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richard matheson

l'astronave della morte (it)

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Fu Mason il primo a notarlo.
Era seduto davanti al visore laterale e prendeva appunti mentre la nave procedeva a velocità di crociera sopra il nuovo pianeta. La penna si muoveva rapidamente sul grafico che Mason teneva davanti a sé. Fra poco sarebbero atterrati e avrebbero prelevato dei campioni. Minerali, vegetali, animali... se pure ce n'erano. Li avrebbero riposti nei contenitori e li avrebbero riportati sulla Terra, dove i tecnici li avrebbero studiati, valutati, giudicati. E se tutto fosse stato a posto avrebbero stampigliato sul fascicolo, in grossi caratteri scuri, la scritta ABITABILE e quel pianeta sarebbe diventato un nuovo luogo da colonizzare per la sovrappopolata Terra.
Mason stava buttando giù degli appunti di topografia generale quando un bagliore gli colpì l'occhio.
«Ho visto qualcosa» disse.
Manovrò il visore in modo da invertire la posizione delle lenti.
«Visto che cosa?» gli chiese Ross dal pannello di controllo.
«Non ha visto un lampo?»
Ross guardò nel suo schermo.
«Siamo passati sopra un lago, lo sai» disse.
«No, non era il lago» rispose Mason. «Veniva da quella radura che si trova accanto al lago.»
«Darò un'occhiata» disse Ross «ma probabilmente è stato il lago.»
Le sue dita digitarono un comando sulla tastiera e la grossa nave percorse un morbido arco, tornando indietro.
«Adesso tieni gli occhi aperti» disse Ross. «Cerca di vedere bene. Non possiamo perdere tutto questo tempo.»
«Sissignore.»
Mason tenne fisso lo sguardo sul visore, senza mai sbattere le palpebre, osservando con attenzione il terreno sottostante che scorreva veloce, simile a un tappeto ondulato di boschi, campi e fiumi. Pensava, suo malgrado, che forse era giunto il momento, alla fine. Il momento in cui i terrestri si sarebbero imbattuti nella vita oltre la Terra, una razza evolutasi da altre cellule e da altro fango. Era un pensiero eccitante. L'anno poteva essere il 1997. E lui e Ross e Carter potevano già trovarsi a bordo di una nuova Santa Maria pronta alla grande scoperta, un argenteo, bullonato galeone dello spazio.
«Eccolo!» disse. «Eccolo là!»
Guardò Ross. Il capitano stava osservando con attenzione nel visore, e in volto aveva un'espressione che Mason conosceva bene. Indagine accurata, decisione imminente.
«Cosa pensa che sia?» chiese Mason, facendo leva sulla sua vanità.
«Potrebbe essere una nave e potrebbe non esserlo» dichiarò Ross.
Be', per l'amor del cielo, allora scendiamo e andiamo a vedere, stava per dire Mason, ma capì che era meglio restare zitto. Era una decisione che toccava a Ross. C'era anche il rischio che non si fermassero affatto.
«Credo che non sia nulla» lo sondò.
Guardò Ross con impazienza, guardò le sue dita corte e tozze che regolavano le manopole del visore. «Potremmo fermarci» disse Ross. «Tanto dobbiamo comunque procurarci dei campioni. L'unica cosa che mi lascia un po' in dubbio è...»
Mason scosse la testa. Atterra, uomo! Le parole gli gorgogliarono nella gola. Per l'amor del cielo, scendiamo!
Ross rifletté, concentrato, serrando le labbra turgide. Mason trattenne il fiato.
Poi la testa di Ross si mosse una volta, in quel movimento secco che indicava una decisione ormai presa. Mason riprese a respirare. Osservò il capitano che girava su se stesso, premendo pulsanti e tirando leve. Sentì la nave che cominciava a inclinarsi per assumere una posizione verticale. Sentì la cabina che tremava leggermente, mentre il giroscopio la manteneva a livello. Il cielo ruotò di novanta gradi, e sugli spessi portelli apparvero le nuvole. Poi la nave si ritrovò con la prua puntata verso il sole del pianeta, rimase quasi immobile per una frazione di secondo, quindi cominciò ad abbassarsi.
«Ehi, già si scende?»
Mickey Carter li guardò con aria interrogativa dal portello che immetteva nella zona di carico, strofinandosi le mani unte sulla tuta verde.
«Abbiamo visto qualcosa laggiù» disse Mason.
«Non scherzare» disse Mickey avvicinandosi al visore di Mason. «Fammi vedere.»
Mason attivò le lenti posteriori e i due osservarono il pianeta che si gonfiava sotto di loro.
«Non so se riesci... oh, sì, eccolo lì» disse Mason. Poi guardò Ross.
«Due gradi a est» disse.
Ross azionò una manopola e la nave modificò leggermente il suo movimento discendente.
«Cosa pensate che sia?» domandò Mickey. «Ehi!»
Mickey guardava nel visore con maggiore interesse. I suoi occhi spalancati esaminavano il puntino scintillante che cresceva sullo schermo.
«Potrebbe essere una nave» disse. «Potrebbe.»
Poi restò in silenzio, alle spalle di Mason, osservando il pianeta che sembrava corrergli incontro.
«Reattori» disse Mason.
Ross premette subito il pulsante e i motori della nave sputarono i loro gas incandescenti. La velocità decrebbe. Il razzo si adagiò sulla vampa di fuoco dei reattori, manovrato da Ross.
«Tu cosa pensi che sia?» chiese Mickey a Mason.
«Non lo so» rispose Mason. Poi aggiunse, parlando quasi fra sé: «Ma se è una nave non vedo proprio come possa essere terrestre. Siamo gli unici ad avere seguito questa rotta.»
«Magari sono loro a essere fuori rotta» provò a ipotizzare Mickey, poco convinto.
Mason alzò le spalle. «Ne dubito» disse.
«Che facciamo se è una nave?» chiese Mickey. «E se non è nostra?»
Mason lo fissò e l'altro si umettò le labbra.
«Amico,» gli disse «questo sì che sarebbe qualcosa.»
«Ammortizzatore ad aria» ordinò Ross.
Mason tirò la leva che metteva in funzione l'ammortizzatore ad aria, l'unità che rendeva possibile l'atterraggio senza che loro venissero schiacciati sulle cuccette imbottite. Potevano restarsene sul ponte senza quasi avvertire l'impatto. Si trattava di un'innovazione apportata sulle navi governative di ultima generazione.
