l'esame (it)
La notte prima dell'esame Les aiutò suo padre a studiare in camera da pranzo. Jim e Tommy dormivano al piano di sopra e in salotto Terry stava cucendo, il volto inespressivo mentre l'ago si muoveva veloce entrando e uscendo dalla stoffa.
Tom Parker sedeva impettito, stringendo le mani ossute e venate sopra il piano del tavolo, mentre i suoi pallidi occhi azzurri fissavano intensamente le labbra di suo figlio, quasi nella convinzione di capire meglio.
Aveva ottanta anni e questo era il suo quarto esame.
«Bene» disse Les, leggendo dal modello di questionario che gli aveva procurato il dottor Trask. «Ripeti le seguenti serie di numeri.»
«Serie di numeri» mormorò Tom, tentando di assimilare le parole man mano che gli arrivavano. Ma non riusciva più a farlo con rapidità; sembravano indugiare nelle pieghe del suo cervello come insetti su un carnivoro indolente. Ripeté mentalmente le parole: serie di numeri... serie di numeri. Ecco, ce l'aveva fatta. Guardò suo figlio e aspettò.
«Allora?» disse impaziente dopo un attimo di silenzio.
«Papà, ti ho già detto la prima» gli fece osservare Les.
«Ecco...» Suo padre si sforzò di trovare le parole giuste. «Per favore, dimmi... fammi la cortesia di...»
Les esalò un respiro scoraggiato. «Ottocinqueundicisei» disse.
Le vecchie labbra si mossero, il vecchio ingranaggio che era la mente di Tom cominciò a mettersi in moto faticosamente.
«Otto... ccinque...» Gli occhi pallidi ammiccarono lentamente. «Undicisei» concluse Tom tutto d'un fiato, poi raddrizzò la schiena, orgoglioso.
Sì, bene, pensò... molto bene. L'indomani non ce l'avrebbero fatta a burlarsi di lui; aveva sconfitto la loro legge assassina. Strinse le labbra e giunse ancora più forte le mani sulla tovaglia bianca.
«Cosa?» disse poi, rimettendo a fuoco suo figlio mentre gli diceva qualcosa. «Alza la voce» aggiunse, irritato. «Parla più forte.»
«Ti ho dato un'altra sequenza di numeri» disse Les senza perdere la calma. «Ecco, te li rileggo.»
Tom si sporse un poco in avanti, tendendo le orecchie.
«Noveduesedicisettetre» disse Les.
Tom si schiarì rumorosamente la gola. «Scandisci bene» disse a suo figlio. Ancora non aveva capito il senso di tutto ciò. Come potevano aspettarsi che qualcuno memorizzasse una fila di numeri così ridicolmente lunga?
«Cosa, cosa?» disse rabbiosamente mentre Les gli rileggeva i numeri.
«Papà, l'esaminatore leggerà le domande in modo ancora più veloce di quanto faccio io. Tu...»
«Me ne rendo conto benissimo» lo interruppe stizzito suo padre. «Benissimo. Però lascia che ti ricordi... insomma, questo non... non è l'esame. È uno studio, serve per studiare. È stupido andare così di corsa. Stupido. Io devo imparare questo... questo... questo esame» concluse, arrabbiato con suo figlio, e arrabbiato anche perché le parole desiderate si nascondevano alla sua mente.
Les si strinse nelle spalle e abbassò di nuovo lo sguardo sul questionario. «Noveduesedicisettetre» lesse lentamente.
«Novedueseisette...»
«Sedicisette, papà.»
«E io che ho detto?»
«Hai detto sei, papà.»
«Vuoi che non sappia quello che ho detto?»
Les chiuse gli occhi per un attimo. «D'accordo, papà» disse poi.
«Allora, vuoi rileggermeli o no?» gli chiese bruscamente Tom.
Les gli rilesse i numeri e, mentre ascoltava suo padre che ripeteva a fatica la sequenza, diede un'occhiata a Terry in salotto.
Era ancora seduta lì, immobile, a cucire. Aveva spento la radio, e Les sapeva che era in grado di sentire suo padre che incespicava sui numeri.
E va bene, disse Les fra sé e sé, come se parlasse con sua moglie. Va bene, lo so che è vecchio e inutile. Vuoi che glielo dica in faccia e che lo ferisca così? Lo sai, e lo so anch'io, che non supererà l'esame. Almeno consentimi questa breve ipocrisia. La sentenza verrà emessa domani. Non lasciare che sia io a pronunciarla stasera, spezzando il cuore di questo povero vecchio.
«È giusto, mi pare» sentì dire suo padre con la voce piena di dignità, e tornò a concentrarsi sul suo viso smunto e segnato dalle rughe.
«Sì, è giusto» si affrettò a confermare.
Quando un leggero sorriso tremolò all'angolo della bocca di Tom, lui si sentì come se l'avesse tradito. Lo sto facendo illudere, pensò.
«Passiamo a qualcos'altro» sentì che diceva suo padre, e abbassò subito lo sguardo sul foglio. Che cosa sarà più facile per lui? si domandò, disprezzandosi solo per averlo pensato.
«Su, muoviamoci, Leslie» disse suo padre con voce tesa. «Non abbiamo tempo da perdere.»
Tom seguì con lo sguardo suo figlio che sfogliava il questionario e chiuse le mani a pugno. C'era in ballo la sua vita, l'indomani, e Les non sapeva fare altro che sfogliare pagine come se non dovesse succedere niente d'importante.
«Andiamo, andiamo» disse lamentosamente.
Les prese una matita con una cordicella attaccata e disegnò un cerchio di pochi centimetri su un foglio di carta bianca. Porse la matita a suo padre.
