l'ultimo giorno (it)
Si svegliò e la prima cosa che pensò fu: l'ultima notte è passata.
La metà l'aveva trascorsa a dormire.
Giaceva sul pavimento e guardava il soffitto. Le pareti erano ancora rossastre per la luce che proveniva dall'esterno. Nel salotto non si sentiva un rumore, se non il russare di qualcuno.
Si guardò intorno.
C'erano corpi sparsi per tutta la stanza. Sdraiati sul divano, accasciati sulle sedie, raggomitolati sul pavimento. Alcuni erano coperti dai tappeti. Due erano nudi.
Sollevò un gomito e sbatté gli occhi per i dolori lancinanti alla testa. Li chiuse del tutto e li tenne serrati per un momento, poi li riaprì. Fece scorrere la lingua all'interno della bocca arida. C'era ancora un sapore rancido di liquore e di cibo.
Si appoggiò sul gomito e tornò a guardare la stanza, mentre il suo cervello registrava lentamente la scena.
Nancy e Bill giacevano abbracciati, entrambi nudi. Norman si era rannicchiato sul bracciolo di una sedia, e la sua faccia magra era tesa nel sonno. Mort e Mel erano sdraiati a terra, ricoperti da un copridivano lurido. Entrambi russavano. Gli altri erano anch'essi a terra.
Al di fuori, il bagliore rosso.
Guardò la finestra, deglutendo. Ammiccò, poi guardò in giù il suo corpo magro. Deglutì di nuovo.
Sono vivo, pensò, ed è tutto vero.
Si strofinò gli occhi e respirò una lunga boccata dell'aria stantia dell'appartamento.
Mentre cercava di alzarsi in piedi urtò contro un bicchiere. Il liquore e l'acqua tonica si sparsero sul tappeto, assorbiti dal tessuto blu scuro.
Guardò in giro e vide gli altri bicchieri, rotti, allontanati con un calcio o scaraventati contro la parete. Guardò le bottiglie, tutte vuote.
Rimase in piedi a osservare la stanza. Vide il giradischi rovesciato, i trentatré giri sparpagliati a terra, e pezzetti taglienti di dischi che formavano disegni assurdi sul tappeto.
Ricordò.
Era Mort che aveva cominciato tutto, la sera prima. All'improvviso era corso al giradischi e si era messo a gridare con voce da ubriaco.
«Non se ne può più di questa musica! È solo rumore!»
Aveva premuto la punta della scarpa contro l'apparecchio e lo aveva mandato a sbattere contro il muro. Ci era saltato sopra, poi si era inginocchiato, lo aveva sollevato con quelle braccia da pugile e lo aveva rovesciato. Infine lo aveva preso di nuovo a calci.
«All'inferno la musica!» aveva strillato. «E comunque quella merda non mi piace!»
Poi aveva cominciato a tirare fuori i dischi dalle foderine e li aveva rotti sbattendoli sul ginocchio.
«Andiamo!» aveva gridato, rivolto a tutti. «Andiamo!»
E la cosa aveva trovato proseliti. Così come tutte le idee folli in quegli ultimi giorni.
Mel era saltato su nel bel mezzo di un rapporto sessuale con una ragazza. Aveva scaraventato i dischi fuori dalla finestra, uno dopo l'altro, in mezzo alla strada. E Charlie aveva messo da parte per un attimo la pistola, si era affacciato alla finestra anche lui e aveva cercato di colpire la gente con i dischi.
Richard aveva seguito con lo sguardo quei piatti neri che rimbalzavano sul marciapiede sottostante, frantumandosi in mille pezzi. Ne aveva tirato qualcuno anche lui. Poi si era voltato e aveva lasciato che gli altri si scatenassero. Aveva portato in camera da letto la ragazza di Mel e aveva fatto sesso con lei.
Ripensò a tutto questo mentre se ne stava in piedi, malfermo sulle gambe, nella luce rossastra della stanza.
Chiuse gli occhi per un attimo.
Poi guardò Nancy e ricordò di averla posseduta in un momento imprecisato di quelle ore frenetiche che erano state il giorno e la sera prima.
Ora mi fa schifo, pensò. Era sempre stata una ragazza volgare, ma almeno prima doveva nasconderlo. Adesso, invece, nel crepuscolo finale di ogni cosa, poteva trarre godimento dall'unica cosa di cui si fosse mai realmente preoccupata.
Si domandò se nel mondo fosse rimasto qualcuno ancora in possesso di una vera dignità. Di quella che permaneva quando non c'era più bisogno di usarla per fare colpo sulla gente.