L'astronave prese terra sui sostegni posteriori.
Vi fu come un leggero sussulto, una ripercussione quasi impercettibile, poi la nave si immobilizzò con la prua verso il cielo, sfolgorando nella luce chiara del sole.
«Voglio che restiamo insieme» stava dicendo Ross. «Che nessuno corra rischi. È un ordine.»
Si alzò dal sedile e indicò la leva sulla parete che faceva penetrare l'atmosfera nella piccola camera stagna all'angolo della cabina di comando.
«Tre contro uno che ci serviranno i caschi» disse Mickey a Mason.
«Ci sto» disse Mason, accettando la consueta scommessa sulla presenza o meno di aria respirabile che i due facevano prima di sbarcare su ogni nuovo pianeta. Mickey scommetteva sempre sulla necessità dei caschi, Mason sul fatto che non ce ne fosse bisogno. Fino a quel momento erano più o meno pari.
Mason tirò la leva e nella camera ci fu un suono soffocato e sibilante. Mickey prese il casco dall'armadietto e se lo infilò sulla testa. Poi oltrepassò il portello stagno. Mason sentì il rumore quando Mickey lo richiuse rumorosamente dietro di sé. Avrebbe voluto servirsi dei visori laterali per tentare di localizzare l'oggetto che avevano visto, ma non lo fece. Si abbandonò al piacere raffinato di scoprirlo poco a poco.
Sentirono la voce di Mickey attraverso l'intercom.
«Mi sto togliendo il casco» disse.
Silenzio. Attesero, poi si udì un'esclamazione contrariata.
«Ho perso di nuovo» disse Mickey.
«Dio, sono precipitati!»
La faccia di Mickey esprimeva stupore e sgomento. Stavano tutti e tre in piedi sull'erba verdeazzurra e guardavano.
Era davvero un'astronave. O ciò che ne rimaneva, visto che a quanto pareva si era schiantata a una velocità terrificante, dritta di prua. La struttura centrale era penetrata nel terreno solido di almeno cinque metri. I frammenti contorti della parte superiore dello scafo erano stati scagliati via nell'impatto e si erano sparpagliati tutt'intorno. I pesanti motori erano usciti dai loro alloggiamenti e avevano quasi schiacciato la cabina. Su tutto regnava un silenzio di tomba, e il disastro era così totale che i tre riuscivano a malapena a riconoscere che genere di nave fosse. Era come se un bambino gigantesco si fosse stancato del suo giocattolo e l'avesse sbattuto a terra, ci fosse saltato sopra e poi avesse finito di demolirlo con un sasso.
Mason rabbrividì. Era molto tempo che non vedeva il relitto di una nave, e aveva quasi dimenticato la minaccia sempre presente della perdita di controllo, del precipitare sibilando nello spazio, dell'impatto violento. Si parlava sempre dell'eventualità di perdersi nello spazio. Questo spettacolo invece gli ricordava l'altro rischio insito nel suo mestiere. Mentre guardava quell'immagine, sentì il suo pomo d'Adamo muoversi in modo quasi automatico.
Ross aveva trascinato verso di sé un pezzo di metallo.
«Non ci dice molto» commentò. «Ma direi che è nostra.»
Mason stava per fare un commento, poi cambiò idea.
«Da quanto riesco a vedere di quel motore lassù, direi anch'io che è nostra» aggiunse Mickey.
«La struttura a razzo potrebbe essere standard» si sentì dire Mason. «Dappertutto.»
«Niente affatto» disse Ross. «Non è come dici tu. Questa è nostra, non c'è dubbio. Sono dei poveri terrestri sventurati. Be', almeno hanno fatto una morte rapida.»
«Davvero?» chiese Mason, più a se stesso che agli altri, visualizzando l'equipaggio nella sua cabina, sopraffatto dal terrore mentre la nave piombava verso il terreno, magari dritta come una palla di cannone, o rotolando su se stessa come una trottola impazzita, mentre il giroscopio tentava invano di mantenere la cabina su un piano orizzontale.
Le grida, i comandi urlati, le implorazioni a un cielo che non avevano mai visto prima, a un dio che poteva trovarsi in un altro universo. E poi il pianeta che si precipitava addosso a loro, e la sua dura superficie che colpiva lo scafo, schiacciandoli, strappandogli il fiato dai polmoni. Rabbrividì di nuovo al solo pensarci.
«Diamo un'occhiata» disse Mickey.
«Non sono sicuro che sia la cosa migliore da fare» ribatté Ross. «Noi affermiamo che è terrestre, ma potrebbe non esserlo.»
«Gesù, non penserà che là dentro ci sia qualcuno ancora vivo» disse Mickey.
«Non possiamo affermarlo con certezza» replicò Ross.
Ma sapevano bene che anche il capitano, come loro, aveva davanti agli occhi un relitto deformato. Nessuno poteva essere sopravvissuto a uno schianto simile.
L'espressione sulla faccia. Le labbra strette. Il giro intorno alla nave. Lo scrollare del capo, senza farsi notare dagli altri.
«Proviamo ad accedere da qui» ordinò Ross. «E restate vicini. Abbiamo ancora del lavoro da fare. Dobbiamo entrare solo per comunicare alla base di che nave si tratta.» Aveva già deciso che era una nave terrestre.
Si diressero verso un punto dello scafo in cui la saldatura aveva ceduto, aprendo un varco. La spessa piastra metallica era stata ritorta con la stessa facilità con cui un uomo può piegare un foglio di carta.
«Tutto questo non mi piace» disse Ross. «Ma immagino...»
Fece un cenno del capo a Mickey che si arrampicò fino all'apertura. Provò ogni appiglio con la massima cura, e quando trovò dei bordi affilati infilò i guanti da lavoro. Lo disse agli altri due, che si frugarono nelle tasche della tuta in cerca dei guanti. Poi Mickey allungò la gamba e s'infilò nel ventre buio dell'astronave.
«Fermati lì, adesso!» gli gridò Ross. «Aspetta che arrivi io.»
Si tirò su, con i pesanti scarponi che grattavano sullo scafo. Entrò nel foro anche lui, seguito da Mason.
All'interno della nave era buio. Mason chiuse momentaneamente gli occhi per abituarli al cambiamento. Quando li riaprì vide due raggi luminosi che frugavano nel groviglio contorto di travi e lamiere. Tirò fuori anche lui la torcia e l'accese.