«Tenere sospesa la punta della matita sopra il cerchio per tre minuti» disse, temendo improvvisamente di avere scelto l'esercizio sbagliato. Aveva visto le mani di suo padre tremare in occasione dei pasti, o mentre armeggiava con i bottoni o la lampo dei suoi vestiti.
Les deglutì nervosamente, prese il cronometro, lo fece partire e fece un cenno d'assenso a suo padre.
Tom trasse un profondo respiro esitante, si piegò sul foglio di carta e cercò di tenere sopra il cerchio la matita, che dondolava leggermente. Les lo vide appoggiarsi sul gomito, cosa che nel corso dell'esame non gli sarebbe stata permessa, ma non disse nulla.
Restò seduto a guardare suo padre. Quel po' di colorito che gli era rimasto sul volto adesso stava scomparendo del tutto, e Les riuscì a distinguere le piccole linee scarlatte dei capillari rotti sotto la pelle delle guance. Osservò la carnagione secca, rugosa e tendente al marrone, chiazzata da macchie scure. Ottant'anni, pensò: come si sente un uomo quando è arrivato a ottant'anni?
Tornò a guardare Terry. Per un attimo lei sollevò gli occhi e i loro sguardi s'incrociarono: nessuno dei due sorrise o accennò qualcosa. Poi Terry riprese a cucire.
«Credo che tre minuti siano passati» disse Tom teso.
Les controllò il cronometro. «Un minuto e mezzo, papà» disse, chiedendosi se avrebbe dovuto mentire di nuovo.
«Be', allora tieni gli occhi sul cronometro» replicò suo padre, agitato, mentre la matita dondolava completamente al di fuori dall'area del cerchio. «Questo dovrebbe essere un esame, non un... un... un gioco.»
Les concentrò lo sguardo sulla matita ondeggiante, avvertendo una sensazione di totale inutilità quando si rese conto che stava solo fingendo, che nulla di quanto faceva avrebbe potuto salvare la vita di suo padre.
Almeno, pensò, non sono i figli che hanno votato questa legge a dover esaminare i genitori. Almeno non avrebbe dovuto essere lui ad apporre il timbro nero con su scritto INSUFFICIENTE sul fascicolo di suo padre, sentenziando in tal modo la sua condanna.
La matita tornò a oscillare sopra il bordo del cerchio e tornò a centrarsi quando Tom mosse leggermente il braccio sul tavolo, un gesto che avrebbe automaticamente invalidato la prova.
«Quell'orologio va troppo piano!» esclamò Tom in un improvviso accesso di rabbia.
Les trattenne il fiato e diede un'occhiata al cronometro. Due minuti e mezzo. «Tre minuti» disse, premendo il pulsante di stop.
Tom sbatté giù la matita, innervosito. «Fatto» disse. «E comunque è un esame cretino.» Assunse un tono imbronciato. «Non dimostra niente. Proprio niente.»
«Vuoi qualche domanda sul denaro, papà?»
«Sono quelle che vengono dopo nel questionario?» chiese Tom, sbirciando sospettoso per controllare da solo.
«Sì» mentì Les, sapendo che la vista di suo padre era troppo bassa per vedere, anche se aveva sempre rifiutato di mettersi gli occhiali. «Oh, aspetta un secondo, ce n'è un'altra prima» aggiunse, pensando che per Tom sarebbe stata più facile.«Ti chiedono di dire l'ora.»
«Che domanda stupida» borbottò Tom. «Ma che diavolo...»
Allungò la mano sul tavolo, afferrò l'orologio e lo guardò. «Le dieci e un quarto» disse con aria sdegnata.
Prima ancora di riuscire a frenarsi, Les disse: «Ma sono le undici e un quarto, papà.»
Suo padre lo fissò per un attimo, come se fosse stato preso a schiaffi. Poi riprese l'orologio e lo esaminò, piegando le labbra, e Les ebbe l'orribile sensazione che suo padre volesse insistere sulle dieci e un quarto.
«Be', è quello che volevo dire» affermò bruscamente Tom. «Solo che mi sono sbagliato. Certo che sono le undici e un quarto, qualunque idiota se ne accorgerebbe. Undici e un quarto. Quest'orologio non vale niente. I numeri sono troppo vicini. È da buttare. Ecco...»
Tom si frugò nella tasca della vestaglia e tirò fuori l'orologio d'oro. «Questo è un orologio» disse, tutto fiero. «Spacca il secondo da... sessant'anni! Questo sì che è un orologio. Non come quello.»
Scagliò via con disprezzo l'orologio di Les, che ricadde sul quadrante. Il vetro si ruppe.
«Ma guarda» si affrettò a dire Tom per nascondere il suo disagio. «Si è rotto solo a guardarlo.»
Evitò lo sguardo di Les concentrandosi sul suo orologio d'oro. Strinse la bocca mentre ne apriva la cassa e osservava la fotografia di Mary; Mary quando aveva trent'anni, i capelli biondi e il viso delizioso.
Grazie a Dio lei non ha dovuto sottoporsi a questi esami, pensò Tom. Almeno questo le è stato risparmiato. Lui non aveva mai pensato di potersi convincere che la sua morte in un incidente a cinquantasette anni potesse essere un colpo di fortuna, ma questo era successo prima degli esami.
Richiuse l'orologio e lo mise via.
«Lasciami il tuo orologio, stasera» disse in modo un po' scontroso. «Domani vedrò di procurarti un... un vetro decente.»
«Non ti preoccupare, papà. È solo un vecchio orologio.»