Scavalcò il corpo di una ragazza addormentata. Indossava solo un paio di mutandine. Abbassò gli occhi sui suoi capelli scarmigliati, sulle labbra macchiate di rossetto, sulla maschera tirata e infelice che era la sua faccia.
Mentre passava diede un'occhiata in camera. Sul letto c'erano tre ragazze e due uomini.
Trovò il corpo in bagno.
Qualcuno non si era fatto scrupolo di gettarlo dentro la vasca, e poi l'aveva ricoperto con la tendina della doccia. Si vedevano solo le gambe, che penzolavano in modo ridicolo dal bordo anteriore della vasca.
Tirò via la tendina e osservò la camicetta inzuppata di sangue, il volto bianco e senza vita.
Charlie.
Scosse la testa, poi si voltò e si sciacquò la faccia e le mani. Non aveva importanza. Niente aveva importanza. Per dirla tutta, adesso Charlie poteva considerarsi uno dei fortunati. Un membro della legione che aveva infilato la testa dentro i forni, o si era tagliata le vene dei polsi, o aveva ingerito pillole, o l'aveva fatta finita seguendo uno dei metodi tradizionali per suicidarsi.
Mentre esaminava allo specchio la propria faccia stanca, pensò anche lui di tagliarsi le vene. Ma sapeva di non esserne capace. Perché ci voleva ben altro che quello sconforto per incoraggiare l'autodistruzione.
Bevve una sorsata d'acqua. Che fortuna, pensò, l'acqua c'è ancora. Strano che fosse rimasta qualche anima pia a preoccuparsi dell'impianto idrico. O di quello elettrico, o del gas, o del telefono, o di qualsiasi altro impianto.
A quale idiota sarebbe venuto in mente di lavorare durante l'ultimo giorno del mondo?
Spencer era in cucina quando Richard entrò.
Era seduto al tavolo, in mutande, e si guardava le mani. C'erano delle uova a friggere in una padella. Allora funziona anche il gas, pensò Richard.
«Ciao» disse a Spencer.
Spencer grugnì senza alzare gli occhi. Continuava a fissarsi le mani. Richard lo ignorò. Abbassò appena il gas, tirò fuori il pane dalla credenza e lo mise nel tostapane. Ma il tostapane non funzionava. Si strinse nelle spalle e abbandonò l'idea.
«Che ora è?»
Spencer lo guardò, dopo avergli rivolto la domanda.
Richard diede un'occhiata all'orologio.
«Si è fermato» rispose.
I due si guardarono.
«Oh» fece Spencer, poi chiese: «Che giorno è?»
Richard ci pensò su. «Domenica, mi pare» rispose.
«Chissà se la gente è andata a messa» disse Spencer.
«Che importa?»
Richard aprì il frigorifero.
«Le uova sono finite» osservò Spencer.
Richard richiuse lo sportello.
«Niente più uova» disse lentamente. «Niente più ragazze. Niente di niente.»
Si appoggiò alla parete con un sospiro che era quasi un rantolo e guardò il cielo rosso fuori dalla finestra.
Mary, pensò. Mary, che avrei dovuto sposare. Che ho lasciato. Si domandò dove fosse. Si domandò se stesse pensando a lui, magari solo un po'.
Arrivò Norman, arrancando, distrutto dal poco sonno e dal troppo alcol. Aveva la bocca spalancata, e l'aria intontita.
«'giorno» farfugliò.
«Buongiorno a te, felice giornata» disse Richard senza allegria.
Norman lo fissò con gli occhi vitrei, poi andò al lavello e si sciacquò la bocca. Sputò l'acqua nello scarico.
«Charlie è morto» disse.
«Lo so» replicò Richard.
«Oh. Quando è successo?»
«Stanotte» rispose Richard. «Tu eri svenuto. Ti ricordi che continuava a dire che ci avrebbe sparato a tutti? Che ci avrebbe liberati dalla nostra disperazione?»
«Già» disse Norman. «Mi ha puntato la canna alla tempia e mi ha detto, visto che bella sensazione?»
«Be', l'ha fatto pure con Mort» disse Richard. «E la pistola ha fatto cilecca.» Alzò le spalle. «Tutto qui.»
Si scambiarono un'occhiata inespressiva.
Poi Norman voltò la testa e guardò fuori dalla finestra.
«È sempre là» osservò.
Guardarono tutti la grande sfera infuocata nel cielo che cancellava il sole, la luna, le stelle.
Norman si girò, deglutendo. Gli tremavano le labbra e dovette serrarle per fermare il tremito.
