latte scremato, o roba del genere» aggiunse.
«Ho voglia di una tazza di caffè.»
«Lo vedo.»
Se ne rimase seduto a fissare cupamente il tavolo, e a sorseggiare lentamente il caffè caldo. Si costrinse a sprofondare la sua sensibilità in una dimensione di distacco, priva di spigoli. Quasi dimenticò che davanti a lui c'era sua moglie. La stanza scomparve, svanirono tutte le immagini e i rumori.
Poi Ann appoggiò rumorosamente la tazza sul piattino. David trasalì.
«Visto che hai voglia di parlarmi, tanto vale che la facciamo finita adesso!» disse infuriata. «Se pensi che me ne rimarrò qui tranquilla ad aspettare che ti torni la voglia di parlare con me, ti sbagli di grosso!»
«Che vorresti che facessi?» l'aggredì lui a sua volta. «Se tu venissi a sapere che un'altra donna aspetta un bambino da me, come ti sentiresti?»
Lei chiuse gli occhi e sul suo viso si disegnò un'espressione di pazienza autoimposta.
«Stammi a sentire, David» disse. «Te lo dico per l'ultima volta, io non ho commesso adulterio. Lo so che ti rovina il ruolo del marito offeso, ma non posso farci niente. Puoi farmelo giurare su cento bibbie e ti ripeterò sempre la stessa cosa. Puoi iniettarmi il siero della verità, e continuerò a dirti la stessa cosa. Puoi legarmi a un metal detector ma la mia storia non cambierà. David, io sono...»
Non riuscì a concludere la frase. Un accesso di tosse cominciò a scuoterle il corpo. Divenne paonazza e le lacrime le scorsero lungo le guance mentre si aggrappava al tavolo con le dita contratte, ansimando per riprendere fiato.
Per un attimo David dimenticò tutto, a parte il fatto che lei stava male. Balzò su e corse verso il lavandino per procurarle dell'acqua. Mentre beveva le diede dei colpetti delicati sulla schiena. Lei lo ringraziò con voce strozzata e lui riprese a colpirla piano, quasi con desiderio.
«Sarà meglio che oggi rimani a letto» le disse. «È una brutta tosse, la tua. E sarà anche meglio che io... che tu fissi bene le coperte per evitare di...»
«David, che hai intenzione di fare?» gli chiese in tono disperato.
«Fare?»
Ann non si spiegò meglio.
«Io... io non lo so con sicurezza, Ann» rispose. «Vorrei crederti, con tutto il cuore, ma...»
«Ma non ci riesci. Be', allora è finita.»
«Oh, piantala di saltare alle conclusioni! Non puoi darmi il tempo di pensarci su? Per l'amor di Dio, sono tornato a casa da appena un giorno.»
Per un breve momento gli sembrò di rivedere negli occhi di sua moglie una scintilla dell'antico calore. Forse Ann capiva, dietro tutta la sua rabbia, quanto lui desiderasse restare. Lei prese il suo caffè.
«Va bene, pensaci su» disse. «Io lo so qual è la verità. Se non mi credi... allora sbrigatela un po' da solo, con tutta la tua intelligenza.»
«Grazie» le disse.
Quando uscì di casa, Ann era tornata a letto. Si era avvolta nelle coperte, tossiva e leggeva Introduzione alla chimica.
«Dave!»
Il volto da bravo ragazzo del professor Mead si aprì in un ampio sorriso. Posò le pinzette che usava per rimuovere il vetrino dal microscopio e protese la mano destra. Johnny Mead, ex quarterback della nazionale americana, aveva ventisette anni, era alto e robusto, e portava sempre i capelli a spazzola. Strinse forte la mano di Collier.
«Come te la passi, amico mio?» gli chiese. «Ne hai avuto abbastanza di quei parassiti del Mato Grosso?»
«Più che abbastanza» rispose Collier, sorridendo.
«Hai un bell'aspetto, Dave» disse Mead. «Bello e abbronzato. Devi avere un gran successo in questo campus, fra tante facce da cadaveri.»
Si spostarono all'interno dell'immenso laboratorio verso l'ufficio di Mead, passando accanto a studenti chini sui microscopi o impegnati con altri strumenti di analisi. Collier provò per un attimo la consolante sensazione di essere tornato a casa, poi considerò l'ironia di provarla lì, invece che a casa sua, e gli passò.
Mead richiuse la porta e indicò a Collier di accomodarsi su una sedia.
«Allora, raccontami tutto, Dave» disse. «Sulle tue mirabolanti avventure ai tropici.»
Collier si schiarì la gola.
«Ecco, se non ti dispiace, Johnny,» disse «in questo momento c'è qualche altra cosa di cui vorrei parlarti.»
«Spara, ragazzo.»
Collier esitò.
«Cerca di capirmi» disse. «Quello che sto per dirti è una cosa molto personale, e lo faccio perché ti considero il mio migliore amico.»
Mead si sporse in avanti sulla sedia, e la sua espressione di giovanile esuberanza scomparve quando vide che Collier era piuttosto angosciato.
Collier gli confessò tutto.
«No, Dave» disse Johnny alla fine del racconto.
«Ascoltami, Johnny» insisté Collier. «Lo so che sembra assurdo. Ma lei sostiene di essere innocente con tale convinzione che... ecco, in tutta onestà, non so proprio che fare. O ha avuto un tracollo emotivo così forte che la sua mente ha rifiutato il ricordo del... del...»
Continuava a tormentarsi le mani in grembo.
«Oppure?» chiese Johnny.
Collier respirò a fondo.
«Oppure dice la verità» concluse.
«Ma...»
«Lo so, lo so» lo interruppe Collier. «Sono stato da un dottore, Kleinman, lo conosci.»
Johnny annuì.
«Insomma, sono andato da lui e mi ha detto la stessa cosa, perciò non c'è bisogno che tu me la ripeta. Che una donna non può rimanere incinta cinque mesi dopo un rapporto sessuale. Questo lo so, ma...»
«Che cosa?»
«Non esiste un altro modo?»
Johnny lo guardò senza parlare. Collier piegò la testa in avanti e chiuse gli occhi. Dopo un po' emise un risolino di amaro divertimento.
«Non esiste un altro modo» ripeté, prendendosi in giro da solo. «Che domanda stupida.»
«Ma se insiste di non avere...»
Collier annuì stancamente.
«Sì» disse. «Lei... sì.»
«Non lo so» disse Johnny, passandosi la punta del dito sul labbro inferiore. «Magari è una forma d'isteria. Magari... David, magari non è affatto incinta.»
«Cosa?»
Collier drizzò la testa di scatto, piantando gli occhi in quelli di Johnny.
«Non correre con la fantasia, Dave. Non ti voglio sulla mia coscienza. Ma, insomma... non è vero che Ann ha sempre desiderato un bambino? Io credo che lo abbia voluto... disperatamente. Bene, può essere semplicemente una teoria sballata, ma per me è possibile che... l'esaurimento emotivo dovuto alla separazione da te per sei mesi abbia potuto causare una falsa gravidanza.»
In Collier cominciò a nascere una speranza folle, irrazionale, lo sapeva bene, ma vi si aggrappò con tutte le sue forze.
«Io credo che dovresti parlare ancora con lei» disse Johnny. «Cerca di avere altre informazioni. Magari fa' pure come ha proposto lei, prova con l'ipnosi, il siero della verità, qualsiasi cosa. Ma... ragazzo, non arrenderti! Io conosco Ann. E ho fiducia in lei.»
Mentre ritornava a casa quasi correndo, David continuò a pensare a quanto poco fosse merito suo, se aveva ritrovato un minimo di fiducia in se stesso. Ma almeno, grazie a Dio, adesso l'aveva di nuovo. La cosa lo riempiva di speranza, gli faceva venire voglia di mettersi a gridare: deve essere vero, deve essere vero!
Poi, mentre svoltava sul vialetto di casa, si fermò così bruscamente che per poco non cadde in avanti e boccheggiò, restando quasi senza fiato.
Ann stava in piedi sulla veranda in camicia da notte, con il vento gelido di gennaio che faceva svolazzare la seta leggera disegnando il profilo deciso del suo corpo. Era a piedi nudi, sulle assi di legno ricoperte da una patina gelata, con una mano sulla ringhiera.
«Oh, mio Dio!» farfugliò Collier con voce strozzata mentre si precipitava incontro a lei lungo il vialetto.
Quando la raggiunse e la prese, la sua carnagione era bluastra, quasi ghiacciata. La guardò negli occhi grandi e fissi, e si sentì travolgere da un'ondata di panico.
