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richard matheson

sogni a occhi aperti (it)

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Chi avesse sorvolato la città a quell'ora di quel giorno, identico a qualsiasi altro giorno dell'anno 3850, avrebbe giurato che ogni forma di vita fosse scomparsa.
Saettando in mezzo alle guglie luccicanti, avrebbe cercato inutilmente un segno dell'attività dell'uomo. Il suo sguardo avrebbe scandagliato i nastri delle grandi autostrade, che s'intrecciavano come l'ordito di un enorme telaio. Ma non avrebbe visto nessuna automobile, soltanto le corsie vuote e il susseguirsi di luci colorate dei semafori, che continuavano imperterriti ad ammiccare.
Sprofondando fra le torri scintillanti, aggirandole di qua e di là, avrebbe potuto vedere i marciapiedi mobili, la studiata rotazione dei giganteschi ventilatori stradali, caldi d'inverno e freddi d'estate, le minuscole porte che si aprivano e si richiudevano, le fontane dei parchi che schizzavano in aria le loro metodiche colonne d'acqua.
Proseguendo, avrebbe raggiunto i grandi spazi aperti sui quali le lucide astronavi erano allineate davanti ai loro hangar. Ancora più in là avrebbe visto il fiume, le navi metalliche arenate sulla spiaggia, con la schiuma che gorgogliava delicatamente dalle loro poppe per effetto dell'interminabile azione dei motori.
Poi sarebbe ritornato verso la città vera e propria, cercando qualche segno di vita negli ampi viali, nel reticolo di strade, nello schema meticoloso di abitazioni della zona residenziale, nella metallica solidità del quartiere commerciale.
La ricerca sarebbe stata inutile.
Ogni movimento in basso sembrava di origine meccanica. E, sapendo di che città si trattasse, i suoi occhi si sarebbero soffermati in cerca dei cittadini e avrebbero osservato con attenzione le tozze strutture metalliche che si spingevano a più di settecento metri di distanza. Queste costruzioni metalliche ospitavano le macchine, sempre attive, i servitori ronzanti e perfettamente organizzati dei cittadini.
Erano queste macchine che facevano tutto: ripulivano l'aria dalle impurità, azionavano i marciapiedi, aprivano le porte, inviavano impulsi sincronizzati ai semafori, curavano la manutenzione delle fontane e delle astronavi, delle imbarcazioni del fiume e dei ventilatori.
E in queste macchine, vista la loro impeccabile efficienza, gli abitanti della città riponevano una cieca fiducia.
Al momento i cittadini riposavano nelle loro stanze, sui letti pneumatici. E la musica che sgorgava dagli altoparlanti, la fresca brezza che usciva dai ventilatori, la stessa aria che respiravano... tutto ciò proveniva dalle macchine, le fidate, inesauribili, infallibili macchine.
Adesso avrebbe sentito una specie di brusio nelle orecchie. Adesso la città si stava risvegliando.
C'era un brusio, un brusio incessante.
Lo hai sentito appena emerso dal nero turbinio del sonno. Hai arricciato il naso e i venti condotti neurali che conducevano alle autostrade delle tue estremità hanno avuto una contrazione.
Il suono si è fatto più profondo, è penetrato attraverso uno strato di sonnolenza e ha proteso un dito impaziente fino alla materia pulsante del tuo cervello. Hai girato la testa sul cuscino e hai fatto una smorfia.
Ma il ronzio non cessava. Hai allungato la mano stupefatta e hai sollevato il ricevitore. Con un solo occhio aperto per puro sforzo di volontà, hai farfugliato stancamente qualcosa nel microfono.
«Capitano Rackley!» La voce tagliente come la lama di un coltello ti ha fatto digrignare i denti.
«Sì» hai detto.
«A rapporto immediatamente, al quartier generale della sua compagnia!»
Quella voce ha cancellato il sonno e la contrarietà, come un vecchio giocatore di scacchi che, irritato, spazzasse via tutti i pezzi dalla scacchiera. I muscoli del tuo stomaco si sono messi in funzione e sei saltato a sedere sul letto. Dentro il tuo nobile petto, quella palla di carne pulsante che è causa della circolazione sanguigna ha ritenuto opportuno dilatarsi e contrarsi con enfasi più marcata. Le tue ghiandole sudorifere si apprestavano a mettersi opportunamente in attività, pronte all'azione, al pericolo, all'eroismo.
«È...» stavi cominciando.
«A rapporto, immediatamente!» ha gracchiato la voce, e c'è stato un violento clic nel tuo orecchio.