«Gesù» esclamò. «È oggi.»
Tornò a guardare il cielo.
«Oggi» ripeté. «Ogni cosa.»
«Ogni cosa» disse Richard.
Spencer si alzò e spense il gas. Per un attimo fissò le uova, poi disse: «Perché diavolo le ho fritte?»
Le gettò nell'acquaio e quelle scivolarono unte sullo smalto candido. I tuorli sfrigolarono e sputacchiarono fumo, trasformandosi in un fluido giallastro che stonava sul bianco del lavello.
Spencer si morse le labbra, e il suo viso s'indurì.
«Voglio possederla di nuovo» disse all'improvviso.
Passò di corsa accanto a Richard e mentre svoltava l'angolo del corridoio si sfilò le mutande.
«È fatto così» disse Richard.
Norman sedette di nuovo al tavolo, Richard restò in piedi accanto al muro.
Improvvisamente sentirono Nancy in salotto che urlava con la sua voce stridula.
«Ehi, svegliatevi tutti! Guardatemi mentre lo faccio! Guardatemi tutti, guardatemi!»
Per un attimo Norman fissò la porta della cucina, poi qualcosa dentro di lui cedette e si accasciò sul piano del tavolo con la testa fra le braccia. Le sue spalle esili tremavano.
«L'ho fatto anch'io» disse con voce spezzata. «L'ho fatto anch'io. Oh, Dio, ma che sono venuto a fare qui?»
«Sesso» rispose Richard. «Come tutti noi. Pensavi di concludere la tua vita in una ebbra beatitudine carnale.»
La voce di Norman era soffocata.
«Non posso morire in questo modo» singhiozzò. «Non posso.»
«Lo stanno facendo un paio di miliardi di persone» disse Richard. «Quando il sole ci colpirà, non avranno ancora finito. Che bello spettacolo.»
Il pensiero di un mondo di uomini impegnati in un'orgia animalesca lo fece rabbrividire. Chiuse gli occhi, premette la fronte contro il muro e tentò di dimenticare.
Ma il muro era caldo.
Norman alzò gli occhi dal tavolo.
«Andiamocene a casa» disse.
Richard lo guardò. «Casa?» domandò.
«Dai nostri genitori. Mio padre e mia madre. Tua madre.»
Richard scosse la testa.
«Non voglio andarci» disse.
«Ma non posso andare da solo.»
«Perché?»
«Perché... non posso. Lo sai, le strade sono piene di tipi che ammazzano tutti quelli che incontrano.»
Richard si strinse nelle spalle.
«Perché non vuoi?» gli chiese Norman.
«Non voglio vederla.»
«Tua madre?»
«Sì.»
«Sei pazzo» disse Norman. «Chi altro c'è che...»
«No.»
Pensò a sua madre che lo aspettava a casa. Che lo aspettava per l'ultimo giorno. E lo fece stare male l'idea di arrivare in ritardo, o magari di non rivederla mai più.
Ma continuava a pensare... Come posso andare a casa e poi scoprire che vuole convincermi a pregare? A leggere la Bibbia, a trascorrere queste ultime ore nel disordine di una concentrazione religiosa?
Lo ripeté, a beneficio di se stesso.
«No.»
Norman aveva l'aria sperduta. Il petto era scosso da un singhiozzo convulso.
«Voglio vedere mia madre» disse.
«Va' pure» ribatté Richard, con voce piatta.
Ma le sue viscere si stavano annodando in un groviglio doloroso. Non rivedere mai più sua madre. O sua sorella, suo marito e sua figlia.
Non rivedere mai più nessuno di loro.
Sospirò. Era inutile opporsi. A dispetto di tutto, Norman aveva ragione. Chi mai rimaneva al mondo a cui potersi rivolgere? In un mondo così grande, sul punto di essere bruciato, esisteva forse un'altra persona che lo amasse di più?
«Oh... d'accordo» disse. «Andiamo. Qualsiasi cosa pur di uscire da questo posto.»
L'intero palazzo puzzava di vomito. Trovarono il portiere ubriaco fradicio sulle scale. Trovarono nell'atrio un cane a cui avevano preso a calci la testa.
Si fermarono appena usciti dal palazzo.
Istintivamente guardarono in alto.
Verso il cielo rosso, simile a lava fusa. Verso i filamenti infuocati che attraversavano l'atmosfera come pioggia bollente. Verso la gigantesca sfera di fiamme che continuava ad avvicinarsi sempre di più, cancellando l'universo.