Un po' l'accompagnò, un po' la trascinò nel salotto caldo e la fece sedere nella poltrona accanto al camino. Ann batteva i denti e il fiato attraversava le sue labbra in rantoli sibilanti. Anche a David tremavano le mani mentre si affannava a procurarsi le coperte, accendeva il termoforo e glielo sistemava sotto i piedi gelati, spaccava la legna con movimenti concitati e accendeva il camino, preparava un caffè ben caldo.
Alla fine, quando ebbe fatto tutto ciò che poteva, si inginocchiò accanto a lei e le strinse le mani intirizzite fra le sue. E mentre ascoltava il tremito del suo corpo che si rifletteva nel suo respiro affannoso, si sentì tormentare le viscere da una sensazione di angoscia totale.
«Ann, Ann, ma che cosa ti succede?» le chiese quasi fra i singhiozzi. «Sei impazzita?»
Lei si sforzò di rispondere, ma non ne fu capace. Si raggomitolò sotto le coperte, con gli occhi che lo fissavano imploranti.
«Non c'è bisogno che parli, amore» le disse. «È tutto a posto.»
«Io... io... io dovevo uscire» disse Ann.
Fu tutto. David le restò vicino, e i suoi occhi non abbandonarono mai il volto di sua moglie. E anche se era scossa da tremiti e da continui accessi di tosse, Ann sembrò capire la fiducia che lui le stava esprimendo, perché gli sorrise, e David comprese dal suo sguardo che era felice.
All'ora di cena aveva una febbre da cavallo. Lui la mise a letto e non le diede nulla da mangiare; la fece solo bere a volontà. La temperatura ebbe alti e bassi e la sua pelle arrossata e bruciante diventava nello spazio di pochi secondi gelida e molliccia.
Collier chiamò Kleinman verso le sei, e il medico arrivò un quarto d'ora dopo. Andò direttamente in camera da letto e visitò Ann. Assunse un'espressione seria e fece cenno a Collier di seguirlo in corridoio.
«Dobbiamo ricoverarla in ospedale» disse con voce pacata.
Poi scese di sotto e chiamò un'ambulanza. Collier tornò in camera e rimase accanto al letto stringendo la mano inerte di Ann, guardando i suoi occhi chiusi e la sua pelle febbricitante. L'ospedale, pensò. Mio Dio, l'ospedale.
Poi avvenne una cosa strana.
Kleinman ritornò e lo invitò di nuovo a uscire in corridoio. Rimasero lì a parlare fino a quando non suonò il campanello al pianterreno. A quel punto Collier scese per fare entrare i due infermieri e il medico, che lo seguirono su per le scale con la barella.
Trovarono Kleinman in piedi accanto al letto che fissava Ann con un'espressione di muta incredulità.
Collier corse verso di lui.
«Che c'è?» chiese.
Kleinman rialzò lentamente la testa.
«È guarita» disse con una nota di spavento nella voce.
«Che cosa?»
Il medico si avvicinò rapidamente al letto. Kleinman parlò con lui e con Collier.
«La febbre è scomparsa» disse. «Temperatura, respirazione, battito del polso... tutto regolare. È guarita completamente dalla polmonite in...»
Controllò l'orologio da polso.
«In diciassette minuti» concluse.
Collier era seduto nella sala d'aspetto di Kleinman fissando senza guardarla la rivista che aveva sulle ginocchia. All'interno stavano facendo nuove radiografie a sua moglie.
Ormai era assodato, Ann era incinta. I primi raggi avevano mostrato un feto di sei settimane. E così il loro rapporto era tornato di nuovo a essere roso dal dubbio. David era ancora preoccupato per il suo stato di salute ma, come prima, era incapace di parlarle e di dirle che le credeva. E, anche se non aveva mai confessato quel dubbio rinnovato a sua moglie, lei lo aveva sentito lo stesso. A casa lo evitava, metà del tempo la passava a dormire e l'altra metà a leggere di tutto. David ancora non riusciva a crederci. Aveva già finito tutti i suoi testi di scienze fisiche, poi quelli di sociologia, filosofia, semantica, storia e adesso leggeva libri di geografia. Era una cosa apparentemente insensata.
E in tutto questo periodo, mentre la creatura dentro il suo corpo si trasformava da un minuscolo grumo a una piccola pera, a un globo, poi a un ovoide, Ann continuava a ingozzarsi di sale. Il dottor Kleinman la metteva continuamente in guardia contro questo abuso, e anche Collier aveva tentato di fermarla, ma lei non aveva smesso. Mangiare sale sembrava una pulsione irresistibile.
Come conseguenza beveva grandi quantità d'acqua. Adesso era ingrassata al punto che il feto ipersviluppato le premeva contro il diaframma, provocandole difficoltà di respirazione.
Appena il giorno prima la faccia di Ann era diventata bluastra e Collier l'aveva portata di corsa nello studio di Kleinman. Il dottore le aveva somministrato qualcosa per rimetterla un po' in sesto, ma David non sapeva che cosa. Poi le avevano rifatto i raggi e Kleinman aveva detto a Collier di riportarla da lui il giorno seguente.
La porta si aprì e Kleinman accompagnò Ann fuori dallo studio.
«Siediti, mia cara» le disse. «Vorrei parlare con David.»
Ann passò accanto a suo marito senza degnarlo di uno sguardo e si andò a sedere sul divano di pelle. Mentre si alzava, lui la vide allungare la mano per prendere una rivista. Scientific American. David sospirò e scrollò il capo mentre entrava nello studio di Kleinman.
Mentre si dirigeva verso la sedia pensò per la centesima volta, o almeno così gli parve, alla notte in cui si era messa a piangere e gli aveva detto che era costretta a restare perché non aveva altro posto dove andare. Perché non aveva soldi suoi, e in famiglia non le era rimasto più nessuno. Gli aveva detto che, se non fosse stato per il fatto che era innocente, probabilmente si sarebbe uccisa per il modo in cui la trattava. Lui era rimasto accanto al letto, teso e silenzioso mentre Ann piangeva, incapace di consolarla, addirittura di replicare. Era rimasto lì e basta, fino a quando non ce l'aveva fatta più ed era uscito dalla stanza.
«Cosa?» domandò.
«Ho detto guarda queste» lo invitò Kleinman, scuro in volto.
Anche il comportamento di Kleinman era cambiato negli ultimi mesi, passando dalla fiducia a una sorta di rabbia confusa. Collier guardò le due lastre, osservando le date che vi erano segnate sopra. Una era del giorno prima, l'altra era quella che Kleinman le aveva appena fatto.
«Io non...» disse Collier, perplesso.
«Guarda le dimensioni del bambino» gli suggerì Kleinman.
Collier confrontò le due lastre con più attenzione. All'inizio non vide nulla, poi i suoi occhi increduli si sollevarono verso il medico.
«È possibile?» chiese, avvertendo dentro di sé un senso crescente di irrealtà.
«È successo» fu tutto ciò che disse Kleinman.
«Ma... come?»
Kleinman scosse la testa e Collier notò che la sua mano sinistra posata sul tavolo era stretta a pugno, come se fosse infuriato per quel nuovo mistero.
«Non ho mai visto niente del genere» disse Kleinman. «Struttura ossea completa alla settima settimana. Forma del volto già delineata all'ottava. Organi completi e funzionanti alla fine del secondo mese. L'insano desiderio della madre per il sale. E adesso questo...»
Sollevò le lastre e le esaminò in modo quasi aggressivo.
«Come può un feto diminuire di dimensioni?» si meravigliò.
Il tono stupefatto di Kleinman scatenò una fitta di paura in Collier.
«È chiaro, è chiaro» riprese Kleinman, irritato, scrollando il capo. «Il feto ha raggiunto dimensioni eccessive perché la madre beveva troppa acqua. È cresciuto al punto da premere minacciosamente contro il diaframma. E adesso, in un giorno solo, la pressione è scomparsa, e le dimensioni del feto si sono ridotte in modo palese.»
Kleinman strinse a pugno le due mani.
«È quasi come se» aggiunse nervosamente «sapesse quello che sta succedendo.»
«Basta con il sale!»
La sua voce assunse un tono isterico mentre le strappava la saliera dalla mano e la risistemava sopra la credenza. Poi prese il suo bicchiere d'acqua e lo versò quasi tutto nell'acquaio. Quindi tornò a sedersi.
Lei aveva gli occhi chiusi, e il corpo le tremava tutto. David vide le lacrime scorrerle lentamente giù per le guance. Ann si morse il labbro inferiore. Poi riaprì gli occhi; erano grandi e spaventati. Represse a metà un singhiozzo e si affrettò ad asciugarsi le lacrime. Rimase seduta senza muoversi.
