ritorno (it)
Il professor Robert Wade stava per mettersi a sedere sull'erba folta e profumata, quando vide sua moglie Mary spuntare come un razzo da dietro l'Istituto di Scienze Sociali e precipitarsi verso il campus.
A quanto pareva era arrivata correndo fin da casa... ottocento metri buoni. E con un bambino in grembo. Wade strinse rabbiosamente i denti sul cannello della pipa.
Qualcuno l'aveva informata.
Vide che era tutta rossa e senza fiato, mentre correva attorno al marciapiede ellittico che fronteggiava l'Istituto di Arti Liberali. Si costrinse ad alzarsi in piedi.
Adesso stava scendendo il largo vialetto che costeggiava per tutta la lunghezza il gigantesco Centro di Scienze Fisiche, dalla facciata di granito. Il suo petto si alzava e si abbassava rapidamente. Lei sollevò la mano destra e si ricacciò indietro i riccioli castani.
Wade la chiamò. «Mary! Da questa parte!» E fece un gesto con la pipa.
Lei rallentò, ansimando nell'aria fresca di settembre. I suoi occhi scrutarono l'ampio campus illuminato dal sole fino a quando non lo vide. Poi scese dal marciapiede e corse sull'erba. Lui notò l'accorata espressione di paura che le deformava i lineamenti, e la sua rabbia svanì. Perché gliel'avevano detto?
Mary si lanciò verso di lui. «Mi avevi promesso che questa volta non ci saresti andato» gli disse, con le parole che le uscivano fuori fra gli ansimi. «Avevi detto che questa volta ci sarebbe andato qualcun altro.»
«Shhh, tesoro» cercò di calmarla. «Riprendi fiato.»
Tirò fuori un fazzoletto dalla tasca della giacca e le asciugò delicatamente la fronte.
«Robert, perché?» gli chiese.
«Chi te l'ha detto?» replicò lui. «Avevo chiesto di non dirti niente.»
Lei si ritrasse e lo fissò. «Di non dirmi niente!» esclamò. «Te ne saresti andato senza farmelo sapere?»
«Ti sorprende che non volessi spaventarti?» replicò lui. «Specialmente adesso che aspetti un bambino?»
«Ma Robert,» disse lei «una cosa come questa dovresti dirmela.»
«Vieni,» disse lui «sediamoci su quella panchina.»
Attraversarono il prato, abbracciati.
«Avevi detto che non saresti andato» gli ricordò lei.
«Tesoro, è il mio lavoro.»
Raggiunsero la panchina e si misero a sedere. Lui le appoggiò un braccio sulle spalle.
«Sarò a casa per cena» le disse. «È il lavoro di un pomeriggio.»
Lei assunse un'aria inorridita.
«Andare cinquecento anni nel futuro!» esclamò. «È il lavoro di un pomeriggio, secondo te?»
«Mary,» disse lui «lo sai che John Randall si è spostato di cinque anni, e io di cento. Perché cominci a preoccuparti adesso?»
Mary chiuse gli occhi. «Non comincio adesso» mormorò. «Sono stata in ansia fin da quando voialtri uomini avete inventato... quella cosa.»
Si incurvò e ricominciò a piangere. Lui le porse il fazzoletto, con un'espressione impotente sul viso.
«Ascoltami» le disse. «Tu pensi che John mi lascerebbe andare se ci fosse qualche pericolo? Pensi che il dottor Phillips farebbe una cosa del genere?»
«Ma perché proprio tu?» chiese lei. «Perché non uno studente?»
«Non abbiamo il diritto di mandare uno studente, Mary.»
Lei fissò il campus, tormentando il fazzoletto.
«Lo sapevo che sarebbe stato inutile parlare con te» disse.
Lui non seppe cosa replicare.
«Oh, lo so che è il tuo lavoro» disse Mary. «Non ho il diritto di lamentarmi. È solo che...» Si girò verso il marito. «Robert, non mentirmi. Sarai in pericolo? C'è qualche possibilità che tu... non torni indietro?»
Lui le sorrise con aria rassicurante. «Tesoro, non ci sono più pericoli di quanti ce ne fossero l'altra volta. In fin dei conti è...» Si interruppe mentre lei gli si stringeva contro.
«Non potrei più vivere senza di te» gli disse. «Questo lo sai. Morirei.»
«Shhh» fece lui. «Non parlare di morte. Ricordati che adesso dentro di te ci sono due vite. Non hai più il diritto di disperarti da sola.» Le sollevò il mento con la mano. «Perché non sorridi?» le disse. «Fallo per me. Ecco, così va meglio. Sei troppo bella per piangere.»
Lei gli accarezzò la mano.
«Chi te l'ha detto?» le domandò.
«Io non faccio la spia» rispose lei con un sorriso. «In ogni caso chi me lo ha detto presumeva che io già lo sapessi.»
«Be', adesso lo sai» disse lui. «Sarò di ritorno per cena. Più semplice di così.» Cominciò a rimuovere la cenere della pipa. «Hai qualche commissione per me, nel venticinquesimo secolo?» le chiese, con un sorriso appena accennato agli angoli della bocca sottile.
«Salutami Buck Rogers» rispose Mary, mentre lui tirava fuori l'orologio. Lei assunse di nuovo un'espressione preoccupata, poi disse in un bisbiglio: «Fra quanto?»
«Circa quaranta minuti.»
«Quaranta min...» Gli afferrò la mano e se la premette contro la guancia. «Tornerai da me?» gli domandò, guardandolo negli occhi.
«Tornerò» rispose lui, accarezzandole affettuosamente la guancia. Poi assunse un'aria di affettata severità. «A meno che per cena non ci sia qualcosa che non mi piace.»
Stava pensando ancora a lei mentre si assicurava alla poltroncina con le cinture di sicurezza nella camera temporale in penombra.
La grande sfera scintillante poggiava su una base di spessi conduttori. L'aria sfrigolava per l'azione di dinamo gigantesche.
Attraverso le alte finestre a un solo pannello il sole si riversava sul pavimento rivestito di gomma e formava un tappeto di raggi dorati. Studenti e istruttori entravano e uscivano veloci dall'ombra, controllando e verificando la Trasposizione T3. Sul muro un cicalino acustico ronzava minacciosamente.