«No, no, mi preoccupo» disse Tom. «Tu lascialo a me e domani ti ci farò mettere un bel vetro. Uno di quelli che non si rompono... infrangibile. Lascialo a me, ci penso io.»
A questo punto Tom rispose alle domande sul denaro. Domande tipo: Quanti quarti ci sono in una banconota da cinque dollari? Oppure: se prendo 36 centesimi dal tuo dollaro, quanti spiccioli ti restano?
Erano domande scritte e Les tenne il conto del tempo che suo padre impiegò a rispondere. In casa era tutto tranquillo, pieno di calore. Ogni cosa sembrava normale e prevedibile, con loro due seduti al tavolo e Terry che cuciva in salotto.
Era proprio questo l'orrore.
La vita andava avanti come al solito. Nessuno parlava di morire. Il governo inviava lettere, gli esami venivano sostenuti, e coloro che non li superavano erano convocati al centro governativo per l'iniezione. La legge funzionava, il tasso di mortalità era stabile, il problema della sovrappopolazione contenuto... il tutto in modo ufficiale, impersonale, senza che nessuno gridasse o s'indignasse.
Ma coloro che venivano uccisi erano pur sempre delle persone a cui si voleva bene.
«Piantala di guardare sempre quell'orologio» disse suo padre. «Posso rispondere alle domande senza che tu... ti ci consumi gli occhi sopra.»
«Papà, gli esaminatori lo controlleranno, l'orologio.»
«Gli esaminatori sono gli esaminatori» sbottò Tom. «Tu non sei un esaminatore.»
«Papà. Volevo solo aiu...»
«Be', allora aiutami, aiutami sul serio. Non startene lì seduto a fissare l'orologio.»
«Questo è il tuo esame, papà, non il mio» cominciò Les, mentre una vampata di rabbia gli imporporava le guance. «Se...»
«Il mio esame, sì, il mio esame!» esclamò suo padre, prendendo fuoco all'improvviso. «Ci avete pensato voi, non è così? Tutti voi avete fatto in modo che... che...»
Gli mancarono di nuovo le parole, mentre pensieri rabbiosi tumultuavano nel suo cervello.
«Non c'è bisogno che strilli, papà.»
«Non sto strillando!»
«Papà, i bambini dormono!» intervenne improvvisamente Terry.
«Non me ne importa se...» Tom troncò la frase a metà e si appoggiò allo schienale della sedia, mentre la matita gli cadeva dalla mano senza che se ne accorgesse e rotolava sulla tovaglia. Restò lì scosso da un tremito, con il petto scarno che si sollevava e si abbassava a sussulti, tormentandosi le mani sotto il tavolo.
«Vuoi continuare, papà?» gli chiese Les, trattenendo la rabbia nervosa.
«Non chiedo tanto» farfugliò Tom, parlando fra sé e sé. «Non chiedo tanto alla vita.»
«Papà, andiamo avanti?»
Suo padre s'irrigidì. «Se hai tempo da perdere» disse lentamente, in un tono orgogliosamente sdegnato. «Se hai tempo da perdere.»
Les guardò il questionario, stringendo con dita rigide le pagine fissate da grappette. Quesiti psicologici? No, non poteva farglieli. Come si fa a chiedere a un padre di ottant'anni quello che pensa del sesso? A un padre dal volto duro come la pietra per il quale l'osservazione più innocente è 'oscena'?
«Allora?» gli chiese Tom con voce più alta.
«Sembra che non ce ne siano più» disse Les. «Ci stiamo sopra da almeno quattro ore.»
«E tutte quelle pagine che hai saltato?»
«Riguardano quasi tutte la parte... fisica, papà.»
Vide che suo padre stringeva le labbra ed ebbe paura che volesse tornare su quell'argomento. Invece suo padre si limitò a dire: «Bell'amico. Proprio un bell'amico.»
«Papà, tu...»
Les non finì la frase. Era inutile riparlarne. Tom era pienamente consapevole che non era più possibile ricorrere al dottor Trask per farsi rilasciare un certificato medico che gli evitasse questo esame, come avevano fatto per i tre precedenti.
Les sapeva quanto fosse spaventato e umiliato suo padre all'idea di doversi spogliare ed esporsi ai medici, che lo avrebbero sondato e auscultato e gli avrebbero rivolto domande offensive. Sapeva quanto Tom temesse di essere osservato da uno spioncino, dopodiché qualcuno avrebbe annotato su un registro se si vestiva bene da solo. Era conscio di quanto lo spaventasse sapere che, mentre mangiava nella tavola calda del governo, nel bel mezzo di quella lunga giornata di esami, qualcuno lo avrebbe tenuto d'occhio per vedere se lasciava cadere una forchetta o un cucchiaio, o se urtava un bicchiere d'acqua, o si sgocciolava la salsa sulla camicia.
«Ti chiederanno di firmare e di mettere l'indirizzo» gli disse Les, nel tentativo di far sì che suo padre dimenticasse la faccenda dell'esame fisico, sapendo quanto Tom fosse orgoglioso della sua calligrafia.
Fingendo di essere ancora contrariato, il vecchio raccolse la matita e si mise a scrivere. Li fregherò tutti, pensò mentre la matita si spostava sulla pagina con movimenti lenti e sicuri.
Signor Thomas Parker, scrisse. 2719 Brighton Street, Blairtown, New York.
«E la data» aggiunse Les.
Il vecchio scrisse 17 gennaio 2003, e qualcosa di freddo scorse dentro le sue viscere.
L'indomani c'era l'esame.
Giacevano vicini, e nessuno dei due dormiva. Avevano scambiato appena qualche parola mentre si spogliavano, e quando Les si era piegato verso di lei per darle il bacio della buonanotte, Terry aveva mormorato qualcosa che lui non aveva sentito.
