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richard matheson

sempre vicina a te (it)

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La nave dalle saldature argentate discese rapidamente attraverso il velo di nuvole frammentate, tuffandosi nell'atmosfera della Stazione Quattro. Le fiamme della decelerazione guizzavano rosse dalle bocche del reattore, contrastando con la violenza della loro spinta l'attrazione della forza di gravità.
L'aria divenne più densa. Il razzo scintillante scivolò più agevolmente, orientandosi verso il basso come un missile con paracadute. La luce del sole avvampava sulle fiancate metalliche e le acque azzurre dell'oceano ribollivano come se volessero inghiottirlo. La nave si abbassò disegnando un ampio arco e puntò verso il terreno dai toni rossi e verdi.
Nella piccola cabina i due uomini erano sdraiati, con le cinture di sicurezza allacciate, e aspettavano lo scossone del contatto. Avevano gli occhi chiusi, le mani strette ed esangui. I muscoli cercavano di opporsi alla decelerazione.
La terra si sollevò e ostruì la vista; la nave si depositò pesantemente sui sostegni di coda, scossa da un tremito. Poi, in un attimo, rimase immobile e silenziosa, dopo un viaggio senza problemi attraverso miliardi di chilometri nel vuoto della notte.
A quattrocento metri di distanza c'erano il magazzino, il villaggio e la casa.
Critico. Quello era il responso ufficiale. Doveva rimanere segreto, ma David Lindell lo conosceva lo stesso, così come tutti gli uomini della Wentner. La Stazione Quattro, gli Uccelli e lo Psicoreparto delle Tre Lune. Erano voci di corridoio e andavano prese con un po' di buon senso. Lindell sapeva anche quello.
Ma tutto aveva un significato; le risate, le allusioni, il silenzio dal piano di sopra. Sulle altre stazioni piazzavano sempre un uomo per due anni. Qui, sulla Quattro, il periodo era di soli sei mesi. Questo doveva significare qualcosa. Qui è più logorante, dicevano in sala riunioni, giù sulla Terra. La Compagnia Commerciale Interstellare Wentner non si intenerisce per delle scemenze. E Lindell ci credeva.
«Ma come dico sempre,» affermò «è inutile preoccuparsi.»
Lo disse a Martin, il pilota, mentre i due avanzavano lungo il vasto prato diretti verso il recinto lontano, trascinando il bagaglio di Lindell.
«Hai capito tutto» commentò Martin. «Non ti preoccupare.»
«È quello che dico sempre» replicò Lindell.
Dopo un po' passarono accanto al gigantesco magazzino silenzioso. Le porte scorrevoli erano semiaperte e Lindell vide l'interno di cemento armato, completamente vuoto, e la luce del sole che filtrava dal lucernario. Martin gli disse che la nave da carico l'aveva svuotato qualche settimana prima. Lindell grugnì e spostò il bagaglio.
«Dove sono gli operai?» chiese.
Martin mosse la testa ancora protetta dal casco e indicò il villaggio, a meno di trecento metri, dove abitavano gli operai. Dalle basse costruzioni bianche ordinatamente disposte a formare i tre lati di un rettangolo non proveniva alcun rumore. Sulle finestre si riverberava la luce del sole.
«Saranno tutti a dormire» ipotizzò Martin. «Quando hanno finito di lavorare dormono a lungo. Li vedrai domani quando ricominceranno a caricare.»
«Hanno con sé le famiglie?» chiese Lindell.
«No.»
«Credevo che fosse una politica della compagnia.»
«Non qui. Gli Gnee non hanno una gran vita familiare. Sono troppo pochi, e tutti piuttosto stupidi.»
«Bene» commentò Lindell. «Una meraviglia.» Si strinse nelle spalle. «Be', è inutile che me ne preoccupi.»
Mentre salivano le scale che portavano al corridoio della casa, Lindell chiese a Martin dove fosse Corrigan.
«È tornato a casa con la nave da carico» rispose Martin. «A volte lo preferiscono. Tanto qui non c'è niente da fare, una volta caricate le merci.»
«Oh» fece Lindell. «Che cos'è questa porta?» La aprì con un calcio e diede un'occhiata alla combinazione salottobiblioteca.
«Ci sono tutti i comfort» aggiunse.
«C'è anche di più» disse Martin, guardando oltre Lindell. «Laggiù c'è un proiettore cinematografico e un registratore a nastri.»
«Eccellente» disse Lindell. «Così se mi va potrò parlare con me stesso.» Poi fece una smorfia. «Scarichiamo queste valigie. Mi stanno spezzando le braccia.»
Proseguirono lungo il corridoio e nel passare Lindell diede un'occhiata al cucinino. Era rivestito di porcellana e ben tenuto.
«Questa donna Gnee sa cucinare?»
«Da quanto ho sentito dire» rispose Martin «farai una vita da pascià.»
«Mi fa piacere saperlo. A proposito, ha qualche idea del perché chiamano questo posto lo Psicoreparto delle Tre Lune?»
«Chi è che lo chiama così?»
«I ragazzi giù sulla Terra.»
«Quelli sono dei pisciasotto. Vedrai che qui ti troverai bene.»
«Ma perché è un incarico di soli sei mesi?»
«Ecco la tua camera» disse Martin.
Quando entrarono lei stava facendo il letto, con la schiena rivolta alla porta. Appena posarono le valigie, si girò.
Le mani di Lindell ebbero una contrazione. Oh be', si fece coraggio, nella mia vita ho visto di peggio.
Indossava un mantello pesante fissato al collo, che ricadeva fino a terra come un cono tronco di stoffa. Poteva vederle solo la testa.
Era una testa tozza, granulata, rosa e priva di capelli. Come il ventre chiazzato di una cagna incinta, decise Lindell. Al posto delle orecchie aveva delle cavità sui due lati della faccia piatta e senza mento. Il naso era un mozzicone con una narice sola. Le labbra erano grosse, simili a quelle di una scimmia, e si profilavano attorno a una boccuccia rotonda. Ciao bellezza, pensò Lindell, ma decise di non dirlo.
Lei attraversò silenziosa la stanza e Lindell sbatté gli occhi quando incontrò i suoi. Poi si vide porgere una mano umida e spugnosa.
«Ciao» le disse.
«Non può sentirti» gli spiegò Martin. «È telepatica.»
«Giusto, me n'ero dimenticato.» Ciao, pensò, e gli giunse subito il ciao di benvenuto. È bello averti qui.
«Grazie» disse lui. Sembra una tipa a posto, si disse, strana ma alla mano. Una domanda gli sfiorò il cervello come una mano timorosa.
«Sì, certo» disse. Sì, aggiunse nella mente.
«Che cosa?» chiese Martin.
«Mi ha chiesto se doveva disfare le valigie, mi pare.» Lindell si buttò sul letto. «Ahhh» disse. «Questo sì che mi piace.» Fece scorrere le dita indagatrici lungo tutto il materasso.
«Dimmi, come fai a sapere che è una lei?» domandò mentre insieme a Martin tornava indietro lungo il corridoio, lasciando la femmina Gnee a disfare le valigie.
«Dal mantello. I maschi non indossano mantelli.»
«Tutto qui?»