Ognuno completò i propri preparativi, poi tutti si diressero verso l'ampia sala di controllo, oltre una parete di vetro.
Ne uscì fuori un ometto di mezza età con un camice bianco, che raggiunse la camera. Scrutò nell'interno male illuminato.
«Bob?» disse. «Volevi vedermi?»
«Sì» rispose Wade. «Volevo solo raccomandarti le solite cose. Nella remota evenienza che non potessi fare ritorno, io...»
«Le solite cose!» lo interruppe sbuffando il professor Randall. «Se pensi che ci sia anche la minima possibilità che succeda una cosa del genere, esci subito da quella camera. Il futuro non ci interessa fino a questo punto.» Sbirciò di nuovo all'interno. «Stai sorridendo?» chiese. «Non vedo bene.»
«Sì, sto sorridendo.»
«Bene. Non c'è niente di cui preoccuparsi. Resta lì legato, fa' il bravo ragazzo e non metterti a fare il dongiovanni con le ragazze di Buck Rogers.»
Wade fece una risatina. «Questo mi fa venire in mente» disse «che Mary mi ha chiesto di salutarle Buck Rogers. Tu hai qualcosa da farmi fare?»
«Basta che torni entro un'ora» grugnì Randall, che poi entrò e strinse la mano a Wade. «Ti sei legato bene?»
«Benissimo» rispose Wade.
«D'accordo. Ti faremo partire fra, uhm...» Randall controllò il grosso orologio a parete con le lancette rosse. «Fra otto minuti. Hai capito?»
«Ho capito» rispose Wade. «Porgi i miei saluti al dottor Phillips.»
«Lo farò. Abbi cura di te, Bob.»
«Ci vediamo.»
Wade seguì con lo sguardo l'amico che tornava verso la sala di controllo. Poi, dopo avere respirato a fondo, tirò a sé la spessa porta circolare e ruotò la maniglia, bloccandola e isolando ogni suono proveniente dall'esterno.
«Duemilaquattrocentosettantacinque, sto arrivando» farfugliò.
L'aria sembrava pesante e rarefatta, ma lui sapeva che era solo un'illusione. Diede una rapida occhiata all'orologio del quadro comandi. Sei minuti. O cinque? Che importava? Era pronto comunque. Si passò la mano sulla fronte, e il sudore gli sgocciolò sul palmo.
«Fa caldo» disse. La sua voce era cavernosa, innaturale.
Quattro minuti.
Alleggerì la cintura di sicurezza con la sinistra, infilò la mano nella tasca posteriore dei pantaloni e tirò fuori il portafogli. Mentre lo apriva per guardare la foto di Mary, le dita persero la presa e il portafogli cadde con un tonfo sordo sul pavimento metallico.
Cercò di riprenderlo, ma le cinture lo trattennero. Guardò nervosamente l'orologio. Tre minuti e mezzo. O uno e mezzo? Non ricordava più quando John aveva iniziato il conto alla rovescia.
Il suo orologio segnava un'ora diversa. Strinse i denti. Non poteva lasciare il portafogli per terra. Poteva essere risucchiato dalla ventola e finire distrutto. Magari poteva andarci di mezzo anche lui.
Due minuti erano più che sufficienti. Armeggiò con le cinture sulla vita e sul petto, le aprì e raccolse il portafogli. Mentre stava per riallacciarsele diede un'altra occhiata all'orologio. Un minuto e mezzo. O forse...
Improvvisamente la sfera cominciò a vibrare.
Wade sentì che i suoi muscoli si contraevano. La cintura, lenta sulla vita, si aprì del tutto e guizzò verso la paratia. Un dolore improvviso gli morse il petto e lo stomaco. Il portafogli cadde di nuovo.
Wade si aggrappò freneticamente alle maniglie sui braccioli, e cercò in tutti i modi di tenersi aderente al sedile.
Venne scagliato dentro l'universo. Le stelle gli fischiarono intorno alle orecchie. Si sentiva il cuore schiacciato da un pugno gelido di paura.
«Mary!» gridò, riuscendo a fatica a fare uscire la voce dalla gola rigida, stretta dal terrore.
Poi sbatté la nuca contro il metallo. Qualcosa esplose nel suo cervello e Wade si accasciò in avanti. L'oscurità giunse come un torrente, cancellando ogni traccia di coscienza.
Era fresca. Aria pura, rigenerante, che sciacquò via, strato dopo strato, il torpore dal cervello di Wade. Si sentì come accarezzato da un balsamo piacevole.
Wade aprì gli occhi e li puntò sul soffitto grigio, monotono. Piegò la testa per seguire la curva delle pareti. Delle leggere fitte gli scorsero nella carne. Sbatté gli occhi e riportò la testa alla posizione originale.
«Professor Wade.»
Nel sentire quella voce, trasalì e ricadde all'indietro, trafitto da un dolore lancinante.
«Non si muova, la prego, professor Wade» disse la voce.
Wade cercò di parlare, ma le sue corde vocali erano torpide e pesanti.
«Non si sforzi di parlare» disse la voce. «Arrivo subito.»
Vi fu un clic, poi silenzio.
Lentamente, Wade girò la testa di lato e osservò la stanza.
Era di circa sette metri quadrati, con il soffitto alto cinque metri. Pareti e soffitto erano di un grigio scialbo e uniforme. Il pavimento era nero, a mattonelle, o così gli sembrò. Sulla parete più lontana si delineava il profilo quasi invisibile di una porta.
Oltre il lettino sul quale si trovava c'era una struttura a tre zampe di forma irregolare. A Wade sembrò una sedia.
Non c'era nient'altro. Né mobili, né quadri o tappeti, e nemmeno una fonte di luce. Il soffitto sembrava luminoso, ma in qualsiasi punto concentrasse lo sguardo, quella luminosità si spegneva in un grigiore opaco.
Rimase sdraiato cercando di ricordare cosa fosse avvenuto. Tutto ciò che ricordava era il dolore, la marea montante dell'oscurità.
Con grande sofferenza si rotolò sul fianco destro e infilò una mano tremante nella tasca posteriore dei pantaloni.