Adesso Les si girò sul fianco verso di lei, con un profondo sospiro. Sua moglie aprì gli occhi nel buio e lo guardò.
«Dormi?» gli chiese a bassa voce.
«No.»
Non disse altro. Aspettò che fosse lei a cominciare.
Ma lei non cominciò e, dopo qualche secondo, Les parlò di nuovo. «Ecco, io credo che sia... finita.» Concluse fiaccamente perché non gli piaceva la parola; suonava melodrammatica, eccessiva.
Sul momento sua moglie non fece commenti. Poi, quasi pensando ad alta voce, disse: «Credi che abbia qualche possibilità di...»
Les si irrigidì a quelle parole, perché aveva già capito quello che voleva dire Terry.
«No» disse. «Non supererà mai l'esame.»
La sentì deglutire. Non dirlo, pensò, ti prego. Non dirmi che vado ripetendo la stessa cosa da quindici anni. Lo so da solo. L'ho detta perché ero convinto che fosse vera.
All'improvviso rimpianse di non avere firmato anni prima la Domanda di rimozione. Avevano un bisogno disperato di liberarsi di Tom; per il loro bene e per quello dei loro figli. Ma come si fa a trasformare in parole una cosa del genere senza sentirsi degli assassini? Non si poteva dire: spero che il vecchio fallisca, spero che lo uccidano. Eppure qualsiasi altra cosa si tirasse fuori, suonava soltanto come un surrogato ipocrita di quelle parole, perché in realtà il senso era esattamente quello.
Termini medici, pensò, diagrammi sui raccolti che diminuiscono e sul ridotto tenore di vita, sulla fame nel mondo e sulla qualità peggiorata della salute. Avevano usato tutti gli argomenti per sostenere l'approvazione della legge. Be', erano menzogne, menzogne evidenti e senza fondamento. La legge era stata approvata perché la gente voleva essere lasciata in pace, perché voleva vivere la propria vita senza seccature.
«Les, e se ce la facesse?» chiese Terry.
Lui sentì le mani contrarsi sul materasso.
«Les?»
«Non lo so, tesoro» rispose.
La voce di lei emerse decisa nell'oscurità. La voce di chi ha esaurito la pazienza. «Devi saperlo» disse.
Les si agitò sul cuscino. «Tesoro, non insistere» la pregò. «Per favore.»
«Les, se passa l'esame sono altri cinque anni. Altri cinque anni, Les. Ti rendi conto di quello che significa?»
«Amore, non può superare l'esame.»
«Ma se lo supera?»
«Terry, stasera ha sbagliato tre quarti delle domande che gli ho fatto. Non ci sente quasi più, ci vede male, ha problemi di cuore e l'artrite.» Les picchiò impotente il pugno sul letto. «Non passerà nemmeno l'esame fisico» aggiunse, sentendosi irrigidire, e odiandosi perché assicurava sua moglie che Tom non ce l'avrebbe fatta.
Se solo fosse riuscito a dimenticare il passato e ad accettare suo padre per quello che era adesso: un uomo malridotto, con il cervello andato, che stava rovinando la loro vita. Ma gli riusciva difficile dimenticare quanto avesse amato e rispettato suo padre, difficile dimenticare le passeggiate in campagna, le gite a pesca, le lunghe chiacchierate di sera e tutte le altre cose che avevano condiviso.
Ecco perché non aveva mai trovato il coraggio di firmare la richiesta. Era un semplice modulo da compilare, ed era molto più semplice che aspettare l'esame ogni cinque anni. Ma significava gettare via la vita di suo padre, richiedere che il governo si facesse carico di lui come un sacco di spazzatura da rimuovere. Non avrebbe mai potuto farlo.
Eppure adesso suo padre aveva ottanta anni e, a dispetto di ogni educazione morale, a dispetto di ogni radicato principio cristiano, lui e Terry temevano con tutta l'anima che il vecchio Tom potesse trascorrere altri cinque anni con loro: altri cinque anni a bighellonare per casa, a ostacolare l'istruzione che avevano impartito ai bambini, a rompere le cose, a tentare di rendersi utile ma con l'unico risultato di stare sempre in mezzo ai piedi e di farli vivere ogni giorno a nervi tesi.
«Farai meglio a dormire» gli disse Terry.
Les ci provò, ma senza riuscirci. Rimase sdraiato a fissare il soffitto, tentando di trovare una risposta. Non ne fu capace.
La sveglia suonò alle sei. Les non doveva alzarsi fino alle otto, ma voleva vedere suo padre che usciva. Scese dal letto e si vestì senza fare rumore per non svegliare Terry.
Lei si svegliò lo stesso e alzò gli occhi su di lui dal cuscino. Dopo un attimo si appoggiò su un gomito e lo fissò, ancora insonnolita.
«Mi alzo e ti preparo qualcosa da mangiare» gli disse.
«Non ce n'è bisogno» rispose Les. «Resta a letto.»
«Non vuoi che mi alzi?»
«Non preoccuparti, tesoro» le disse. «Voglio che ti riposi.»
Terry si rimise giù e si voltò, in modo che Les non la vedesse in faccia. Si mise a piangere in silenzio, senza sapere bene perché; se perché suo marito non voleva che lei vedesse suo padre o per via dell'esame. Ma non riuscì a trattenersi. Riuscì solo a mantenersi immobile finché Les non fu uscito dalla camera.
Allora scosse le spalle e un singhiozzo ebbe la meglio sulla barriera che si era costruita dentro.