Martin fece un sorrisetto. «Più qualche altra piccola cosa che per te non ha nessun interesse.»
Si spostarono in salotto e Lindell provò la poltrona per vedere se era comoda. Si appoggiò all'indietro e accarezzò i braccioli con dita soddisfatte.
«Critica o no» disse «questa stazione è il massimo come comodità.»
Restò lì seduto, ripensando un attimo agli occhi di lei. Erano enormi, occupavano circa un terzo del volto; assomigliavano a dei grossi piatti, con al centro degli anelli scuri che erano le pupille. Ed erano umidi; come sfere piene di liquido. Si strinse nelle spalle, decidendo di lasciar perdere. E con questo? si disse. Non ha nessuna importanza.
«Eh? Che hai detto?» chiese, sentendo la voce di Martin.
«Ho detto... sii prudente.» Martin stringeva in mano una luccicante pistola a gas. «Questa è carica» lo ammonì.
«A chi può servire?»
«Non a te. Fa solo parte dell'equipaggiamento standard.» Martin tornò a riporla nel cassetto della scrivania e lo richiuse. «E sai dove si trovano tutti i tuoi libri, vero?» aggiunse. «L'ufficio del magazzino è sistemato come ogni altro ufficio delle stazioni.» Lindell annuì.
Martin diede un'occhiata all'orologio. «Be', adesso devo andare.»
«Vediamo» continuò poi mentre si dirigeva verso la porta, accompagnato da Lindell. «C'è qualcos'altro che devo dirti? Naturalmente conosci la regola che impone di non fare del male ai locali.»
«Chi mai farebbe del male... oops!»
Poco mancò che la urtassero mentre uscivano dalla stanza. Lei fece un salto all'indietro e li fissò, con gli occhi grandi e spaventati.
«Calmati, ragazza mia» la tranquillizzò Lindell. «Che ti prende?»
Mangiare? Il pensiero gli si presentò inatteso come un mendicante che bussasse alla porta di servizio della sua mente. Lui si mordicchiò le labbra e annuì. «Mi hai tolto le parole di bocca.»
La guardò e si concentrò. Torno appena avrò accompagnato il copilota alla sua nave. Preparami qualche cosa di buono.
Lei annuì con vigore e corse verso la cucina.
«Dove se ne va così di corsa?» gli chiese Martin mentre giravano per le scale, e Lindell glielo spiegò.
«Questo è ciò che chiamo servizio di lusso» aggiunse ridacchiando mentre scendevano. «La telepatia è una meraviglia. Nelle altre stazioni dovevo imparare metà della loro lingua per avere un panino col prosciutto, oppure dovevo insegnargli l'inglese per non morire di fame. In un caso e nell'altro ho dovuto penare per avere un pasto decente prima che imparassero un minimo.»
Sembrava compiaciuto. «Qui è una goduria» disse.
I loro pesanti stivali calpestarono l'erba alta, soffice e azzurrina, mentre si avvicinavano alla nave puntata verso il cielo. Martin gli tese la mano. «Goditi la vita, Lindell. Ci vediamo fra sei mesi.»
«Stammi bene. E da' un calcio nel sedere al vecchio Wentner da parte mia.»
«Lo farò.»
Guardò il pilota diventare sempre più piccolo man mano che si arrampicava lungo la scaletta metallica fino all'entrata. Un Martin minuscolo s'infilò nella nave e richiuse rumorosamente il portello metallico. Lindell rispose al saluto della piccola figura, poi si voltò e corse via per evitare la raffica dello scarico.
Rimase in piedi su una collinetta, al riparo di un albero dal folto fogliame rosso. Sentì un tossicchiare liquido provenire dal ventre della nave, poi una vampata di gas esplosivi. La vide sospesa per un attimo sullo scarico fiammeggiante, per poi schizzare via nel cielo verdeblu, lasciandosi dietro una striscia di piante annerite. Dopo un attimo scomparve alla vista.
Ritornò verso casa a passi lunghi e pigri, osservando con interesse la profusione di piante e fiori violacei che crescevano nel prato intorno a lui, e gli insetti bulbosi che vi giungevano in volo.
Si sfilò la giacca e la tenne su un braccio mentre camminava. Il sole caldo gli procurava una piacevole sensazione sulle spalle magre.
«Ragazzi,» disse nell'aria profumata «siete dei pisciasotto.»
Il grande sole fiammeggiante era quasi tramontato, tingendo il cielo con il rosso sangue del suo ciclico morire. Ben presto sarebbero sorte tre lune; e di certo avrebbero fatto ammattire chiunque cercasse un'unica ombra tutta per sé.
Lindell sedeva accanto alla finestra del salotto, guardando la campagna al di fuori. È imbattibile, pensò; non teme il confronto con l'aria, il clima o le cose che crescono sulla Terra in uno sbiadito technicolor. In quello sperduto angolo della galassia la natura aveva proprio superato se stessa. Lindell sospirò e si stiracchiò, domandandosi che cosa ci fosse per cena.
Bere?
Trasalì, sorpreso a metà di uno sbadiglio, e strinse le dita così forte da far scricchiolare le nocche.
La vide in piedi al suo fianco, che gli porgeva un vassoio con un bicchiere sopra. Allungò la mano per prenderlo, sentendo il cuore che riprendeva a battere normalmente dopo la sorpresa iniziale.
«Io avrei bussato, o qualcosa del genere» suggerì. Adesso i grandi occhi erano ellittici, e lo fissavano senza ombra di comprensione.
«Be', lasciamo perdere» disse, dopo aver mandato giù una sorsata del liquido caldo dal sapore penetrante. Fece schioccare la lingua e ne bevve un altro sorso, più lungo.
«È ottimo» disse. «Grazie, Amore.»
Si stupì di se stesso. Questa non me la sarei mai aspettata, decise. Amore? Fra tutti gli improbabili nomi dell'universo... La fissò con una risatina che gli gorgogliava nella gola.
Lei non si era mossa. Il suo volto era come impietrito in quello che lui giudicò essere un sorriso. Ma la sua bocca non era progettata per sorridere.
«Ehi, quand'è che si mangia?» le chiese, avvertendo un filo di disagio sotto lo sguardo immobile dei suoi occhi sferici e acquosi.
Lei si voltò e corse alla porta. Giunta lì, si voltò di nuovo.
È già tutto pronto, gli giunse il messaggio.
Lui sorrise, finì il suo drink, si alzò e seguì il suo incedere strascicato lungo il corridoio in penombra.
Allontanò il piatto con un sospiro e si appoggiò allo schienale della sedia.
«Ecco quello che io chiamo un pasto eccellente» disse.
Lindell avvertì il piacere di lei che gli riempiva la mente come lo scatto di una molla nascosta. Amore ti ringrazia. L'ha imparata subito la parola, pensò Lindell. Lei lo fissava a occhi sgranati. Sta cercando ancora di sorridere? pensò. L'espressione gli sembrava uguale a tutte le altre: la mimica facciale di un idiota. Pensò che sorridesse, però, per via dei pensieri che accompagnavano l'espressione.
