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richard matheson

l'uomo enciclopedico (it)

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Quando si svegliò, quella mattina, era in grado di parlare francese.
Nessun segno premonitore. Alle sei e un quarto suonò la sveglia come al solito e lui e sua moglie si mossero nel sonno. Fred allungò meccanicamente una mano intorpidita e spense la sveglia. Per un attimo vi fu silenzio nella stanza.
Poi Eva tirò via le coperte dalla sua parte e lui fece lo stesso. Buttò a terra le gambe segnate dalle vene e disse: «Bon matin, Eva.»
Una breve pausa.
«Che?» fece lei.
«Je dis bon matin» disse Fred.
Eva si girò a guardarlo insospettita, facendo frusciare la camicia da notte. «Com'è che hai detto?»
«Ho detto solo buon...»
Fred Elderman sbarrò gli occhi.
«Che ho detto?» chiese con un filo di voce.
«Hai detto bone mattin, o qualcosa del...»
«Je dis bon matin. C'est une bon matin, n'est ce pas?»
Il rumore della sua mano premuta sulla bocca fu simile a quello prodotto da una palla veloce sul guantone del pitcher. Sopra il bavaglio formato dalle nocche sporgenti i suoi occhi tradirono una grande incredulità.
«Fred, che ti succede?»
La mano si ritrasse lentamente dalle labbra.
«Non lo so, Eva» rispose lui, spaventato. Inconsciamente tornò a sollevare la mano verso la testa, e con un dito si strofinò il cranio quasi calvo, circondato da una corona di capelli. «È come se... come una specie di lingua straniera.»
«Ma tu non conosci nessuna lingua straniera, Fred» osservò Eva.
«Infatti è così.»
Continuarono a guardarsi per un po' senza parlare, con i volti inespressivi, poi Fred diede un'occhiata alla sveglia.
«Sarà meglio che ci vestiamo» disse.
Mentre Fred si trovava in bagno, lei lo sentì cantare: «Elle fit un fromage, du lait de ses moutons, ron, ron, du lait de ses moutons» ma non osò richiamare la sua attenzione, dal momento che si stava facendo la barba.
Stavano bevendo il caffè quando lui farfugliò qualcosa.
«Cosa?» chiese lei, senza riuscire a trattenersi.
«Je dis que veut dire ceci?»
Eva trangugiò a fatica il suo sorso di caffè.
«Volevo dire» spiegò lui, con l'aria confusa «che significa tutto questo?»
«Già, che significa? Non avevi mai parlato lingue straniere fino a ora.»
«Lo so bene» disse Fred, con il pane tostato sospeso a mezz'aria verso la bocca aperta. «Che... che lingua è?»
«A me sembra francese.»
«Francese? Ma se non conosco una parola di francese.»
Lei mandò giù dell'altro caffè. «Adesso la conosci» ribatté debolmente.
Lui fissò la tovaglia.
«Le diable s'en mèle» borbottò.
La voce di Eva era quasi stridula. «Fred, che hai detto?»
Lui aveva un'espressione imbarazzata nello sguardo. «Ho detto che deve avere a che fare con il diavolo.»
«Fred, tu stai...» Eva raddrizzò la schiena e fece un profondo respiro. «Suvvia» disse. «Non diciamo eresie, Fred.
Dev'esserci una spiegazione a tutto questo.» Nessuna risposta. «Be', non credi che ci sia, Fred?»
«Certo, Eva, certo. Ma...»
«Niente ma» affermò lei, sporgendosi in avanti come se avesse paura di fermarsi. «Ora, ti viene in mente una ragione al mondo per cui tu dovresti sapere come si parla francese...» fece schioccare le dita sottili «... così?»
Lui scosse la testa, incerto.
«Bene» riprese lei, domandandosi come andare avanti. «Allora troviamola.» I due si fissarono senza parlare. «Fatti venire in mente qualcosa» disse lei, decisa. «Vediamo...» Annaspò, cercando le parole. «Vediamo che cosa... da dove possiamo partire.» Le si spense la voce.
«Hai detto qualcosa?»
«Sì» rispose Eva. «Va' avanti.»
«Un gémissement se fit entendre. Les doguès se mettent à aboyer. Ces gants me vont bien. Il va sur les quinze ans...»
«Fred?»
«Il fit fabriquer une exacte représentation du monstre.»
«Fred, piantala!» sbottò lei, con aria spaventata.
Lui s'interruppe e guardò sua moglie sbattendo gli occhi.
«Che cosa... che cosa hai detto questa volta, Fred?» gli chiese lei.
«Ho detto... si sentì un gemito. I suoi mastini si misero ad abbaiare. Quei guanti mi stanno bene. Fra poco avrà quindici anni e...»
«Cosa?»
«E lui aveva fatto una copia esatta del mostro. Sans mème l'entamer.»
«Fred?»
«Senza nemmeno una cancellatura» disse Fred, con l'aria di chi non si sente bene.
A quell'ora del mattino il campus era silenzioso. Le uniche lezioni in programma così presto erano le due di economia delle sette e mezza, che però si tenevano nella parte bianca dell'università. Qui nella rossa, invece, non c'era il minimo rumore. Entro un'ora i marciapiedi si sarebbero riempiti di chiacchiere e risate di studenti e perditempo, ma per il momento era tutto tranquillo.