«Dio, qui dentro è un disastro» disse Mickey, intimorito dalla vista del metallo e dei macchinari condannati a morte violenta. La sua voce echeggiò leggermente all'interno dello scafo. Poi, quando l'eco finì, un silenzio assoluto discese su di loro. La luce era torbida e Mason poteva sentire il puzzo acre dei motori bruciati.
«Occhio all'odore» disse Ross a Mickey, il quale aveva alzato le mani per trovare un punto dove sorreggersi. «Evitiamo di morire avvelenati dal gas.»
«Vado a controllare» disse Mickey. Si arrampicò con una mano, trascinando il suo corpo compatto e robusto lungo la scaletta ripiegata. Puntò il raggio della torcia verso l'alto.
«La cabina è tutta sventrata» disse, scuotendo la testa.
Ross lo seguì. Mason salì per ultimo, con il raggio della torcia che si muoveva qua e là a illuminare le pareti scoppiate e l'intero scenario di distruzione di quella che una volta era stata una nave possente e veloce. Continuò a emettere fischi di incredulità, mentre la luce faceva risaltare i diversi punti in cui il metallo aveva ceduto.
«La porta è bloccata» disse Mickey, che stava in piedi su una passerella tutta deformata e si teneva in equilibrio aggrappandosi alla paratia interna. Afferrò di nuovo la maniglia e cercò di aprire la porta.
«Dammi la tua torcia» disse Ross, che poi diresse i due raggi sulla porta, mentre Mickey si sforzava ancora di tirarla a sé. Era tutto rosso in faccia, e ansimava.
«No» disse scuotendo la testa. «Si è incastrata.»
Mason lo raggiunse. «Magari la cabina è ancora pressurizzata» disse in un sussurro. Non gli piaceva il modo in cui la sua voce rimandava echi continui.
«Ne dubito» disse Ross, cercando di riflettere. «Più probabilmente si è deformato lo stipite.» Scrollò di nuovo la testa. «Aiuta Carter.»
Mason afferrò una maniglia e Mickey l'altra, poi puntarono i piedi contro la parete e tirarono con tutta la forza che avevano. La porta resistette. Allora rafforzarono la presa e tirarono ancora più forte.
«Ehi, si è mossa!» esclamò Mickey. «Pare che ce l'abbiamo fatta.»
Ripresero a fare pressione contro la passerella malconcia e riuscirono ad aprire un varco. L'intelaiatura era tutta piegata, e la porta faceva resistenza in un angolo. Non fu possibile aprirla completamente e dovettero infilarsi di sbieco.
Fu Mason a entrare per primo, e trovò la cabina buia. Puntò il raggio della torcia sul sedile del pilota. Era vuoto. Sentì Mickey dimenarsi alle sue spalle mentre lui spostava la luce sul sedile del navigatore.
Non c'era più. Era proprio lì che la paratia aveva subito l'impatto con il terreno: il visore, il quadro comandi e il sedile erano rimasti schiacciati sotto le lamiere piegate. Mason provò una stretta alla gola nell'immaginarsi seduto in un sedile come quello, davanti a un quadro comandi come quello, sotto una paratia come quella.
Poi entrò Ross. I tre raggi luminosi frugarono nell'oscurità. Dovevano stare tutti in piedi, a gambe larghe, perché il pavimento pendeva di lato.
E il modo in cui pendeva fece venire in mente qualcosa a Mason. Corpi che scivolavano, cose che scivolavano...
Proprio nell'angolo, dove puntò improvvisamente la torcia, con mano tremante.
Ebbe un tuffo al cuore, gli si accapponò la pelle e si ritrovò a fissare nel buio con gli occhi sgranati. Poi sentì che gli scarponi lo trascinavano giù lungo il piano inclinato, come se qualcuno li guidasse.
«Qui» disse, la voce rauca per l'emozione.
C'erano i corpi, davanti a lui. Ne aveva urtato uno con il piede mentre tentava di non scivolare ulteriormente, spostando il peso del corpo sull'altra gamba.
Adesso sentì i passi di Mickey, la sua voce. Un sussurro. Un sussurro angosciato, inorridito.
«Madre di Dio!»
Nulla da Ross. Nulla da nessuno dei tre, da quel momento in poi, se non gli sguardi fissi e i respiri mozzati.
Perché i corpi straziati sul pavimento erano i loro, i corpi di loro tre. Tutti e tre... morti.
Mason non seppe dire per quanto tempo rimasero lì senza parlare, fissando le sagome immobili e contorte sul pavimento.
Come reagisce un uomo quando è messo di fronte al suo cadavere? La sua mente formulò la domanda in modo quasi inconscio. Che cosa può dire? Quali saranno le sue prime parole? Un bel rompicapo, eppure un interrogativo carico di significato.
Ma stava succedendo. Lui era lì immobile... e nello stesso tempo era morto ai suoi piedi. Sentì le mani che gli s'intorpidivano e si dondolò a disagio sul piano inclinato.
«Dio!»
Era ancora Mickey. Aveva puntato il raggio della torcia dritto sulla sua faccia, e mentre guardava piegava la bocca in modo innaturale. Tutti e tre avevano puntato la luce sulle loro facce, e i candidi nastri luminosi sembravano connettere i corpi sdoppiati.
Alla fine Ross, tremando, respirò a fondo l'aria stagnante della cabina.
«Carter,» disse «cerca l'interruttore del generatore di emergenza. Vedi se funziona.» La sua voce era arrochita, tesa come una corda di violino.
«Signore?»
«L'interruttore... l'interruttore!» scattò Ross.
Mason e il capitano rimasero lì immobili, mentre Mickey tornava incespicando verso il ponte. Sentirono i suoi stivali che urtavano i detriti metallici sul pavimento. Mason chiuse gli occhi, ma non fu capace di ritrarre il piede che premeva ancora contro un corpo che era il suo. Sembrava legato.
«Non capisco» disse fra sé e sé.
«Tieni duro» disse Ross.
Poi sentirono il generatore di emergenza che si avviava mugolando. Le luci tremolarono, si spensero. Il generatore tossicchiò e cominciò a ronzare. A quel punto le luci rimasero accese.
Adesso guardarono in basso. Mickey scivolò lungo il pavimento inclinato e li raggiunse. Fissò il suo corpo. Aveva la testa schiacciata. Mickey si ritrasse, spalancando la bocca in una smorfia di incredulo terrore.
«Non capisco» disse. «Non capisco. Ma che significa?»
«Carter» disse Ross.
«Sono io!» esclamò Mickey. «Signore, sono io!»