Abbassarono gli occhi pieni di lacrime. Guardare faceva male. Si avviarono lungo la strada. Era caldissimo.
«Dicembre» disse Richard. «E sembra di stare ai tropici.»
Mentre camminavano in silenzio ripensò ai tropici, ai poli, a tutti i paesi del mondo che non avrebbe mai visto. A tutte le cose che non avrebbe mai fatto.
Come stringere Mary fra le braccia e dirle, mentre il mondo finiva, che l'amava tanto e che non aveva paura.
«Mai» disse, sentendosi irrigidire per la frustrazione.
«Cosa?» gli chiese Norman.
«Niente, niente.»
Durante il cammino Richard sentì qualcosa di pesante nella tasca dalla giacca, che gli rimbalzava contro il fianco. Infilò la mano e tirò fuori l'oggetto.
«Che cos'è?» chiese Norman.
«La pistola di Charlie» rispose Richard. «L'ho presa io stanotte perché nessuno si facesse male.»
La sua risata fu aspra e stridula.
«Perché nessuno si facesse male» ripeté con amarezza. «Gesù, dovevo fare l'attore.»
Stava per gettarla via quando cambiò idea. La infilò di nuovo in tasca.
«Potrebbe servirmi» disse.
Norman non lo stava ascoltando.
«Grazie a Dio non mi hanno rubato la macchina. Oh...!»
Qualcuno aveva tirato un sasso sul parabrezza.
«Che differenza fa?» chiese Richard.
«Io... nessuna, immagino.»
Salirono a bordo e liberarono i sedili anteriori dalle schegge di vetro. Dentro la macchina si soffocava. Richard si tolse la giacca e la gettò. Infilò la pistola nella tasca dei calzoni.
Norman si diresse verso il centro e iniziarono a vedere gente per strada.
Alcuni correvano come impazziti di qua e di là, come se cercassero qualcosa, altri si azzuffavano fra loro. I marciapiedi erano pieni di corpi di persone che si erano lanciate dalla finestra o erano state investite dalle auto in corsa. C'erano palazzi in fiamme, e finestre sfondate dall'esplosione dovuta alla rottura dei tubi del gas.
Qualcuno saccheggiava i negozi.
«Ma che gli prende?» chiese Norman, sgomento. «È così che vogliono passare l'ultimo giorno?»
«Magari è così che hanno sempre vissuto» replicò Richard.
Si sporse dal finestrino e osservò la gente che passava. C'era chi faceva dei cenni con la mano, chi imprecava e sputava. Qualcuno lanciò degli oggetti contro la macchina.
«La gente muore come è vissuta» disse. «Qualcuno bene, qualcuno male.»
«Attento!»
Norman urlò mentre un'altra macchina sbandava e si spostava sul lato opposto della strada. Uomini e donne si sporsero dai finestrini gridando, cantando e agitando bottiglie.
Norman sterzò violentemente e riuscì a evitare la macchina per un pelo.
«Sono impazziti?» disse.
Richard guardò dal lunotto posteriore. Vide la macchina sbandare di nuovo, perdere il controllo e andare a sfondare la vetrina di un negozio, per poi rovesciarsi di fianco, con le ruote che continuavano a girare.
Si rigirò senza dire nulla. Cupo in volto, Norman continuò a guardare avanti con le mani strette sul volante. Era pallidissimo, e teso.
Un altro incrocio.
Una macchina correva verso di loro a tutta velocità. Norman schiacciò i freni soffocando un'imprecazione. Tutti e due andarono a sbattere contro il parabrezza, con il respiro mozzato.
Poi, prima che Norman riuscisse a rimettersi in movimento, una banda di ragazzini armati di coltelli e bastoni arrivò a tutta velocità all'incrocio. Erano all'inseguimento dell'altra macchina, ma adesso cambiarono direzione e si lanciarono verso di loro.
Norman inserì la prima e partì di scatto.
Un ragazzo saltò sul cofano posteriore. Un altro cercò di salire sul poggiapiedi laterale, lo mancò e rotolò in mezzo alla strada. Un terzo ci riuscì e afferrò il volante, tentando di colpire Richard con un coltello.
«Vi ammazziamo, bastardi!» strillò il ragazzo. «Figli di puttana!»
Vibrò un'altra coltellata e colpì lo schienale mentre Richard si spostava di lato.
«Levati di mezzo!» gridò Norman, tentando di tenere d'occhio il ragazzo e la strada allo stesso tempo.