Tutt'altro che tranquillo era Fred Elderman, che arrivò a passo strascicato dal fianco orientale del campus, diretto verso il palazzo degli uffici amministrativi. Dopo avere lasciato a casa una Eva piuttosto scombussolata, aveva cercato di capirci qualcosa di più mentre andava al lavoro.
Che era successo? Quando era cominciato? C'est une heure, gli rispose la sua mente.
Scosse la testa, infuriato. Era una faccenda terribile. Cercò con tutte le sue forze di ripensare a quello che era successo, ma non ci riuscì. Tutta quella storia proprio non aveva senso. Fred aveva quarantanove anni, faceva le pulizie nel palazzo degli uffici amministrativi, non era particolarmente colto e conduceva una vita tranquilla, senza acuti. E una bella mattina si era svegliato parlando in un francese disinvolto.
Francese.
Smise di camminare e si fermò un attimo nel gelido vento di ottobre, osservando la cupola della Jeramy Hall. Aveva pulito proprio la sera prima l'ufficio di francese. Chissà se poteva avere qualcosa a che fare con...
No, era ridicolo. Riprese a camminare, borbottando fra i denti, senza neppure rendersene conto: «Je suis, tu es, il est, elle est, nous sommes, vous êtes...»
Alle otto e dieci entrò nel Dipartimento di storia per aggiustare il lavandino di un bagno. Ci lavorò per un'ora e sette minuti, poi ripose gli attrezzi nella borsa e attraversò l'ufficio.
«'Giorno» disse al professore seduto alla scrivania.
«Buongiorno Fred» rispose il professore.
Fred Elderman uscì nell'atrio pensando a quanto significativo fosse il fatto che il reddito di Luigi XVI, proveniente dallo stesso tipo di tassazione, avesse superato quello di Luigi XV di centotrenta milioni di lire sterline e che le esportazioni, pari a centosei milioni nel 1720, fossero passate a centonovantadue nel 1746 e...
Si bloccò nell'atrio, con un'espressione sbalordita sul volto magro.
Quella mattina ebbe occasione di trovarsi negli uffici di fisica, di chimica, di inglese e di belle arti.
Il Windmill era una piccola taverna dalle parti del corso. Fred ci andava il lunedì, il mercoledì e il venerdì sera a scolarsi un paio di birre e a fare due chiacchiere con i suoi due amici, Harry Bullard, che gestiva il bowling Hogan, e Lou Peacock, dipendente delle poste e giardiniere dilettante.
Mentre quella sera entrava nel locale poco illuminato, un cliente che usciva sentì Fred mormorare: «Je connais tous ces braves gens», per poi guardarsi intorno con un tic sulla guancia che sembrava un'ammissione di colpevolezza. «Volevo dire...» farfugliò, ma non finì la frase.
Harry Bullard fu il primo a vederlo, riflesso nello specchio. Piegò la testa sul collo grasso e taurino e disse: «Vieni, Fred, la birra non è male.» Poi, rivolto al barista, aggiunse: «Portane una per il vecchio» e fece una risatina.
Fred si diresse verso il bar riuscendo a sorridere per la prima volta in tutta la giornata. Peacock e Bullard lo salutarono e il barista gli servì un boccale schiumante di birra.
«Che mi racconti, Fred?» chiese Harry.
Fred allungò due dita e si lisciò i baffi, ripulendoli dalla schiuma.
«Niente di che» rispose, ancora troppo incerto per parlarne. La cena con Eva già penosa di per sé si era rivelata un pasto fra le cui portate non c'era stato solo il cibo, ma anche un'interminabile e dettagliato resoconto sulla Guerra dei Trent'anni e sulla Magna Charta, oltre a qualche pettegolezzo da salotto su Caterina la Grande. Era stato ben felice di uscire di casa alle sette e mezza farfugliando un improbabile: «Bon nuit, ma chère.»
«E tu che mi dici?» chiese a sua volta ad Harry.
«Be',» rispose Harry «abbiamo dato una verniciata alle corsie. Sai, una specie di manutenzione.»
«Dici sul serio?» replicò Fred. «Quando non era il caso di dipingere con cera d'api colorata, i pittori greci e i romani usavano la tempera... cioè, colori fissati su una base di legno o di stucco utilizzando...»
Si fermò, accorgendosi che non si sentiva volare una mosca.
«Eh?» fece Harry Bullard.
Fred deglutì nervosamente. «Niente» si affrettò a dire. «Stavo solo...» Si mise a scrutare gli abissi oscuri della sua birra. «Niente» ripeté.
Bullard lanciò un'occhiata a Peacock, che alzò le spalle.
«Come crescono i fiori della tua serra, Lou?» chiese Fred tanto per cambiare argomento.
L'ometto rispose con un cenno del capo. «Crescono a meraviglia.»
«Bene» disse Fred, annuendo anche lui. «Vi sono pui di cinquante bastimenti in porto ». Poi digrignò i denti e chiuse gli occhi.
«Che dici?» chiese Lou, mettendosi la mano a coppa intorno all'orecchio.