Qualcuno aveva raccolto il portafogli dal pavimento della camera e glielo aveva infilato di nuovo in tasca. Con le dita irrigidite lo tirò fuori, lo aprì e guardò Mary che gli sorrideva dalla veranda di casa.
La porta si aprì con un rantolo di aria compressa ed entrò un uomo che indossava una tunica.
Aveva un'età indefinibile. Era calvo, e i suoi lineamenti privi di rughe avevano la levigatezza innaturale di una maschera immobile.
«Professor Wade» disse.
La lingua di Wade si mosse senza produrre alcun suono. L'uomo raggiunse il lettino e tirò fuori una scatolina di plastica dalla tasca della tunica. L'apri, ne estrasse una piccola siringa ipodermica e la infilò nel braccio di Wade.
Wade sentì un tranquillizzante flusso di calore che gli penetrava nelle vene. Gli sembrò che sciogliesse muscoli e legamenti, rilassasse la gola e attivasse i suoi centri cerebrali.
«Adesso va meglio» disse. «Grazie.»
«Benissimo» disse l'uomo, sedendosi sulla struttura a tre zampe e facendosi scivolare la scatoletta in tasca. «Immagino che le piacerebbe sapere dove si trova.»
«Sì, mi piacerebbe.»
«Ha raggiunto la sua meta, professore. 2475, per la precisione.»
«Bene. Molto bene» disse Wade, alzando un sopracciglio. Il dolore era scomparso. «La mia camera» chiese «è a posto?»
«Direi di sì» rispose l'altro. «Si trova in laboratorio.»
Wade emise un sospiro di sollievo. Si mise il portafogli nella tasca.
«Sua moglie era una donna deliziosa» disse l'uomo.
«Era?» chiese allarmato Wade.
«Non penserà che potesse vivere cinquecento anni, no?» disse l'altro.
Wade sembrò confuso. Poi un sorriso stentato gli salì alle labbra.
«È un po' difficile da afferrare» disse. «Per me è ancora viva.»
Si drizzò a sedere e sporse le gambe dal lettino.
«Mi chiamo Clemolk» disse l'uomo. «Sono uno storico. Lei si trova nel Padiglione di Storia della città di Greenhill.»
«Stati Uniti?»
«Stati Nazionalisti» replicò lo storico.
Wade rimase in silenzio per un attimo, poi alzò la testa di scatto e domandò: «Mi dica, per quanto tempo sono stato privo di conoscenza?»
«È rimasto privo di conoscenza, come dice lei, per poco più di due ore.»
Wade saltò su. «Mio Dio» disse, inquieto. «Devo andarmene.»
Clemolk lo fissò con aria distaccata. «Sciocchezze» disse. «La prego, si metta seduto.»
«Ma...»
«Per favore. Lasci che le dica perché è qui.»
Wade si mise a sedere, con un'espressione preoccupata. Cominciava a provare una vaga sensazione di disagio.
«Perché sono qui?» ripeté.
«Le faccio vedere una cosa» disse Clemolk.
Estrasse dalla tunica un piccolo pannello di controllo e premette uno dei suoi molti pulsanti.
Le pareti sembrarono svanire. Wade riuscì a vedere l'esterno del palazzo. In alto, su una grossa trabeazione, c'era scritto: LA STORIA VIVE. Dopo un momento le pareti riapparvero, solide e opache come prima.
«Allora?» chiese Wade.
«Vede, noi creiamo i nostri libri di storia basandoci non sugli archivi, ma sulle testimonianze dirette.»
«Non capisco.»
«Noi trascriviamo le testimonianze delle persone vissute nei tempi che desideriamo studiare.»
«Ma in che modo?»
«Mediante la ricostituzione di personalità disincarnate.»
Wade rimase di stucco. «I morti?» chiese con voce inespressiva.
«Noi li chiamiamo i senzacorpo» replicò Clemolk, che poi proseguì: «Nell'ordine naturale, professore, la personalità dell'uomo esiste a prescindere dalla sua struttura corporea. Noi ci siamo impadroniti di questa verità ovvia e ce ne serviamo a nostro vantaggio. Dal momento che la personalità trattiene indefinitamente anche se con forza decrescente il ricordo del suo aspetto e del suo equipaggiamento fisico, si tratta solo di fornire a questo ricordo i materiali organici e inorganici.»
«Ma questo è incredibile» disse Wade. «Al Fort... è l'università in cui insegno, noi abbiamo in corso progetti nel campo della ricerca psichica, ma niente che somigli lontanamente a una cosa del genere.» Tutto a un tratto impallidì. «Perché sono qui?»
«Nel suo caso» disse Clemolk «ci siamo risparmiati la difficoltà di ricostituire una personalità da lungo tempo priva di corpo proveniente dal suo tempo. È stato lei a raggiungere il nostro tempo con la sua camera.»
Wade si tormentò le mani scosse da un tremito convulso ed emise un profondo respiro.
«Tutto questo è molto interessante,» disse «ma non posso trattenermi a lungo. Se mi domandasse quello che vuole sapere...»
Clemolk tirò fuori il pannello di controllo e premette un pulsante. «Ora verrà trascritta la sua voce» disse.
Si piegò all'indietro e strinse in grembo le mani esangui.
«Il vostro sistema di governo» disse. «Credo che possiamo incominciare da questo.»
«Sì,» disse Clemolk «tutto questo quadra perfettamente con quello che già sappiamo.»
«Adesso posso vedere la mia camera temporale?» chiese Wade.
Gli occhi di Clemolk lo fissarono senza il minimo guizzo di vita. Il suo volto inespressivo cominciava a innervosire Wade.
«Credo che possa vederla» rispose, alzandosi in piedi.
Wade si alzò anche lui e seguì lo storico oltre la porta e dentro una lunga sala, anch'essa scialba e con lo stesso tipo di illuminazione.
Credo che possa vederla.
La fronte di Wade era segnata da rughe di preoccupazione. Come mai tanta enfasi su quel verbo? Quasi come se vedere la sua camera fosse l'unica cosa che gli era consentita.
Clemolk sembrava non rendersi nemmeno conto del disagio di Wade.