Il ragazzo cercò di aprire lo sportello mentre la macchina percorreva la Broadway ondeggiando vistosamente. Vibrò un'altra coltellata ma il movimento gli fece mancare il colpo.
«Tanto ti prendo!» urlò in un accesso di odio irrazionale.
Richard provò a spalancare lo sportello per far perdere la presa al ragazzo, ma senza riuscirci. Quello infilò la faccia bianca e stravolta attraverso il finestrino e alzò il coltello.
A quel punto Richard aveva impugnato la pistola. Gli sparò in piena faccia.
Il ragazzo cadde all'indietro con un ultimo urlo e piombò a terra come un sacco di stracci. Rimbalzò una volta, scalciò con la gamba sinistra e giacque immobile.
Richard si girò.
L'altro ragazzo era ancora sul cofano posteriore, con la faccia schiacciata contro il lunotto. Richard vide che apriva la bocca, come se lanciasse imprecazioni.
«Buttalo giù!» disse.
Norman accostò al marciapiede, poi rientrò verso la strada. Il ragazzo era ancora lì. Norman ripeté la manovra, ma il ragazzo si teneva ancora aggrappato.
Al terzo tentativo perse la presa e cadde. Cercò di rimettersi subito in piedi, ma la spinta era troppo forte: rimbalzò sul marciapiede e andò a sfondare una vetrina, con le braccia tese in avanti per proteggersi la faccia.
Norman e Richard, ansimanti, rimasero a lungo in silenzio. Richard gettò la pistola dal finestrino e la guardò rotolare sull'asfalto e fermarsi addosso a un idrante. Norman fece per dire qualcosa, ma poi tacque.
Svoltarono sulla Quinta e si diressero verso il centro a novanta chilometri l'ora. C'erano poche macchine.
Passarono davanti a qualche chiesa. Rigurgitavano di gente. Quelli che non ci entravano si assiepavano all'esterno, sui gradini e sui marciapiedi.
«Poveri idioti» mormorò Richard, con le mani ancora tremanti.
Norman respirò a fondo.
«Vorrei essere anch'io un povero idiota» affermò. «Un povero idiota che riesce ancora a credere in qualcosa.»
«Forse» disse Richard, poi aggiunse: «Io preferirei passare l'ultimo giorno a credere in quello che secondo me è vero.»
«L'ultimo giorno» ripeté Norman. «Io...» Scosse la testa. «Non riesco a crederci. Ho letto i giornali. Vedo quel... quella cosa lassù. So che dovrà succedere. Ma, Dio! La fine?»
Fissò Richard per una frazione di secondo.
«E dopo più nulla?» chiese.
Richard disse: «Non lo so.»
Alla Quattordicesima Norman svoltò per East Side, quindi imboccò a tutta velocità il ponte di Manhattan. Non si fermò mai, zigzagando intorno ai cadaveri e alle macchine ferme in mezzo alla strada. A un certo punto passò sopra un corpo, e Richard notò un'espressione tesa sul suo viso, mentre la ruota schiacciava la gamba del cadavere.
«Sono tutti fortunati» disse Richard. «Più fortunati di noi.»
Si fermarono davanti alla casa di Norman, nel centro di Brooklyn. C'erano dei ragazzi che giocavano a palla in strada. Sembravano non rendersi nemmeno conto di quello che stava succedendo. Le loro grida risuonavano alte nel silenzio della via. Richard si domandò se i loro genitori sapessero dov'erano i figli. O se gliene importasse qualcosa.
Norman lo stava guardando.
«Allora...» cominciò a dire.
Richard sentì una contrazione ai muscoli dello stomaco.
«Vuoi... salire per qualche minuto?» chiese Norman.
Richard scosse la testa.
«No» disse. «È meglio che vada a casa. Io... dovrei vederla. Mia madre, intendo.»
«Oh.»
Norman annuì, poi si fece forza e cercò di imporsi un momento di calma.
«Per quel che vale, Dick,» disse «ti considero il mio migliore amico e...»
Gli mancarono le parole. Allungò la mano e strinse quella di Richard. Poi scese dalla macchina, lasciando le chiavi attaccate.
«Ci vediamo» disse frettolosamente.
Richard seguì l'amico con lo sguardo, lo vide girare intorno alla macchina e dirigersi verso il palazzo. Quando fu quasi arrivato alla porta, lo chiamò.
«Norm!»
Norman si fermò e si voltò. I due si guardarono. Per un attimo ebbero una fuggevole visione di tutti gli anni della loro amicizia.
Poi Richard riuscì a sorridere. Si toccò la fronte in un ultimo saluto.
«Ci vediamo, Norm» disse.