Tu, Justin Rackley, hai lasciato cadere il ricevitore plonk nella sua forcella e sei balzato giù dal letto in un trionfo di lenzuola svolazzanti.
Sei corso alla porta del guardaroba e l'hai spalancata. Sei sprofondato dentro e ne sei riemerso subito con i pantaloni attillati e la tunica che aderiva al tuo petto da atleta. Li hai indossati, ti sei lasciato cadere su una sedia vicina e hai infilato i piedi negli anfibi neri.
E il tuo viso rifletteva pensieri cupi, oh quanto cupi. Dopo esserti pettinato i folti capelli biondi sapevi con certezza di quale emergenza si trattasse.
I Rugginosi! Eccoli di nuovo!
Ben sveglio, adesso, hai arricciato il naso con consapevole sangue freddo. I Rugginosi erano cibo rivoltante per il pensiero, con le loro dodici zampe, segno di progenitori alieni, e il loro essudato fatto di uno schifoso umore da rettili.
Appena schizzato via da casa, dopo aver saltato la balaustra ed essere sceso a precipizio per le scale, tornavi a domandarti da dove avessero avuto origine quei nauseanti Rugginosi, quale odiosa promiscuità avesse generato quella stirpe di mostri. Ti domandavi dove vivessero, dove mettessero al mondo la loro raccapricciante progenie, dove tenessero le loro adunate di guerra, da dove iniziassero a strisciare verso l'alto per raggiungere le grandi spaccature terrestri dalle quali attaccavano in massa.
Senza nessuna risposta a portata di mano per tutte quelle interminabili domande, sei corso fuori dal palazzo e hai sceso di slancio le scale fino alla tua fedele automobile. Vi sei scivolato dentro, schiacciando pulsanti, leve, pedali e quant'altro, e ben presto correvi come un fulmine, diretto verso l'ampia autostrada che portava al quartier generale.
A quell'ora del giorno, naturalmente, c'era in giro pochissima gente. Per dirla tutta, anzi, non vedevi nessuno. Solo dopo qualche minuto, mentre svoltavi bruscamente e risalivi a razzo lungo la rampa dell'autostrada, ti sei accorto delle altre automobili che sfrecciavano verso la torre lontana otto chilometri. Hai ipotizzato, senza sbagliare, che fossero altri ufficiali come te, anch'essi strappati tutti al sonno dalla mobilitazione.
I palazzi ti volavano accanto mentre schiacciavi ancora di più i pedali, sempre cupo in volto, pronto al pericolo, grande guerriero! È vero, dopo un mese di inattività questa occasione di metterti in moto non ti disturbava affatto. Ma la circostanza, quella sì che era leggermente sgradevole. Il solo pensiero di un Rugginoso faceva venire i brividi, eh?
Che cosa li aveva fatti rovesciare dai loro pozzi sconosciuti? Perché cercavano di distruggere le macchine, riversando sul metallo il cancro acido della loro sudorazione, facendo cadere i denti degli ingranaggi come i petali di un fiore morente? Qual era il loro scopo? Avevano intenzione di mandare in rovina la città? Di governare i suoi abitanti? O di massacrarli? Brutte domande, tutte senza risposta.
Bene, pensavi mentre ti dirigevi verso il parcheggio del quartier generale, grazie al cielo i Rugginosi erano riusciti a raggiungere soltanto poche macchine all'esterno. Fra le quali non c'era la tua, per fortuna.
Almeno loro, come te, non avevano la più pallida idea di dove si trovasse la Grande Macchina, la favolosa sorgente di ogni energia, guida di tutte le altre macchine.
Sei scivolato fuori dall'automobile strusciando sul sedile la stoffa dei pantaloni militari e sei uscito nel parcheggio. I tuoi stivali neri risuonavano rumorosamente mentre correvi verso l'ingresso. Altri ufficiali stavano uscendo dalle automobili, tutti correvano. Nessuno diceva nulla, e tutti avevano l'aria corrucciata. Qualcuno ti ha rivolto un saluto frettoloso mentre salivate tutti con l'ascensore. Brutta storia, hai pensato.
La porta ha emesso un rantolo idraulico e si è aperta, con un leggero strattone. Sei uscito e hai percorso senza fare rumore il corridoio, fino alla sala riunioni, dal soffitto altissimo.
La stanza era già quasi piena. I giovani, invariabilmente belli e muscolosi, si erano raggruppati e parlavano a bassa voce dei Rugginosi. Le pareti grigie insonorizzate risucchiavano i loro commenti e restituivano aria morta.
Quando sei entrato gli uomini ti hanno rivolto un'occhiata e un cenno di saluto, poi sono tornati al loro chiacchiericcio. Tu, il capitano Justin Rackley, ti sei accomodato su un sedile in prima fila.