«Come scienziato» stava dicendo «dovrebbe essere interessato agli aspetti della ricostituzione. È un procedimento definito in ogni particolare. L'unica difficoltà che i nostri scienziati non hanno ancora risolto del tutto è la forza del ricordo e il suo effetto sul corpo riformato. Quanto più debole è il ricordo, capisce, tanto più rapidamente il corpo si disintegra.»
Wade non lo stava ascoltando. Pensava a sua moglie.
«Vede,» proseguì Clemolk «benché, come le ho detto, queste personalità disincarnate vengano ricostituite in un modello vestigiale che include ogni minimo particolare compresi i vestiti e gli effetti personali hanno una durata sempre più breve. L'arco di tempo varia. Una persona ricostituita, diciamo del suo periodo, può durare circa tre quarti d'ora.»
Lo storico si interruppe e indicò a Wade di dirigersi verso una porta che si era aperta sulla parete della sala.
«Ecco,» disse «adesso raggiungeremo il laboratorio con la sotterranea.»
Entrarono in un ambiente poco illuminato. Clemolk accompagnò Wade fino a una panca fissata a muro.
La porta si richiuse subito e un ronzio si diffuse nell'aria. Wade ebbe l'immediata sensazione di ritrovarsi nella sua cronocamera. Sentì il dolore, il peso opprimente della depressione, il terrore senza nome che gli ritornava alla memoria.
«Mary.» Le sue labbra formarono il nome, senza emettere suono.
La cronocamera poggiava su un'ampia piattaforma metallica. Tre uomini somiglianti nell'aspetto a Clemolk ne stavano esaminando la superficie esterna.
Wade salì sulla piattaforma e toccò con il palmo della mano il metallo levigato. Fu una sensazione che lo confortò. Era un legame tangibile con il passato... e con sua moglie.
Poi il suo viso fu attraversato da un'espressione preoccupata. Qualcuno aveva bloccato la porta. Aggrottò la fronte. Aprirla dall'esterno era una procedura difficile e impropria.
Uno degli studenti parlò. «Le dispiace aprirla? Non vorremmo farlo noi con la forza.»
Una fitta di paura percorse Wade. Se l'avessero forzata, lui non avrebbe più avuto la possibilità di andarsene da lì.
«La aprirò io» disse. «Tanto devo comunque andarmene.» Lo disse con forzata aggressività, come se li sfidasse a contraddirlo.
Il silenzio che accolse la sua affermazione lo spaventò. Sentì Clemolk che bisbigliava qualcosa.
Strinse forte le labbra e, senza troppa lucidità, cominciò a muovere le dita sui quadranti combinatori.
Si preparò subito mentalmente un piano nel caso la situazione si facesse disperata. Avrebbe aperto la porta, sarebbe balzato dentro e l'avrebbe richiusa dietro di sé prima che gli altri potessero fare un solo gesto.
Le sue dita armeggiarono goffamente sui grossi quadranti al centro della porta, come se ricevessero dal cervello solo indicazioni vaghe. Le sue labbra si muovevano mentre lui ripeteva a se stesso i numeri della combinazione: 3.2 5.9 7.6 9.01. Fece una pausa, poi tirò a sé la maniglia.
La porta non si aprì.
Gocce di sudore gli sgorgarono dalla fronte e gli scorsero lungo il viso. La combinazione non era quella giusta.
Cercò di concentrarsi e ricordare. Doveva ricordare! Chiuse gli occhi e si appoggiò contro la camera. Mary, pensò, aiutami tu, ti prego. Tornò a lavorare sui quadranti.
Non 7.6, si rese conto all'improvviso. Era 7.8.
Riaprì gli occhi di scatto e ruotò il disco su 7.8. La porta era pronta ad aprirsi.
«Sarà meglio che vi facciate indietro» disse Wade, rivolto ai quattro uomini. «Potrebbe esserci una fuga di... gas imprigionati.» Sperò che non si rendessero conto della sua bugia disperata.
Gli studenti e Clemolk indietreggiarono un poco. Erano ancora vicini, ma doveva correre il rischio.
Wade aprì di scatto la porta e, mentre si lanciava dentro, scivolò sulla piattaforma liscia e cadde sulle ginocchia. Prima che potesse rialzarsi si sentì afferrare sui fianchi.
Due studenti cominciarono a trascinarlo via.
«No!» urlò Wade. «Devo tornare indietro!»
Scalciò e lottò con tutte le sue forze, colpendo l'aria con i pugni. Adesso anche gli altri due studenti lo tenevano fermo. Lacrime di rabbia gli uscirono dagli occhi mentre si dibatteva furiosamente nella loro stretta, gridando: «Lasciatemi andare!»
Un dolore improvviso gli martoriò la schiena. Si liberò di uno studente e si trascinò appresso gli altri in un ultimo sussulto di rabbiosa energia. Vide con la coda dell'occhio Clemolk pronto a fargli un'altra iniezione.
Avrebbe anche provato a lanciarsi su di lui, ma proprio in quel momento un senso di enorme spossatezza gli paralizzò le membra. Cadde in ginocchio, con gli occhi inespressivi, e la mano intorpidita protesa in un inutile appello.
«Mary» mormorò con voce rauca.
Poi si ritrovò supino, con Clemolk sopra di lui. Lo storico sembrò ondeggiare e scomparire davanti agli occhi annebbiati di Wade.
«Mi dispiace» stava dicendo Clemolk. «Lei non potrà tornare indietro... mai più.»
Wade giaceva di nuovo sul lettino, fissando il soffitto e rimuginando ancora nella mente le parole di Clemolk.
«È impossibile che lei ritorni. È stato spostato nel tempo, e adesso appartiene a questo periodo.»
Mary aspettava.
La cena era in forno. Poteva vedere Mary mentre apparecchiava la tavola, con le dita snelle che sistemavano piatti, scodelle, bicchieri scintillanti e posate. Sul vestito indossava un grembiule pulito e vaporoso.
Poi la cena sarebbe stata pronta. Lei si sarebbe seduta a tavola, aspettando suo marito. Wade sentì nell'intimo il terrore inespresso che provava Mary.
Piegò la testa dolorante sul lettino. Poteva essere vero? Era davvero imprigionato in un tempo lontano cinque secoli da quello che gli apparteneva? Era assurdo. Ma lui era lì. Il lettino sotto di lui era morbido e tangibile, e così le pareti grigie che lo circondavano. Tutto era reale.