Poi si scoprì gli occhi umidi per l'empatia e distolse lo sguardo, sbattendo le palpebre. Versò nervosamente un cucchiaino di zucchero nel caffè e lo girò. Si sentiva ancora addosso lo sguardo. I suoi pensieri si inquinarono e lei si voltò di colpo. Meglio così, pensò Lindell, e si sentì di nuovo bene.
«Ehi, dimmi Amore» cominciò. Be', tanto valeva farci l'abitudine, si disse. Ce l'hai un marito? I pensieri che gli tornarono indietro erano confusi.
Un compagno? riformulò.
Oh, sì.
Nel villaggio degli operai?
Loro non hanno compagne, rispose lei, e a Lindell sembrò di cogliere una nota di alterigia nella sua risposta.
Si strinse nelle spalle e bevve un sorso di caffè. «Be',» disse a se stesso «comunque un operaio soddisfatto farebbe crepare d'invidia tutti gli altri. Si mangerebbero le unghie, se le avessero. E dopo questa battuta, buonanotte.»
A letto aggiornò il diario, cosa che faceva molto spesso. In quelle pagine consumate c'erano i suoi commenti sparsi su una mezza dozzina di pianeti differenti. Questa era la sua settima raccolta. Il mio numero fortunato, annotò in inchiostro blu.
Di nuovo senza fare rumore. Dormire? La penna gli scivolò dalle dita e schizzò tre grosse macchie sulla carta. Sollevò lo sguardo e la vide che teneva ancora il vassoio.
«Già» rispose. Già. Grazie, Amore. Ma senti, perché non mi fai sapere quando...
S'interruppe, rendendosi conto che era fatica sprecata.
«Questo mi farà dormire?» le chiese. Oh, sì, fu la risposta.
Ne bevve una sorsata, fissando la pagina chiazzata d'inchiostro. Tanto avevo appena cominciato, si disse, non è che vada perduto chissà quale capolavoro. Strappò via la pagina e l'appallottolò.
«Questa è roba buona» disse, indicando il bicchiere con un cenno del capo. Sollevò la palla di carta. Buttarla via, eh? Buttarla via? gli chiese lei.
«Proprio così» rispose Lindell. «E adesso levati dai piedi. E poi che diavolo ci fai nella camera da letto di un uomo?»
Lei sgattaiolò lungo il pavimento e lui ridacchiò vedendola richiudere la porta silenziosamente dietro di sé.
Finito di bere, appoggiò il bicchiere sul comodino e spense la lampada. Si sistemò sul cuscino morbido con un sospiro. Che strane creature, pensò soddisfatto, e già pregustando il sonno.
Buona notte.
Riaprì le palpebre pesanti e si guardò intorno. Nella stanza non c'era nessuno. Si rimise giù.
Buona notte.
Si sollevò su un gomito, strabuzzando gli occhi nel buio.
Buona notte. «Oh» fece. «Buona notte anche a te.» I pensieri vennero meno. Lindell ricadde giù e spalancò la bocca in uno sbadiglio interminabile.
«Che ne dici?» farfugliò voltandosi di fianco.«Non ci sono trucchi. Lo vedi? Niente nemmeno nella manica. Che ne diresti di...»
Fece un sogno. Il sogno lo inzuppò di sudore.
Dopo colazione uscì di casa con i saluti che gli perforavano il cervello e si diresse verso il magazzino. Vide che gli uomini Gnee avevano già formato una fila in movimento, portando carichi sulla testa. Entrarono a passo di marcia nel magazzino, depositarono il loro fardello sul cemento e lo fecero controllare da un caposquadra Gnee che stava in mezzo al locale con in mano una cartella piena di bollette di carta sottile.
Al passaggio di Lindell tutti gli uomini si inchinavano e sembravano ancora più sottomessi, ma continuarono il loro andirivieni. Notò che le loro teste erano ancora più piatte di quella di Amore, con un colorito leggermente più scuro e gli occhi più piccoli. Avevano corporature robuste e muscolose. Hanno proprio un'aria stupida, pensò.
Quando raggiunse l'uomo che eseguiva i controlli e gli inviò un pensiero che non ricevette risposta, si rese conto che non erano nemmeno telepatici... o che non volevano esserlo.
«Ehi, bello» disse l'uomo con voce chioccia. «Io controllo. Tu controlli?»
«È tutto a posto» disse Lindell respingendo la cartella. «Basta che lo porti in ufficio quando il primo carico sarà completo.»
«Che?» disse l'uomo. Cristo, sei proprio una testa dura, pensò Lindell.
«Porta questo» ripeté, toccando col dito un blocco di fogli grappettati. «Portare in ufficio.» Indicò di nuovo. «Portare a me... me. Quando tutte merci caricate.»
La faccia chiazzata si accese in un'espressione di palpitante ottusità e l'uomo fece un breve cenno d'assenso. Lindell gli diede una pacca sulla spalla. Ragazzo mio, malignò fra sé e sé, scommetto che nei momenti più difficili diventi un fulmine. Si diresse verso l'ufficio digrignando i denti.
Entrò e si richiuse alle spalle la porta di plastivetro, poi diede un'occhiata in giro. L'ambiente era identico a quelli che ricordava di avere trovato sulle altre stazioni, a parte la branda nell'angolo. Non ditemi che la notte devo dormire qui, pensò con un gemito.
Si avvicinò. Sul cuscino piatto piuttosto sporco c'era l'impronta lasciata da una testa. Raccolse un capello castano chiaro. E questo che diavolo è? si domandò.
Sotto la branda trovò una cintura senza fibbia. Sulla parete accanto c'erano dei graffi profondi, come se qualcuno in preda a febbre alta avesse cercato di uscire dall'ufficio nel modo più difficile. Li esaminò.
«Questo posto è infestato» concluse scuotendo appena la testa. Poi si voltò alzando le spalle. È inutile che mi preoccupi, pensò. Devo passare qui sei mesi e niente riuscirà a farmi perdere il buonumore.
Sedette alla scrivania e tirò a sé il grosso registro della stazione. Con un'alzata di spalle sollevò la pesante copertina e cominciò a leggere dall'inizio.
Le prime annotazioni risalivano a vent'anni prima. Erano firmate da Jefferson Winters e, in seguito, da un più sbrigativo Jeff. Dopo sei mesi e cinquantadue pagine scritte con una calligrafia fitta, Lindell vide che la pagina cinquantatré era riempita da un messaggio vergato con caratteri più elaborati: Stazione Quattro, addio per sempre! A quanto pareva, Jeff non aveva avuto alcun problema ad ambientarsi.
Lindell si sistemò sulla sedia scricchiolante e si mise in grembo il pesante volume, con un sospiro di noia.
Era solo dopo il secondo mese di permanenza del sostituto di Winters che le annotazioni cominciavano a diventare confuse. C'erano parole illeggibili, una scrittura affrettata, errori cancellati e corretti, alcuni dei quali in apparenza a cura di un terzo sostituto, molto più tardi.
Andava avanti così per le successive noiosissime quattrocento pagine circa, una penosa sfilza di inesattezze, peraltro priva del minimo interesse per chi leggeva.
Giunto alle annotazioni prese da Bill Corrigan Lindell si raddrizzò con uno sbadiglio che gli fece lacrimare gli occhi, risistemò il volume sulla scrivania e lesse con maggiore attenzione.