Poi hai alzato gli occhi. La porta delle Alte Sfere si è spalancata. Il Generale è entrato a passo di marcia, con un fascio di documenti stretto nel pugno spigoloso. Anche la sua faccia era cupa.
È salito sulla pedana e ha sbattuto le carte sul tavolo massiccio. Poi si è lasciato cadere in un angolo e ha scalciato con lo stivale sulla zampa del tavolo fino a quando tutti i tuoi colleghi ufficiali non hanno sciolto i gruppetti e si sono affrettati a mettersi seduti. Mentre il silenzio aleggiava sopra le loro teste, lui si è morso le labbra e ha picchiato sul tavolo il palmo della mano.
«Signori,» ha detto, con quella voce che sembrava emergere da una tomba antica «ancora una volta la città è in grave pericolo.»
Poi ha fatto una pausa, dando l'impressione di chi fosse in grado di fronteggiare qualsiasi emergenza. Tu speravi di diventare generale, un giorno o l'altro, e di essere capace di fronteggiare qualsiasi emergenza. Non vedo perché no, pensavi.
«Non sprecherò del tempo prezioso» ha proseguito il generale, sprecando del tempo prezioso. «Tutti voi conoscete il vostro ruolo, tutti voi conoscete le vostre responsabilità. Al termine di questa riunione vi recherete all'arsenale e ritirerete le vostre pistole a raggi. Ricordate sempre che non bisogna consentire ai Rugginosi di raggiungere le macchine vivi. Sparate per uccidere. I raggi non sono nocivi, ripeto, non sono nocivi per le macchine.»
Vi ha squadrato tutti, voi giovani ansiosi di entrare in azione.
«Conoscete anche» ha detto «i rischi dell'avvelenamento da Rugginosi. Per questo motivo, poiché il minimo tocco dei loro aculei può provocare la morte fra atroci tormenti, vi verrà assegnata, come già sapete, un'infermiera addestrata a curare gli avvelenamenti sistemici. Perciò, dopo avere lasciato l'arsenale, vi presenterete alla Sezione preventiva.»
Ha ammiccato, con un gesto assolutamente fuori luogo.
«E ricordate» ha aggiunto con un una vibrazione crescente nella voce «che questa è una guerra! E soltanto una guerra!»
Le sue affermazioni, naturalmente, hanno suscitato sorrisi di apprezzamento, qualche smorfia e molti commenti soffocati assai poco militareschi. Al che il generale ha abbandonato il suo temporaneo ruolo di fratello maggiore e ha recuperato il suo autoritario, rigoroso distacco.
«Quando vi sarà stata assegnata l'infermiera, quelli di voi le cui macchine si trovano a più di venti chilometri dalla città si recheranno allo spazioporto, dove verrà loro consegnata una spaziomobile. Da quel momento agirete tutti con la massima celerità. Domande?»
Nessuna domanda.
«È inutile che vi ricordi» ha concluso il generale «l'importanza di questa operazione difensiva. Come vi renderete bene conto, se i Rugginosi riuscissero a penetrare nella nostra città, a portare la loro azione devastante nel cuore dei nostri macchinari, a localizzare il cielo non voglia! la Grande Macchina, non potremo aspettarci altro che un massacro senza pietà. La città sarebbe sopraffatta, noi tutti verremmo annientati, e l'esistenza dell'Uomo sarebbe cancellata.»
Gli uomini lo guardavano con i pugni serrati, mentre il patriottismo impazzava come un satiro ubriaco nei loro cervelli. Compreso il tuo, Justin Rackley.
«È tutto» ha detto il generale, agitando la mano. «Buona caccia.»
È saltato giù dalla pedana e si è dileguato oltre la porta, che si era spalancata magicamente una frazione di secondo prima che il suo naso imperioso vi andasse a sbattere contro.
Ti sei alzato in piedi, con i muscoli che ti formicolavano. Avanti! Salviamo la nostra città!
Ti sei fatto strada attraverso i capannelli di persone. Di nuovo l'ascensore, spalla a spalla con i tuoi colleghi, mentre una esaltante sensazione di totale consapevolezza percorreva il tuo corpo giovane e sano.
La sala dell'arsenale, all'interno, con le pareti pesantemente imbottite che inghiottivano ogni suono. Tu, sempre cupo in volto, ti trascinavi lungo la fila in attesa della tua arma. Un bancone, un po' come un grosso mercato. Hai mostrato all'addetto la tua carta d'identità e lui ti ha consegnato una pistola a raggi nuova fiammante e una borsa a tracolla di ricariche supplementari.