Fred buttò giù una sorsata frettolosa di birra e gli venne da tossire. «Niente» rispose.
«No, dài, che hai detto?» insisté Harry, con un mezzo sorriso sulla faccia larga che tradiva il suo desiderio di sentire una bella barzelletta.
«Io... io ho detto che nel porto ci sono più di cinquanta bastimenti» gli spiegò di malumore Fred.
Il sorriso morì. Harry lo fissò con espressione vacua.
«Quale porto?» chiese.
Fred cercò di fare finta di niente. «Io... era solo una battuta che ho sentito oggi, però non mi ricordo più come finiva.»
«Oh.» Harry squadrò Fred, poi tornò alla sua birra. «Già.»
Per un attimo rimasero tutti zitti, poi Lou chiese a Fred: «Hai finito di lavorare per oggi?»
«No. Più tardi devo pulire l'ufficio di matematica.»
Lui annuì. «Peccato.»
Fred si ripulì di nuovo la schiuma dai baffi. «Ditemi una cosa» chiese poi, affrontando l'argomento d'istinto. «Che pensereste se vi svegliaste una mattina parlando in francese?»
«A chi è successo?» chiese Harry, strizzando gli occhi.
«A nessuno» si affrettò a rispondere Fred. «Stavo solo... facendo un'ipotesi, ecco. Che un uomo si trovasse a... insomma, a conoscere cose che non ha mai saputo. Capite che voglio dire? A saperle, come se fossero da sempre nella sua testa ma lui se ne rendesse conto per la prima volta solo in quel momento.»
«Che genere di cose, Fred?» chiese Lou.
«Oh... storia, lingue... straniere, cose su... sui libri e sull'arte e... sugli atomi e... sulla chimica.» Scrollò le spalle con gesto risoluto, come chi dica cose ovvie. «Roba del genere.»
«Non ti seguo, amico» disse Harry, avendo rinunciato a ogni speranza di farsi raccontare una barzelletta.
«Intendi dire che questa persona conoscerebbe cose che non ha mai imparato?» chiese Lou. «È così?»
C'era qualcosa, nelle loro voci... un'incredulità dubbiosa, una specie di titubanza, quasi temessero di compromettersi troppo. Erano insospettiti e reticenti.
Fred troncò il discorso a metà. «Erano solo supposizioni. Lasciate perdere, non vale nemmeno la pena di parlarne.»
Quella sera si fece solo una birra, e se ne andò presto con la scusa che doveva pulire l'ufficio di matematica. Mentre spolverava, passava la scopa e lo straccio in silenzio, continuava a cercare di farsi un'idea di quello che gli stava succedendo.
Tornò a casa in quella serata gelida e trovò Eva che lo aspettava in cucina.
«Caffè, Fred?» gli propose.
«Mi piacerebbe» rispose lui con un cenno di assenso. Eva fece per alzarsi. «No, s'accomadi, la prego» farfugliò Fred.
Lei gli rivolse un'occhiataccia.
«Volevo dire» si corresse subito Fred «resta pure seduta, Eva. Al caffè ci penso io.»
Sorseggiarono il caffè mentre lui le raccontava quello che gli era successo.
«È più di quanto immaginassi, Eva» le disse. «Fa... fa paura, in un certo senso. Io so tante cose che ignoravo di sapere, e non ho idea della loro provenienza. Non ne ho la minima idea.» Strinse forte le labbra. «Però le so» aggiunse. «Su questo non ci sono dubbi.»
«Altre cose oltre... al francese, adesso?» gli chiese sua moglie.
Lui annuì stancamente. «Tante di più» disse. «Come...» Sollevò lo sguardo dalla tazza. «Senti questa. Il maggiore progresso nella produzione di particelle accelerate si è ottenuto usando un voltaggio relativamente basso e un'accelerazione ripetuta. In quasi tutti gli strumenti utilizzati le particelle cariche vengono sollecitate lungo orbite circolari o a spirale con l'aiuto di... mi stai ascoltando, Eva?»
Vide il pomo di Adamo di sua moglie che andava su e giù. «Ti ascolto» disse Eva.
«...l'aiuto di un campo magnetico. L'accelerazione può essere applicata in modi diversi. Nel cosiddetto betatrone di Kerst e Serber...»
«Ma che significa, Fred?» lo interruppe lei.
«Non lo so» rispose lui, avvilito. «Sono... sono solo parole nella mia testa. So quello che dico quando parlo in una lingua straniera, ma... questo?»
Lei rabbrividì, e incrociò le braccia come se avesse freddo.
«Non è giusto» disse.
Fred divenne serio e la fissò in silenzio per un po'.
«Che intendi dire, Eva?» le chiese poi.
«Non lo so, Fred» rispose lei, con calma, e scosse lentamente la testa. «Non lo so davvero.»
Eva si svegliò verso mezzanotte e lo sentì parlottare nel sonno.
«I logaritmi naturali dei numeri interi da dieci a duecento. Zero: due punto tre zero due sei. Uno: due punto tre nove sette nove. Due: due punto...»
«Fred, cerca di dormire» gli disse, corrugando nervosamente la fronte.
«... quattro otto quattro nove.»
Gli diede una gomitata. «Dormi, Fred.»
«Tre: due punto...»
«Fred!»