Le annotazioni erano tutte uguali, con l'eccezione del primo incaricato; cominciavano in modo ordinato e pian piano peggioravano fino a diventare caotiche, mostrando errori sempre più strampalati col passare dei mesi, fino a trasformarsi in scarabocchi quasi illeggibili. Trovò anche delle operazioni di calcolo palesemente sbagliate che corresse con la sua consueta pignoleria.
Si accorse che la scrittura di Corrigan si interrompeva un pomeriggio, nel bel mezzo di una parola, e che per il residuo mese e mezzo della sua permanenza le pagine erano tutte bianche. Le scorse con attenzione, scuotendo lentamente la testa. Devo riconoscerlo, si disse, proprio non capisco perché.
Seduto in salotto all'ora del tramonto, in attesa della cena, Lindell cominciò ad avere la sensazione che in qualche modo i pensieri di Amore fossero vivi, come insetti minuscoli che strisciavano dentro e fuori gli interstizi del suo cervello. Certe volte erano quasi immobili, certe altre si agitavano freneticamente. Una volta, dopo essersi un po' risentito per il fatto che lei lo fissava sempre, i pensieri divennero implorazioni di invisibili supplicanti che gli artigliavano sgraziatamente il cervello.
Quel ch'era peggio, si rese conto in seguito mentre leggeva a letto, provava quella sensazione anche quando lei non si trovava nella stessa stanza. Era già abbastanza sconcertante sentirsi scorrere dentro quel flusso interminabile di pensieri quando lei gli era vicina, ma quella forma di controllo a distanza era davvero troppo per i suoi gusti.
Ehi, che ne dici? cercò di farla ragionare, ricorrendo alle maniere più gentili. Ma tutto ciò che ne ricavò fu l'immagine di lei che lo fissava a occhi spalancati, senza capire.
«Ah, stupidaggini» borbottò, e gettò il libro sul comodino. Forse è stato proprio questo, pensò mentre si preparava a dormire, a farli andare fuori di testa. Be', a me non succederà, promise a se stesso. Non ho nessuna intenzione di farmene un problema. Spense la lampada, disse buonanotte al mondo e si accinse a dormire.
«Dormi» farfugliò fra sé e sé, rilassato, quasi inconsapevole. Non fu sonno; comunque non abbastanza profondo. Una specie di torbida foschia travolse la sua mente e la riempì della solita scena, completa in ogni particolare. Sembrò condensarsi e sprofondare in una vampata. Poi s'ingrandì, si rigonfiò e lo inghiottì insieme a ogni altra cosa.
Amore. Amore. L'eco di un grido in un lungo corridoio nero. Il mantello che svolazzava. Vide le sue pallide fattezze. No, disse, resta lontana. Lontana... vicina... al di là... sopra. Urlò. No. No. No!
Balzò a sedere nel buio con un grugnito soffocato, gli occhi spalancati. Guardò come inebetito in giro per la stanza, mentre i suoi pensieri turbinavano.
Allungò la mano nell'oscurità e accese la lampada. S'infilò precipitosamente una sigaretta fra le labbra e si abbandonò contro la testata del letto, sbuffando nuvole spiraleggianti di fumo. Sollevò la mano e si accorse che tremava. Farfugliò parole senza senso.
Poi le sue narici vibrarono e le sue labbra si ritrassero per il disgusto. Che diavolo c'è di andato a male? si domandò. Nell'aria c'era un forte odore di saccarina, che peggiorava ogni secondo. Gettò via le coperte.
E li trovò ai piedi del letto: un grosso fascio di fiori color rosso cupo che qualcuno aveva sistemato lì.
Li guardò per un attimo, poi si piegò, li raccolse e li scagliò via. Si ritrasse con un sussulto quando si sentì pungere il pollice della mano destra da una spina.
Tamponò le dense gocce di sangue, poi succhiò la ferita, con il cervello travolto da quell'odore sempre più intenso.
È molto carino da parte tua, le trasmise telepaticamente, ma basta con i fiori.
Lei lo guardò. Non capisce, si rese conto Lindell.
«Mi capisci?» le chiese.
Rivoli di affetto gorgogliarono tra gli strati del suo cervello come sciroppo. Girò il caffè in modo frenetico e il trasferimento mentale si attenuò, quasi lei fosse intenzionata a non metterlo in difficoltà. La cucina era silenziosa, a parte il tintinnio delle posate sui piatti della colazione e il leggero frusciare del mantello di lei.
Lindell trangugiò il caffè e fece per alzarsi. Pranzerò verso le...
Lo so. Il suo pensiero trafisse il cervello di Lindell, con un tono di comando appena accennato. Lui sorrise fra sé e sé mentre si avviava verso il corridoio. Il messaggio telepatico gli era giunto come un velato rimprovero, quasi materno.
Poi, attraversando i campi, ricordò di nuovo il sogno, e il sorriso iniziale perse ogni connotato di allegria.
Per tutta la mattina si domandò nervosamente che cosa rendesse gli uomini Gnee così stupidi. Se lasciavano cadere un carico, per loro raccoglierlo diventava un'impresa. Sono come mucche senza cervello, pensò osservandoli dalle finestre dell'ufficio mentre portavano avanti faticosamente il loro lavoro, con lo sguardo ottuso e fisso, e le possenti spalle incurvate.
Adesso sapeva con certezza che non erano telepatici. Aveva provato più di una volta a trasmettere ordini con la mente e nessuno aveva recepito il messaggio. Reagivano unicamente a comandi ripetuti ad alta voce e formati da due, massimo tre sillabe. E si trattava sempre di una reazione passiva.
A metà mattinata alzò gli occhi dal cumulo di lavoro arretrato che Corrigan gli aveva lasciato in eredità e si rese conto, con un certo sgomento, che i pensieri di lei gli giungevano fino da casa.
Eppure non erano pensieri che lui potesse tradurre in parole. Erano sensazioni che gli si presentavano informi. Sentì che lo stava controllando, che gli inviava di tanto in tanto segnali esplorativi per accertarsi che lui non avesse problemi.
All'inizio la cosa lo divertì. Ridacchiò fra sé e sé e tornò al suo lavoro.
Ma poi i sondaggi assunsero una fastidiosa cadenza regolare e lui cominciò ad agitarsi sulla sedia. Si accorse che s'irrigidiva e che li aspettava per diversi secondi prima che arrivassero.
A fine mattinata cominciò a rifiutarli in modo consapevole; gettava la penna sul piano del tavolo e le ordinava rabbiosamente di lasciarlo in pace mentre lavorava. E i pensieri di lei s'interrompevano, non senza un certo avvilimento. Ma poi ricominciavano quasi subito, entità che gli strisciavano dentro senza farsene accorgere, e alle quali non riusciva a opporsi, nemmeno con gli insulti.
Cominciò a perdere il controllo. Lasciò l'ufficio e percorse a grandi passi il magazzino, strappando pacchi già aperti e controllando le merci con dita impazienti. I pensieri lo seguivano dovunque, assiduamente. «Ehi, bello» diceva il caposquadra Gnee ogni volta che Lindell passava, facendolo arrabbiare ancora di più.