«Controllati!» gli ordinò Ross.
«Noi tre» disse Mason con un filo di voce. «E siamo tutti e tre morti.»
Sembrava che non ci fosse nulla da dire. Era un incubo muto. La cabina sbilenca, tutta contorta e deformata. I tre cadaveri ripiegati su se stessi e ammucchiati in un angolo, in un groviglio di braccia e gambe. E tutto ciò che potevano fare era guardare.
Poi Ross disse: «Andate a prendere un telo. Tutti e due.»
Mason si voltò senza esitazione, sollevato di potersi riempire la mente con un semplice ordine. Sollevato di potere spezzare quell'orrore paralizzante facendo qualcosa di concreto. Attraversò il ponte a grandi passi. Mickey indietreggiò anche lui, ma senza riuscire a distogliere lo sguardo imbambolato da quel robusto cadavere con la tuta verde e la testa schiacciata e insanguinata.
Mason estrasse una pesante incerata dal ripostiglio e la portò nella cabina, muovendo meccanicamente le braccia e le gambe, come un robot. Cercò di intorpidirsi il cervello, di impedirsi di pensare fino a quando non avesse superato l'impatto iniziale di quella scena.
Lui e Mickey svolsero il copertone con movimenti legnosi per poi adagiarlo sui cadaveri. Una volta ricoperti da quel telo lucido, di essi si intravedeva il profilo dei torsi, delle teste e di un braccio rigidamente proteso verso l'alto come una spada, ripiegato sopra il gomito e la mano a mo' di raccapricciante pennone.
Mason si ritrasse con un fremito. Andò a urtare il sedile del pilota e vi si accasciò. Fissò le sue gambe allungate, i pesanti stivali. Allungò la mano, si prese una gamba e la pizzicò, provando quasi sollievo per il dolore lancinante.
«Vieni via» sentì che Ross che diceva a Mickey. «Ho detto, vieni via!»
Abbassò lo sguardo e vide Ross che quasi trascinava di peso Mickey, accucciato sui cadaveri. Gli tenne un braccio e lo aiutò a risalire la pendenza.
«Siamo morti» disse sgomento Mickey. «Siamo noi quelli lì. Siamo morti.»
Ross sospinse Mickey fino all'oblò infranto e lo costrinse a guardare fuori.
«Guarda» gli disse. «Là fuori c'è la nostra nave. Proprio come l'abbiamo lasciata. Questa nave non è la nostra. E quei corpi... non possono essere i nostri» concluse fiaccamente. In un uomo dalle idee salde come lui quelle parole suonavano inconsistenti, quasi estranee alla sua personalità. Deglutì e protese il labbro inferiore, quasi a volere sfidare quel mistero. Ross non amava i misteri. Era un uomo fatto per decidere e agire. E adesso aveva bisogno di azione.
«Lì per terra ha visto se stesso» gli obiettò Mason. «Vuole forse venirmi a dire che non è così?»
«È esattamente quello che sto dicendo» rispose Ross, contrariato. «Può sembrare assurdo, ma c'è sicuramente una spiegazione. C'è una spiegazione per ogni cosa.»
Si pizzicò il braccio muscoloso e fece una smorfia.
«Eccomi qui» disse. «In carne e ossa.» Rivolse un'occhiataccia agli altri due, quasi volesse sfidarli a sostenere il contrario. «Sono vivo» aggiunse.
Mason e Mickey lo fissarono con occhi inespressivi.
«Io non capisco» disse debolmente Mickey. Poi scosse la testa e ritrasse le labbra, mostrando i denti.
Mason sedeva come un sacco di stracci nel sedile del pilota, quasi sperando che il dogmatismo di Ross lo aiutasse a superare quel momento, che il suo approccio positivo nei confronti dell'inspiegabile gli facesse trovare una via d'uscita. E lui aveva tutte le intenzioni di trovarla. Si sforzò di arrivarci da solo, ma era molto più facile lasciare che fosse il capitano ad assumersi quella responsabilità.
«Siamo tutti morti» disse Mickey.
«Non fare lo sciocco!» esclamò Ross. «Tu ti senti morto?»
Mason si domandò per quanto tempo sarebbe durato. Si appoggiò alla spalliera e la sentì solida contro la schiena. Poteva anche fare scorrere le dita su manopole, leve e pulsanti altrettanto solidi. Tutto reale. Non era un sogno. Non occorreva nemmeno che si desse un pizzico.
«Forse è una visione» azzardò, nel vano tentativo di formulare un pensiero, come un animale in mezzo a una palude si muove esitante in cerca di terreno solido.
«Basta così» disse Ross.
Poi i suoi occhi si strinsero. Fissò intensamente i suoi uomini, con l'aria di chi ha preso una decisione. Mason non vedeva l'ora di sapere e cercò di ipotizzare quale potesse essere. Una visione? No, non era possibile. Ross non si baloccava con le visioni. Notò che anche Mickey guardava Ross a bocca aperta. Anche lui aveva bisogno del conforto di una spiegazione plausibile.
«Una distorsione temporale» disse Ross.
Gli altri due lo guardarono senza capire.
«Cosa?» chiese Mason.
«Ascoltatemi» disse Ross, e spiegò la sua teoria. Più che una teoria, una certezza, perché Ross nella sua linea di pensiero non si fermava mai alle teorie.
«Curvatura dello spazio» disse Ross. «Il tempo e lo spazio formano un continuum, giusto?»
Nessuna risposta. Ross non ne aveva bisogno.
«Ricordate, una volta al corso di addestramento ci hanno parlato della possibilità di circumnavigare il tempo. Ci hanno detto che potevamo lasciare la Terra in una certa data e al nostro ritorno ritrovarci un anno prima rispetto ai nostri calcoli. O un anno dopo. Erano solo teorie, secondo i nostri insegnanti. Be', io dico che è successo a noi. È logico, potrebbe succedere. Potremmo avere attraversato una distorsione temporale. Siamo in un'altra galassia, magari lungo linee spaziali diverse, o addirittura lungo linee temporali diverse.»
Fece una pausa per verificare l'effetto delle sue parole.
«Io dico che siamo nel futuro» affermò.
Mason lo guardò.
«E questo in che modo ci può aiutare?» gli chiese. «Se lei ha ragione?»
«Non siamo morti!» Ross sembrava stupito che ancora non se ne fossero convinti.
«È nel futuro» disse piano Mason «che moriremo.»