«Eh?» Lui grugnì e deglutì con la gola secca, poi si girò dall'altra parte.
Nel buio lo sentì che si sistemava il cuscino con le mani appesantite dal sonno.
«Fred?» lo chiamò piano.
Lui tossì. «Che c'è?»
«Credo che domani mattina faresti bene ad andare dal dottor Boone.»
Eva lo sentì inspirare profondamente, poi rilasciare l'aria poco a poco fino a che non fu uscita tutta.
«Lo credo anch'io» disse Fred con voce impastata.
Venerdì mattina, quando Fred aprì la porta della sala d'attesa del dottor Boone, una ventata fece volare dei fogli di carta dalla scrivania dell'infermiera.
«Oh» disse in tono di scusa. «Le chieggo scuse. Non ne val la pena».
La signorina Agnes McCarthy lavorava come infermiera e segretaria del dottor Boone da sette anni, e in tutto quel tempo non aveva mai sentito Fred Elderman pronunciare una sola parola in lingua straniera.
Fece una risatina e lo guardò un po' stupita. «Cos'è che ha detto?» gli domandò.
Il sorriso di Fred fu solo una contorsione nervosa delle labbra.
«Niente, signorina» disse.
Lei gli restituì un sorriso di cortesia. «Oh.» Si schiarì la gola. «Mi dispiace che ieri il dottore non abbia potuto visitarla.»
«Non importa» disse lui.
«Sarà pronto fra una decina di minuti.»
Venti minuti più tardi Fred si sedette di fronte alla scrivania del dottor Boone. Il grosso medico si appoggiò allo schienale della poltrona e disse: «Malato, Fred?»
Fred gli spiegò la situazione.
Il sorriso affabile del medico divenne, in successione, divertito, tirato, nervoso, e alla fine scomparve del tutto.
«Le cose stanno proprio così?» gli chiese.
Fred confermò con un cenno deciso, scuro in volto. «Je me laisse conseiller.»
Le folte sopracciglia del dottor Boone si incurvarono in modo vistoso. «Francese» disse. «Che ha detto?»
Fred deglutì, a disagio. «Ho detto che vorrei essere consigliato.»
«Ma porca miseria» salmodiò il dottor Boone, tirandosi il labbro inferiore. «Porca miseria.» Si alzò e cominciò a tastare il cranio di Fred. «Non è che di recente ha sbattuto la testa, vero?»
«No» rispose Fred. «Proprio no.»
«Hmmmm.» Il dottor Boone ritrasse le mani e se le lasciò ricadere sui fianchi. «Be', infatti non ci sono segni apparenti di bernoccoli o ferite.» Chiamò la signorina McCarthy con l'interfono. Poi disse: «Be', proviamo con una radiografia.»
La radiografia non rivelò lesioni o traumi di alcun genere.
I due uomini si rimisero a sedere, discutendo.
«È difficile da credere» disse il dottor Boone scuotendo la testa. Fred sospirò, abbattuto. «Be', non la prenda così» aggiunse poi. «Non c'è niente di cui preoccuparsi. Lei è diventato un tipo strano, e allora?»
Fred si tormentò nervosamente i baffi. «Ma tutto questo non ha senso. Perché succede? Che cos'è? Il fatto è che io ho un po' paura.»
«Sciocchezze, Fred. Sciocchezze. Lei è in buona salute, questo glielo garantisco.»
«Ma che mi dice del mio...» Fred ebbe un attimo di esitazione «del mio cervello?»
Il dottor Boone protese il labbro inferiore in un'espressione di scherzosa derisione, e scrollò il capo. «Non mi preoccuperei nemmeno di quello.» Sbatté il palmo della mano sul piano della scrivania. «Mi ci lasci pensare, Fred. Mi consulterò con qualche collega. Capisce... studierò il suo caso, e poi le farò sapere. Va bene così?»
Accompagnò Fred alla porta.
«Nel frattempo» gli prescrisse «stia tranquillo. Non c'è nulla di cui preoccuparsi.»
Tuttavia Boone non aveva certo un'espressione tranquilla, quando dopo alcuni minuti compose un numero di telefono.
«Fetlock?» disse quando il collega rispose. «Ho una bella rogna per te.»
Quella sera Fred andò al Windmill più per abitudine che per bere. Eva avrebbe preferito che restasse in casa a riposare, presumendo che le sue condizioni fossero dovute al troppo lavoro, ma Fred aveva insistito che la sua salute non c'entrava niente ed era uscito di casa, non senza prima farfugliare un: «Au revoir.»
Raggiunse Harry Bullard e Lou Peacock al bar e si scolò la prima birra in un silenzio malinconico, mentre Harry gli spiegava per quale motivo non dovevano dare il voto a Milford Carpenter.
«Ve lo dico io, quello ha una linea privata con Mosca» disse Harry. «Bastano pochi uomini come lui al potere e siamo fottuti, credete a me.» Diede un'occhiata a Fred, che aveva lo sguardo perso dentro la birra. «Che ti prende, vecchio mio?» gli chiese, dandogli una pacca sulla spalla.
Fred glielo raccontò, come se si trattasse di una malattia.
Lou Peacock appariva incredulo. «Allora è di questo che parlavi l'altra sera.»