Aveva voglia di alzarsi e urlare, di scalciare e rompere qualcosa, con rabbia cieca. Ribolliva di furia. Affondò i pugni nel cuscino e urlò parole sconclusionate, senza significato, un puro grido di rabbia impotente. Poi rotolò su un fianco, guardando la porta. Il fuoco della rabbia si spense. La sua bocca si ridusse a una tremante linea sottile.
«Mary» bisbigliò, in preda a un solitario terrore.
La porta si aprì ed entrò Mary.
Wade si mise a sedere rigido, a bocca spalancata, sbattendo gli occhi e convincendosi di essere pazzo.
Lei era sempre lì, vestita di bianco, gli occhi caldi di un amore tutto per lui.
Wade non riusciva a parlare. Pur dubitando che i muscoli potessero sostenerlo, si alzò in piedi, barcollando.
Lei gli andò incontro.
Non c'era terrore nei suoi occhi. Sorrideva di una felicità radiosa. La sua mano gli accarezzò la guancia, e questo lenì la sua pena.
Un singhiozzo gli sgorgò dalle labbra al tocco della mano di Mary. Protese le braccia tremanti, l'afferrò e la strinse forte a sé, affondando il viso nei suoi capelli morbidi.
«Oh, Mary» riuscì a dire.
«Shhh, amore mio» disse lei in un sussurro. «Adesso va tutto bene.»
La felicità gli scorse nelle vene mentre baciava le sue labbra calde. Il terrore e quel senso di paurosa solitudine erano scomparsi. Fece scorrere le dita sul viso di sua moglie.
Sedettero sul lettino. Lui continuò ad accarezzarle le braccia, le mani, il viso, quasi non riuscisse a convincersi che era tutto vero.
«Come sei arrivata qui?» le chiese con voce rotta.
«Sono qui. Non ti basta?»
«Mary.»
Premette il viso contro il suo corpo morbido. Lei gli accarezzò i capelli e lui si sentì confortato.
Poi, mentre se ne stava lì seduto, con gli occhi serrati, fu colpito da un pensiero orribile.
«Mary» disse, quasi timoroso di chiederlo.
«Sì, amore mio.»
«Come hai fatto ad arrivare qui?»
«È così...»
«Come?» Si tirò su e la fissò negli occhi. «Sono venuti a prenderti con la camera temporale?» le domandò.
Sapeva che non era così, ma si aggrappò a quella possibilità.
Lei gli sorrise tristemente. «No, caro» rispose.
Wade si sentì scuotere da un brivido. Per poco non si ritrasse per la repulsione.
«Allora sei...» Aveva spalancato gli occhi per lo shock, e la faccia aveva perso ogni colorito.
Lei gli si accostò e lo baciò sulla bocca.
«Tesoro,» lo pregò «è così importante? Sono io, lo vedi? Sono proprio io. Oh, amore mio, abbiamo così poco tempo. Amami, ti prego. Ho aspettato così tanto questo momento.»
Wade premette la guancia contro quella di sua moglie, e la strinse a sé.
«Oh, mio Dio, Mary» gemette. «Che cosa devo fare? Per quanto tempo rimarrai?»
Una persona, diciamo del suo periodo, può durare circa tre quarti d'ora. Il ricordo delle parole di Clemolk fu come una scudisciata sulla carne viva.
«Quaranta min...» cominciò, e non riuscì a finire.
«Non ci pensare, tesoro» lo implorò lei. «Ti prego. Adesso siamo insieme.»
Ma, mentre si baciavano, un pensiero gli fece accapponare la pelle.
Sto baciando una donna morta - la sua mente non rifiutò il termine - la sto stringendo fra le braccia.
Sedettero vicini, senza parlare. Il corpo di Wade diventava sempre più teso a ogni secondo che passava.
Per quanto tempo? Disintegrata... Come avrebbe potuto sopportarlo? Eppure sopportava ancora di meno l'idea di lasciarla.
«Parlami di nostro figlio» disse, nel tentativo di ricacciare indietro la paura. «Era un maschio o una femmina?»
Lei non disse nulla.
«Mary?»
«Non lo sai? No, certo, non puoi saperlo.»
«Sapere che cosa?»
«Non posso dirti nulla di nostro figlio.»
«Perché?»
«Sono morta quando è nato lui.»
Wade cercò di dire qualcosa, ma le parole gli si spezzarono in gola. Alla fine riuscì a chiedere: «È perché non sono tornato?»
«Sì» rispose lei. «Non ne avevo il diritto, ma non volevo vivere senza di te.»
«E loro rifiutano di lasciarmi tornare indietro» disse lui, amaro. Poi passò le mani fra i capelli folti di Mary e la baciò. La fissò negli occhi. «Ascoltami» le disse. «Io ritornerò.»
«Non puoi cambiare quello che è già successo.»
«Se torno indietro» disse lui «non sarà successo. Posso cambiarlo.»
Mary lo guardò con un'aria strana. «È possibile...» cominciò, e le sue parole morirono in un gemito. «No, no, non può essere!»
«Sì!» disse lui. «È poss...» S'interruppe di colpo, con il cuore che gli batteva all'impazzata. Lei stava parlando di qualcos'altro.
Il suo braccio stava scomparendo sotto le dita di Wade. La carne sembrò dissolversi, lasciando il braccio putrefatto e senza più forma.
Lui rantolò, inorridito. Atterrita, sua moglie si guardò le mani. Si stavano disintegrando, e brandelli di carne cadevano giù a spirale come leggere volute di fumo bianco.
«No!» esclamò Mary. «Non lasciare che succeda!»
«Mary!»
Lei cercò di prendergli le mani, ma non aveva più le sue. Allora si chinò rapida e lo baciò. Le sue labbra erano fredde, e tremavano.
«Così presto» disse fra i singhiozzi. «Oh, vattene! Non guardarmi, Robert! Ti prego, non guardarmi!» Poi si alzò, urlando: «Oh, amore mio, avevo sperato che...»
Il resto si perse in un gorgoglio gutturale, appena udibile. La sua gola cominciava a disintegrarsi.