Ross lo guardò a bocca spalancata. Non ci aveva pensato. Non aveva pensato che la sua idea peggiorava ancora le cose. Perché c'era una cosa sola peggiore della morte, ed era sapere che si stava per morire. Sapere il dove e il quando.
Mickey scosse la testa, agitando impacciato le mani lungo i fianchi. Poi se ne portò una alle labbra e si mordicchiò nervosamente un'unghia sporca.
«No» disse. «Non capisco.»
Ross rimase a fissare Mason con gli occhi stanchi, tormentandosi le labbra. L'ignoto stava trovando spazio dentro di lui, e annullava il conforto di un ragionamento concreto e razionale. Ross lottava disperatamente per scacciare quella sensazione, per liberarsene. Riprese il discorso.
«Ascoltatemi» disse. «Siamo tutti d'accordo che quei corpi non sono i nostri.»
Nessuna risposta.
«Usate il cervello!» ordinò Ross. «Toccatevi!»
Mason fece scorrere le dita intorpidite sulla tuta, sul casco, sulla penna che aveva in tasca, tastò la solidità della carne e delle ossa, guardò le vene sulle braccia, premette un dito preoccupato sul polso per sentirne il battito. È vero, pensò. E quel pensiero gli restituì qualche brandello di coraggio. Nonostante tutto, nonostante l'appassionata filippica di Ross, lui era vivo. Carne e sangue ne erano la prova.
Allora la sua mente riprese vigore. Mason si tirò su, aggrottando la fronte mentre cercava di ragionare, e vide che sul volto di Ross, completamente esausto, compariva un'espressione di sollievo.
«D'accordo, allora» disse. «Siamo nel futuro.»
Mickey stava in piedi accanto all'oblò, ansioso.
«E questo dove ci porta?» chiese.
Le sue parole scoraggiarono Mason. Era vero, dove li portava?
«Come facciamo a sapere quanto è lontano questo futuro?» chiese, peggiorando ancor più il loro morale, già a terra per effetto della domanda di Mickey. «Come possiamo essere certi che non si verifichi nei prossimi venti minuti?»
Ross si irrigidì. Si diede un forte pugno sul palmo della mano.
«Vuoi sapere come facciamo a saperlo?» disse, deciso. «Se non decolliamo non possiamo precipitare. Ecco come.»
Mason lo fissò.
«Forse se ripartissimo» disse «potremmo ugualmente aggirare la nostra morte e lasciarla in questo sistema spaziotemporale. Potremmo ritornare a quello della nostra galassia e...»
Non riuscì a concludere la frase. La sua mente era travolta da una ridda contrastante di pensieri.
Ross aggrottò la fronte. Era irrequieto, e si umettava le labbra. Ciò che prima era semplice e chiaro, adesso era qualcosa di diverso, da spiegare nuovamente. E quell'aggiunta non richiesta di ulteriori complicazioni lo contrariava non poco.
«Adesso siamo tutti vivi» disse, cercando di convincere anche se stesso, consolidando la sua sicurezza con parole incoraggianti. «E abbiamo un unico modo per restarlo.»
Li guardò. Aveva preso la sua decisione. «Dobbiamo rimanere qui» disse.
Gli altri due si limitarono a fissarlo. Ross desiderò che uno di loro, almeno uno, fosse d'accordo con lui, che mostrasse qualche segno di risolutezza.
«Ma... come facciamo con i nostri ordini?» domandò Mason senza troppa convinzione.
«I nostri ordini non c'impongono di ucciderci!» rispose Ross. «No, è l'unica soluzione. Se non ripartiremo più, non ci schianteremo al suolo. Noi...noi lo evitiamo, lo preveniamo!»
Mosse la testa in avanti, in un gesto secco. Per lui la questione era risolta. Mason scrollò il capo.
«Non lo so» disse. «Io non...»
«Io sì» lo interruppe con decisione Ross. «E adesso usciamo di qui. Questa nave mi sta dando sui nervi.»
Mason si alzò al cenno del capitano che indicava la porta. Mickey fece per muoversi, poi ebbe un attimo di esitazione. Abbassò lo sguardo sui cadaveri.
«Non dovremmo...?» cominciò a dire.
«Che cosa, che cosa?» chiese Ross, che non vedeva l'ora di andarsene.
Mickey fissò i corpi. Si sentiva prigioniero di una specie di grande, sconcertante follia.
«Non dovremmo... seppellirci?» concluse.
Ross deglutì. Non aveva più voglia di ascoltare. Li sospinse fuori dalla cabina. Poi, mentre discendevano lungo il relitto, diede un'occhiata verso la porta. Guardò l'incerata che ricopriva il mucchio di corpi. Strinse le labbra fino a farle diventare esangui.
«Sono vivo» borbottò rabbiosamente.
Quindi spense la luce con un gesto brusco, quasi a volersi vendicare, e uscì.
Erano tutti seduti nella cabina della loro nave. Ross aveva ordinato di prendere il cibo dalla stiva, ma era l'unico che mangiava. Lo faceva con un movimento aggressivo delle mascelle, quasi volesse frantumare fra i denti tutto il mistero di quella storia.
Mickey fissava il cibo senza toccarlo.
«Per quanto tempo saremo costretti a restare qui?» chiese, come se non si fosse reso bene conto che dovevano rimanervi in eterno.
Mason ne approfittò. Si sporse dal sedile e guardò Ross. «Per quanto tempo durerà il cibo che abbiamo?»
«Là fuori ci sarà qualcosa di commestibile, su questo non ho dubbi» rispose Ross, masticando.
«Come faremo a capire che cosa si può mangiare e che cosa è velenoso?»
«Osserveremo gli animali» insisté Ross.
«Sono una forma di vita diversa» osservò Mason. «Quello che mangiano loro può essere nocivo per noi. E poi non sappiamo nemmeno se qui ci sono animali.»
Quelle parole gli fecero inarcare le labbra in un timido, amaro sorriso. E sì che aveva sperato di entrare in contatto con un'altra razza. La sua gli pareva una situazione quasi ridicola.
Ross si alterò. «Non... non fasciamoci la testa prima di essercela rotta» sbottò, come se sperasse di smorzare ogni contestazione con quel vecchio modo di dire.
Mason scosse il capo. «Non mi convince» disse.
Ross si alzò in piedi.
«Ascoltatemi» disse. «È facile porre domande. Abbiamo deciso tutti insieme di restare qui. Adesso cominciamo a pensarci in modo concreto. Non ditemi quello che non possiamo fare, lo so bene quanto voi. Ditemi quello che possiamo fare.»