Fred annuì.
«Non è che adesso ci stai prendendo in giro, eh?» chiese Harry. «Tu sai proprio tutto?»
«Più o meno» ammise Fred, tristemente.
Un'espressione furbetta si formò sulla faccia di Harry.
«E se ti chiedessi qualcosa che non sai?»
«Ne sarei felice» rispose Fred.
Harry s'illuminò. «D'accordo. Non ti farò domande sugli atomi o sulla chimica o roba del genere. Ti chiederò semplicemente di parlarmi della campagna che si trova fra Au Sable, la mia città, e Tarva.» Picchiò una manata sul piano del bancone.
Per un attimo Fred assunse un'aria speranzosa, poi il suo viso divenne inespressivo e disse con voce infelice: «Fra Au Sable e Tarva la strada attraversa uno di quei territori disboscati una volta ricoperti da pini vergini (attenzione: possibilità di cervi sull'autostrada) e dove adesso crescono solo querce, pini e pioppi di seconda generazione. Per anni, dopo il declino dell'industria del legname, una delle occupazioni principali della zona è stata la raccolta di mirtilli.»
Harry lo ascoltava a bocca aperta.
«Poiché era risaputo che i mirtilli crescono nella cenere dei fuochi» concluse Fred «i residenti appiccarono deliberatamente molti incendi che hanno provocato gravi danni in tutta la regione.»
«Questa è una lurida bugia!» esclamò Harry, con il mento che gli tremava per lo sdegno.
Fred lo guardò sorpreso.
«Non dovresti andare in giro a raccontare bugie simili» insisté Harry. «E tu questo lo chiami conoscere la campagna? Raccontare delle bugie?»
«Non agitarti, Harry» lo ammonì Lou.
«Ma insomma,» disse rabbiosamente Harry «non dovrebbe dire bugie come queste.»
«Non sono stato io a dirle» ribatté Fred, disperato. «È come se io... io le avessi lette.»
«Ah sì? Be'...» Harry faceva scorrere senza posa il dito sull'orlo del bicchiere.
«Sai davvero tutto?» chiese Lou, in parte per alleggerire la tensione, in parte perché era sinceramente incuriosito.
«Ho paura di sì» rispose Fred.
«Non è che stai... facendo qualche trucchetto?»
Fred scosse la testa. «Nessun trucco.»
Lou Peacock aveva un'aria intimidita e assorta. «Cosa mi sai dire» gli chiese in tono saputo «sulle rose arancione?»
Sul volto di Fred si dipinse nuovamente quell'espressione vacua, poi snocciolò: «L'arancione non è un colore di base, ma una mistura di rosso e rosa in quantità variabile, oltre al giallo. Prima del ceppo detto di Pernatia c'erano pochissime rose arancione. Tutte le rose color arancione, albicocca, cuoio e corallo sono bordate da una sfumatura più o meno accentuata di rosa. Alcune raggiungono quella deliziosa gradazione detta cuisse de Nymphe émue.»
Lou Peacock era rimasto a bocca aperta. «Ragazzi, non ci posso credere!»
Harry Bullard liberò un profondo sospiro. «Che ne sai di Carpenter?» gli chiese tignosamente.
«Milford Carpenter, nato nel 1898 a Chicago, Illi...»
«Lascia perdere» lo interruppe Harry. «Non m'interessa. È un comunista, di lui mi basta sapere questo.»
«Gli elementi che intervengono in una campagna politica» citò Fred senza riuscire a fermarsi «sono molti: la personalità dei candidati, i temi in discussione se ce ne sono il comportamento della stampa, i gruppi economici, la tradizione, i sondaggi d'opinione, il...»
«Ti ho detto che è un comunista!» affermò Harry, quasi strillando.
«Alle ultime elezioni hai votato per lui» replicò Lou. «Se mi rico...»
«Non è vero!» ringhiò Harry, sempre più rosso in faccia.
Sulla faccia di Fred Elderman ricomparve quell'espressione assente. «Ricordare cose che non sono vere è un tipo di distorsione della memoria definita in diversi modi, fra cui menzogna patologica o mitomania.»
«Stai affermando che sono un bugiardo, Fred?»
«Differisce dalla menzogna ordinaria in quanto il soggetto giunge a convincersi di dire la verità...»
«Dove te lo sei fatto quell'occhio nero?» gli chiese Eva, sgomenta, quando più tardi Fred entrò in cucina.. «Ti sei messo a fare a botte alla tua età?»
Poi notò l'espressione che Fred aveva in volto e corse al frigorifero. Fece accomodare suo marito su una sedia e gli applicò una bistecca sull'occhio che si stava già gonfiando, mentre lui le raccontava ciò che era successo.
«È un violento» disse Eva. «Un uomo violento!»
«No, non ce l'ho con lui» obiettò Fred. «Io l'ho insultato. Ormai non so più nemmeno quello che dico. Io... io non capisco più niente.»
Lei guardò il suo corpo accasciato sulla sedia con un'aria preoccupata. «Quand'è che il dottor Boone farà qualcosa per te?»
«Non lo so.»