Poi hai attraversato la porta e scorticato i gradini imbottiti di gomma che portavano alla Sezione preventiva. Nelle tue vene i globuli rossi erano in pieno tumulto.
Eri il quarto della fila e anche lei lo era; ecco in che modo ti è stata assegnata.
Hai studiato il suo profilo, notando che la sua divisa, anche se simile alla tua, chissà come le calzava in modo diverso. Questo ti ha distolto per il momento da riflessioni più guerresche. Et voilà! La tua libido ha cominciato a strofinarsi le mani callose.
«Capitano Rackley,» ha detto l'uomo «questa signorina è il tenente Forbes. È la sua unica garanzia contro la morte nel caso dovesse essere punto da un Rugginoso. Faccia in modo che rimanga sempre al suo fianco.»
Non ti sembrava proprio un'incombenza sgradevole, così hai salutato l'uomo. Poi hai scambiato con la ragazza un'occhiata appena accennata e hai ordinato bruscamente di mettervi in movimento. Questo vi ha portati verso l'ascensore.
Marciando in silenzio, ogni tanto le rivolgevi un'occhiata furtiva. Rimuginavi cose lontane, dimenticate, mentre il tuo cervello rivitalizzato fremeva di nuova vita. Eri molto colpito dai riccioli neri che le ricadevano sulla fronte e si ammassavano sulle spalle come dita attorcigliate. Ti sei accorto che i suoi occhi erano marroni e dolci, come scaturiti da un sogno. E perché poi non avrebbero dovuto esserlo?
Però c'era qualcosa che mancava. Qualche rallentamento continuava a riportarti a terra, a impedirti di volare sulle ali dell'immaginazione. Poteva essere il dovere? ti sei domandato. E, ricordando quello che eri stato incaricato di fare, all'improvviso hai provato di nuovo paura. Le nuvole rosa marciavano schierate come tanti soldatini.
Il tenente Forbes è rimasto in silenzio fino a quando la spaziomobile che ti era stata assegnata non si è librata in volo nel cielo, diretta verso i confini della città. Solo allora, in risposta alle tue banali osservazioni sul tempo, ti ha rivolto quel suo sorriso grazioso, rivelando le fossette.
«Ho appena sedici anni» ha proclamato.
«Allora questa è la sua prima volta.»
«Sì» ha replicato lei, guardando nel vuoto. «Ho molta paura.»
Tu hai annuito, le hai dato una pacca sul ginocchio in quello che voleva essere un gesto paterno ma che, quasi subito, le ha fatto avvampare le guance di pudica modestia.
«Resti vicina a me» le hai detto, facendo del tuo meglio perché sembrasse un doppio senso. «Mi prenderò cura io di lei.»
Rozzo, ma efficace con una sedicenne. Lei è arrossita ancora di più.
Le torri della città scintillavano sotto di voi. In lontananza, come un puntino ai margini di una ragnatela, hai visto la tua macchina. Hai spinto in avanti la leva; la navetta è discesa e ha cominciato una lunga planata verso terra. Hai tenuto gli occhi fissi sul pannello dei comandi, con la massima concentrazione, chiedendoti il motivo di quello strano senso di eccitazione che ti attraversava furiosamente il corpo, senza capire se fosse il presagio di un qualche impegno in battaglia.
Questa era la guerra. La città veniva prima di tutto. Evviva!
La navetta si è abbassata fluttuando e si è librata sopra la macchina mentre tu azionavi i freni ad aria. Lentamente è discesa sul tetto come una farfalla che si posi su un fiore.
Hai girato la chiavetta dell'interruttore, con il cuore che ti batteva all'impazzata: avevi dimenticato tutto, a parte il pericolo. Hai afferrato la pistola a raggi, sei balzato fuori e hai corso verso il bordo del tetto.
La tua macchina si trovava oltre il perimetro della città. Tutt'intorno c'erano dei campi. I tuoi occhi impazienti hanno perlustrato la zona circostante.
Non c'era nessun segno del nemico.
Sei tornato di corsa alla navetta. Lei era ancora dentro, e ti seguiva con lo sguardo. Hai girato la manopola e il sistema di comunicazione ha vomitato la sua interminabile tiritera di avvisi. Hai atteso impaziente fino a quando l'annunciatore ha pronunciato il numero della tua macchina e ha detto che i Rugginosi si trovavano a meno di due chilometri di distanza.
Hai sentito che la ragazza tratteneva il respiro e hai notato che aveva sollevato su di te gli occhi spaventati. Hai spento il ricevitore.