Poi si girò e si diresse impettito verso il quadro comandi. Restò lì a fissare i quadranti e gli indicatori, tutti spenti. Poi si mise a sedere e cominciò a scrivere rapidamente sul registro di bordo, come se gli fosse appena venuto in mente qualcosa che doveva annotare subito. In seguito Mason andò a leggere quello che aveva scritto e vide che si trattava di una relazione nella quale spiegava con convinzione, malgrado qualche incertezza, per quale motivo erano tutti ancora vivi. «Sì... signore.»
Mickey si alzò e si mise a sedere sulla sua cuccetta, premendosi le grosse mani sulle tempie. Assomigliava molto a un ragazzino che temesse di essere punito per aver mangiato troppe mele acerbe, ignorando le raccomandazioni di sua madre. Mason capì che cosa stava pensando. Stava pensando a quel corpo immobile con il cranio schiacciato. All'immagine di se stesso brutalmente ucciso nell'impatto. Lui, Mason, pensava la stessa cosa. E a dispetto del suo atteggiamento, probabilmente anche Ross.
Mason stava accanto al portello e guardava fuori, verso il relitto silenzioso oltre il prato. Si stava facendo buio. Gli ultimi raggi del sole di quel pianeta scintillavano sullo scafo dell'astronave fracassata. A quel punto distolse lo sguardo e osservò l'indicatore della temperatura esterna. C'era ancora luce e il termometro era già abbondantemente sotto lo zero. Mason spostò con l'indice della mano destra l'ago del termostato. Dall'uditorio si levarono mormorii dubbiosi.
Stavano perdendo calore, pensò. La loro nave avrebbe cominciato a consumare la sua energia. Avrebbe cominciato a bere il suo stesso sangue, senza possibilità di trasfusione. Il sistema energetico della nave si ricaricava solo in fase operativa. E loro erano lì immobili, intrappolati e inerti. «No, no, sto parlando sul serio!» affermò Fetlock. «Ne potrete avere una dimostrazione più che ampia. Chiedete pure.»
«Quanto possiamo resistere?» domandò nuovamente a Ross, rifiutandosi di mantenere il silenzio di fronte a quell'interrogativo. «Non possiamo vivere in eterno dentro questa nave. Entro un paio di mesi il cibo comincerà a scarseggiare. E a quel punto il sistema di ricarica sarà già andato. Non ci sarà più calore e moriremo di freddo.»
«Chi ci dice che la temperatura esterna ci congelerà?» ribatté Ross, simulando una pazienza che non aveva. E adesso?
«È appena il tramonto» osservò Mason. «E già siamo scesi a tredici gradi sotto zero.»
Ross gli rivolse un'occhiataccia, poi si alzò dalla sedia e cominciò a passeggiare nervosamente.
«Se decolliamo» disse «rischiamo di... finire come quella nave laggiù.»
«Ma è proprio così?» si domandò Mason. «Possiamo morire solo una volta. E a quanto pare ci è già successo. In questa galassia. Magari si può morire una sola volta in ogni galassia. Magari c'è una vita dopo la morte. Magari...»
«Hai finito?» lo interruppe freddamente Ross.
Ross deglutì a fatica, poi respirò a fondo e raddrizzò le spalle.
«D'accordo» disse con calma. «Partiamo.»
«Che Dio abbia pietà di noi» farfugliò Mickey mentre Ross si avviava sollecito verso il quadro di controllo.
Mickey guardò in su.
«Partiamo» disse. «Non voglio starmene qui a non fare niente.»
Fissò Ross.
«Cerchiamo di non correre rischi inutili. Pensiamoci su» ribatté questi. Perché?
«Io ho una moglie!» esclamò rabbiosamente Mickey. «Solo perché lei non è sposato...»
«Piantala!» tuonò Ross.
Mickey si accasciò sulla cuccetta e girò la faccia verso la paratia gelida. Il suo corpo massiccio era scosso da un respiro ansimante. Non disse nulla. Si limitò ad aprire e richiudere le dita sulla coperta, a tormentarla, a strapparsela da sotto il corpo. Perché?
Ross si mise a camminare in su e in giù per il ponte, picchiandosi meccanicamente il palmo della mano con l'altra chiusa a pugno. Batteva i denti, e scuoteva caparbiamente la testa ogni volta che scartava mentalmente una nuova ipotesi. A un certo punto si fermò, guardò Mason, e riprese a camminare. Poi accese il faro esterno e guardò fuori, quasi per accertarsi che tutto ciò che era accaduto non fosse frutto dell'immaginazione.
La luce illuminò la nave distrutta, che riluceva sinistramente, come una gigantesca lastra tombale scheggiata. Ross spense il faro borbottando qualcosa di incomprensibile, e si voltò a guardare i suoi uomini. Il petto ampio si gonfiava e si sgonfiava al ritmo del suo respiro.
«E va bene» disse. «In fondo si tratta anche delle vostre vite. Non posso decidere io per tutti. Voteremo per alzata di mano. Quel relitto là fuori potrebbe essere qualcosa di completamente diverso da ciò che immaginiamo. Se voi due pensate che valga la pena di rischiare la pelle ripartendo, noi... ripartiremo.»
Poi si strinse nelle spalle. «Votiamo» disse. «Per me dobbiamo restare qui.»
«Per me dobbiamo andarcene» disse Mason.
I due guardarono Mickey. Perché?
«Carter,» disse Ross «qual è il tuo voto?»
Mickey si girò a guardarli con gli occhi inespressivi.
«Vota» disse Ross.
«Andarcene» disse Mickey. «Ci faccia partire. Preferisco morire che restare qui.»
Il capitano esitò un attimo, poi azionò i comandi. La grande nave cominciò a fremere mentre i gas si accendevano e si riversavano dagli ugelli posteriori come fulmini al guinzaglio. Quel rumore fu quasi una consolazione per Mason. Ormai non gl'importava più; anche lui, come Mickey, voleva cogliere l'occasione. Erano trascorse poche ore e gli sembrava un anno. I minuti si erano trascinati uno dopo l'altro, appesantiti da ricordi opprimenti di quei cadaveri, dell'astronave distrutta... e anche della Terra che non avrebbero più rivisto, di genitori e mogli e fidanzate e figli. Perduti per sempre. No, era molto meglio tentare di ritornare. Aspettare senza poter fare nulla è la cosa peggiore che possa capitare a un uomo. E Mason non era più in grado di sopportarlo.