Una volta si tirò su di scatto da una catasta di merci e strillò: «Sparisci!»
Il caposquadra sollevò un piede in aria, facendo volare via la penna e la cartella, e poi si nascose dietro un pilastro, guardando impaurito Lindell, il quale fece finta di non vederlo.
In seguito, tornato in ufficio, si sedette a pensare, tenendo il registro aperto davanti a sé.
Non c'era da stupirsi che gli Gnee non inviassero messaggi telepatici. Sapevano quello che andava bene per loro.
Poi guardò fuori dalla finestra la fila di operai che arrancava sotto i pesi.
E se non avessero semplicemente evitato la telepatia? Se ne fossero stati del tutto incapaci? Se una volta avessero posseduto quella facoltà e, proprio a causa di essa, fossero stati ridotti all'attuale stato di irrecuperabile stolidità?
Pensò a quello che gli aveva detto Martin a proposito delle donne, che erano in numero superiore agli uomini. E un'espressione gli penetrò nel cervello: matriarcato mentale. Ne rimase turbato, ma temette subito che potesse essere vera. Avrebbe spiegato come mai gli altri uomini fossero crollati in quel modo. Perché se erano le donne a comandare, poteva darsi benissimo che, nella loro innata brama di potere, non facessero distinzione fra i loro uomini e quelli provenienti dalla Terra. Un uomo è sempre un uomo. Si tormentò rabbiosamente alla possibilità di essere considerato alla stregua di uno di quegli idioti che vivevano al villaggio.
Si alzò di scatto. Non ho fame, pensò, non ho fame per niente. Ma tornerò a casa e le ordinerò di prepararmi il pranzo, e le dirò anche che non ho fame. La farò abituare all'idea di essere dominata, così non avrà modo di infastidirmi. Nessuna donna Gnee dagli occhi d'insetto, perdio, riuscirà a prendere il sopravvento su di me.
Poi sbatté le palpebre e distolse rapidamente lo sguardo quando si rese conto che stava fissando lo strano reticolo di graffi sulla parete più lontana dell'ufficio. E la cintura senza fibbia ancora arrotolata sotto la brandina.
Di nuovo il sogno. Gli lacerava i tessuti cerebrali con artigli affilati come rasoi. Lui era coperto di sudore. Si rigirò sul letto boccheggiando e tutto a un tratto si ritrovò sveglio a fissare l'oscurità.
Gli sembrò di vedere qualcosa ai piedi del letto. Chiuse gli occhi, scosse la testa e guardò di nuovo. La stanza era vuota. Sentì i pensieri che gli avevano invaso la mente recedere come una marea aliena.
Contrasse i pugni, infuriato. Era vicina a me mentre dormivo, pensò. Accidenti a lei, si è nascosta ed era vicino a me.
Scagliò via le coperte e ciabattò nervosamente verso il fondo del letto.
Non poteva vederli. Ma i fumi nauseabondi salivano a spirale dal pavimento come serpenti eretti che gli scivolassero dentro le narici. Si turò il naso e si lasciò cadere sul materasso, con lo stomaco in subbuglio. Perché? Il suo cervello continuò a domandarselo all'infinito.
Perché, mio Dio?
Gettò rabbiosamente i fiori a terra proprio davanti a lei, e i pensieri lo implorarono e si rovesciarono su di lui come gocce di pioggia.
«Ti avevo detto di no, o sbaglio?» le gridò.
Poi sedette al tavolo e recuperò come meglio poté il controllo di se stesso. Devo restare qui a lungo, si impose. Calmati, calmati.
Adesso era sicuro di sapere come mai il periodo durava solo sei mesi. Era più che sufficiente. Ma io non mi arrenderò. Se lo impose come un ordine. Sta' pur certo che non sarà lei a cedere per prima, perciò abbi cura di te stesso. È troppo stupida per arrendersi, pensò volutamente, sperando che il pensiero giungesse fino a lei.
In apparenza accadde proprio questo, perché le spalle di lei cedettero miseramente, come di schianto. E durante la colazione gli si mosse intorno come uno spettro timoroso, guardando da un'altra parte e tenendo per sé i suoi pensieri. A quel punto Lindell si scoprì quasi dispiaciuto per lei. Probabilmente non è stata colpa sua, pensò, è semplicemente una caratteristica innata delle donne Gnee che le porta a dominare gli uomini.
Poi si rese conto che i suoi pensieri gli erano di nuovo addosso, teneri e dolcemente riconoscenti. Cercò di non farsi coinvolgere e di ignorarli, mentre tentavano di insinuarsi nella sua apatia come esche appuntite bagnate di miele.
Lavorò duro per tutto il giorno e pagò il caposquadra Gnee in spezie e granaglie perché le distribuisse fra gli operai. Si domandò se alla fine quei compensi finissero in mano alle donne. Dovunque si trovassero.
«Sto registrando la mia voce» dettò al registratore quella sera. «Voglio sentirmi parlare in modo da potermi dimenticare di lei. Non c'è nessun altro con cui parlare e così dovrò farlo con me stesso. Triste situazione. Be', eccoci qua.
«Sono sulla Stazione Quattro, gente, me la spasso un mondo e vorrei che foste qui al posto mio. Oh, non è così brutta, non fraintendetemi. Ma credo di sapere che cosa ha messo fuori combattimento Corrigan e i poveri bastardi che lo hanno preceduto. È stata Amore con la sua mente cannibale, a mangiarseli. Lasciate che vi dica una cosa: non mangerà anche me. Su questo potete scommetterci. Amore non riuscirà a...
«No, non ti ho chiamato! Andiamo, esci dalla mia vita, ti dispiace? Vattene al cinema o fa' quello che ti pare. Già, già, lo so. Be', allora vattene a letto. Basta che mi lasci in pace.» In pace.
«Ecco. Parlavo con lei. Dovrà fare i salti mortali per portarmi a graffiare i muri con le unghie.»
Ma quando andò a dormire chiuse accuratamente a chiave la porta della camera. E nel sonno gemette per via del solito incubo, si agitò in continuazione, e la pace e il rilassamento andarono a farsi benedire.
Si girò e si rigirò nel dormiveglia fino al primo mattino, poi saltò giù dal letto e andò a controllare la porta. Armeggiò con la serratura senza quasi sentire le mani, e alla fine il suo cervello ottenebrato si rese conto che la porta era ancora chiusa a chiave. A quel punto tornò a letto senza nemmeno riuscire a camminare dritto e piombò in un sonno istupidito.
Quando si svegliò al mattino c'erano dei fiori di un porpora sgargiante ai piedi del letto, che emanavano un odore orribile. La porta era chiusa a chiave.
Non riuscì a rivolgerle nessuna domanda perché lasciò la cucina in preda alla nausea quando lei lo chiamò caro.
Niente più fiori! Lo prometto! esclamarono i pensieri, inseguendolo. Lindell si chiuse in salotto e sedette alla scrivania, con una sensazione di malessere. Non perdere il controllo di te stesso! ordinò al suo sistema nervoso, stringendo convulsamente le mani e i denti.
Mangiare?
Era fuori dalla porta, lui lo sapeva. Chiuse gli occhi. Vattene, lasciami solo, le disse.