«Scusami» mormorò e, chissà perché, David ebbe l'impressione che non stesse parlando con lui.
Trangugiò in una sorsata l'acqua che rimaneva.
«Hai ricominciato a bere troppa acqua» le disse. «Lo sai cosa ha detto il dottor Kleinman.»
«Io... io ci provo,» disse lei «ma è più forte di me. Ho un grande bisogno di sale e il sale mi fa venire sete.»
«Dovrai smetterla di bere tutta quell'acqua» le disse lui, freddamente. «Così metti a repentaglio la salute del bambino.»
Il corpo di Ann ebbe una contrazione improvvisa e lei ne sembrò sorpresa. Le sue mani scivolarono dal piano del tavolo e andarono a premere sul ventre rigonfio. Lo guardò con una muta richiesta di aiuto negli occhi.
«Che c'è?» le chiese subito David.
«Non lo so» rispose lei. «Il bambino ha scalciato.»
Lui si appoggiò alla sedia, irrigidendo i muscoli.
«C'era da aspettarselo» disse.
Per un po' rimasero seduti in silenzio. Ann piluccò il suo cibo. Una volta David la vide allungare automaticamente la mano verso la saliera, poi alzare gli occhi leggermente allarmati quando le sue dita strinsero il vuoto.
«David» disse dopo qualche minuto.
Lui mandò giù il boccone. «Che c'è?»
«Perché sei rimasto con me?»
Lui non seppe cosa rispondere.
«L'hai fatto perché mi credi?»
«Non lo so, Ann. Proprio non lo so.»
L'espressione di speranza appena accennata sparì dal suo viso e lei abbassò la testa.
«Pensavo» disse «che forse... visto che eri rimasto...»
Ancora il pianto. Questa volta restò ferma, senza nemmeno curarsi di asciugare le lacrime che scorrevano lentamente sulle guance e giù per le labbra.
«Oh, Ann» disse lui, per metà irritato, per metà dispiaciuto.
Si alzò per raggiungerla. Mentre lo faceva il corpo di lei ebbe una nuova contrazione, questa volta più violenta, e la sua faccia perse ogni espressione. Soffocò anche stavolta i singhiozzi e si asciugò le guance con movimenti quasi rabbiosi delle dita.
«Non posso farci niente» disse lentamente, ma ad alta voce.
Non a lui. David fu certo che non si era rivolta a lui.
«Ma di che stai parlando?» le chiese, innervosito.
Rimase lì a fissare sua moglie. Aveva un'aria così indifesa, così impaurita. Ebbe voglia di stringerla a sé e di consolarla. Ebbe voglia di...
Restando seduta, Ann si appoggiò al petto del marito, mentre lui le accarezzava i soffici capelli castani.
«Povera piccola» le disse. «Mia povera piccola.»
«Oh, David, David, se solo volessi credermi! Farei qualsiasi cosa perché mi credessi, qualsiasi cosa. Non sopporto che tu sia così freddo con me. Non quando so di non avere fatto niente di male.»
Lui non seppe cosa dire, ma la sua mente gli parlò. C'è una possibilità, gli disse, una possibilità.
Lei sembrò intuire ciò che David stava pensando, perché alzò lo sguardo su di lui e nei suoi occhi c'era una fiducia assoluta.
«Qualsiasi cosa, David. Qualsiasi cosa.»
«Mi senti, Ann?» le disse.
«Sì» rispose lei.
Si trovavano nello studio del professor Mead. Ann era sdraiata sul divano, con gli occhi chiusi. Mead prese l'ago dalle dita di Collier e lo posò sul tavolo. Poi sedette su uno spigolo e restò a guardare in un silenzio gravido di tensione.
«Chi sono, Ann?»
«David.»
«Come ti senti, Ann?»
«Pesante. Mi sento pesante.»
«Perché?»
«È il bambino che pesa tanto.»
Collier si umettò le labbra. Perché rinviava, facendole tutte quelle domande inutili? Sapeva bene che cosa voleva chiederle. Aveva paura di farlo? E se, malgrado tutta l'insistenza di Ann, lei avesse dato la risposta sbagliata?
David strinse forte le mani. Si sentiva la gola come un blocco di pietra.
«Non metterci troppo, Dave» lo ammonì Johnny.
Collier inspirò con un suono raspante.
«È...» cominciò. Poi deglutì a fatica. «È... mio figlio, Ann?»
Lei esitò. Corrugò la fronte, aprì gli occhi e per un secondo ebbe come uno scintillio, poi li richiuse. Tutto il suo corpo si contrasse. Sembrava che volesse opporsi a quella domanda. Alla fine il suo viso si prosciugò di ogni colorito.
«No» rispose a denti stretti.
Collier si sentì irrigidire come se tutti i suoi muscoli e tendini fossero diventati un impasto in lievitazione che si gonfiava e spingeva all'infuori la sua carne.
«Chi è il padre?» chiese, senza rendersi conto di quanto la sua voce fosse alta e innaturale.
A quella domanda, il corpo di Ann si contorse con violenza. Emise un rumore secco con la gola e rigirò la testa inerte sul cuscino. Le bianche mani strette a pugno sui fianchi si aprirono lentamente.
Mead si precipitò a tastarle il polso. Mentre lo faceva assunse un'aria seria. Poi, dando quasi per scontato tutto ciò che era successo, le sollevò la palpebra dell'occhio destro e lo esaminò.
«È proprio andata» disse. «Te lo avevo detto che non era una buona idea iniettare il siero della verità a una donna in uno stato di gravidanza così avanzato. Avresti dovuto farlo mesi fa. A Kleinman non piacerà.»
Collier restò seduto, senza sentire nemmeno una parola. La sua faccia era una maschera di sgomento sconsolato.
«Sta bene?» domandò.
Ma le parole faticavano a uscirgli. Sentì una specie di agitazione dentro il petto. Non capì cosa fosse finché non fu troppo tardi. Poi si passò le mani tremanti sulle guance e si fissò le dita bagnate con occhi increduli. Aprì la bocca, la richiuse subito. Cercò, senza riuscirci, di reprimere i singhiozzi.
Sentì sulle spalle il braccio di Johnny.
«È tutto a posto, amico mio» gli disse.
Collier richiuse gli occhi di scatto, sperando che il suo intero corpo potesse essere inghiottito dall'oscurità vertiginosa che aveva davanti. Il suo petto era squassato da rantoli affannosi, e si sentiva come un nodo in gola che non riusciva a mandare giù. Cominciò a girargli leggermente la testa. La mia vita è finita, si disse. Io l'amavo e mi fidavo di lei, e lei mi ha tradito.
«Dave?» sentì Johnny che lo chiamava.
Collier grugnì.
«Non voglio peggiorare le cose. Ma... ecco, credo che ci sia ancora una speranza.»
«Eh?»
«Ann non ha risposto alla tua domanda. Non ha detto che il padre era... un altro uomo» concluse senza convinzione.
Collier si alzò in piedi, fuori di sé.
«Oh, chiudi il becco, ti dispiace?» disse.
In seguito la riportarono alla macchina e Collier la ricondusse a casa.
Si tolse lentamente il cappotto e il cappello e li gettò sulla cassapanca dell'ingresso. Poi entrò ciabattando in salotto e si lasciò cadere sulla poltrona. Sollevò i piedi e li appoggiò sul puff con un grugnito di stanchezza. Restò lì accasciato a guardare il muro.
Dove sarà? si domandò. Di sopra a leggere, probabilmente, così come l'aveva lasciata la mattina. Aveva una pila di libri accanto al letto: Rousseau, Locke, Hegel, Marx, Descartes, Darwin, Bergson, Freud, Whitehead, Jeans, Eddington, Einstein, Emerson, Dewey, Confucio, Platone, Aristotele, Spinoza, Kant, Schopenhauer, James... una biblioteca sterminata.
E come li leggeva! In che modo sfogliava velocemente le pagine, dando l'impressione di non assimilare nemmeno quello che c'era scritto. Eppure lui sapeva che memorizzava tutto. Di tanto in tanto si lasciava sfuggire una frase, un concetto, un'idea. Non le sfuggiva nemmeno una parola.
Ma perché?
Una volta a David era venuta in mente la folle idea che Ann avesse letto qualcosa sulle caratteristiche acquisite e che stesse cercando di trasmettere la sua conoscenza al figlio non nato. Poi, però, aveva scartato subito l'idea. Ann era abbastanza intelligente da sapere che una cosa del genere era palesemente impossibile.