Si mise seduto al suo posto e aspettò, nervoso. Sentì Mickey che saltava su e andava al pannello di controllo dei motori.
«Farò un decollo molto dolce» disse Ross. «Non c'è motivo di... di crearci problemi.»
Fece una pausa. I due uomini drizzarono la testa e lo fissarono con i muscoli tesi per l'impazienza.
«Siete pronti?» chiese Ross.
«Ci porti via» disse Mickey.
Ross serrò le labbra e azionò l'interruttore su cui era scritto: decollo verticale.
Sentirono la nave che tremava, come se esitasse. Poi si sollevò da terra e puntò verso l'alto a velocità crescente. Mason accese il visore di poppa e osservò il pianeta scuro che si allontanava, sforzandosi di ignorare la macchia chiara nell'angolo dello schermo, quella macchia che scintillava metallicamente alla luce della luna.
«Cinquecento» lesse. «Settecentocinquanta... mille... mille e cinquecento...»
Continuò ad aspettare. Un'esplosione. Un motore che cedeva. L'ascesa che si interrompeva bruscamente.
Continuarono a salire.
«Tremila» disse Mason, con la voce che cominciava a tradire un senso crescente di aspettativa. Il pianeta si allontanava sempre più, e ormai l'altra nave era solo un ricordo. Diede un'occhiata a Mickey, che aveva lo sguardo fisso e la bocca spalancata, quasi fosse sul punto di gridare hurrà, ma esitasse a farlo per non sfidare il destino.
«Seimila... settemila!» La voce di Mason era trionfante. «Siamo usciti!» La faccia di Mickey si sciolse in un gran sorriso di soddisfazione. Si passò una mano sulla fronte facendo schizzare sul pavimento grosse gocce di sudore.
«Dio» disse, senza fiato. «Mio Dio!»
Mason si avvicinò al sedile del capitano e gli diede una pacca sulla spalla.
«Ce l'abbiamo fatta» disse. «Bel decollo.»
Ross sembrava contrariato.
«Non avremmo dovuto partire» disse. «Non abbiamo combinato niente per tutto questo tempo, e adesso dovremo metterci a cercare un altro pianeta.» Scosse la testa. «Non è stata una buona idea» aggiunse.
Mason lo fissò, poi distolse lo sguardo pensando... non riuscirai a convincermi.
«Se mai vedrò qualcosa che scintilla» disse ad alta voce «terrò chiusa la mia boccaccia. E comunque, al diavolo le razze aliene.»
Silenzio. Tornò al suo posto e prese il grafico, traendo un profondo respiro. Tremava ancora. Che Ross si lamenti pure, pensò, adesso posso sopportare tutto. Le cose sono tornate alla normalità. Cominciò suo malgrado a lavorare di fantasia, cercando di immaginare che cosa poteva essere successo su quel pianeta.
Poi incontrò per caso lo sguardo di Ross.
Ross era pensieroso. Aveva le labbra strette, e parlava da solo. Poi Mason si accorse che lo stava guardando.
«Mason» disse Ross.
«Che c'è?»
«Razze aliene, hai detto.»
Mason sentì un brivido freddo attraversargli il corpo. Vide la grossa testa di Ross che annuiva, con decisione. Una decisione a lui ignota. Cominciarono a tremargli le mani e gli passò per la testa un'idea assurda. No, Ross non avrebbe fatto una cosa del genere, non semplicemente per soddisfare la sua vanità. O forse sì?
«Io non...» cominciò. Con la coda dell'occhio vide Mickey che osservava anche lui il capitano.
«Ascoltatemi» disse Ross. «Ve lo dico io che cosa è successo laggiù. Ve lo farò vedere!»
I due lo fissarono paralizzati dall'orrore mentre Ross invertiva la rotta e riportava indietro la nave.
«Che sta facendo?» gridò Mickey.
«Datemi retta» disse Ross. «Ma non avete capito? Non vedete come si sono presi gioco di noi?»
Lo guardarono entrambi senza capire. Mickey mosse un passo verso di lui.
«Una razza aliena» proseguì Ross. «È tutto qui, per farla breve. L'idea dello spaziotempo non regge. Ve lo dico io qual è l'idea che regge. Insomma, noi ce ne andiamo da quel pianeta. Qual è la prima cosa che ci viene in mente di dire quando dobbiamo stilare il rapporto? Che è inabitabile? Potremmo anche andare oltre, e non parlarne affatto.»
«Ross, lei non ci riporterà indietro!» disse Mason, alzandosi di scatto mentre l'idea del ritorno lo colpiva in tutta la sua pienezza.
«Ci puoi scommettere!» esclamò Ross, in preda a una forma di esaltazione.
«Lei è impazzito!» gli gridò Mickey, tremando in tutto il corpo e stringendo minacciosamente i pugni all'altezza dei fianchi.
«Ascoltatemi!» tuonò Ross. «Chi sarebbe a trarre vantaggio dal nostro mancato rapporto su quel pianeta?»
I due non risposero. Mickey si fece più vicino.
«Idioti!» disse Ross. «Non è ovvio? Laggiù c'è vita. Ma una vita che non è abbastanza forte da ucciderci o da allontanarci con la violenza. E allora che possono fare? Non vogliono che scendiamo. Che cosa faranno secondo voi?»
Si rivolgeva loro come un insegnante che non riesca a ottenere le risposte giuste dai più somari della classe.
Mickey si era insospettito, ma adesso era anche curioso, e temeva un po' il suo capitano, come gli succedeva sempre tranne quando si trovava in grave pericolo di vita. Era sempre stato Ross a guidarli ed era difficile ribellarsi a lui, anche quando sembrava che avesse tutte le intenzioni di ucciderli. I suoi occhi si spostarono sul visore dove il pianeta ricominciava a crescere sotto di loro come una grande palla scura.
«Siamo vivi» disse Ross «e io sono sicuro che laggiù non c'è mai stata una nave. L'abbiamo vista, certo. L'abbiamo anche toccata. Ma si può vedere qualsiasi cosa, se ci si convince che c'è! E tutti i sensi ce lo confermano, anche se non c'è niente. Tutto quello che dovete fare è crederci!»
«Dove vuole arrivare?» si affrettò a chiedergli Mason, troppo spaventato per capire. I suoi occhi volarono all'altimetro. Diciassettemila... sedicimila... quindicimila...