Quando Les vi passò davanti, la porta della camera di suo padre era aperta. Diede un'occhiata e vide Tom seduto sul letto, piegato in avanti ad allacciarsi le scarpe nere. Vide anche che le dita rugose tremavano mentre maneggiava le stringhe.
«Tutto a posto, papà?» gli domandò.
Suo padre alzò gli occhi, sorpreso. «Che ci fai in piedi a quest'ora?» replicò.
«Pensavo di fare colazione con te» rispose Les.
Per un momento i due si guardarono in silenzio, poi suo padre tornò a piegarsi sulle scarpe. «Non ce n'è bisogno» lo sentì dire Les.
«Be', comunque io voglio fare colazione» ripeté, e si girò dall'altra parte, per evitare che suo padre avesse da ridire.
«Oh... Leslie.»
Les si voltò.
«Spero che non ti sia dimenticato di lasciare fuori quel tuo orologio» gli disse suo padre. «Ho intenzione di portarlo da un orologiaio, stamattina, e di farci mettere un... un vetro decente, uno che non si rompa.»
«Papà, è soltanto un vecchio orologio» ribatté Les. «Non vale niente.»
Suo padre annuì lentamente, agitandogli davanti una mano quasi a voler chiudere l'argomento. «Sarà pure così» affermò con calma. «Però intendo lo stesso...»
«Va bene, papà. Lo metto sul tavolo della cucina.»
Suo padre smise di allacciarsi le scarpe e lo fissò per un attimo con un'espressione assente. Poi, come se fosse stato solo l'impulso di un momento e non la conseguenza di una volontà rallentata, tornò a dedicarsi alle sue scarpe.
Les rimase per un po' a guardare i capelli grigi di suo padre, le sue dita ossute e tremanti, poi si voltò.
L'orologio era ancora sul tavolo del salotto. Les lo prese e lo mise su quello della cucina. Decise che suo padre doveva avere pensato a quell'orologio per tutta la notte. Altrimenti non sarebbe riuscito a ricordarsene.
Mise dell'acqua fresca nella caffettiera e premette i pulsanti per avere due porzioni di uova con pancetta. Poi versò il succo d'arancia nei bicchieri e si sedette al tavolo.
Circa un quarto d'ora più tardi arrivò suo padre, con il suo completo blu scuro, le scarpe accuratamente lucidate, le unghie curate, i capelli impomatati, pettinati e spazzolati. Si avvicinò alla caffettiera e la osservò, e a Les sembrò molto pulito e molto vecchio.
«Siediti, papà» gli disse. «Ti servo io.»
«Non sono impedito» disse Tom. «Resta dove sei.»
Les riuscì a sorridere. «Ho messo su uova e pancetta per tutti e due.»
«Non ho fame» replicò suo padre.
«Devi fare una bella colazione, papà.»
«Non ho mai fatto una colazione abbondante» disse suo padre, impettito, sempre immobile davanti alla cucina automatica. «Non mi fido, mi fa male allo stomaco.»
Les chiuse gli occhi per un momento e sul suo viso si dipinse un'espressione di disperazione impotente. Si chiese avvilito perché mai si fosse preso la briga di alzarsi, tanto riuscivano solo a litigare.
No. Si sentì irrigidire. Sarebbe stato gentile con lui, a costo di soffrire come un cane.
«Dormito bene, papà?» gli chiese.
«Certo che ho dormito bene» rispose suo padre. «Io dormo sempre bene. Benissimo. Pensavi che non ci sarei riuscito perché...»
S'interruppe bruscamente e si girò verso Les con aria accusatrice. «Dov'è quell'orologio?» gli chiese.
Les lasciò andare stancamente il fiato e prese l'orologio. Suo padre si mosse di scatto sul linoleum, glielo prese e lo fissò per un attimo, corrugando le vecchie labbra.
«Fattura scadente» disse. «Dozzinale.» Lo infilò con cura nella tasca laterale della giacca. «Ti ci farò mettere un bel vetro» borbottò. «Uno che non si rompe.»
Les annuì. «Benissimo, papà.»
Il caffè era pronto e Tom ne versò una tazza per ciascuno. Les si alzò e spense il grill automatico. Adesso neanche lui aveva più voglia di uova e pancetta.
Sedette dalla parte opposta del tavolo, davanti al volto serio di suo padre, e sentì il caffè bollente che gli bruciava la gola. Aveva un sapore orribile, ma lui sapeva che niente al mondo avrebbe avuto un buon sapore, in un momento come quello.
«A che ora devi essere lì, papà?» domandò tanto per rompere il silenzio.
«Alle nove» rispose Tom.
«Sei sicuro di non volere che ti accompagni in macchina?»
«No, no» rispose suo padre con il tono di chi si rivolge con pazienza a un ragazzino troppo insistente. «La metro va benissimo. Mi porterà lì in anticipo.»
«Come vuoi, papà» acconsentì Les, e rimase a guardare il suo caffè. Ci doveva pur essere qualcosa da poter dire, ma non gli veniva in mente nulla. Il silenzio gravò su di loro per lunghi minuti, mentre Tom beveva il caffè nero a sorsate lente e metodiche.
Les si leccò nervosamente le labbra, poi si accorse che gli tremavano e le nascose dietro la tazza. Parlare, pensò, parlare, parlare... di automobili e metropolitana e schede d'esame, quando tutti e due sapevano benissimo che quello stesso giorno Tom poteva essere condannato a morte.