Continuò a scuotere debolmente la testa, un'abitudine che aveva acquisito negli ultimi mesi. Perché restava ancora con lei? Continuava a ripetersi quella domanda. In un modo o nell'altro il tempo era passato e lui era ancora lì in quella casa. Tante volte aveva preso la decisione di andarsene, ma aveva sempre cambiato idea. Alla fine non ci aveva pensato più e si era trasferito nella cameretta degli ospiti. Adesso vivevano come proprietaria e inquilino.
I suoi nervi cominciavano a mostrare la corda. Era ossessionato da un'impazienza che non riusciva a tenere a freno. Se andava da qualche parte, all'improvviso provava una smania rabbiosa per non essere ancora arrivato a destinazione. Detestava ogni mezzo di comunicazione, voleva fare le cose subito. Riprendeva bruscamente i suoi studenti, che lo meritassero o no. Svolgeva le sue lezioni in modo così trascurato che il dottor Peden, preside del dipartimento di Geologia, lo aveva convocato per farglielo notare. Non era stato troppo severo con lui perché sapeva di Ann, ma David si rendeva conto che non avrebbe tollerato a lungo quella situazione.
Si guardò intorno. Il tappeto era tutto impolverato. Ogni tanto, quando se ne ricordava, provava a passarci l'aspirapolvere, ma riuscire a tenerlo sempre pulito era un'impresa disperata. L'intero appartamento stava andando in malora. Doveva lavarsi da solo la biancheria, e la lavatrice in cantina era inutilizzata da mesi. David non si era mai premurato di informarsi su come funzionasse, e adesso Ann la ignorava del tutto. I suoi vestiti li portava alla lavanderia automatica in città.
In un'occasione aveva osservato che la casa era sporca e disordinata; Ann lo aveva guardato con aria addolorata ed era scoppiata a piangere. Ormai piangeva in continuazione, e sempre nello stesso modo. All'inizio sembrava che dovesse continuare per un'ora filata. Poi, da un momento all'altro, con una repentinità disarmante, smetteva di piangere e si asciugava le lacrime. Certe volte lui aveva l'impressione che quel comportamento avesse qualcosa a che fare con il bambino, che Ann si interrompesse per paura che il pianto potesse nuocergli. O magari era proprio il contrario, pensava che al bambino non piacesse sentirla...
Chiuse gli occhi quasi a voler scacciare quel pensiero. La mano destra tamburellava nervosamente, con impazienza, sul bracciolo della poltrona. Incapace di stare fermo si alzò e camminò per la stanza passando l'indice su tutte le superfici piatte, ripulendo la polvere con il fazzoletto.
Si fermò a guardare con fastidio la pila di piatti nell'acquaio, lo stato miserevole delle tende, il linoleum macchiato. Ebbe voglia di precipitarsi di sopra e dire a sua moglie che, gravidanza o no, doveva piantarla con quella sua apatia e comportarsi di nuovo come una moglie, altrimenti lui l'avrebbe lasciata.
Percorse la sala da pranzo, poi si avviò su per le scale, giunse a metà, esitò e si fermò del tutto. Tornò lentamente in cucina e accese il fuoco sotto la caffettiera. Non avrebbe avuto un gran sapore, ma lui preferiva berlo riscaldato che prepararlo fresco.
Che senso aveva? Lei avrebbe cercato di parlargli, di manifestargli la sua comprensione, come sotto l'effetto di un incantesimo, avrebbe cominciato a piangere. E dopo qualche secondo avrebbe assunto quell'aria sbalordita e avrebbe smesso di piangere. Per dirla tutta, stava addirittura imparando a controllare il pianto all'origine. Quasi sapesse che piangere non avrebbe sortito alcun effetto e che quindi tanto valeva non cominciare affatto.
C'era qualcosa di innaturale.
La parola lo risvegliò dal suo torpore. Ecco che cos'era... innaturale. La polmonite. Il calo di dimensioni del feto. Le letture. Il bisogno di sale. Il fatto di piangere per poi smettere all'improvviso.
David si ritrovò a fissare la parete bianca dietro la cucina elettrica, e si scoprì a tremare.
Ann non ci ha detto che il padre è un altro uomo.
Quando tornò a casa lei era in cucina a bere caffè. Senza dire una parola le prese la tazza e versò nell'acquaio ciò che ne rimaneva.
«Non dovresti bere caffè» le disse.
Guardò la caffettiera. Quella mattina l'aveva lasciata quasi piena.
«L'hai bevuto tutto?» le chiese, arrabbiato.
Lei abbassò la testa.
«Per l'amor del cielo, non piangere» le disse con voce stridula.
«Io... non piangerò» rispose lei.
«Perché bevi caffè quando sai che non dovresti berlo?»
«Io non ce la facevo più a resistere.»
«Oh» fece David, stringendo i denti. E uscì dalla stanza.
«David, è più forte di me» gli gridò dietro Ann. «Non posso bere l'acqua. Devo pur bere qualcosa. David, non... non puoi...»
Lui andò di sopra e si fece una doccia. Non riusciva a concentrarsi su niente. Appoggiò il sapone da qualche parte e dopo non ricordò più dove lo aveva messo. Smise di radersi prima di avere finito e si ripulì la schiuma da barba. Soltanto più tardi, mentre si stava pettinando, notò che solo metà della faccia era sbarbata. Emise un'imprecazione soffocata, si insaponò di nuovo e finì di radersi.
Quella notte fu uguale a tutte le altre, tranne che per un particolare. Quando andò in camera da letto per prendere un pigiama pulito vide che Ann aveva difficoltà a mettere a fuoco la vista. E mentre se ne stava nella cameretta degli ospiti a correggere i compiti, la sentì ridacchiare. In seguito si rigirò nel letto per diverse ore prima di riuscire ad addormentarsi, e per tutto quel tempo lei non fece altro che ridacchiare di chissà cosa. Gli venne voglia di sbattere la porta per non sentire più quel suono, ma non ne ebbe il coraggio. Doveva lasciarla aperta nel caso Ann avesse bisogno di lui durante la notte.
Alla fine riuscì a prendere sonno. Per quanto tempo non seppe dirlo. Ma nel momento in cui riaprì gli occhi e li puntò sul soffitto scuro, gli sembrò che fossero passati solo pochi secondi.
«Ora sono straniero e abbandonato, sperduto nel viaggio della notte.»
All'inizio pensò che stesse sognando.
«Tenebra ed estraneità, eccomi qui nella notte eterna, calda, calda.»
A questo punto si drizzò a sedere di scatto, con il cuore in tumulto.
Era la voce di Ann.
Sporse le gambe dal bordo del letto e infilò le pantofole. Si alzò subito e corse ciabattando fino alla porta, tremando per l'aria fredda che ghiacciava il sottile tessuto sintetico del pigiama. Uscì in corridoio e la sentì parlare ancora.
«Sogno di addii, meschino, sprofondato in umori rigonfi, io grido per avere luce, liberami dal tormento e dal travaglio.»
Tutto recitato in un ritmo da ninnananna, con una voce che era di Ann e nello stesso tempo non lo era, più alta di tono, più tesa.
Era sdraiata sulla schiena con le mani premute sullo stomaco. Lo stomaco si muoveva. David vide la carne che si increspava sotto la leggera camicia da notte. Lei avrebbe dovuto gelare, scoperta com'era, e invece sembrava avere caldo. La lampada sul comodino era ancora accesa; il libro Scienza e salute mentale, di Korzybski le era scivolato dalle dita e giaceva mezzo aperto sul materasso.
Ma fu la sua faccia a colpirlo di più. Era chiazzata da gocce di sudore che sembravano centinaia di minuscoli cristalli. Le labbra erano aperte e scoprivano i denti.
«Fratelli della notte, afflitto da questo abisso, non mandatemi ad aprire la strada!»
Si scoprì orribilmente affascinato, nello stare lì in piedi ad ascoltarla. Ma lei soffriva. Lo si capiva dalla pelle senza colore, dal modo in cui le sue mani si aggrappavano alle lenzuola come artigli, trascinandole sui fianchi dove formavano mucchi di tessuto spiegazzato e rigato di sudore.
«Io piango, io piango» disse. «Rhuyo Gklemmo Fglwo!»
David le diede uno schiaffo in piena faccia e il suo corpo ebbe un sobbalzo sul letto.
«Ancora lui, colui che fa male!»
Aprì le labbra in un urlo. Lui la schiaffeggiò di nuovo e gli occhi di Ann tornarono a fuoco. Rimase immobile a fissarlo, con il viso che tradiva un orrore assoluto. Si portò di scatto le mani alle guance, ve le premette. Sembrò rimpicciolirsi nel letto. Le sue pupille divennero punte di spillo nel bianco latte dei suoi occhi.
«No» disse. «No!»