Norman non sorrise. Spinse il portone e scomparve.
Richard rimase lungamente a fissare il portone. Avviò il motore, poi lo rispense, pensando che i genitori di Norman potevano non essere in casa.
Dopo un po' girò di nuovo la chiavetta e si avviò verso casa.
Mentre guidava continuò a pensare.
Più si avvicinava alla fine, meno aveva voglia di affrontarla. Avrebbe voluto che finisse tutto in quel momento, prima che cominciasse la reazione isterica.
Sonniferi, decise. Era il modo migliore. A casa ne aveva un po'. Sperò che ne fossero rimasti a sufficienza. Poteva anche non trovarne più, alla farmacia all'angolo. Negli ultimi giorni c'era stata una corsa all'acquisto di sonniferi. Intere famiglie li avevano ingeriti, tutti insieme.
Giunse a casa senza ulteriori problemi. Il cielo in alto era un manto scarlatto incandescente. Ne sentiva il calore sulla faccia come se fosse davanti a un forno spalancato. Respirò l'aria caldissima.
Aprì la porta ed entrò lentamente.
Probabilmente la troverò nel salottino, pensò. Circondata dai suoi libri, intenta a pregare, esortando invisibili potenze a soccorrerla mentre il mondo è sul punto di finire arrosto.
Non era nel salottino.
Cercò in tutta casa, e mentre lo faceva il suo cuore cominciò a battere più veloce. Quando si rese conto che lei non era in casa provò una grande sensazione di vuoto allo stomaco. Capì che quando aveva affermato di non volerla vedere, erano solo chiacchiere. E che l'amava. E che ormai gli era rimasta solo lei.
Cercò un biglietto in camera di sua madre, nella sua, nel salotto.
«Mamma» disse. «Mamma, dove sei?»
Trovò il biglietto in cucina. Lo prese dal tavolo.
Richard, tesoro,
sono a casa di tua sorella. Per favore, vieni lì. Non farmi passare questo ultimo giorno senza di te. Non farmi lasciare questo mondo senza rivedere il tuo volto amato. Ti prego.
L'ultimo giorno.
Era lì, nero su bianco. E, fra tanta gente, era stata proprio sua madre a scrivere quelle parole. Lei che era sempre stata così scettica verso la passione di suo figlio per la scienza e che ora riconosceva come vera l'ultima previsione della scienza.
Perché non poteva più dubitarne. Perché il cielo era pieno di prove infuocate, e nessuno poteva più dubitarne.
L'intero mondo che se ne andava. Quel piccolo particolare universo fatto di evoluzioni e rivoluzioni, di conflitti e scontri, di interminabili sequenze di secoli che si ammassavano in un passato nebuloso, di rocce e alberi e animali e uomini. Tutto sul punto di finire. In una vampata, in un attimo. L'orgoglio, la vanità del mondo umano ridotti in cenere da un capriccio astronomico.
Che significava tutto questo? Niente, niente di niente. Perché ormai tutto stava per finire.
Prese alcune pastiglie di sonnifero dall'armadietto del bagno e se ne andò. Guidò verso la casa di sua sorella pensando a sua madre, mentre percorreva le strade ingombre di ogni genere di cose, dalle bottiglie vuote ai cadaveri.
Se solo, in quell'ultimo giorno, non avesse paventato il pensiero di discutere con sua madre. Di confutare le sue argomentazioni su Dio, le sue convinzioni religiose.
Decise che non avrebbe confutato né discusso nulla. Si sarebbe costretto a fare di quell'ultimo giorno un giorno tranquillo. Avrebbe accettato la semplice devozione di sua madre e non avrebbe più fatto osservazioni sulla sua fede.
A casa di Grace la porta era chiusa a chiave. Suonò il campanello e, dopo un attimo, sentì un rumore concitato di passi provenire dall'interno.
Sentì Ray che gridava: «Non aprire, mamma! Potrebbe essere di nuovo quella banda!»
«È Richard, lo so che è lui!» gridò di rimando sua madre.
Poi la porta venne aperta e lei lo abbracciò e pianse di gioia.
Lui non parlò. Solo alla fine disse piano: «Ciao mamma.»
Sua nipote Doris giocò tutto il pomeriggio nel salottino, mentre Grace e Ray restavano seduti sul divano, immobili, a guardarla.
Se fossi con Mary, continuava a pensare Richard. Se solo oggi fossimo insieme. Poi gli venne in mente che avrebbero potuto avere dei bambini. E che lui avrebbe dovuto starsene seduto come Grace sapendo che i pochi anni che suo figlio aveva vissuto sarebbero stati gli unici, per lui.