Scusami, caro, disse lei.
«Piantala di chiamarmi caro!» urlò Lindell, sbattendo il pugno sul piano della scrivania. Mentre si agitava sulla sedia la fibbia della cinta s'impigliò nella maniglia del cassetto, che uscì fuori dall'alloggiamento. Si ritrovò a fissare la lucida pistola a gas. Quasi senza accorgersene allungò la mano e ne accarezzò la canna levigata.
Richiuse il cassetto con un gesto convulso. Non se ne parla nemmeno! giurò.
Tutto a un tratto si guardò intorno, sentendosi solo e libero. Si alzò e si precipitò alla finestra. La vide che correva giù nei campi con un cesto sotto il braccio. Sta andando a cogliere delle verdure, pensò. Ma che cosa l'avrà spinta ad andarsene così di fretta?
Ma certo. La pistola. Doveva avere colto i suoi pensieri saturi di intenzioni violente.
Sospirò e si rilassò un poco, come se il suo cervello fosse stato ripulito da fluidi densi e nocivi.
Ho ancora delle carte da giocare, si disse per calmarsi.
Mentre lei era fuori, Lindell decise di dare un'occhiata nella sua stanza per vedere se riusciva a trovare la porta scorrevole che le consentiva di entrare in camera sua con i fiori. Corse lungo il corridoio e spalancò la porta, entrando in una stanzetta dal mobilio ridotto al minimo.
Il suo cervello venne immediatamente aggredito dall'odore di un mucchio di quei maleodoranti fiori viola sistemati in un angolo. Si tenne la mano davanti alla bocca mentre fissava disgustato i germogli vivi e morti.
Che cosa rappresentano? si domandò. Un'offerta dettata dalla premura? Gli si contrasse la gola. O c'era qualcosa di più? Sorrise a mezza bocca di quell'idea, ricordando la prima sera in cui l'aveva chiama Amore. Che diavolo gli era venuto in mente di scegliere proprio quel nome fra i tanti possibili? Sperò di non saperlo mai.
Sul divano trovò una piccola pila di oggetti di varia natura. C'era un bottone, un paio di lacci da scarpe rotti, e il pezzo di carta appallottolato che le aveva detto di gettare. E la fibbia di una cintura con le iniziali W. C. incise sopra.
Non c'erano porte nascoste.
Sedette in cucina a fissare una tazza di caffè che non toccò nemmeno. Non c'era modo per potere entrare nella sua stanza. W. C. William Corrigan. Doveva lottare, continuare a lottare.
Il tempo passò. E improvvisamente si rese conto che lei era rientrata. Non ci fu nessun rumore; fu come il ritorno di un fantasma. Ma lui lo sapeva con certezza. Una nuvola di pensieri la precedette, scorrazzò in tutte le stanze come un cucciolo eccitato, cercando. I pensieri turbinarono. Stai bene? Non sei arrabbiato? Amore è tornata... il tutto in modo concitato, quasi bramoso di raggiungerlo.
Entrò nella stanza così velocemente che Lindell trasalì e contrasse le dita sulla tazza, facendola rovesciare. Il liquido bollente gli schizzò sulla camicia e sui calzoni, mentre lui faceva un salto all'indietro, urtando contro la sedia.
Lei posò il cesto e prese un tovagliolo per ripulire le macchie. Non gli era mai stata così vicina. Anzi, non lo aveva mai toccato prima, a parte la stretta di mano iniziale.
C'era un aroma intorno a lei, che opprimeva il petto di Lindell. E per tutto il tempo i suoi pensieri accarezzarono la sua mente, mentre sembrava che le sue mani volessero accarezzare il suo corpo.
Ecco. Ecco.... Sono qui con te.
David caro.
Quasi inorridito, Lindell fissò la sua pelle rosa e spugnosa, i suoi occhi enormi, la sua piccola bocca simile a una ferita.
E in ufficio, quella mattina, commise tre errori di fila sul registro, strappò un'intera pagina e la gettò lontano con un grido strozzato di rabbia.
Evitarla. Protestare non serviva a niente. Cercò di appiattire il proprio campo mentale in modo che i pensieri di lei non si potessero insediare. Se rilassava a sufficienza la sua mente, quei pensieri andavano e venivano. Magari portandosi via un po' della sua volontà, ma doveva correre il rischio.
E se si metteva d'impegno e si riempiva la testa di pesanti serie di numeri, riusciva a tenerla a distanza e le mani non gli tremavano così tanto.
Forse dovrei dormire in ufficio, si disse. Poi trovò l'appunto di Corrigan.
Era scritto su un foglietto di carta infilato nel registro. Bianco su bianco, gli era quasi sfuggito. Lo scoprì soltanto perché sfogliava le pagine una per volta, leggendo le date ad alta voce in modo da tenere occupata la mente.
Dio mi aiuti, diceva l'appunto, in lettere nere e irregolari. Amore passa attraverso le pareti!
Lindell lo fissò a occhi sbarrati. L'ho visto con i miei occhi, continuava lo scritto, sto diventando pazzo. Sempre quella maledetta mente animalesca che mi tormenta e mi consuma. E adesso non posso nemmeno tenere a distanza il suo corpo. Ho dormito qui, ma lei è venuta lo stesso. E io...
Lindell lo lesse una seconda volta e per lui fu come se un vento alimentasse le fiamme del terrore. Attraverso le pareti. Quelle parole lo angosciavano. Era possibile?
Ed era stato Corrigan a chiamarla Amore. Fin dall'inizio la relazione si era sviluppata secondo le condizioni imposte da lei. Lindell non aveva avuto alcuna voce in capitolo.
«Amore» farfugliò, e tutto a un tratto i pensieri di lei lo avvilupparono come le ali di un uccello rapace piombato dal cielo. Aprì le braccia e urlò: «Lasciami in pace!»
E, mentre la sua mente fantasma scivolava via, Lindell ebbe la sensazione che lo facesse con meno timidezza, con la pazienza di qualcuno che conosce la sua grande forza e può permettersi di mostrarla senza ritegno.
Si accasciò sulla sedia, improvvisamente spossato, svuotato di ogni energia dal suo tentativo di opporsi. Appallottolò il foglietto nella mano destra, pensando ai graffi sulla parete alle sue spalle.
E vide con gli occhi della mente Corrigan che si gettava febbricitante sulla branda, e poi si ritraeva con un grido di orrore nel vederla in piedi di fronte a lui. E poi? Poi? La scena divenne buia.
Si passò una mano tremante sul viso. Non cedere, si disse. Ma fu più una supplica spaurita che un ordine. Angoscianti nebbie di premonizione si riversarono dentro di lui in gelide ondate. Passa attraverso le pareti.
Quella notte versò nuovamente nel lavandino del bagno la pozione che lei gli aveva preparato. Chiuse a chiave la porta e, nella stanza buia, si acquattò in un angolo, in attesa, con gli occhi febbrili e i polmoni scossi da respiri spasmodici.
Il termostato scattò; la temperatura scese. Le assi di legno divennero gelide e lui cominciò a battere i denti. Non andrò a dormire, s'impegnò accanitamente con se stesso. Non capiva perché, ma all'improvviso l'idea di mettersi a letto lo atterriva. Non lo so, si costrinse a pensare: in realtà si rendeva confusamente conto che invece sapeva, ma non voleva ammetterlo, nemmeno per un secondo.