«Ann, sono io, David! Ti senti bene?»
Lei lo guardò a lungo, con l'aria di chi non capisce, il petto che le si sollevava in respiri ansimanti.
Poi, tutto a un tratto, si rilassò e lo riconobbe. La mandibola si afflosciò e un gemito di sollievo le riempì la gola.
David sedette accanto a lei e la prese fra le braccia. Lei gli si avvinghiò, piangendo, affondando la faccia nel suo petto.
«È tutto a posto, piccola. Piangi pure.»
Di nuovo. I singhiozzi repressi, gli occhi improvvisamente asciutti, una mano che lo allontanava, l'espressione vacua.
«Che c'è?» le chiese.
Nessuna risposta. Si limitava a fissarlo.
«Piccola, che c'è? Perché non riesci a piangere?»
Qualcosa le attraversò la faccia, poi scomparve.
«Piccola, dovresti piangere.»
«Non ho voglia di piangere.»
«Perché no?»
«Non me lo permetterebbe» si lasciò sfuggire Ann.
All'improvviso tacquero entrambi, fissandosi a vicenda. David capì in un istante che erano vicinissimi alla risposta.
«Lui?» le domandò.
«No» si affrettò a rispondere Ann. «Non volevo dire questo. Non era ciò che intendevo. Non mi riferivo a lui, ma a qualcos'altro.»
Rimasero seduti a lungo, sempre guardandosi. Poi, senza dire niente, David la fece sdraiare e la coprì. Prese una coperta e rimase con lei per il resto della notte, sistemandosi su una poltrona accanto al comò. Al mattino, quando si svegliò, indolenzito e quasi gelato, vide che sua moglie si era liberata nuovamente dalle coperte.
Kleinman gli chiarì che Ann si era adattata al freddo. Era come se qualcosa si fosse aggiunto al suo organismo, qualcosa che le trasmetteva calore quando ne aveva bisogno.
«E tutto quel sale che mangia?»
Kleinman alzò le mani in un gesto di resa. «Non ha senso. Si potrebbe pensare che il bambino necessiti di una dieta a base di sale. Però lei non guadagna più peso. Anche se ha sete non beve più acqua. Che cosa fa, per combattere la sete?»
«Niente» rispose Collier. «Ha sete in continuazione.»
«E le letture proseguono?»
«Sì» disse Collier.
«E parla ancora nel sonno?»
«Sì.»
Kleinman scosse il capo. «In vita mia» affermò «non ho mai visto una gravidanza come questa.»
Ann finì di leggere l'ultimo libro di una pila enorme che ultimamente non aveva fatto altro che aumentare. Risistemò tutti i volumi nella libreria.
Cominciò una nuova fase della gravidanza.
Aveva ormai raggiunto il settimo mese. Era maggio, e Collier notò che l'olio della macchina era sporco, le gomme consumate in modo insolito e nel parafango posteriore sinistro c'era un'ammaccatura.
«Hai preso la macchina?» le chiese un sabato mattina. Successe nel salotto, mentre il giradischi suonava un pezzo di Brahms.
«Perché?» ribatté Ann. David glielo disse e lei gli rispose in tono risentito. «Se lo sai già, perché me lo chiedi?»
«L'hai presa o no?»
«Sì, ho preso la macchina. Mi è permesso?»
«Non c'è bisogno che tu assuma quel tono sarcastico.»
«Oh, no» disse lei, rabbiosamente. «Non c'è bisogno che sia sarcastica. Aspetto un bambino da sette mesi, e non una volta che tu abbia voluto credere che il padre non è un altro uomo. Non importa quante volte ti ho ripetuto che sono innocente, ancora non ti decidi a dirmi: ti credo. E poi te la prendi con me se sono sarcastica. Oh, David, sei un disastro, sei proprio un disastro.»
Ann si diresse tutta impettita verso il giradischi e lo spense.
«Lo sto ascoltando» disse David.
«Peggio per te. A me non piace.»
«Da quando?»
«Oh, non mi scocciare.»
David la prese per un polso mentre lei si voltava per andarsene.
«Stammi a sentire» le disse. «Forse tu sei convinta che per me tutta questa storia sia stata un passatempo. Torno a casa dopo sei mesi di lavoro e ti trovo incinta. Non di me! Non m'importa quello che dici, il padre non sono io, e né a me né a nessuno risulta che ci sia un altro modo per cui una donna possa rimanere incinta. Tuttavia non me ne sono andato. Ti ho visto trasformarti in una macchina mangialibri. Ho dovuto pulire casa, quando potevo, cucinare quasi tutti i pasti, prendermi cura dei vestiti... e nello stesso tempo insegnare tutti i giorni all'università. Ho dovuto assisterti come si fa con un bambino, impedirti di gettare via le coperte, evitare che mangiassi troppo sale, che bevessi troppa acqua, troppo caffè, e che fumassi troppe sigarette...»
«Ho smesso di fumare da sola» lo interruppe Ann, liberandosi della sua presa.
«Perché?» l'aggredì lui. Ann perse ogni espressione.
«Avanti» insisté David. «Dillo. Perché a lui non piace.»
«Ho smesso di fumare di mia volontà» ripeté lei. «Non sopporto più le sigarette.»
«E adesso non sopporti la musica.»
«Mi... mi fa male allo stomaco» replicò Ann, in modo vago.
«Stupidaggini» disse lui.
Prima che riuscisse a fermarla, Ann era uscita dalla porta, nel sole abbagliante.
«Da quanto tempo se n'è andata?» gli chiese Johnny.
Collier controllò nervosamente l'orologio.
«Non lo so con precisione» rispose. «Direi che erano più o meno le nove e mezza. Te l'ho detto, abbiamo litigato...»
Irritato, lasciò la frase a metà e tornò a guardare l'orologio. Era mezzanotte passata.
«E da quanto tempo guida così?» chiese Johnny.
«Non lo so, Johnny. Ti ho già spiegato che me ne sono accorto solo stasera.»
«Ma le sue dimensioni...»
«No, il bambino non è più tanto grosso.» Ormai Collier parlava di quel fatto incredibile con voce assolutamente normale. Si passò sui capelli una mano tremante.
«Pensi che sia meglio chiamare la polizia?» chiese.
«Aspettiamo un altro po'.»
«E se avesse avuto un incidente?» disse Collier. «Non è un campione alla guida. Ma perché diavolo non l'ho fermata? Incinta di sette mesi e io che la lascio salire in macchina. Oh, avrei fatto meglio a...»
Si sentiva sull'orlo di un crollo nervoso. Tutta quella tensione dentro casa, una gravidanza così strana, che gli procurava tante preoccupazioni... cominciava ad accusarne le conseguenze. Non si può vivere sotto stress per sette mesi e non risentirne. Non riusciva più a frenare il tremito delle mani. Per scaricare la tensione nervosa, adesso aveva preso l'abitudine di sbattere continuamente le palpebre.
Attraversò il tappeto, raggiunse il caminetto e restò lì a tamburellare nervosamente le dita sulla mensola
«Io penso che sia meglio chiamare la polizia» disse.
«Non agitarti» lo ammonì Johnny.
«Secondo te che dovrei fare?» scattò Collier.
«Siediti. Dai, mettiti seduto. Ecco. E adesso rilassati. Lei sta bene, fidati di me. Io non sono preoccupato per Ann. Magari ha forato una gomma o ha avuto un problema al motore, chissà dove. Quante volte ti ho sentito dire che dovevi cambiare la batteria? Probabilmente si è scaricata, tutto qui.»
«Be'... ma la polizia non farebbe molto prima a trovarla?»
«E va bene, amico mio, se serve a farti stare più tranquillo la chiamo io.»
Collier annuì, quindi trasalì mentre una macchina passava per strada. Si precipitò alla finestra e scostò le tende. Poi si morse le labbra e si girò. Tornò al caminetto mentre Johnny si avvicinava al telefono. Sentì che componeva il numero, poi ebbe un sussulto mentre la cornetta veniva abbassata in tutta fretta.
«Eccola!» esclamò Johnny
La fecero entrare nel salottino, stordita e confusa. Ann non rispose alle domande concitate di Collier. Puntò direttamente verso la cucina come se non li avesse nemmeno visti.
«Caffè» disse con voce gutturale.
Collier cercò di fermarla, ma Johnny lo trattenne: «Lasciala fare. È ora di andare in fondo a questa storia.»
Ann si piazzò davanti alla cucina economica e accese la fiamma sotto la caffettiera. Versò dentro il caffè a cucchiaiate, senza preoccuparsi, poi sbatté giù il coperchio e rimase lì a osservare con aria intenta.