«Forza, entriamo» hai detto, brandendo la pistola a raggi con la mano che fremeva piacevolmente. Era bello essere spaventato. La sottile sensazione di vivere pericolosamente. Non era per quello che ti trovavi lì?
L'hai aiutata a scendere. La sua mano era fredda. Gliel'hai stretta e le hai rivolto un mezzo sorriso di incoraggiamento. Poi, dopo avere chiuso lo sportello della spaziomobile per evitare che vi entrasse il nemico, hai cominciato a scendere le scale. Mentre entravi nella sala principale, la testa ti si è subito riempita del ronzio soffocato dei macchinari.
Lì, a quel punto dell'avventura, hai deposto la pistola a raggi e le hai spiegato il funzionamento della macchina. Vale la pena di notare che non era tanto la macchina a interessarti, mentre parlavi, quanto la vicinanza della ragazza, che era assai più eccitante. Così graziosa, così giovane, così bisognosa di conforto.
Lei hai preso di nuovo la mano. Poi le hai cinto col braccio la vita snella e lei ti era vicina. Qualcosa di diverso dalla difesa militare ha preso forma nella tua mente.
È giunto il momento in cui lei ha sollevato le palpebre insonnolite e ti ha guardato fisso negli occhi, per dirla un po' all'antica. Ti sei reso conto che il suo sguardo ti dava un po' le vertigini. L'hai stretta ancora di più a te. Il profumo di rosa del suo alito si ancorava in nodi casuali dentro il tuo corpo. Eppure c'era ancora qualcosa che ti tratteneva.
Swish! Slap!
Lei si è irrigidita e ha urlato.
I Rugginosi erano giunti al muro!
Sei corso al tavolo su cui avevi appoggiato la pistola. Sulla panca vicino al tavolo c'erano le munizioni. Ti sei messo la borsa a tracolla. Lei è corsa verso di te e, con solennità, le hai porto la cassettina del pronto soccorso. Ti sentivi come il generale quando faceva la faccia seria, sicuro e fiducioso.
«Tenga gli aghi pronti e a portata di mano» le hai detto. «Potrei...»
La frase è rimasta a metà mentre un altro enorme, sbavante Rugginoso picchiava contro il muro. Il rumore delle sue grandi ventose si sentiva anche dall'esterno. Cercavano le macchine nello scantinato.
Hai controllato la pistola. Era pronta.
«Resti qui» hai farfugliato. «Io devo scendere.»
Non hai sentito la sua risposta. Ti sei precipitato giù per le scale e hai raggiunto al volo lo scantinato proprio nel momento in cui il primo mostro sgusciava da sotto una finestra sul pavimento di metallo, simile a una colata di lava che sfidasse la legge di gravità.
La fila di occhi giallastri ammiccanti si è posata su di te; ti sei sentito accapponare la pelle. La schifosa creatura color oro sporco ha cominciato a sgambettare verso le macchine con un cicciac vischioso. Per poco non sei stato raggelato dalla paura.
Ti è venuto in soccorso l'istinto. Hai sollevato subito la pistola. Un raggio crepitante di un azzurro luminoso è uscito dalla canna, ha raggiunto il corpo scaglioso e lo ha avviluppato. Urla stridule e il puzzo dell'olio che frigge hanno riempito l'aria. Quando il raggio si è dissipato il Rugginoso giaceva senza vita a terra, nero e fumante, e una poltiglia scorreva lungo le saldature delle lastre.
Hai sentito provenire da dietro di te il risucchio di altre ventose. Ti sei girato di scatto e con una raffica hai messo anche il secondo Rugginoso in condizioni di non nuocere. Ce n'era un altro ancora che era scivolato sotto il bordo della finestra e puntava verso di te. Ancora un raggio e il terzo mostro è finito bruciacchiato, a contorcersi sul pavimento metallico.
Hai mandato giù una bella sorsata di eccitazione, la tua testa si muoveva a scatti, il tuo corpo balzava di qua e di là. Dopo un secondo ne hai visti altri due che si dirigevano verso di te. Due raffiche di pistola: una ha mancato il bersaglio. Il secondo mostro ti era quasi addosso quando sei riuscito a incenerirlo, mentre tentava di sollevarsi per piantarti nel petto i suoi aculei neri.
Ti sei voltato di scatto e hai lanciato un urlo, inorridito.
Un Rugginoso stava scivolando giù per le scale, un altro sibilava verso di te, con i lunghi aculei puntati sul tuo cuore. Hai premuto il pulsante. Un grido ti si è strozzato in gola.
Avevi finito le munizioni!