Adesso rimpiangeva di essersi alzato. Sarebbe stato meglio svegliarsi e non trovare più suo padre a casa. Desiderò che fosse andata così... definitivamente. Desiderò potersi svegliare una mattina e scoprire che la stanza di suo padre era vuota: spariti i due vestiti, le scarpe nere, gli abiti da lavoro, i fazzoletti, i calzini, le giarrettiere, le bretelle, il completo da barba... tutte quelle prove silenziose di una vita che non c'era più.
Ma non sarebbe andata così. Una volta che Tom non avesse superato l'esame, ci sarebbero volute diverse settimane prima che arrivasse la lettera di convocazione per l'ultimo appuntamento, e poi un'altra settimana o giù di lì per l'appuntamento vero e proprio. Sarebbe stato un processo odiosamente lungo di preparativi, per scegliere le cose da conservare e quelle da gettare via, una infinita serie di pasti, di conversazioni, fino all'ultima cena, fino all'ultimo viaggio verso il centro governativo, fino alla salita silenziosa nel fruscio appena avvertito dell'ascensore...
Santo Dio!
Si scoprì a tremare senza riuscire a frenarsi, e per un attimo ebbe paura che sarebbe scoppiato a piangere.
Poi alzò gli occhi, sconvolto, mentre suo padre si alzava.
«Adesso devo andare» disse Tom.
Gli occhi di Les corsero all'orologio a parete. «Ma sono solo le sette meno un quarto» osservò, teso. «Non ci vuole tutto questo tempo per...»
«Io amo fare le cose senza fretta» replicò deciso suo padre «e detesto arrivare tardi.»
«Ma buon Dio, papà, ci vuole al massimo un'ora per arrivare in città» disse, sentendo una morsa che gli attanagliava lo stomaco.
Suo padre scosse la testa e Les seppe che non lo aveva sentito. «È presto, papà» disse più forte, con la voce che gli tremava appena.
«Fa lo stesso» disse suo padre.
«Ma non hai mangiato niente.»
«Non mangio mai tanto a colazione» cominciò Tom. «Mi fa male allo...»
Les non sentì il resto della frase: le parole sulle abitudini di una vita, sulle sue difficoltà di digestione, e tutto quello che suo padre ripeteva sempre. Ebbe la sensazione che un orrore crudele lo travolgesse a ondate successive, ed ebbe voglia di saltare su, di stringere fra le braccia quel vecchio, di dirgli di non preoccuparsi per quell'esame perché non aveva importanza, perché loro lo amavano e si sarebbero presi cura di lui.
Ma non ne fu capace. Restò rigido sulla sedia, con la paura che gli dava quasi la nausea, a fissare suo padre. Non riuscì a parlare nemmeno quando Tom si voltò sulla porta della cucina e gli disse, con una voce di una calma glaciale, perché il vecchio aveva raccolto ogni briciolo rimanente di energia per renderla tale: «Ci vediamo stasera, Leslie.»
La porta si richiuse di scatto e la ventata che raggiunse le guance di Les lo raggelò fin nell'anima.
All'improvviso balzò in piedi con un grugnito di spavento e corse sul linoleum. Mentre spalancava la porta vide che suo padre era quasi arrivato all'ingresso.
«Papà!»
Tom si immobilizzò e si voltò a guardare, sorpreso, mentre Les attraversava il salotto contando mentalmente i passi: uno, due, tre, quattro, cinque.
Si fermò davanti a suo padre e si impose un sorriso esitante.
«Buona fortuna, papà» disse. «Io... ci vediamo stasera.» Era stato sul punto di dirgli «Farò il tifo per te», ma non ci riuscì.
Suo padre annuì una volta, solo un breve cenno di assenso come in un incontro fra due gentiluomini.
«Grazie» disse, e si voltò.
Quando la porta si richiuse fu come se all'improvviso fosse calato un muro impenetrabile che suo padre non avrebbe più potuto oltrepassare.
Les andò alla finestra e seguì il vecchio con lo sguardo mentre percorreva lentamente il vialetto e svoltava sul marciapiede. Lo vide incamminarsi lungo la strada, poi raddrizzarsi, spingere all'indietro le spalle magre e avanzare a passo rapido e impettito nella bruma del mattino.
All'inizio Les pensò che stesse piovendo, ma poi si accorse che quell'umidità scintillante non si trovava sul vetro della finestra.
Non ebbe il coraggio di recarsi al lavoro. Telefonò che stava male e rimase a casa. Terry svegliò i bambini perché era ora di andare a scuola, e quando ebbero finito di fare colazione l'aiutò a sciacquare i piatti e a sistemarli nella lavastoviglie. Terry non fece commenti sul fatto che lui fosse rimasto a casa. Si comportò come se fosse normale rimanere a casa in un giorno lavorativo.
Les trascorse la mattina e il pomeriggio a fare lavoretti in garage, cominciandone dieci e perdendo subito interesse in tutti.
Verso le cinque andò in cucina e si aprì una lattina di birra mentre Terry preparava la cena. Non le disse nulla. Continuò a passeggiare su e giù per il salotto, soffermandosi ogni tanto a guardare il cielo nuvoloso fuori dalla finestra, per poi ricominciare.
«Chissà dov'è» disse alla fine, dopo essere tornato in cucina.
«Tornerà» rispose lei, e per un attimo Les si irrigidì, colto dalla sensazione che vi fosse un certo disgusto nella voce di Terry. Poi si rilassò, rendendosi conto che si trattava solo della sua immaginazione.
Quando si rivestì, dopo avere fatto una doccia, erano le cinque e quaranta. I bambini erano tornati a casa dai loro giochi ed erano già seduti a tavola per la cena. Les notò che Terry aveva apparecchiato anche per suo padre, e si chiese se lo avesse fatto solo per una forma di riguardo nei confronti di suo marito.