Collier fu lì lì per dire qualcosa, ma ancora una volta Johnny lo dissuase. Allora si fermò insofferente sulla soglia e si limitò a guardare sua moglie.
Quando il liquido marrone cominciò a sgorgare nell'ampolla, Ann tolse la caffettiera dal fuoco senza usare la presina. Collier trattenne il fiato e digrignò i denti.
Ann rovesciò il caffè fumante nella tazza già usata che si trovava sul tavolo, poi appoggiò la caffettiera con violenza e allungò la mano verso la bevanda come se stesse morendo di sete.
Si scolò tutta la caffettiera in dieci minuti.
Bevve il caffè senza panna né zucchero, come se non si curasse minimamente del sapore. E come se non lo sentisse neppure.
Solo quando ebbe finito di bere la sua faccia si rilassò. Andò a buttarsi sulla poltrona e rimase lì a lungo. I due uomini la osservarono in silenzio.
Poi Ann alzò gli occhi e fece una risatina.
Si tirò su e cadde addosso al tavolo. Collier sentì Johnny che tratteneva il fiato.
«Mio Dio» esclamò. «Ma è ubriaca!»
Portarla al piano di sopra per tutte le scale fu un'impresa difficoltosa, anche perché lei non collaborò affatto. Continuò a canticchiare a bocca chiusa una strana, discordante melodia che sembrava estendersi su indefinibili passaggi di tono che si ripetevano in continuazione come il fruscio di un vento appena accennato. Sul suo viso era dipinto un sorriso di beatitudine.
«Le ha fatto proprio bene quel caffè» borbottò Collier.
«Cerca di essere paziente» replicò Johnny in un bisbiglio.
«Per te è facile...»
«Shhh» lo tranquillizzò Johnny, ma Ann non aveva sentito una parola.
Lei smise di canticchiare appena la adagiarono sul letto, e si addormentò profondamente prima ancora che si fossero rialzati. Collier la ricoprì con una coperta leggera, e le mise un cuscino sotto la testa. Mentre gliela sollevava, Ann non si mosse.
Poi i due uomini rimasero in piedi accanto a letto, senza parlare. Collier abbassò lo sguardo sulla moglie che ormai non riconosceva più. La sua mente era percorsa da pensieri caotici e discordanti e fra questi il più bruciante era quello che non lo aveva mai abbandonato: chi era il padre del figlio che portava in grembo? Anche se non poteva lasciarla, anche se provava per lei una grande, compassionevole comprensione... finché lui non avesse saputo come stavano le cose non poteva esserci nessun riavvicinamento fra loro.
«Chissà dove se ne va?» chiese Johnny. «Quando prende la macchina, intendo.»
«Non lo so» disse Collier, imbronciato.
«Deve essere andata piuttosto lontano, per avere consumato le gomme in quel modo. Mi chiedo se...»
Fu allora che Ann ricominciò.
«Non mandatemi» disse.
Johnny strinse il braccio di Collier.
«È quello che mi dicevi?»
«Ancora non lo so.»
«Nero, nero, portatemi via, orrore in questi lidi, pesante, pesante.»
Collier fu scosso da un brivido.
«È proprio quello» disse.
Johnny si inginocchiò precipitosamente accanto al letto e ascoltò con attenzione.
«Fatemi respirare, implorate i miei padri, venitemi a prendere in questo dolore che mi lambisce, non mandatemi ad aprire la strada.»
Johnny fissò i lineamenti tesi di Ann. Sembrava che provasse di nuovo dolore. Eppure non era la sua faccia, si rese conto all'improvviso Collier. L'espressione non le apparteneva.
Ann gettò via la coperta e si divincolò sul letto, mentre il sudore cominciava a bagnarle il volto.
«Camminare su spiagge di mare color arancio, freddo, calpestare i campi purpurei, freddo, remare su acque silenziose, freddo, cavalcare la terra desolata, freddo, fatemi ritornare, padri dei miei padri, Rhuyo Gklemmo Fglwo.»
Dopo di che tacque, a parte qualche piccolo lamento. Le mani allargate sui fianchi tormentavano le lenzuola, e il suo respiro era faticoso e irregolare.
Johnny si raddrizzò e guardò Collier. Nessuno dei due disse una parola.
Erano nello studio di Kleinman.
«Quello che lei ipotizza è pura fantasia» affermò il dottore.
«Statemi a sentire» disse Johnny. «Ricapitoliamo. Primo: L'eccessivo bisogno di sale, non certo quello di una gravidanza normale. Secondo: il freddo, il modo in cui Ann ci si è adattata, il modo in cui è guarita in pochi minuti dalla polmonite.»
Collier fissava il suo amico come imbambolato.
«Bene» riprese Johnny. «Prima il sale. All'inizio ha fatto sì che Ann bevesse troppa acqua. Ha guadagnato peso fino al punto di minacciare la vita del bambino. Poi che è successo? Non le è stato più permesso di bere acqua.»
«Permesso?» chiese Collier.
«Lasciami finire» proseguì Johnny. «E siamo al freddo: era come se il bambino avesse bisogno di freddo e costringesse Ann a stare al freddo... fino a quando non si è reso conto che, se da un lato procurava benessere a se stesso, dall'altro metteva a rischio lo stesso contenitore in cui viveva. Perciò ha fatto guarire il contenitore dalla polmonite. Lo ha adattato al freddo.»
«Parla come se...» cominciò Kleinman.
«L'effetto delle sigarette» continuò Johnny. «Mi scusi, dottore. Ann poteva fumare con moderazione senza mettere in pericolo se stessa o il bambino. Invece ha smesso del tutto. Poteva anche trattarsi di una decisione dettata da motivi etici, certo. Ma può darsi che anche questa volta il bambino abbia reagito con violenza alla nicotina, e in un certo senso le abbia impedito di...»
Kleinman lo interruppe in tono infastidito: «Lei si esprime come se fosse il bambino a dirigere sua madre, invece di essere una creatura impotente, soggetta alle sue azioni.»
«Impotente?» fu tutto ciò che disse Johnny.
Kleinman non insisté. Strinse le labbra in un'espressione di infastidita rinuncia e si mise a tamburellare nervosamente sulla scrivania. Johnny aspettò un attimo e poi, vedendo che Kleinman non aveva intenzione di proseguire, tornò a parlare.
«Terzo: l'avversione alla musica che una volta lei amava. Perché? Perché si trattava di musica? Non credo. Perché si trattava di vibrazioni. Le vibrazioni che un bambino normale non nota nemmeno, essendo del tutto isolato dai rumori esterni non solo per via degli strati di carne della madre e del liquido amniotico, ma per la struttura stessa del suo apparato uditivo. A quanto sembra questo... bambino... ha un udito molto sviluppato.»
Johnny fece una breve pausa, quindi riprese: «Poi c'è il caffè. L'ha fatta ubriacare. Oppure... ha fatto ubriacare lui.»
«Ehi, aspetta un attimo» cominciò a dire Collier, ma non finì la frase.
«E siamo alle sue letture» continuò Johnny. «Anche questo si adatta al quadro della situazione. Tutti quei libri... grosso modo le opere di base in ogni campo della conoscenza, uno studio apparentemente calcolato del genere umano e del suo pensiero.»
«Dove vuoi arrivare?» gli chiese nervosamente Collier.
«Pensaci, Dave! Tutto questo. La lettura, i viaggi in macchina. Come se stesse cercando di raccogliere quante più informazioni possibile sulla vita in una civiltà come la nostra. Come se il bambino fosse...»
«Non starà insinuando che il bambino è...» cominciò Kleinman.
«Bambino?» ripeté amaramente Johnny. «Credo che possiamo smettere di riferirci a lui come a un bambino. Magari ha un corpo simile a quello di un bambino. Ma la mente... no e poi no.»
Seguì un silenzio mortale. Collier sentì il cuore che gli batteva in modo strano nel petto.
«Ascoltami» riprese Johnny. «Ieri sera Ann era ubriaca... o forse lo era lui. Come mai? Magari per quello che aveva appreso, che aveva visto. Lo spero. Magari stava male e aveva voglia di dimenticare.»
Si sporse in avanti.
«Quelle visioni che aveva Ann. Io credo che ci raccontino la storia... per folle che sia. I deserti. Le paludi, i campi purpurei. E il freddo. Solo una cosa non veniva menzionata, e credo che il motivo sia semplicemente che non esiste.»
«Che cosa?» chiese Collier, mentre la realtà sembrava sgretolarsi davanti a lui.
«I canali» rispose Johnny. «Ann ha in grembo un marziano.»