Il cielo si fece più luminoso con l'avvicinarsi della sera. Era percorso da violente screziature scarlatte. Doris guardava silenziosa dalla finestra. Per tutto il giorno non aveva riso né pianto. E Richard pensò fra sé e sé: lei sa.
E pensò anche che da un momento all'altro sua madre avrebbe chiesto loro di pregare tutti insieme. Di sedersi e leggere la Bibbia e sperare nella divina clemenza.
Invece lei non disse nulla. Sorrise, preparò la cena. Richard rimase con lei mentre cucinava.
«Forse non aspetterò» le disse. «Io... io forse prenderò le pillole.»
«Hai paura, figliolo?» gli chiese lei.
«Tutti hanno paura» rispose Richard.
Ci siamo, pensò, sta per arrivare. Quello sguardo compiaciuto, la battuta di apertura.
Lei gli porse un piatto con le verdure e tutti sedettero a tavola per cenare.
Durante la cena nessuno parlò se non per chiedere da mangiare. Doris nemmeno quello. Richard rimase a fissarla dall'altra parte del tavolo.
Ripensò alla notte precedente. Quel bere forsennato, i litigi, gli abusi carnali. Pensò a Charlie morto nella vasca da bagno, all'appartamento a Manhattan, a Spencer che si tuffava in un'orgia di lussuria proprio nel momento più importante della sua vita. Al ragazzo stramazzato su un marciapiede di New York con la testa fracassata da una pallottola.
Gli sembrava tutto lontanissimo. Poteva quasi convincersi che non fosse mai successo, che quella fosse semplicemente una delle tante serate a cena in famiglia.
A parte il bagliore color rubino che riempiva il cielo e si riversava dalle finestre come l'aura di un fantastico caminetto.
Verso la fine del pasto Grace andò a prendere una scatola. Tornata al tavolo, si mise a sedere e l'apri. Ne tirò fuori delle pillole bianche. Doris la guardò, con i grandi occhi indagatori.
«Questo è il dolce» le disse Grace. «Tutti mangeremo delle caramelle bianche come dolce.»
«Sanno di menta?» chiese Doris.
«Sì» rispose sua madre. «Sanno di menta.»
Richard si sentì drizzare i capelli in testa mentre Grace metteva le pillole davanti a Doris. Davanti a Ray.
«Non ne abbiamo abbastanza per tutti» disse Grace a Richard.
«Io ho le mie» rispose lui.
«Ne hai anche per mamma?» chiese Grace.
«A me non serviranno» disse sua madre.
Teso com'era, per poco Richard non alzò la voce con lei. Stava per gridarle: oh, piantala di essere sempre così maledettamente superiore! Ma si trattenne. Inorridito e affascinato nello stesso tempo, fissò Doris che teneva la pillole nella manina.
«Ma non sono alla menta» protestò. «Mamma, queste non sono...»
«Sì che lo sono.» Grace trasse un profondo respiro. «Mangiale, tesoro.»
Doris ne mise una in bocca e fece una smorfia. Poi la sputò sul palmo.
«Non sanno di menta» disse, delusa.
Grace ritrasse la mano e affondò i denti nelle nocche bianche. Spostò freneticamente lo sguardo su Ray.
«Mangiala, Doris» disse Ray. «Mangiala, è buona.»
Doris scoppiò a piangere. «No, non mi piace.»
«Mangiala!»
Ray distolse improvvisamente lo sguardo, pervaso dal tremore. Richard cercò di farsi venire in mente un modo per farle ingoiare le pillole, ma non ci riuscì.
Poi parlò sua madre.
«Facciamo un gioco, Doris» disse. «Vediamo se riesci a mandare giù tutte le caramelle prima che io abbia contato fino a dieci. Se ci riesci ti darò un dollaro.»
Doris tirò su col naso. «Un dollaro?» chiese.
La madre di Richard annuì.
«Uno» disse.
Doris non si mosse.
«Due» disse la madre di Richard. «Un dollaro...»
Doris si asciugò una lacrima. «Un... un dollaro vero?»
«Sì, tesoro. Tre, quattro, sbrigati.»
Doris prese le pillole.
«Cinque... sei... sette...»
Grace aveva chiuso gli occhi. Le sue guance erano esangui.
«Nove... dieci...»
La madre di Richard sorrise, ma le tremavano le labbra, e i suoi occhi scintillavano.
«Ecco» disse tutta allegra. «Hai vinto.»