Ma dopo ore di inutile attesa dovette raddrizzarsi, le giunture urlanti, e si trascinò a letto. Scivolò sotto le coperte e giacque lì tremante, sforzandosi di rimanere sveglio. Verrà mentre sono addormentato, pensò, non devo prendere sonno.
Quando si svegliò al mattino, sul pavimento c'erano dei fiori per lui E quello fu solo un altro giorno di una serie che si allungò nel corso dei mesi.
Ci si può abituare all'orrore, pensò. Quando ha perso la sua immediatezza e non è più pungente, e si è trasformato in un'abitudine regolare. Quando si è degradato a una catena di eventi che ottenebrano la mente. Quando i turbamenti sono come scalpelli che incidono e corrodono i gangli fino a estirpare ogni sensibilità.
Eppure, anche se non era più terrore, in effetti era ancora peggio. Perché i suoi nervi erano scoperti e sanguinavano di una rabbia senza fine. Combatteva le sue battaglie fino all'ultimo secondo, ormai privato della sua volontà, le urlava contro per allontanarla, e dalla mente sfinita riversava su di lei raffiche di odio puro; tormentato dal modo che aveva lei di arrendersi, riuscendo a fare di quelle rese altrettante vittorie. Lei tornava sempre. Come un gatto insolente lo adulava strofinandoglisi contro di continuo, riempiendolo di pensieri di... Ma sì, ammettilo! urlava a se stesso nel corso delle sue notti tormentate...
Pensieri d'amore.
E c'era quella sensazione latente, la promessa di una nuova forte emozione che avrebbe schiantato il suo edificio già pericolante. Bastava quello: una spinta ulteriore, un altro taglio di lama, un ultimo, sconvolgente colpo di martello.
La minaccia informe lo sovrastava. Lui l'attendeva, si teneva pronto ad accoglierla un centinaio di volte all'ora, specialmente di notte. Aspettava. Aspettava. E in certi momenti, quando credeva di sapere che cosa lo attendesse, lo sgomento dell'ammissione lo faceva rabbrividire e gli faceva venire voglia di graffiare le pareti e di rompere le cose e di correre fino a che il buio non lo avesse inghiottito.
Se solo potessi dimenticarla, pensò. Sì, se potessi dimenticarla per un po', soltanto per un po', andrebbe tutto bene.
Lo disse sottovoce, solo per se stesso, mentre sistemava il proiettore in salotto.
Posso vedere? gli chiese lei dalla cucina in tono supplichevole.
«No!»
Adesso ogni sua risposta, espressa a voce o solo pensata, era come il rimprovero ringhioso di un vecchio irascibile. Se solo fossero finiti i sei mesi. Era quello il problema. Il tempo non passava abbastanza velocemente. E il tempo era come lei: non ci si poteva ragionare, né lo si poteva intimidire.
Sullo scaffale a parete c'erano diverse bobine, ma la sua mano scattò senza esitare e ne scelse una. Non ci fece nemmeno caso; ormai la sua mente aveva fatto il callo ai suggerimenti.
Montò la bobina e spense le luci. Si mise a sedere con un sospiro di stanchezza mentre il tremolante cono di luce biancastra usciva dalla lente, proiettando le immagini sullo schermo.
Un uomo magro con la barba scura era in posa a braccia conserte ed esibiva i denti bianchi in un sorriso artificiale. Si avvicinò alla macchina da presa. Il sole brillò, oscurando per un attimo il film. Schermo nero. Titolo: Ritratto di me.
L'uomo, con gli zigomi sporgenti e gli occhi luminosi, rideva silenziosamente dallo schermo. Indicò di lato e la macchina piegò in quella direzione. Lindell trasalì.
Era la stazione.
Doveva essere autunno perché quando la macchina puntò oltre la casa e il villaggio, oscillando un momento come se fosse passata da una mano all'altra, lui vide gli alberi circondati da cumuli di foglie morte. Restò seduto, scosso da un tremito, in attesa di qualcosa, ma senza sapere cosa.
Lo schermo si annerì. Un altro titolo scritto rozzamente in lettere bianche: Jeff in ufficio.
L'uomo fissava la macchina da presa, con un sorriso idiota sul viso, il bianco della carnagione accentuato dal profilo nero della barba.
Dissolvenza. L'uomo che ballava nel magazzino vuoto, le mani delicatamente protese in aria, i capelli neri che saltavano freneticamente sulla testa.
Un altro titolo lampeggiò sullo schermo. Lindell si irrigidì sulla sedia, senza fiato.
Titolo: Amore.
C'era la sua faccia orripilante in bianco e nero. Stava in piedi accanto alla finestra della sua camera, con un'espressione di gioia dipinta sul viso. Adesso poteva affermare che si trattava di gioia. Una volta avrebbe detto che sembrava una pazza, con quella bocca contorta come una cicatrice ancora fresca e gli occhi grotteschi stralunati.
Lei ruotò e il mantello svolazzò. Lindell vide le sue caviglie rigonfie, ed ebbe una contrazione allo stomaco.
Lei si avvicinò alla macchina da presa; Lindell vide le palpebre appannate scivolarle sugli occhi. Si sentì le mani scosse da un tremito irrefrenabile. Era il suo sogno. Lo fece stare male. Era il suo sogno in ogni particolare. Allora non era mai stato un sogno... comunque non prodotto dalla sua mente.
Un rantolo gli salì alla gola. Lei si stava togliendo il mantello. Ecco! urlò la sua mente strozzata dal panico. Lindell gemette e allungò la mano tremante per spegnere il proiettore.
No.
Era un comando gelido nell'oscurità. Guardami, gli ordinò. Lindell rimase seduto, incapace di muoversi, fissando terrorizzato e affascinato il mantello che le scivolava dal collo, mettendo a nudo le sue spalle rotonde. Lei si mosse con un gesto sensuale. Il mantello scese pesantemente al suolo, afflosciandosi in un ammasso informe.
Lindell urlò.
Allungò un braccio e urtò il metallo surriscaldato del proiettore, che cadde a terra. La stanza piombò nel buio. Riuscì faticosamente a rimettersi in piedi e si mosse a tastoni. Bella? Bella? La parola lo martoriò senza pietà mentre cercava alla cieca la porta. La trovò, uscì come una furia in corridoio. Si aprì la porta della camera di lei e Lindell la vide nella mezza luce, con il mantello che le pendeva da una spalla liscia.
Si bloccò di scatto. «Vattene da qui!» le gridò.
No.
Fece un movimento convulso nella sua direzione, le mani protese e rigide come artigli. La visione della sua pelle rosa e molliccia lo costrinse a voltarsi. Sì? gli propose la mente di lei. Gli sembrò di cogliervi un tono allusivo...
«Ascoltami!» gridò, cercando la porta della sua camera. «Ascoltami, devi andartene, capisci? Va' dal tuo compagno!»
Si piegò all'indietro, travolto da un orrore totale.
Adesso sono con lui, aveva detto il messaggio di risposta.