Per un lungo tempo i tre si guardarono in un silenzio incredulo. Poi Collier e Kleinman parlarono insieme, con un tono di protesta che rivelava disagio e orrore. Johnny aspettò che passasse la fase acuta di quella reazione.
«Esiste una risposta migliore?» chiese.
«Ma... come?» domandò accalorato Kleinman. «In che modo potrebbe essersi verificata una gravidanza del genere?»
«Non lo so» ammise Johnny. «Ma il perché credo di conoscerlo.»
Collier ebbe paura a chiederglielo.
«In tutti questi anni» proseguì Johnny «non si è fatto altro che parlare e scrivere di marziani, di dischi volanti. Libri, romanzi, film, articoli... sempre sullo stesso argomento.»
«Io non...» provò a dire Collier.
«Io penso che alla fine sia giunta l'invasione» disse Johnny. «O quanto meno una prova generale. Io penso che sia il loro primo tentativo, un tentativo crudele, insidioso: un'invasione attraverso la carne. Impiantare una cellula germinale già adulta proveniente dal loro pianeta nel corpo di una donna terrestre. Poi, una volta che questa mente marziana completamente matura sia stata accoppiata con una creatura terrestre... inizia l'invasione. È il loro esperimento, credo, la prova. Se funziona...»
Non concluse il suo ragionamento.
«Ma... oh, tutto questo è assurdo» disse Collier, tentando di scacciare via la paura che lo stava invadendo.
«Anche le sue letture» ribatté Johnny. «Anche i suoi giri in macchina. Anche il fatto di bere caffè, la sua avversione per la musica, la polmonite che guarisce subito, lo starsene al freddo, la riduzione delle dimensioni del feto, le visioni e quella folle cantilena stonata che cantava Ann. Che vuoi di più, Dave... una fotografia?»
Kleinman si alzò e si diresse verso il suo archivio. Aprì un cassetto e tornò alla scrivania con una cartella in mano.
«Ormai ce l'ho da tre settimane» disse. «Non ve l'ho detto perché non sapevo come farlo. Ma questa informazione, anzi questa teoria,» si corresse subito «mi costringe a...»
Fece scorrere la lastra sulla scrivania verso di loro.
I due la fissarono e Collier boccheggiò.
Fu Johnny a parlare, atterrito. «Un cuore doppio!» esclamò.
Poi strinse la mano sinistra a pugno.
«Quadra!» esclamò. «La gravità di Marte è due quinti di quella terrestre. Gli serve un cuore doppio per fare scorrere il sangue, o quel che diavolo hanno nelle vene.»
«Ma... qui non serve» osservò Kleinman.
«Allora c'è qualche speranza» disse Johnny. «Ci sono delle falle in questa invasione. La cellula marziana dovrebbe, per necessità genetica, produrre nel bambino certe caratteristiche marziane: il cuore doppio, l'udito sviluppato, il bisogno di sale, e questo non me lo spiego, e il desiderio di freddo. Col tempo, se questo esperimento funziona, potrebbero anche correggere queste difficoltà e riuscire a creare un bambino che abbia solo la mente marziana, ma caratteristiche fisiche del tutto terrestri. Non ne sono sicuro, ma sospetto che i marziani siano anche telepatici. Altrimenti, come avrebbe fatto lui a sapere di essere in pericolo quando Ann ha avuto la polmonite?»
Improvvisamente Collier rivisse la scena mentalmente: lui in piedi accanto al letto, il pensiero (l'ospedale, oh Dio, l'ospedale). E sotto la carne di Ann un minuscolo cervello alieno, già allora ben consapevole delle pratiche terrestri, che captava questo pensiero. L'ospedale, gli accertamenti, la scoperta... Fu scosso da un tremito convulso.
«... possiamo fare?» Collier sentì solo la parte finale della domanda di Kleinman. «Uccidere il... marziano dopo che è nato?»
«Non lo so» disse Johnny. «Ma se questo...» scrollò le spalle «se questo bambino nasce vivo e sano... non credo che ucciderlo servirebbe a molto. Sono sicuro che stanno controllando tutto. Se la nascita è normale... potrebbero desumerne che il loro esperimento ha avuto successo, che noi uccidiamo il bambino o no.»
«Un cesareo?» propose Kleinman.
«Forse» disse Johnny. «Ma... sarebbero sicuri di avere fallito se fossimo costretti a servirci di tecniche artificiali per distruggere... il loro primo invasore? No, non credo che vada bene. Ci proverebbero di nuovo, questa volta in un luogo dove nessuno potrebbe controllare... in un villaggio africano, in qualche città sperduta, in...»
«Ma non possiamo lasciare quel... quella cosa dentro di lei!» esclamò Collier inorridito.
«Non abbiamo la certezza» osservò cupamente Johnny «di poterla rimuovere senza uccidere Ann.»
«Cosa?» chiese Collier, sentendosi come un burattino travolto dall'orrore.
Johnny espirò a fatica.
«Io credo che dovremmo aspettare» disse. «Non mi sembra che abbiamo altra scelta.»
Poi, notando l'espressione sulla faccia di Collier, si affrettò ad aggiungere: «Non è una situazione disperata, amico mio. Ci sono alcuni aspetti che depongono a nostro favore. Il cuore doppio che potrebbe pompare il sangue troppo forte. La difficoltà di combinare cellule estranee fra loro. Il fatto che siamo a luglio e che il caldo potrebbe uccidere il marziano. La possibilità che abbiamo di eliminare del tutto l'apporto di sale. Tutto può essere utile. Ma, più di ogni altra cosa, il fatto che il marziano non sia felice. Ha bevuto per dimenticare e... com'è che ha detto? Non mandatemi ad aprire la strada.»
Guardò gli altri due con aria torva.
«Speriamo che muoia di disperazione» disse.
«Altrimenti?» chiese Collier con una voce cavernosa che non era la sua.
«Altrimenti questa... contaminazione spaziale avrà successo.»
Collier si precipitò su per le scale, con il cuore che pompava a uno strano ritmo irregolare. Il fatto di sapere finalmente che Ann era innocente contrastava in modo orribile con la consapevolezza del pericolo che correva.
Giunto in cima alle scale si fermò. Era tardo pomeriggio, e la casa era calda e silenziosa.
Avevano ragione, si rese conto all'improvviso. Era meglio che non le dicesse niente, come gli avevano consigliato. Lo aveva capito solo in quel momento, ma fino a poco prima era stato convinto che fosse giusto metterla al corrente. Aveva pensato che lei avrebbe preferito sapere come stavano le cose, e che non le sarebbe importato, adesso che aveva ritrovato la fiducia di suo marito.
Ora invece non ne era più così certo. Era una cosa terribile, e il solo pensarci lo faceva tremare. Magari venire a conoscenza di quella mostruosità poteva farle perdere il senno: da almeno tre mesi era pericolosamente vicina a un forte esaurimento nervoso.
Entrò nella stanza tenendo le labbra serrate.
Ann era sdraiata sulla schiena, con le mani abbandonate sul ventre rigonfio, e gli occhi vacui che fissavano il soffitto. Collier sedette sul bordo del letto. Lei non lo degnò di uno sguardo.
«Ann.»
Nessuna risposta. David si sentì rabbrividire. Non posso biasimarti, pensò. Sono stato cattivo e irresponsabile.
«Tesoro» disse.
Gli occhi di lei si mossero lentamente. Lo guardò con un'espressione gelida e assente. È la creatura che porta dentro, si disse David. Ann non è consapevole di quanto potere abbia su di lei. E non dovrà mai saperlo. Adesso se ne rendeva conto con chiarezza.
Si chinò su di lei e accostò la guancia alla sua.
«Amore» disse.
Una voce stanca, smorta, che si sentiva appena. «Che c'è?»
«Mi senti?» le chiese.
Lei non rispose.
«Ann, il bambino.»
Nei suoi occhi vi fu un lieve segno di vita.
«Il bambino che?»
Lui deglutì a fatica.
«Io... io so che... che non è il figlio di... un altro uomo.»
Lei lo fissò per un attimo senza capire. Poi farfugliò: «Bravo» e girò la testa dall'altra parte.
David rimase seduto, con le mani chiuse a pugno, pensando: be', è fatta, ho ucciso definitivamente il suo amore.
Ma poi Ann si rigirò verso di lui. C'era qualcosa nei suoi occhi, una domanda che palpitava.
«Dimmi.»
«Io ti credo» disse lui. «So che mi hai detto la verità. Ti sto chiedendo perdono con tutto il cuore... se vorrai perdonarmi.»
Per un lungo momento sembrò che tutto rimanesse come prima. Poi Ann ritrasse le mani dal ventre e se le premette sulle guance. Guardò David in faccia e i suoi grandi occhi castani cominciarono a scintillare.