Wade balzò su e cercò di abbracciarla per tenere a bada l'orrore, ma stringendola non fece che accelerare la dissoluzione. Il suono di quel disfacimento divenne un sibilo terribile.
Barcollò all'indietro con un grido, tenendo le mani davanti a sé come per ricacciare quella visione spaventosa.
Il corpo di Mary si sgretolava in particelle sfrigolanti, poi si dissolveva nell'aria. Le mani e le braccia non c'erano più. Le spalle cominciavano a svanire. Piedi e gambe si spaccarono e il turbine di carne gassosa roteò nell'aria.
Wade si accasciò contro la parete, coprendosi la faccia con le mani tremanti. Non voleva guardare, ma non riuscì a impedirselo. Tirò giù le dita e osservò, in preda a una sorta di paralizzata fascinazione. Adesso stavano scomparendo il petto e le spalle. Il mento e la parte inferiore del viso galleggiavano in una nuvola amorfa di carne che mulinava come neve nella tormenta.
Per ultimo toccò agli occhi. Sospesi, soli, in un velo di grigio, lo fissarono con un'intensità bruciante. Nel cervello di Wade si formò l'ultimo messaggio di quella mente ancora viva: «Addio, amore mio. Ti amerò sempre.»
Era rimasto solo.
Rimase a bocca aperta, con gli occhi ridotti a due cerchi di incredulo sbalordimento. Rimase lì per diversi minuti, tremando in modo irrefrenabile e guardandosi intorno senza speranza. Non c'era più nulla, nemmeno la più piccola traccia del passaggio di Mary.
Cercò di andare verso il lettino, ma le sue gambe erano diventate due blocchi di legno inservibili. Tutto a un tratto il pavimento sembrò scagliarsi contro il suo viso.
Il dolore, bianco e assoluto, lasciò il posto a una nera prostrazione che reclamava la sua mente.
Clemolk era seduto sulla sedia.
«Mi dispiace che l'abbia presa così male» disse.
Wade non rispose nulla, ma il suo sguardo non abbandonò mai il volto dello storico. Il suo corpo era percorso da una sensazione di calore, i suoi muscoli da spasmi continui.
«Probabilmente la riformeremo,» disse Clemolk, distaccato «ma la seconda volta il suo corpo durerà ancora di meno. E poi non abbiamo...»
«Che cosa vuole?»
«Stavo pensando che potremmo parlare ancora del 1975, finché c'è...»
«Ah, è questo che pensava?» Wade si mise seduto, con gli occhi che tradivano una rabbia impotente. «Mi tiene prigioniero, mi tortura con il fantasma di mia moglie, e adesso vuole anche parlare!»
Balzò in piedi, le dita protese in un arco di carne inarticolata.
Anche Clemolk si alzò e frugò nella tasca della tunica. La totale indifferenza di quel movimento fece infuriare ancora di più Wade. Quando lo storico tirò fuori la scatola di plastica, Wade la sbatté a terra con un ringhio.
«Basta» disse Clemolk con voce piatta, l'espressione imperturbata.
«Io tornerò indietro» ruggì Wade. «Tornerò indietro e lei non mi fermerà!»
«Non sono io a fermarla» disse Clemolk, con un tono che si faceva iroso. «Lei si ferma da solo. Gliel'ho già detto. Avrebbe dovuto prendere bene in considerazione quello che faceva, prima di entrare nella sua cronocamera. E per quanto riguarda la sua Mary...»
Il suono di quel nome pronunciato con tanto compiaciuto distacco ruppe gli argini della furia di Wade. La sua mano scattò e si strinse attorno al magro collo eburneo di Clemolk.
«Si fermi» disse Clemolk, con voce rotta. «Lei non può tornare indietro. Gliel'ho detto che...»
I suoi occhi da pesce si gonfiarono e si offuscarono. Un gorgoglio di timida protesta gli riempì la gola mentre con le mani fragili cercava di opporsi alla stretta di Wade. Poco dopo le pupille gli si rovesciarono all'indietro e il suo corpo si afflosciò. Wade allentò la presa e sistemò Clemolk sul lettino.
Corse alla porta, con la mente congestionata da progetti contrastanti. La porta non si aprì. La spinse, vi si appoggiò con tutto il peso del corpo, cercò di infilare le unghie sotto il bordo per scardinarla. Era bloccata. Tornò indietro, con il volto deformato da una rabbia impotente.
Ma certo!
Corse verso il corpo inerte di Clemolk, infilò la mano nella tasca e tirò fuori il piccolo pannello di comando. Non c'erano cavi di collegamento. Wade premette un pulsante. Sopra di lui si illuminò la grande scritta LA STORIA VIVE. Con un rantolo di impazienza Wade spinse un altro pulsante, poi un altro ancora. Sentì la sua voce.
«...il sistema di governo era basato sull'esistenza di tre poteri, due dei quali in teoria soggetti al voto popolare...»
Premette un altro pulsante... e poi un altro ancora.
La porta emise una specie di ansito e si aprì senza fare rumore. Wade l'attraversò di corsa. La porta si richiuse dietro di lui.
Adesso bisognava trovare il laboratorio. E se lì c'erano gli studenti? Doveva correre il rischio.
Sfrecciò lungo il corridoio insonorizzato, in cerca della porta della sotterranea. Fu una corsa da incubo. Si precipitava qua e là come un pazzo, borbottando da solo. Poi si fermò e si impose di tornare indietro, premendo pulsanti a casaccio, ignorando i suoni e le luci intorno a lui... le pareti che svanivano, i morti che parlavano. Per poco non mancò la porta della sotterranea quando ci passò accanto. Il suo profilo si confondeva con la parete.
«Fermo!»
Sentì il debole grido dietro di sé e si guardò freneticamente alle spalle. Clemolk avanzava barcollando lungo il corridoio, indicandogli di fermarsi. Doveva avere ripreso i sensi ed essere uscito mentre Wade portava avanti la sua disperata ricerca.
Wade s'infilò di corsa nella sotterranea e la porta si richiuse. Emise un sospiro di sollievo quando sentì la cabina che sfrecciava lungo il tunnel. Qualcosa lo fece voltare. Gli sfuggì un rantolo quando vide l'uomo in divisa seduto sulla panchina, che lo guardava dritto in faccia. Nella mano stringeva un tubo nero e opaco puntato proprio contro il petto di Wade.