Il pensiero lo paralizzò. La fissò a bocca aperta, con il cuore che picchiava colpi cadenzati e martellanti, mentre il mantello le scivolava dalle spalle e cominciava a scoprirle le braccia.
Lindell le girò le spalle con un urlo e sbatté la porta dietro di sé. Le sue dita si strinsero tremanti sulla serratura. Si sentiva la mente invasa dal piagnucolio dei pensieri di lei. Gemette per la paura e il malessere, e seppe che era tutto inutile perché tanto non poteva chiuderla fuori.
C'erano delle scimmie che gli chiacchieravano dentro la testa. Erano sdraiate sulla schiena, in cerchio, e prendevano a calci l'interno del suo cranio. Ne strappavano masse gelatinose di materia grigia con gli artigli luridi, e le strizzavano.
Rotolò di fianco con un gemito. Impazzirò, si disse. Come Corrigan, come tutti gli altri a parte il primo; quell'individuo viscido che ha dato il via a tutto, che ha aggiunto un nuovo e spaventoso sedimento alle pieghe della sua mente dominatrice di Gnee, che l'ha chiamata Amore con intenzione.
Si drizzò a sedere con un rantolo di terrore, fissando il fondo del letto. Passa attraverso le pareti! ululò la sua mente. Lì non c'è niente, gli dissero i suoi occhi. Strinse le lenzuola con le dita. Sentì il sudore che gli scolava dalla fronte e poi rotolava giù lungo il naso.
Si sdraiò. Poi si alzò di nuovo, piagnucolando come un bambino. Una nuvola di oscurità gli stava ricadendo addosso. Lei. Lei. Gemette. «No.» Nel buio. Tutto inutile.
Pianse come un bambino. Dormire. Dormire. La parola pulsò, si gonfiò e gli riempì il cervello. Questo è il momento. Lui lo sapeva, lo sapeva, lo sapeva...
La lama che cade, la sanità mentale decapitata che finisce zampillando sangue nel canestro.
No! Si sforzò di tirarsi su, ma non ne fu capace. Dormire. La notte gli vorticava intorno come una marea nera, lo braccava.
Dormire.
Ricadde sul cuscino, si sollevò debolmente su un gomito.
«No.» Aveva i polmoni come incrostati. «No.»
Lottò. Era troppo. Esalò un urlo impastato e gorgogliante. Lei fece forza sulla sua volontà, schiantata e ormai inutile. Adesso usava tutta la sua energia e lui era privo di resistenza, sfiancato. Si accasciò contro il cuscino, inerte, con gli occhi vitrei. Emise un debole gemito e chiuse gli occhi... li riaprì... li richiuse... li riaprì... li richiuse...
Di nuovo il sogno. Follia. Non un sogno.
Quando si svegliò non c'erano fiori. Il corteggiamento era terminato. Aprì la bocca senza capire, fissando incredulo il segno del corpo sul letto accanto a lui.
Era ancora caldo e umido.
Rise ad alta voce. Scrisse imprecazioni sul suo diario. Le scrisse a caratteri cubitali neri, tenendo la penna come un coltello. Le scrisse anche sul registro. Strappò le ricevute se non erano del colore giusto. Adesso le sue annotazioni erano linee sghembe di cifre simili a tentacoli ondulati. Qualche volta se ne preoccupava, ma per lo più non ci faceva nemmeno caso.
Girovagò nel magazzino pieno, dietro le porte chiuse a chiave, con gli occhi iniettati di sangue e parlottando fra sé. Si arrampicò sui mucchi di merci e sbirciò il cielo vuoto attraverso il lucernario. Pesava sette chili di meno e non si lavava da giorni. La faccia era annerita dalla barba lunga, e non l'avrebbe più tagliata. Lo voleva lei. Non voleva che si lavasse, che si facesse la barba e che avesse un aspetto sano. Lo chiamava Jeff.
Non puoi opporti, si diceva Lindell. Non puoi vincere perché hai già perso. Se guadagni qualcosa lo riperdi subito, perché quando sei troppo stanco per lottare lei ritorna e si riprende la tua città e la tua anima.
Ecco perché, in magazzino, dove nessuno lo poteva sentire, diceva a bassa voce: «C'è una cosa sola da fare.»
Ecco perché, a notte fonda, sgattaiolò nel salotto e s'infilò in tasca la pistola a gas. Non fare del male agli Gnee. Be', questo non era esatto. O uccidi o vieni ucciso. Ecco perché porto con me la pistola quando vado a letto. Ecco perché l'accarezzo mentre fisso il soffitto. Sì, le cose stanno così. Questa è la mia isola, sulla quale riposerò notte e giorno.
Ed elaborava progetti come un animale che si mette a fiutare le pietre piatte in cerca di insetti da mangiare.
Giorno dopo giorno, dopo giorno. Sussurrò: «Uccidila.»
Annuì e sorrise fra sé, accarezzando il metallo freddo. Tu sei mia amica, disse alla pistola, sei la mia unica amica. Lei deve morire, lo sappiamo bene tutti e due.
Elaborò una quantità di progetti e tutti si ridussero a uno solo. La uccise mentalmente un milione di volte... nei recessi cerebrali segreti che aveva scoperto e aperto, dove poteva rannicchiarsi, indisturbato, mentre organizzava i suoi piani.
Animali. Andò a guardare il villaggio degli operai. Animali. Non ho nessuna intenzione di finire come voi. Non ho nessuna intenzione nessuna intenzione nessuna intenzione...
Si alzò dalla scrivania, malfermo sulle gambe, con gli occhi spalancati, e la bava che gli colava dalla bocca. Strinse forte la pistola nella mano quasi paralizzata.
Spalancò la porta dell'ufficio e uscì barcollando sul cemento, in mezzo alle corsie che si aprivano fra le pile di pacchi alte fino al soffitto. La bocca ridotta a una linea sottile. Continuò a tenere la pistola puntata.
Sollevò il catenaccio metallico e tirò a sé una pesante porta. Emerse nella luce accecante del sole e si mise a correre. Dalla casa filtravano ondate di terrore, che gli procurarono piacere. Corse più forte. Cadde, perché le gambe erano fiacche. La pistola volò via. La cercò annaspando e si tolse di dosso la polvere. Adesso vedremo, promise alle scimmie nella sua testa, adesso.
Si rialzò in preda alle vertigini. Cominciò ad avvicinarsi zoppicando alla casa.
Sentì un rombo nell'aria, una vampata di luce gli guizzò sulle guance e sugli occhi. Alzò lo sguardo, sbatté gli occhi e vide la nave da carico.
Sei mesi.
Mollò la pistola e vi si lasciò cadere accanto, strappando come istupidito l'erba azzurrina. In preda a una sorta di stordimento continuò a fissare la nave mentre scendeva, finché non prese terra, i portelli si aprirono e ne uscirono degli uomini.
«Be',» disse «questo taglia la testa al toro.»
E la sua voce era normale, anche se scoppiò a ridacchiare e a singhiozzare e ad agitare i pugni nell'aria.
«Adesso starai bene» gli dissero mentre tornava verso la Terra. E gli iniettarono dei sedativi, per calmarlo e aiutarlo a dimenticare.
Ma lui non dimenticò mai.
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