«Non mi stai... prendendo in giro?» gli chiese.
Per un attimo David rimase come paralizzato, poi le si strinse contro.
«Oh, Ann, Ann» disse. «Mi dispiace. Mi dispiace tanto, Ann.»
Lei gli allacciò le braccia al collo e lo strinse a sé. David sentì i suoi seni squassati da singhiozzi che sembravano provenire dall'interno.
«David, David...» Lo disse più e più volte.
Rimasero così per un lungo tempo, senza parlare, in pace. Poi lei gli domandò: «Che cosa ti ha fatto cambiare idea?»
David ebbe un fremito alla gola.
«Ho cambiato idea, così» rispose.
«Ma perché?»
«Non c'è una ragione precisa, tesoro. Insomma, una ragione c'è stata. Mi sono reso semplicemente reso conto che...»
«Hai dubitato di me per sette mesi, David. Come mai hai cambiato idea proprio adesso?»
Lui se la prese rabbiosamente con se stesso. Cosa poteva inventarsi per dare una risposta soddisfacente?
«Credo di averti giudicata male» disse.
«Perché?»
Lui si mise a sedere e la guardò senza darle una risposta. Quell'espressione di serena beatitudine stava abbandonando il suo viso. Adesso era tesa, risoluta.
«Perché, David?»
«Te l'ho detto, teso...»
«Non mi hai detto niente.»
«Sì, invece. Ho detto che credo di averti giudicata male.»
«Questa non è una ragione.»
«Ann, adesso non mettiamoci a discutere. Che importanza ha se...»
«Ce l'ha, invece, e molta!» esclamò lei con voce rotta, mentre tratteneva il fiato. Poi aggiunse: «E che fine hanno fatto le tue sicurezze biologiche? Nessuna donna può rimanere incinta senza essere fecondata da un uomo. Lo hai sempre sostenuto con decisione. Che mi dici di questo? Hai rinunciato alla tua fede nella biologia e l'hai trasferita a me?»
«No, tesoro» replicò lui. «Semplicemente adesso conosco delle cose che prima ignoravo.»
«Quali cose?»
«Non posso dirtelo.»
«Ancora segreti! È un consiglio di Kleinman, un trucchetto per farmi passare l'ultimo mese tranquilla? Non raccontarmi bugie, lo so quando menti.»
«Ann, non ti scaldare così.»
«Non mi sto scaldando!»
«Stai alzando la voce. Adesso basta.»
«Non basta affatto! Tu ti prendi gioco dei miei sentimenti per tutti questi mesi e adesso vuoi che sia calma e razionale! Be', non ho intenzione di esserlo! Sono stufa di te e del tuo comportamento presuntuoso. Sono stufa di... Ahhh!»
Ann si dimenò sul letto, piegando la testa di scatto sul cuscino e diventando all'istante pallidissima. Gli occhi con cui guardò suo marito erano gli occhi di una bambina ferita, una bambina confusa e sconvolta.
«Le mie viscere!» esclamò Ann, boccheggiando.
«Ann!»
Adesso si era messa a sedere sul letto, con il corpo scosso da un tremito convulso, e un rantolo disperato che le sgorgava irrefrenabile dalla gola. David la prese per le spalle e cercò di calmarla. Il marziano! Il pensiero gli aggredì la mente. Lui non vuole che si arrabbi!
«È tutto a posto, piccola, tutto a...»
«Mi sta facendo male!» urlò lei. «Mi sta facendo male, David! Oh, Dio!»
«Non può farti male» si sentì dire David.
«No, no, no, non ce la faccio più» sibilò Ann a denti stretti. «Non ce la faccio più!»
Poi, con la stessa repentinità con cui era giunto l'attacco, il suo viso si rilassò completamente. Non fu un rilassamento vero e proprio, piuttosto una totale assenza di sensazioni. Fissò David come istupidita.
«Sono intorpidita» disse con voce calma. «Io... non... sento... il...»
Lentamente si accasciò sul cuscino e giacque lì per un secondo con gli occhi aperti. Poi rivolse un sorriso insonnolito al marito.
«Buonanotte, David» disse.
E chiuse gli occhi.
Kleinman stava in piedi vicino al letto.
«È in uno stato di coma assoluto» disse pacatamente. «Per la precisione dovrei dire in uno stato di trance ipnotica. Il suo corpo funziona normalmente, ma il suo cervello è stato... congelato.»
Johnny lo fissò.
«Animazione sospesa?»
«No, il suo corpo funziona. È solo addormentata. Non sono in grado di svegliarla.»
Scesero di sotto e si sistemarono in salotto.
«In un certo senso» disse Kleinman «sta meglio così. Adesso non è soggetta ad alcuna sollecitazione. Il suo corpo continuerà a funzionare senza dolore e senza fatica.»
«Il marziano deve essere intervenuto» disse Johnny «per salvaguardare la sua... casa.»
Collier fu scosso da un brivido.
«Scusami, Dave» disse Johnny.
Per un po' rimasero in silenzio.
«Deve essersi reso conto che noi sappiamo» disse poi Johnny.
«Perché?» chiese Collier.
«Se fosse ancora convinto che c'è una minima possibilità di mantenere la cosa segreta, non si sarebbe manifestato in modo così clamoroso.»
«Forse non sopportava il dolore» osservò Kleinman.
Johnny annuì. «Sì, può darsi.»
Collier, con il cuore che sembrava perdere battiti, restò zitto. A un certo punto strinse le mani a pugno e se le lasciò cadere sulle ginocchia.
«E intanto che dovremmo fare?» chiese. «Siamo proprio così impotenti di fronte a questo... intruso?»
«Non possiamo correre rischi con Ann» fu tutto quello che disse Johnny. Kleinman confermò con un cenno del capo.
Collier si accasciò nella poltrona. Rimase a fissare la bambola sulla mensola del camino. Coney Island, c'era scritto sul vestitino, e sulla cintura giorni felici.
«Rhuyo Gklemmo Fglwo!»
Ann si contorceva in un travaglio inconsapevole sul letto d'ospedale. Collier se ne stava rigido accanto a lei, gli occhi fissi sul suo viso madido di sudore. Avrebbe voluto andare a chiamare Kleinman, ma sapeva che era meglio non farlo. Ormai Ann era in quelle condizioni da venti ore: venti ore di contorcimenti, e di dolori così forti da farle digrignare i denti. Quando erano cominciate le doglie, David aveva sospeso tutte le lezioni per farle compagnia.
La sua mano tremante strinse quella umida di lei. Le dita di Ann si aggrapparono alle sue fino a fargli quasi male. E mentre osservava, in preda a un orrore che lo paralizzava, vide la faccia del marziano cresciuto sulla terra sovrapporsi ai lineamenti di sua moglie: gli occhi come una fessura, le labbra sottili e tirate all'indietro, la pelle bianca e tesa sugli zigomi.
«Dolore! Dolore! Risparmiatemi, padri dei miei padri, non mandatemi a...!»
Vi fu come un ticchettio nella gola di Ann, poi silenzio. All'improvviso la sua faccia si rilassò e lei giacque, scossa da un leggero tremito. David cominciò ad asciugarle il viso con un tovagliolo.
«In cortile, David» farfugliò Ann, ancora priva di conoscenza.
David si chinò subito su di lei, con il cuore in subbuglio.
«In cortile, David» ripeté lei. «Ho sentito un rumore e sono uscita. Le stelle erano luminose e c'era la luna crescente. Mentre stavo lì ho visto una luce bianca provenire dal cortile. Ho cominciato a correre per rientrare in casa, ma qualcosa mi ha colpito. Come un ago, che mi ha trafitto la schiena e lo stomaco. Ho gridato, ma poi è diventato tutto buio e non ricordo più niente. Assolutamente niente. Ho cercato di dirtelo, David, ma non riesco a ricordare, non riesco a ricordare, non riesco...»
Un ospedale. In corridoio i passi del padre, i suoi occhi febbricitanti, da pazzo. Il corridoio è caldo e silenzioso, in quel mattino di inizio agosto. Cammina avanti e indietro, senza posa, e le mani esangui gli penzolano chiuse a pugno lungo i fianchi.
Una porta si apre. Il padre si gira di scatto mentre esce un dottore. Il dottore si abbassa la mascherina che gli copre la bocca e il naso. Guarda l'uomo davanti a sé.
«Sua moglie sta bene» gli dice il dottore.
Il padre afferra il braccio del dottore.
«E il bambino?» gli chiede.
«Il bambino è morto.»
«Grazie a Dio» dice il padre.
Ma continua a domandarsi se in Africa, o in Asia...