«Si sieda» disse l'uomo.
Sconfitto, Wade si lasciò cadere come un sacco di stracci. Mary. Il nome era un lamento disperso nella sua mente.
«Perché voi riformati vi scaldate tanto?» chiese l'uomo. «Perché? Puoi darmi una risposta?»
Wade guardò su, mentre una scintilla di speranza gli accendeva l'animo. Quell'uomo pensava che...
«Io... io ho ancora pochissimo tempo» disse in tutta fretta. «È questione di minuti. Volevo andare in laboratorio.»
«Ma perché proprio lì, in nome del cielo?»
«Ho saputo che lì c'è una camera temporale» rispose Wade, inquieto. «Pensavo di...»
«Pensavi di usarla?»
«Sì, proprio così. Voglio tornare al mio tempo. Mi sento solo.»
«Non te l'hanno detto?»
«Detto cosa?»
La sotterranea si fermò con un sibilo. Wade si alzò. L'uomo gli fece cenno con la sua arma e Wade tornò a sedersi. Erano già passati oltre?
«Appena il tuo corpo ricostituito torna all'aria» stava dicendo l'uomo «la tua forza psichica ritorna al momento originale della morte... ehm, della separazione dal corpo, voglio dire.»
Wade non riusciva a concentrarsi per una sorta di paura nervosa. «Che cosa?» domandò distrattamente, guardandosi intorno.
«La forza personale, la forza personale» bofonchiò l'uomo. «Quando lascia il corpo ricostituito, tornerà al momento in cui originariamente sei... ehm, sei morto. In questo caso sarebbe... quando?»
«Non capisco.»
L'uomo alzò le spalle. «Non importa, non importa. Credimi sulla parola. Tornerai presto nel tuo tempo.»
«Che mi dici del laboratorio?»
«Prossima fermata» disse l'uomo.
«Ci si può andare, voglio dire?»
«Oh,» borbottò l'uomo «immagino che potrei farci un salto e dare un'occhiata. Credo che mi lasceranno entrare. Sarebbe stato meglio se ci avessero informato. Non c'è mai collaborazione con i militari. È sempre...» La sua voce si interruppe. «No» concluse. «A ripensarci, ho una gran fretta.»
Wade vide che l'uomo abbassava l'arma. Strinse i denti e si preparò a scattare.
«Be',» disse l'uomo «ripensandoci proprio bene...»
Wade chiuse gli occhi, si appoggiò all'indietro ed emise un lungo respiro tremante fra le labbra esangui.
Era ancora intatta. La sua lucida superficie metallica rifletteva le file di lampade sul soffitto... e la porta circolare era aperta.
Nel laboratorio c'era un solo studente, seduto su una panca. Quando i due entrarono, alzò gli occhi verso di loro.
«Posso aiutarla, comandante?» chiese.
«Non c'è bisogno, non c'è bisogno» disse l'ufficiale con voce annoiata. «Il riformato e io siamo qui per vedere la cronocamera.» Fece un cenno verso la piattaforma. «È quella?»
«Sì, è quella» rispose lo studente, fissando Wade, il quale evitò di guardarlo in faccia. Non era in grado di dire se quello studente fosse uno dei quattro che si trovavano lì la volta precedente. Si assomigliavano tutti. Lo studente tornò al suo lavoro.
Wade e il comandante salirono sulla piattaforma. Il comandante scrutò all'interno della sfera.
«Be',» disse in tono riflessivo «mi piacerebbe proprio sapere chi l'ha portata qui.»
«Non lo so» rispose Wade. «Non ne ho mai vista una.»
«E credevi che avresti saputo usarla!» Il comandante scoppiò a ridere.
Wade si guardò intorno nervosamente per accertarsi che lo studente non stesse guardando. Si voltò, diede una rapida occhiata alla sfera e si rese conto che non era stata bloccata in nessun modo. Trasalì quando risuonò un forte cicalino e, dopo un rapido controllo, vide lo studente che teneva premuto un pulsante sul muro. Si irrigidì, impaurito.
Su un piccolo schermo video incassato nella parete era comparsa la faccia di Clemolk. Wade non poteva sentire la voce dello storico, ma la sua faccia tradiva una grande eccitazione.
Wade girò su se stesso, mettendosi di fronte alla camera, e chiese: «Crede che potrei vedere cosa c'è dentro?»
«No, no» disse il comandante. «Faresti qualche pasticcio.»
«Non lo farò» disse lui. «Voglio solo...»
«Comandante!» esclamò lo studente.
Il comandante si voltò. Wade gli diede una spinta e il corpulento ufficiale barcollò in avanti, agitando le braccia per non cadere, con un'espressione di sbalordito disappunto sul volto.
Wade si tuffò nella cronocamera, sbattendo le ginocchia sul bordo metallico, e armeggiò mani e piedi per rimettersi dritto.
Lo studente si lanciò verso la sfera, puntando davanti a sé uno di quei tubi neri e opachi.
Wade afferrò la pesante porta e la richiuse con un grugnito. Il grosso cerchio metallico entrò nel suo alloggiamento, proteggendolo da una vampata di fiamma azzurrina diretta verso di lui. Wade girò freneticamente il volante fino a quando non fu certo che la porta fosse bloccata.
Potevano entrare con la forza da un momento all'altro.
I suoi occhi corsero ai quadranti mentre le dita lavoravano sulle cinture di sicurezza. Vide che il quadrante principale era ancora regolato sui cinquecento anni in avanti. Allungò la mano e ne invertì la posizione.
Sembrava tutto pronto. In ogni caso, doveva correre il rischio. Non c'era tempo per fare controlli. In quello stesso momento una lama di fuoco poteva già essere puntata sul globo metallico.
Le cinture erano fissate. Wade si tenne forte e tirò la leva principale. Non successe nulla. Un urlo di terrore mortale gli proruppe dalle labbra. I suoi occhi saettarono intorno, le sue dita volarono sul pannello di comando mentre testava i collegamenti.
C'era una spina staccata. La strinse con tutte e due le mani e la inserì nella presa. All'improvviso la camera cominciò a vibrare. L'acuto cigolio del meccanismo fu musica per le sue orecchie.