«Telepatia» disse Ross, con un tono trionfale che non ammetteva repliche. «Io dico che quegli uomini, o quello che sono, ci hanno visti arrivare. E non ci volevano lì. Perciò hanno letto nelle nostre menti la paura della morte, e hanno deciso che il modo migliore per spaventarci e costringerci a scappare era quello di mostrarci la nostra nave schiantata e noi stessi morti all'interno. E ha funzionato... fino a ora.»
«Ha funzionato!» ripeté Mason. «E lei vuole farci correre il rischio di finire uccisi solo per provare la sua maledetta teoria?»
«È più che una teoria!» ruggì Ross mentre la nave scendeva sempre più veloce. Poi aggiunse, con la forza dell'orgoglio ferito: «E poi i miei ordini dicono di raccogliere campioni su ogni pianeta. Fino a oggi ho sempre eseguito gli ordini e, perdio, continuerò a farlo!»
«Ha visto quanto faceva freddo!» disse Mason. «Comunque lì non potrebbe viverci nessuno. Usi la testa, Ross!»
«Dannazione, sono io il comandante di questa nave!» strillò Ross. «E sono io a dare gli ordini!»
«Non quando le nostre vite sono nelle sue mani!» ribatté Mickey avanzando verso il capitano.
«Fermo dove sei!» gli ordinò Ross.
Fu in quel momento che uno dei motori della nave si fermò, facendola piegare violentemente di lato.
«Idiota!» esplose Mickey, che aveva perso l'equilibrio. «È tutta colpa tua, tutta colpa tua!»
Al di fuori, la notte precipitava intorno a loro.
La nave vacillava vistosamente. Previsione avverata, fu l'unica frase che riuscì a pensare Mason. La sua visione delle urla, del muto terrore, delle invocazioni a un cielo sordo: tutto si stava avverando. Entro pochi minuti la loro nave sarebbe diventata quel relitto. E quei tre corpi sarebbero stati i...
«Oh... maledizione!» esclamò con tutto il fiato che aveva, infuriato per la folle ostinazione di Ross nel volerli riportare indietro, nel provocare il futuro così come loro l'avevano visto... tutto per via del suo stupido orgoglio.
«No, non si prenderanno gioco di noi!» urlò Ross, sempre aggrappato alla sua idea come un mastino morente che stringe ancora la gola del suo nemico.
Azionò i comandi, cercando di fare cambiare rotta alla nave. Non ci riuscì, e la nave continuò a precipitare come una foglia sballottata dal vento. Il giroscopio non era in grado di contrastare le brusche variazioni nell'assetto della cabina e i tre uomini si ritrovarono scagliati da tutte le parti sul ponte ormai impazzito.
«Motori ausiliari!» gridò Ross.
«È inutile!» esclamò Mickey.
«Dannazione!» Ross si mosse barcollando lungo il ponte inclinato, poi cadde pesantemente contro la plancia, mentre la cabina si piegava dalla parte opposta. Tirò le leve con le mani tremanti.
All'improvviso Mason vide di nuovo dal visore di poppa uno spruzzo irregolare di fiamme. La nave smise di tremare e puntò il muso verso il basso. La cabina si stabilizzò.
Ross si lasciò cadere sul suo sedile e armeggiò freneticamente per riprendere il controllo della nave. Mickey lo guardava da terra, pallido e inespressivo. Anche Mason lo guardava, troppo impaurito per dire qualcosa.
«E adesso chiudete il becco!» disse disgustato Ross, senza nemmeno degnarli di uno sguardo, esprimendosi come avrebbe fatto un padre insoddisfatto con i propri figli. «Quando saremo atterrati vedrete che è tutto vero. Quella nave non ci sarà più. E noi andremo a caccia di quei bastardi che ci hanno ficcato quest'idea in testa!»
I due uomini fissarono come istupiditi il loro capitano, mentre la nave continuava a scendere. Lo videro muovere le mani sui comandi con grande efficienza. Mason provò un senso di fiducia nei suoi confronti. Rimase seduto tranquillo sul ponte, aspettando senza paura il momento dell'atterraggio. Mickey si rialzò e gli andò accanto, aspettando anche lui.
La nave toccò il suolo. Si fermò. Erano atterrati di nuovo. Erano sempre gli stessi. E...
«Accendete il faro» disse loro Ross.
Mason premette l'interruttore. Si affollarono tutti davanti all'oblò. Mason si domandò per un secondo come avesse fatto Ross ad atterrare nello stesso punto. In apparenza non aveva nemmeno seguito i calcoli utilizzati nel corso del precedente atterraggio.
Guardarono fuori.
Mickey trattenne il respiro. Ross rimase a bocca spalancata.
Il relitto era ancora lì.
Erano atterrati nello stesso posto e avevano scoperto che il relitto c'era ancora. Mason distolse lo sguardo dall'oblò e si mosse barcollando sul ponte. Si sentiva perso, vittima di qualche orribile burla universale, un uomo segnato dal destino.
«Aveva detto...» cominciò Mickey, rivolto al capitano.
Ross continuava a guardare dall'oblò con occhi increduli.
«Adesso dovremo ripartire» disse Mickey, digrignando i denti. «E questa volta ci schianteremo sul serio. E rimarremo uccisi. Proprio come quei... quei...»
Ross non disse nulla. Osservava dall'oblò la negazione dell'ultima speranza a cui si era aggrappato. Si sentiva svuotato, aveva perso del tutto la fiducia nel buon senso e nella razionalità.
Fu Mason a parlare.
«Noi non ci schianteremo...» disse cupamente «... mai.»
«Cosa?»
Mickey lo stava fissando. Ross si girò e lo guardò anche lui.
«Perché non la finiamo di illuderci?» disse Mason. «Sappiamo tutti come stanno le cose, no?»
Stava pensando a quello che Ross aveva detto poco prima. A proposito della capacità dei sensi di confermare quello in cui si crede. Anche se non c'è niente di concreto...
Poi, in una frazione di secondo, pienamente consapevole, vide Ross e vide Carter. Li vide com'erano. E trasse un profondo, fremente respiro, l'ultimo prima che l'illusione gli restituisse carne e fiato.
«Si parte» disse amaramente, e la sua voce fu un sussurro doloroso nella nave fantasma. «L'Olandese Volante è pronto a fare il giro dell'universo*.»
* Riferimento alla leggenda dell'Olandese Volante, il vascello fantasma costretto da una maledizione a vagare in eterno per i mari (N.d.r.).
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