Mezz'ora dopo, nonostante Eva cercasse di dissuaderlo, Fred andò a pulire la biblioteca insieme a un collega. Nel momento stesso in cui entrò nella grande sala boccheggiò, si portò le mani alle tempie e cadde in ginocchio, ansimando. «La mia testa! La mia testa!»
Dovette restarsene un bel po' seduto tranquillo nell'atrio al piano terra prima che il dolore alla testa gli passasse. Restò lì a guardare quasi istupidito il pavimento lucido, sentendosi come se avesse appena sostenuto ventinove riprese con il campione del mondo dei pesi massimi.
Fetlock arrivò al mattino. Arthur B. Fetlock, quarantadue anni, basso e tarchiato, direttore del Dipartimento di psicologia, vestito con un cappello alla Sherlock Holmes e un soprabito quadrettato, percorse in tutta fretta il vialetto, balzò sul portico, attraversò l'impiantito consumato e schiacciò il dito sul campanello. Mentre aspettava sbatté energicamente le mani guantate, emettendo nuvolette di fiato vaporizzato.
«Sì?» chiese Eva quando andò ad aprire la porta.
Il professor Fetlock le spiegò perché si trovava lì, senza rendersi conto della faccia spaventata della donna quando lei capì in quale campo operava. Ma Eva si rassicurò quanto sentì che lo mandava il dottor Boone, e accompagnò Fetlock su per la scala foderata di moquette, spiegando: «Sta ancora a letto. Ieri sera ha avuto una crisi.»
«Eh?» fece Fetlock.
Fatte le presentazioni, e dopo essere rimasto solo con Fred, il professor Fetlock gli sparò una rapida serie di domande. Fred Elderman, con una pila di cuscini sotto la testa, fece del suo meglio per fornire risposte soddisfacenti.
«Questa crisi...» disse Fetlock «che cosa è successo?»
«Non lo so, professore. Ero nella biblioteca e... insomma, è stato come se una tonnellata di cemento mi colpisse sulla testa. No... dentro la testa.»
«Stupefacente. E questa conoscenza che lei sostiene di avere acquisito... a lei risulta che sia aumentata da quando ha messo sciaguratamente piede nella biblioteca?»
Fred annuì. «Adesso so molto più di prima.»
Il professore unì le punte delle dita. «C'è un libro sul linguaggio, di un certo Pei. Sezione 9B della biblioteca, collocazione 429.2, se ricordo bene. Può citarne qualche brano?»
Fred assunse la solita espressione inebetita, ma le parole seguirono quasi subito. «Fu Leibnitz il primo ad avanzare la teoria che tutte le lingue non provenissero da una fonte storicamente documentata, ma da un protolinguaggio. Sotto certi aspetti fu un precursore di...»
«Bene, bene» disse Arthur Fetlock. «Sembra si tratti di un caso di manifestazione telepatica spontanea unita a una forma di chiaroveggenza.»
«Che significa?»
«Telepatia, Elderman. Telepatia! A quanto pare ogni volta che lei si imbatte in un libro o in una mente colta, si appropria del loro contenuto. Ha lavorato nell'ufficio di francese e si è messo a parlare in francese. Ha lavorato nell'ufficio di matematica e si è messo a citare numeri, tavole, teoremi. Analogamente ha fatto con tutti gli altri uffici, i loro libri e le persone che vi incontrava.» Fetlock aggrottò la fronte e si mordicchiò le labbra. «Già, ma perché?»
«Causa qua re» farfugliò Fred.
Fetlock emise un piccolo rumore raschiante con la gola. «Già, vorrei proprio saperlo. Tuttavia...» Si sporse in avanti. «Che ha detto?»
«Com'è possibile che io apprenda così tanto?» domandò preoccupato Fred. «Voglio dire...»
«Questo non è difficile» affermò il professore tracagnotto. «Vede, nessuno usa mai la piena capacità di apprendimento del cervello. Il nostro cervello ha un potenziale immenso. Forse è proprio quello che sta succedendo a lei... sta utilizzando questo potenziale.»
«Ma in che modo?»
«Con una telepatia e una chiaroveggenza che si manifestano spontaneamente, oltre a una capacità infinita di trattenere le informazioni e un potenziale illimitato.» Fece un leggero fischio. «È incredibile. Assolutamente incredibile. Be', adesso devo andare.»
«Ma io che devo fare?» lo implorò Fred.
«Be', se la spassi» disse il professore in modo espansivo. «È un dono assolutamente straordinario. Ora mi stia a sentire: se io volessi radunare un gruppo di membri del Consiglio di facoltà, lei sarebbe disposto a incontrarli? In modo informale, naturalmente.»
«Ma...»
«Ne rimarrebbero estasiati, assolutamente estasiati. Devo preparare un articolo per il Journal.»
«Ma che significa, professore?» domandò Fred Elderman con la voce che gli tremava.
«Oh, andremo a fondo, non si preoccupi. Davvero, tutto questo è rivoluzionario. Un fenomeno mai visto prima.» Emise un suono che indicava una compiaciuta incredulità. «Incredibile.»