L'universo tornò a rovesciarsi su di lui, la notte nera gli passò sopra come un'ondata di marea. Questa volta non perse conoscenza.
Era al sicuro.
La camera smise di vibrare. Il silenzio era quasi assordante. Wade sedeva spossato nella semioscurità, ansimando per riprendere fiato. Poi afferrò il volante e lo girò rapidamente. Spalancò la porta con un calcio, balzò nel laboratorio dell'università di Fort e si guardò intorno, ansioso di rivedere le cose a lui familiari.
Il laboratorio era vuoto. Una luce a parete brillava debolmente nel silenzio, delineando grandi ombre di macchine, e facendo risaltare sul muro la sua stessa ombra. Toccò le panche, gli sgabelli, i manometri, i macchinari, ogni cosa, tanto per convincersi che era tornato.
«È reale.» Lo disse e continuò a ripeterlo.
Si sentì avvolgere da un rilassante manto di stanchezza. Si chinò a osservare la camera. Vide qua e là dei segni neri sulla superficie, e c'erano anche dei pezzi di metallo che sporgevano, mezzi staccati. Era quasi innamorato di quella macchina. Anche se parzialmente danneggiata, lo aveva riportato a casa.
All'improvviso guardò l'orologio. Le due del mattino... Mary... Doveva andare a casa. Subito, subito.
La porta era chiusa. Armeggiò in cerca delle chiavi, l'apri e si precipitò nel corridoio. Il palazzo era deserto. Giunse all'ingresso principale, lo aprì e ricordò di chiuderlo dietro di sé, anche se tremava per l'eccitazione.
Cercò di procedere a un passo normale, ma poi non ce la fece più, e si mise a correre, con la mente già proiettata in avanti. Giunse sulla veranda, attraversò la porta, corse su in camera da letto... Mary, Mary, chiamava... Entrò in camera come una furia... Lei era accanto alla finestra. Si girò di scatto, lo vide, e un'espressione di inarrestabile felicità si dipinse sul suo volto. Emise un grido di gioia... e poi si ritrovarono abbracciati, a baciarsi. Insieme, insieme.
«Mary» mormorò con voce strozzata mentre cominciava di nuovo a correre.
Il palazzo di Scienze Sociali, alto e nero, era alle sue spalle. Adesso dietro di lui c'era il campus, e lui correva felice lungo University Avenue.
I lampioni stradali sembravano ondeggiargli davanti. Il suo petto si sollevava in respiri ansimanti. Un dolore acuto gli tormentava il fianco. Aprì la bocca e poi, stremato, fu costretto a rallentare. Riprese fiato e ricominciò a correre.
Solo altri due isolati. Il profilo buio di casa sua si stagliava contro il cielo. C'era una luce in salotto. Lei era sveglia. Non si era arresa!
Il suo cuore volò fino a lei. Il desiderio del suo calore era quasi insopportabile.
Si sentiva stanco. Rallentò e si accorse che braccia e gambe gli tremavano vistosamente. Era l'eccitazione. Gli doleva il corpo, e si sentiva stordito.
Era arrivato al vialetto di casa. La porta era aperta. Attraverso la zanzariera, vide le scale che portavano al piano di sopra. Si fermò, con gli occhi che scintillavano febbrilmente.
«A casa» farfugliò.
Risalì barcollando il vialetto, fino ai gradini della veranda. Il suo corpo era scosso da spasmi di dolore. Si sentiva come se la testa dovesse esplodergli da un momento all'altro.
Aprì la zanzariera e raggiunse l'arco del salotto.
La moglie di John Randall dormiva sul divano,
Non c'era tempo per parlare. Lui voleva Mary. Si voltò e salì per le scale, incespicando.
Perse l'equilibrio, per poco non cadde. Cercò a tastoni il corrimano con la destra. Un urlo gli sgorgò e gli morì in gola. La mano si stava dissolvendo nell'aria. Rimase a bocca aperta, travolto dall'orrore.
«No!» Si sforzò di urlare, ma dalle sue labbra uscì solo un gemito beffardo.
Lottò per rimettersi in piedi. La disintegrazione stava accelerando. Le mani e i polsi si separavano. Si sentiva come se lo avessero gettato in una vasca di acido bollente.
Cercò di capire, ma la sua mente si avvitava su se stessa. E intanto continuava a trascinarsi su per le scale, ora sulle caviglie, ora sulle ginocchia, i rimasugli corrosi delle gambe in via di sparizione.
Poi capì tutto. Perché la cronocamera era chiusa. Perché non volevano mostrargli il suo cadavere. Perché il suo corpo era durato così a lungo. Era perché lui aveva raggiunto il 2475 vivo e dopo era morto. Adesso doveva tornare a quell'anno. Non poteva stare con lei nemmeno da morto.
«Mary!»
Cercò di gridare per chiamarla. Lei doveva sapere. Ma non uscì nessun suono. Sentì la sua gola che cadeva a pezzi. In qualche modo doveva raggiungerla, farle sapere che era tornato indietro.
Giunse al pianerottolo e attraverso la porta aperta la vide sdraiata sul letto: dormiva, stremata dal dolore.
La chiamò. Nessun suono. Lacrime di rabbia si riversarono dai suoi occhi doloranti. Era giunto alla porta, e si sforzava di entrare.
Senza di te per me non c'è più vita.
Ricordare quelle parole lo torturava. Il suo grido fu come un dolce gorgoglio di lava.
Ormai era svanito quasi del tutto. Ciò che rimaneva di lui si riversò sul tappeto come una nebbia mattutina: i suoi occhi neri erano come cristalli splendenti nel turbinio indistinto.
«Mary, Mary...» ormai poteva solo pensare «...quanto ti amo.»
Lei non si svegliò.
Con la forza di volontà si avvicinò al letto e si abbeverò della sua fuggevole visione. Era oppresso da una disperazione assoluta. Un flebile gemito si librò attorno al suo spettro.
Poi la donna sorrise nel suo sonno tormentato e rimase sola nella stanza, a parte due occhi spiritati che per un attimo restarono sospesi e poi scomparvero, come minuscoli mondi che avvampano alla nascita e, nello stesso momento, muoiono.