Sei balzato di lato e il Rugginoso è caduto in avanti. Hai aperto freneticamente la scatola e vi hai frugato dentro in cerca di un caricatore. Uno è caduto al suolo, inutilizzabile, sbattendo sul metallo. Avevi le mani come di ghiaccio, e ti tremavano vistosamente. Il sangue pompava nelle tue vene, e avevi i capelli dritti in testa. Ti sentivi spaventato, e allo stesso tempo eccitato.
Il Rugginoso si è preparato a caricare mentre tu infilavi il caricatore nella pistola a raggi. Ti sei spostato... ma non abbastanza! L'estremità di un pungiglione ti ha lacerato la tunica e ti ha squarciato il braccio. Hai sentito il veleno che penetrava bruciante nel sistema circolatorio.
Hai premuto il pulsante e il mostro è scomparso in una nuvola di fumo untuoso. I macchinari dello scantinato erano al sicuro dagli attacchi... i Rugginosi li avevano aggirati.
Sei scattato verso la scala. Dovevi salvare le macchine, salvare lei, salvare te stesso!
I tuoi anfibi rimbombavano sui gradini metallici. Sei piombato nella grande sala macchine e hai dato una rapida occhiata in giro.
Hai spalancato la bocca in un rantolo strozzato. Lei giaceva abbandonata sul divano, scomposta, inerte. Una riga di fluido rugginoso le correva sulla tunica rigonfia.
Ti sei girato di scatto e, proprio mentre lo facevi, il Rugginoso è scomparso dentro il macchinario, infilando il corpo scaglioso in mezzo agli ingranaggi. La fanghiglia sgocciolava dal suo corpo e dalle mascelle acquose. La macchina si è fermata, poi è ripartita, con le ruote straziate che gemevano.
La città! Sei balzato sul bordo della macchina scaricandoci dentro una raffica di colpi! Il luminoso raggio azzurrino ha mancato il Rugginoso. Hai sparato di nuovo. Il Rugginoso si muoveva troppo rapidamente, nascosto dietro gli ingranaggi. Ti sei messo a correre intorno alla macchina, continuando a sparare.
Hai dato un'occhiata alla ragazza. Quanto ci avrebbe messo il veleno a fare effetto? Nessuno te lo aveva mai detto. Ma aveva già cominciato a bruciarti dentro la carne. Ti sembrava di andare a fuoco, come se grossi pezzi del tuo corpo si staccassero uno dopo l'altro.
Dovevi fare un'iniezione, a te stesso e a lei.
Ma il Rugginoso continuava a sfuggirti. Ti sei dovuto fermare e inserire un altro caricatore nella pistola. La stanza ha preso a girarti intorno; le vertigini si stavano facendo insopportabili. Hai premuto ancora il grilletto, più e più volte. Il raggio penetrava nella macchina.
Quasi non ti reggervi più sulle gambe, e respiravi a fatica. Ti sei dovuto strappare il colletto della tunica. Il puzzo del grasso bruciato e dei raggi ti riempiva la testa. Hai girato intorno alla macchina, incespicando, e hai sparato ancora al Rugginoso che si muoveva sempre più veloce.
Poi, proprio quando stavi per crollare, sei riuscito a inquadrarlo. Hai premuto il grilletto, il Rugginoso è stato avvolto dalle fiamme, è caduto in frammenti liquefatti sotto la macchina ed è stato inghiottito dalla pompa di scarico.
Hai lasciato cadere a terra la pistola e hai raggiunto la ragazza barcollando.
Le siringhe ipodermiche erano sul tavolo.
Le hai strappato la tunica, hai infilato l'ago nella sua spalla bianca e morbida e le hai iniettato con mano tremante l'antidoto nelle vene. Poi ne hai infilato uno nella tua spalla, avvertendo subito un senso di freschezza che ti scorreva nella carne e nel sistema circolatorio.
Ti sei accasciato accanto a lei, respirando a fatica, e hai chiuso gli occhi. La violenza della tua azione ti aveva spossato. Ti sentivi come se avresti dovuto riposarti per un mese di fila. E naturalmente, l'avresti fatto.
Lei gemeva. Tu hai aperto gli occhi e l'hai guardata, ricominciando a respirare pesantemente, ma stavolta sapevi da dove proveniva l'eccitazione. Hai continuato a guardarla. Una sensazione di calore ti ha sfiorato le membra. Lei ti guardava fisso.
«Io...» hai detto.
Poi ogni resistenza è stata vinta, ogni dubbio cancellato. La città, i Rugginosi, le macchine... il pericolo era passato, dimenticato. Lei ti ha sfiorato la guancia con una mano.