Non riuscì a mangiare nulla. Non fece che tagliare la carne a pezzettini sempre più piccoli e spalmare il burro sulle patate lesse senza assaggiare né l'una né le altre.
«Cosa?» disse, quando si accorse che Jim gli aveva rivolto la parola.
«Papà, se nonno non supera l'esame, gli rimane un mese, vero?»
Les sentì i muscoli dello stomaco che si contraevano mentre fissava il figlio più grande. Gli rimane un mese, vero? L'ultima delle domande di Jim continuò a tormentargli il cervello.
«Ma di che parli?» replicò Les.
«Sul mio libro di educazione civica c'è scritto che ai vecchi rimane un mese da vivere dopo che non hanno passato l'esame. È vero?»
«No, non è vero» intervenne Tommy. «La nonna di Harry Senker ha ricevuto la sua lettera dopo sole due settimane.»
«E tu come fai a saperlo?» chiese Jim al suo fratellino di nove anni. «L'hai vista?»
«Basta così» disse Les.
«Non avevo bisogno di vederla!» obiettò Tommy. «Harry mi ha detto che...»
«Basta così.»
I due bambini fissarono immediatamente il padre, bianco come un cencio.
«Non ne parliamo più» disse loro.
«Ma che cosa...»
«Jimmy» intervenne Terry, con severità.
Jimmy guardò sua madre e dopo un attimo tornò al suo cibo, e tutti mangiarono in silenzio.
Per loro la morte del nonno non significava niente, pensò amaramente Les... niente di niente. Deglutì e cercò di allentare la tensione del corpo. Be', perché avrebbe dovuto significare qualcosa? si chiese. Per loro non era ancora giunto il tempo di preoccuparsi. Perché costringerli a farlo adesso? Sarebbe venuto presto anche il loro momento.
Quando la porta di casa si aprì e si richiuse, alle sei e dieci, Les si alzò così bruscamente da far cadere un bicchiere vuoto.
«Les, no!» disse Terry all'improvviso, e lui capì subito che aveva ragione. A suo padre non sarebbe piaciuto vederlo arrivare di corsa dalla cucina per sommergerlo di domande.
Tornò a sedersi e fissò il cibo appena toccato, con il cuore in subbuglio. Mentre sollevava la forchetta con le dita irrigidite sentì il vecchio che attraversava il tappeto del salotto e saliva le scale. Diede un'occhiata a Terry, che si limitò a deglutire.
Non riuscì a mangiare. Restò seduto a respirare pesantemente, piluccando il cibo. Sentì la porta della camera di suo padre che si richiudeva al piano di sopra.
Quando Terry portò la torta in tavola non ce la fece più; farfugliò una scusa e si alzò.
Era in fondo alle scale quando la porta della cucina si aprì. «Les» la sentì dire, in tono pressante.
Si fermò e rimase in silenzio mentre sua moglie lo raggiungeva.
«Non è meglio lasciarlo solo?» gli chiese.
«Ma tesoro, io...»
«Les, se avesse superato l'esame sarebbe venuto in cucina a dircelo.»
«Amore, non può sapere se...»
«Se lo avesse passato lo saprebbe, lo sai bene. Le ultime due volte ce l'ha detto. Se ce l'avesse fatta avrebbe già...»
Non finì la frase e rabbrividì per il modo in cui Les la guardava. Nel silenzio opprimente lui sentì un improvviso scroscio di pioggia sulle finestre.
Si fissarono a lungo, poi Les disse: «Io vado su.»
«Les» mormorò Terry.
«Non gli dirò niente che lo possa turbare» la rassicurò Les. «Io...»
Tornarono a fissarsi, stavolta un po' più a lungo, poi lui si voltò e salì rumorosamente le scale. Terry lo seguì con lo sguardo, e la sua faccia era cupa e sconfortata.
Les sostò per un minuto davanti alla porta chiusa, cercando di farsi forza. Non voglio turbarlo, si disse. Non voglio.
Bussò piano, domandandosi in quello stesso momento se non stesse commettendo un errore. Forse avrebbe dovuto lasciarlo in pace, pensò avvilito.
Sentì un movimento provenire dal letto, poi il rumore dei piedi di suo padre sul pavimento.
«Chi è?» lo sentì chiedere.
Les trattenne il fiato. «Sono io, papà» rispose.
«Che vuoi?»
«Posso vederti?»
Silenzio dall'altra parte. «Be'...» sentì dire, poi la sua voce si interruppe. Quindi lo sentì di nuovo che si alzava e posava i piedi a terra. Infine vi fu il rumore di un foglio di carta che veniva stropicciato e di un cassetto che veniva richiuso con cura.
Alla fine la porta si aprì.
Tom aveva indossato la vestaglia rossa sopra il vestito, si era tolto le scarpe e infilato le pantofole.
«Posso entrare, papà?» chiese piano Les.
Suo padre ebbe un attimo di esitazione, poi disse: «Entra», ma non era un invito. Fu più come se avesse voluto dire: «Questa è casa tua, non posso impedirti di entrare in questa stanza.»
Les stava per dirgli che non voleva disturbarlo, ma non ci riuscì. Entrò e si fermò al centro del tappeto lavorato, aspettando.
«Siediti» disse suo padre, e Les si sedette sulla sedia con la spalliera dritta sulla quale suo padre appendeva gli abiti durante la notte. Tom attese finché Les non si fu accomodato, poi si lasciò cadere sul letto con un grugnito.