All'improvviso Grace prese le sue pillole, se le mise in bocca e le ingoiò in rapida successione. Poi guardò Ray, il quale allungò una mano tremante e mandò giù le sue. Richard infilò la mano in tasca per prendere le sue pillole, ma la tirò fuori subito. Non voleva che sua madre lo vedesse mentre le ingeriva.
Doris si addormentò quasi subito. Sbadigliava e non riusciva a tenere gli occhi aperti. Ray la prese in braccio e lei si appoggiò alla sua spalla, con le piccole braccia intorno al suo collo. Grace si alzò e tutti e tre tornarono in camera da letto.
Richard rimase seduto mentre sua madre andava a salutarli. Fissò la tovaglia bianca e ciò che rimaneva del cibo.
Quando sua madre tornò le sorrise.
«Aiutami a togliere i piatti» gli disse lei.
«A togliere...?» cominciò, ma s'interruppe subito. Che importava se i piatti rimanevano lì?
Restò con lei nella cucina illuminata di rosso, provando una sensazione acuta di irrealtà mentre asciugava piatti che non sarebbero mai più stati usati e li sistemava nella credenza che entro qualche ora non sarebbe più esistita.
Continuò a pensare a Ray e a Grace in camera da letto. Alla fine lasciò la cucina senza dire una parola e li raggiunse. Aprì la porta e guardò dentro. Li osservò tutti e tre per un bel po' di tempo, poi chiuse la porta e tornò lentamente in cucina. Guardò sua madre.
«Sono...»
«Va tutto bene» disse sua madre.
«Come mai non gli hai detto niente?» le domandò. «Come mai hai lasciato che lo facessero senza dire niente?»
«Richard,» disse lei «in un giorno come questo ognuno ha il diritto di seguire la sua strada. Nessuno può dire agli altri quello che devono fare. Doris era figlia loro.»
«E io sono tuo...»
«Non sei più un bambino» disse lei.
Richard finì di sistemare i piatti, sentendosi le dita intorpidite e tremanti.
«Mamma, a proposito di ieri sera» disse.
«Non me ne importa» rispose lei.
«Ma...»
«Non ha nessuna importanza» disse sua madre. «Questa parte sta finendo.»
Eccoci, pensò, quasi con dolore. Questa parte. Adesso gli avrebbe parlato della vita eterna e del paradiso e della ricompensa per i giusti e della pena eterna riservata ai peccatori.
«Andiamo a sederci fuori sulla veranda» disse lei.
Lui non capì. Attraversò la casa silenziosa insieme a lei, le si sedette accanto sui gradini della veranda e pensò. Non rivedrò mai più Grace. O Doris. O Norman o Spencer o Mary o chiunque altro...
Non ce la faceva a sopportare tutto questo. Era troppo. Riusciva solo a sedere lì, rigido come un pezzo di legno, e guardare il cielo rosso e il sole enorme che stava per ingoiarli. Non riusciva nemmeno più a sentirsi nervoso. Le paure erano smussate dal loro infinito ripetersi.
«Mamma,» disse dopo un po' «perché... perché non mi hai parlato della religione? Lo so che volevi farlo.»
Lei lo guardò, e nel bagliore rosso aveva un'espressione dolcissima.
«Non ho bisogno di farlo, tesoro» rispose. «So che quando tutto questo sarà finito noi ci ritroveremo tutti insieme. Non c'è bisogno che tu ci creda. Ci crederò io per tutti e due.»
Fu tutto. Lui la guardò, meravigliandosi della sua fiducia e della sua forza.
«Se adesso vuoi prendere quelle pillole» gli disse lei «va bene. Puoi andare a dormire sul mio letto.»
Richard si sentì tremare. «Non ti dispiace?»
«Voglio che tu faccia ciò che ritieni più giusto.»
Lui capì quello che avrebbe fatto quando si accorse di non riuscire a immaginarla seduta tutta sola mentre il mondo finiva.
«Resterò con te» disse d'impulso.
Lei sorrise.
«Se cambi idea» gli disse «puoi farmelo sapere.»
Restarono in silenzio per un po'. Quindi fu lei a parlare.
«È bello.»
«Bello?» chiese lui.
«Sì» rispose sua madre. «Dio fa calare un sipario luminoso sulla nostra recita.»
Lui non era del tutto sicuro di questo, ma l'abbracciò, e lei gli si appoggiò. Una cosa, però, la sapeva per certa.
Sedevano lì fuori, quella sera dell'ultimo giorno. E anche se non aveva una grande importanza, si volevano bene.