«E poi, quando ti sei risvegliato» concluse il dottore «eri di nuovo in questa stanza.»
Rackley rise, girando la testa sul cuscino e tormentandosi le mani per la soddisfazione.
«Ma mio caro dottore,» disse, sempre ridendo «lei è proprio in gamba, a sapere tutto. Come diavolo fa, brutto ficcanaso?»
Il medico abbassò lo sguardo sull'uomo, alto e bello, sdraiato sul letto, ancora incapace di trattenere le risa.
«Dimentichi» disse «che sono stato io a farti l'iniezione. Perciò è del tutto naturale che debba sapere quello che succede dopo.»
«Oh, naturale! Naturalissimo» disse Justin Rackley con voce stridula. «Oh, è stato fantastico, assolutamente fantastico. Pensi un po'. Io!» Fece scorrere le dita robuste sui bicipiti rigonfi del braccio. «Io, un eroe!»
Sbatté le mani e un'altra risata gli scosse il petto; i denti bianchissimi risaltarono contro la carnagione scura del viso. Il lenzuolo scivolò, mostrando il torace ampio e flessuoso, e i muscoli tesi dello stomaco.
«Oh, povero me» disse, sospirando. «Povero me. Quanto sarebbe insopportabile questa vita se non ci fossero le sue benedette iniezioni a rompere la nostra noia infinita!»
Il dottore lo guardò freddamente, stringendo le dita fino a formare un pugno esangue. Il pensiero gli trafisse il cervello come una coltellata dolorosa: questa è la fine della nostra razza, il picco infelice dell'evoluzione dell'uomo. Questa è la corruzione finale.
Rackley sbadigliò e si stiracchiò. «Ho bisogno di riposare.» Alzò gli occhi sul dottore. «È stato un sogno così faticoso.»
Cominciò a ridacchiare, con la grande testa bionda che dondolava sul cuscino. Stringeva il lenzuolo tra le mani come se stesse per morire dal ridere.
«Mi dica,» aggiunse in un rantolo «ma che diavolo c'è in quelle favolose iniezioni? Gliel'ho chiesto più di una volta.»
Il medico raccolse la borsa di plastica. «È soltanto una combinazione di prodotti chimici che da una parte stimolano la produzione di adrenalina e dall'altra inibiscono i centri superiori del cervello. In breve» concluse «è un miscuglio di calmanti e di eccitanti.»
«Oh, lei dice sempre così» commentò Justin Rackley. «Ma è delizioso. Assolutamente, piacevolmente delizioso. Tornerà fra un mese per il mio prossimo sogno e per riviverlo insieme a me?»
Il dottore emise un sospiro esausto. «Sì» rispose, senza nemmeno tentare di nascondere il suo disgusto. «Tornerò il prossimo mese.»
«Grazie al cielo» disse Rackley. «Per altri cinque mesi non ne voglio più sapere di quell'orribile sogno sui Rugginosi. Puah! È un sogno così spaventosamente volgare! Mi piacciono di più i sogni in cui si lavora nelle miniere e si trasportano minerali da Marte e dalla Luna, e le avventure nei centri alimentari. Sono decisamente più piacevoli. Però...» Gli tremarono le labbra. «Ci metta dentro molte più belle ragazze.»
Il suo corpo forte e stanco vibrò di piacere.
«Oh, lo faccia» aggiunse con un filo di voce, chiudendo gli occhi.
Sospirò e si girò lentamente, a fatica, per appoggiarsi sul fianco ampio e muscoloso.
Il dottore attraversò le strade deserte, sul volto la tensione di una frustrazione ormai antica. Perché? Perché? La sua mente continuava a ripetere quella domanda.
Perché dobbiamo continuare a sostenere la vita nelle città? A quale scopo? Perché non lasciare morire quell'ultimo avamposto della civiltà, come è giusto che sia? Perché impegnarsi a tenere in vita uomini come questi?
Centinaia, migliaia di Justin Rackley: animali ben tenuti, meccanicamente allevati, nutriti e manipolati perché assumessero una forma fisica ottimale. Meccanicamente limitati, anche, in modo da non trasformarsi materialmente in quei molluschi grassi e biancastri che erano già sotto a livello mentale e che sarebbero diventati anche fisicamente, se non opportunamente assistiti. O quello, o la morte.
Perché non lasciarli morire? Perché visitarli ogni mese, riempire le loro vene di droghe ipnotiche e sedersi a guardarli, uno dopo l'altro, mentre sprofondavano nei loro mondi di sogno per sfuggire alla noia? Doveva proprio continuare all'infinito a riempire di suggestioni quei cervelli afflosciati, a farli volare su lune e pianeti, ad affollare di ogni forma d'amore e d'avventura i loro sogni tragicomici?