Per un lungo tempo si guardarono senza parlare, come completi estranei, ciascuno dei due aspettando che fosse l'altro a dire qualcosa. Com'è andato l'esame? Questa domanda continuava ad affacciarsi nella mente di Les. Com'è andato l'esame, com'è andato l'esame? Non riuscì a formularla. Com'è andato...
«Immagino che tu voglia sapere che cosa... è successo» disse a un certo punto suo padre, cercando visibilmente di controllarsi.
«Sì» disse Les. «Io...» si riprese. «Sì» ripeté, e aspettò.
Il vecchio Tom abbassò per un attimo gli occhi a terra. Poi li rialzò di scatto e guardò suo figlio con aria di sfida.
«Non ci sono andato» disse.
Les si sentì come se all'improvviso tutte le sue energie fossero state risucchiate dal pavimento. Restò seduto, immobile, a fissare suo padre.
«Non avevo nessuna intenzione di andarci» si affrettò ad aggiungere Tom. «Nessuna intenzione di sottopormi a tutte quelle stupidaggini. Test fisici, test mentali, sistemare cubetti di legno su una tavola e... E Dio sa che altro! Proprio non avevo voglia di andarci.»
Tacque e guardò suo figlio con occhi furenti, come se volesse sfidarlo a dire che aveva sbagliato.
Ma Les non riuscì a ribattere niente.
Trascorse un lungo intervallo di tempo. Les deglutì e riuscì a dare fiato alle parole. «Che cosa... farai?»
«Non importa, non importa» disse Tom, quasi gli fosse riconoscente per la domanda. «Non preoccuparti di tuo padre. Tuo padre sa come prendersi cura di se stesso.»
E improvvisamente Les sentì di nuovo lo scorrere del cassetto e il frusciare di un sacchetto di carta. Per poco non spostò lo sguardo sul comò per vedere se il sacchetto fosse ancora lì. Fece appena un leggero movimento con la testa, troncando il gesto sul nascere.
«Bene» farfugliò, senza rendersi conto dell'espressione sgomenta che aveva in faccia.
«Adesso non preoccupartene» disse di nuovo suo padre, con calma, quasi con gentilezza. «Non è un problema tuo. Non lo è per niente.»
Invece lo è! Les urlò dentro di sé quelle parole, ma non le pronunciò. Qualcosa in suo padre glielo impedì: una specie di orgogliosa energia, un'impettita dignità alla quale sentiva di non doversi opporre.
«Adesso vorrei riposare» sentì poi che diceva Tom, ed ebbe la sensazione di avere appena ricevuto un pugno in pieno stomaco. Adesso vorrei riposare, vorrei riposare... le parole echeggiarono nei meandri del suo cervello mentre si alzava. Riposare, riposare...
Si ritrovò sospinto fuori dalla porta, e lì si voltò a guardare suo padre. Addio. La parola gli rimase inchiodata sulla lingua.
Poi Tom sorrise e disse: «Buonanotte, Leslie.»
«Papà.»
Sentì le mani del vecchio nelle sue, più forti delle sue, più salde; lo calmarono, lo rassicurarono. Sentì la presa decisa della sua mano sinistra sulla spalla.
«Buonanotte, figliolo» disse suo padre, e quando furono vicini Les scorse, oltre le spalle di lui, il sacchetto appallottolato della farmacia nell'angolo della stanza, come se fosse stato gettato lì perché nessuno lo vedesse.
Poi si ritrovò in corridoio, atterrito, senza riuscire a spiccicare parola, ascoltando il rumore della maniglia che veniva richiusa; capì che, anche se suo padre non aveva chiuso a chiave la porta, lui non sarebbe più potuto entrare in camera sua.
Rimase a lungo a fissare la porta chiusa, tremando in modo incontrollato, poi si voltò.
Terry lo aspettava in fondo alle scale, il volto esangue. Lo interrogò con gli occhi mentre Les scendeva verso di lei.
«Lui... non ci è andato» fu tutto quello che le disse.
Terry emise un debole rumore di sorpresa, tutto di gola. «Ma...»
«È andato in farmacia» aggiunse Les. «Io... ho visto il sacchetto in un angolo della stanza. L'ha gettato via perché non lo vedessi, ma... l'ho visto lo stesso.»
Per un momento sembrò che lei stesse per salire le scale, ma fu solo una reazione estemporanea.
«Deve avere mostrato al farmacista la lettera in cui veniva convocato per l'esame» disse Les. «E probabilmente il... farmacista gli ha dato delle... pillole. Lo fanno tutti.»
Rimasero in silenzio in salotto mentre la pioggia tamburellava sui vetri delle finestre.
«Che facciamo?» chiese Terry, in modo quasi inaudibile.
«Niente» rispose lui in un sussurro. Muoveva la gola in modo convulso e respirava a fatica. «Niente.»
Poi si ritrovò a tornare come istupidito verso la cucina e sentì il tocco di sua moglie, quasi volesse trasmettergli col tatto l'amore che non riusciva a esprimere a parole.
Sedettero in cucina per tutta la sera. Dopo che Terry ebbe messo a letto i bambini, tornò e rimase con lui a bere caffè e a scambiarsi parole remote, sommesse.
Verso mezzanotte lasciarono la cucina e, subito prima di salire di sopra, Les si fermò accanto al tavolo della sala da pranzo; vi trovò l'orologio con un vetro nuovo fiammante. Non riuscì nemmeno a toccarlo.
Salirono al piano di sopra, oltrepassando la camera di Tom. Non si sentiva nessun rumore. Si spogliarono e andarono a letto; Terry regolò la sveglia come faceva tutte le sere. Dopo qualche ora riuscirono ad addormentarsi.
E per tutta la notte vi fu silenzio nella stanza del vecchio. E anche il giorno successivo.