Quando il professor Fetlock se ne fu andato, Fred rimase a letto avvilito. E così non c'era niente che si potesse fare: nient'altro che sputare in continuazione parole incomprensibili e domandarsi ogni notte perché gli stesse succedendo quella cosa terribile. Forse il professore la trovava eccitante; vista da fuori poteva anche sembrare una situazione stimolante dal punto di vista intellettuale, ma per lui significava solo una serie di episodi sgradevoli e problemi sempre più difficili da risolvere.
Perché? Perché? Era la domanda alla quale non poteva dare una risposta, ma nemmeno sottrarsi.
Ci stava pensando ancora quando entrò Eva. La seguì con lo sguardo mentre attraversava la stanza e si veniva a sedere sul bordo del letto.
«Che ha detto?» gli chiese ansiosamente.
Una volta messa al corrente, Eva ebbe una reazione uguale alla sua.
«Tutto qui? Se la spassi?» Strinse le labbra per l'indignazione. «Ma che gli prende? Perché il dottor Boone lo ha mandato qui?»
Fred scosse il capo senza rispondere.
Sulla sua faccia c'era un'espressione così impaurita e confusa che all'improvviso lei allungò la mano e lo accarezzò sulla guancia. «Ti fa male la testa, caro?»
«Mi fa male dentro» rispose Fred. «Nel...» Raschiò con la gola. «Se si considera il cervello come un tessuto che è solo moderatamente comprimibile, sollecitato da due variabili, il sangue che contiene e il fluido spinale che lo circonda e che riempie i suoi ventricoli, abbiamo...»
Si interruppe con un sussulto, e rimase lì a tremare in modo spasmodico.
«Che Dio ci aiuti» mormorò lei.
«Come afferma Sesto Empirico nei suoi Argomenti contro la credenza in Dio, coloro che sostengono con decisione l'esistenza di Dio non possono evitare di cadere nell'empietà. Perché...»
«Fred, smettila!»
Lui la guardò con occhi sbarrati, in preda a una gran confusione.
«Fred, tu non... non sai quello che dici, giusto?»
«No. Non lo so mai. So solo che... Eva, ma che mi sta succedendo?»
Lei gli strinse la mano e l'accarezzò. «È tutto a posto, Fred. Ti prego, non preoccuparti in questo modo!»
Invece Fred si preoccupava. Perché dietro quel complesso bagaglio di conoscenze che gli riempiva la mente lui rimaneva sempre lo stesso uomo, un uomo semplice, che non capiva... e che aveva paura.
Perché gli succedeva tutto questo?
Era come se, in qualche modo orribile, fosse diventato una spugna che si imbeveva sempre più di conoscenza, e prima o poi sarebbe arrivato il momento in cui non ci sarebbe stato più spazio e la spugna sarebbe esplosa.
Il professor Fetlock lo bloccò in corridoio il lunedì mattina. «Elderman, ho parlato ai membri del Consiglio e sono tutti eccitati quanto me. Oggi pomeriggio sarebbe troppo presto per lei? Posso farla esentare da qualsiasi lavoro debba svolgere.»
Fred fissò come istupidito la faccia raggiante del professore. «Per me va bene.»
«Splendido! Allora facciamo alle quattro e mezza? Nel mio ufficio?»
«Va bene.»
«E posso darle un suggerimento?» chiese il professore. «Le consiglierei di girare l'università... tutta, intendo.»
Quando si separarono Fred ridiscese in cantina per riporre i suoi attrezzi.
Alle quattro e venticinque spinse la pesante porta del Dipartimento di psicologia. Rimase lì, aspettando pazientemente, con la mano sulla maniglia, fino a quando uno dei numerosi membri del Consiglio di facoltà non lo vide. Il professor Fetlock si liberò e corse verso di lui.
«Elderman!» lo accolse. «Si accomodi, si accomodi.»
«Professore, le ha detto più niente il dottor Boone?» insisté Fred. «Voglio dire...»
«No, niente. Non abbia paura, risolveremo tutto. Ma venga avanti. Vorrei... Signore e signori, un attimo di attenzione, prego!»
Fred venne presentato a tutti, si mischiò ai professori e si sforzò di comportarsi in modo naturale, mentre il cuore e i nervi erano in subbuglio per la paura nervosa.
«E ha seguito il mio consiglio?» gli chiese ad alta voce Fetlock. «Ha fatto il giro completo di tutti i dipartimenti dell'università?»
«Bene, bene.» Il professor Fetlock annuì con calore. «Allora questo dovrebbe completare il quadro. Provate a immaginare, signore e signori: tutta la conoscenza della nostra università... dentro la testa di quest'uomo!»
Fred Elderman si trovò circondato da un momentaneo silenzio, mentre pensava a ciò che aveva detto il professor Fetlock. La conoscenza di una intera università nella sua testa. Allora questo significava che lì non aveva più niente da imparare.
Non c'era più sapere, lì, che lui non possedesse. Era tutto ammassato nel suo cervello. Perché?
Dall'uditorio si levarono mormorii dubbiosi.
«No, no, sto parlando sul serio!» affermò Fetlock. «Ne potrete avere una dimostrazione più che ampia. Chiedete pure.»
Poi cominciarono le domande... e le risposte, tutte con voce scialba e monotona.
«Che succederà al Sole fra quindici milioni di anni?»
«Se il Sole continua a irradiare per quindici milioni di anni con l'attuale intensità, la sua intera massa si trasformerà in radiazioni.»
«Che cos'è una nota fondamentale?»
«Nelle unità armoniche i toni costituenti possiedono valori armonici disuguali. Alcuni sono più importanti e dominano l'unità sonora. Queste note fondamentali sono...»
«Capacità di accumulazione?»
«La capacità di accumulazione di una soluzione può essere definita come dx/dpH, dove dx è la piccola capacità di acido forte o...»
«Un momento fa. In francese.»
«Il n'y a qu'un instant»
Domande interminabili, rivolte con eccitazione crescente, e alla fine quasi urlate.
«Di che si occupa la letteratura?»
«La letteratura si occupa per sua natura delle idee, poiché riguarda l'uomo nella società, vale a dire che tratta di formulazioni, valutazioni e...»
«La normativa sull'illuminazione degli alberi sulle navi a vapore?» Una risata.
«Un vascello a vapore in navigazione deve portare sull'albero di trinchetto o davanti a esso, oppure, se è sprovvisto dell'albero di trinchetto, nella parte anteriore, una luce bianca ben visibile studiata in modo da...»
Nessuna risata. Altre domande.
«I cinque ordini dell'architettura romana.»
«Rustico, dorico, corinzio, ionico, composto. Il rustico è un dorico semplificato, il dorico conserva i triglifi, il corinzio è caratterizzato da...»
«Come decolla un razzo a tre stadi?»
«Un razzo a tre stadi decolla verticalmente, ma subisce una leggera sollecitazione in direzione est, e la Brennschluss si verifica all'incirca...»
«Chi era il conte Bernadotte?»
«Quali sono i sottoprodotti del petrolio?»
«Quale città è...»
«Come si fa a...»
«Che cos'è...»
«Quando successe...»
E alla fine, quando Fred ebbe risposto a tutte le domande che gli avevano posto, vi fu un grande, assoluto silenzio. Lui rimase lì tremante e intontito, ma cominciava a intravedere l'informazione che contava.
In quel momento squillò il telefono, facendo sobbalzare tutti i presenti.
Rispose il professor Fetlock. «È per lei, Elderman.»
Fred andò al telefono e prese la cornetta.
«Fred?» sentì la voce di Eva.
«Oui.»
«Cosa?»
Lui ebbe un sussulto. «Scusami, Eva. Volevo dire, sì, sono io.»
La sentì deglutire all'altro capo della linea. «Fred, io... io mi stavo chiedendo come mai non fossi ancora tornato a casa, così ho chiamato il tuo ufficio e Charlie mi ha detto...»
Le raccontò della riunione.
«Oh» fece lei. «Be', sarai... sarai a casa per l'ora di cena?»
L'ultima informazione stava affiorando, emergeva lentamente.
«Farò il possibile, Eva. Sì, credo proprio di sì.»
«Ero in pena, Fred.»
Lui fece un sorriso triste. «Non c'è motivo di preoccuparsi, Eva.»
Poi il messaggio sgorgò tutto a un tratto nella sua testa e lui disse: «Ciao, Eva» e abbassò la cornetta. «Devo andare» aggiunse poi, rivolto a Fetlock e agli altri.
Non sentì nemmeno quello che dissero. Le parole, il suo transitare dalla sala al corridoio, tutto si perse nell'improvviso, impellente bisogno di uscire sul campus.
Non c'erano più quelle facce piene di curiosità. Fred corse fuori a tutta velocità: si muoveva senza ragione, senza sapere bene perché, così come aveva risposto alle domande. C'era qualcosa che lo spingeva a farlo. Aveva parlato senza capire e adesso sfrecciava lungo il corridoio senza capire.
Attraversò l'atrio, quasi senza fiato. Il messaggio diceva: vieni, è ora.
Quelle cose, quella quantità di cose... chi aveva voglia di saperle, adesso? Quell'elenco sterminato di informazioni sull'intero sapere terrestre.
Sapere terrestre...
Mentre sbucava nel crepuscolo sugli scalini, un po' incespicando un po' correndo, vide la luce biancazzurra scintillare debolmente nel cielo. Volava sopra gli alberi, sui palazzi, e puntava verso di lui.
Rimase come pietrificato, fissandola, e seppe esattamente perché aveva accumulato tutta quella conoscenza.
La luce scese su di lui con un ronzio penetrante, lamentoso. Una ragazza urlò nel campus ormai buio.
La vita sugli altri pianeti, le ultime parole gli trafissero la mente, non è solo una possibilità, ma una probabilità piuttosto alta.
Poi la luce lo colpì e rimbalzò alla sua fonte di origine, come un fulmine che scoppiasse al contrario, dal parafulmine alla nuvola, lasciandolo immerso in una spaventosa oscurità.
Trovarono il vecchio che vagabondava nel campus come un sonnambulo muto. Gli parlarono, ma la sua lingua era immobile. Alla fine furono costretti a guardare nel suo portafogli, dove trovarono nome e indirizzo, e lo accompagnarono a casa.
Un anno più tardi, dopo avere imparato di nuovo a parlare, pronunciò le sue prime, esitanti parole. Le disse una notte a sua moglie, quando lei lo trovò in bagno con una spugna in mano.
«Fred, ma che stai facendo?»
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