Il dottore continuò a camminare stancamente e giunse in un altro dormitorio. Altri corpi perfetti, aitanti o bellissimi, inerti sui loro letti. Altre iniezioni per farli sognare.
Le fece, osservandoli mentre si alzavano e si dirigevano barcollando verso i guardaroba. Questa volta attrezzatura da esploratori, caschi coloniali ed eleganti calzoni corti, stivaloni da caccia sotto le cosce nude. Si affacciò alla finestra, li vide raggiungere esitanti le loro automobili e dileguarsi. Si mise a sedere e aspettò che tornassero, conoscendo in anticipo ogni loro mossa perché era stato lui a istillargliela nella mente.
Si sarebbero diretti verso le vasche idroponiche e avrebbero lottato per scongiurare un'invasione di Mangiatori d'Energia. Più grossi dei Rugginosi, e fatti di pura forza, minacciavano di risucchiare la linfa vitale dalle piante coltivate negli impianti, quella carne viva e informe che cresceva perennemente nelle soluzioni nutritive. I Mangiatori di Energia sarebbero stati sconfitti, naturalmente. Era sempre così.
Naturalmente. Erano solo sogni. Creature di un'illusione fantastica evocate in menti bramose di sognare grazie alla magia della chimica e all'incanto della pura e semplice scienza.
Ma che cosa avrebbero detto tutti quei Justin Rackley, quelle belle e disperate rovine di carne flaccida, se avessero scoperto in che modo li si prendeva in giro?
Avrebbero scoperto che i Rugginosi erano soltanto finzioni della mente per oggettivare la semplice ruggine e l'usura e trasformarle in mostri fantasiosi. Mostri che erano gli unici in grado di stimolare, seppur debolmente, quel poco che rimaneva dell'istinto di autoconservazione, ormai quasi del tutto scomparso in quella razza perduta. I Mangiatori di Energia erano scarafaggi e spore e i rifiuti esausti della crescita. I Trivellatori di Mine erano bestiacce di vapore che bisognava scacciare con la forza dai depositi metalliferi della Luna e di Marte. E poi ce n'erano altri, altri ancora, tutti minacce a ciò che fa vivere e alimenta e rinnova una città.
Che cosa avrebbero detto, tutti quei Justin Rackley, se avessero scoperto che ognuno di loro, nei suoi sogni, svolgeva un lavoro manuale vero e proprio? Che le loro armi a raggi erano pistole ad aria compressa o ingrassatori a spruzzo o martelli pneumatici, che i loro raggi mortali erano nient'altro che lubrificanti, antiruggine, insetticidi o fertilizzanti?
Che cosa avrebbero detto se avessero saputo che le iniezioni antiveleno erano in realtà degli afrodisiaci? Che li si imbottiva di droghe per stimolare una spinta riproduttiva ormai dimenticata, visto che la loro unica pulsione era diventata quella di sostenere le macchine che davano loro la vita?
Fra un mese sarebbe tornato da Justin Rackley, il capitano Justin Rackley. E infatti gli ci voleva un mese per riposarsi, svuotati com'erano di ogni energia. Un mese per recuperare quel minimo di forza necessaria a sopportare un'iniezione di sostanza ipnotica, per oliare una macchina o aggiustare un contenitore alimentare, e per tirare fuori la minima scintilla vitale.
Tutto per le macchine, per la città. Quanto all'uomo...
Il dottore sputò sul pavimento immacolato della stanza piena di letti pneumatici.
Gli uomini erano macchine più delle macchine stesse. Una razza schiava, un deplorevole residuato, impotente, senza speranza.
Oh, quanto avrebbero pianto e sofferto, pensò, e l'idea gli procurò una cupa soddisfazione, se avessero avuto la possibilità di percorrere le interminabili gallerie sotterranee fino alla gigantesca camera in cui si trovava la Grande Macchina, quella che consideravano la fonte di ogni energia, e avessero capito il motivo per cui bisognava metterli al lavoro con l'inganno. La Grande Macchina era stata progettata per eliminare tutto il lavoro dell'uomo, per curare e seguire le macchine minori, gli impianti alimentari, le miniere.
Ma qualche saggio del Consiglio di Controllo, secoli prima, aveva avuto il fegato di distruggere il cervello meccanico della Grande Macchina. E adesso tutti i Justin Rackley avrebbero visto con i loro stessi occhi increduli la ruggine, la decomposizione, il gigantesco ammasso metallico deturpato dalla morte... ma non sarebbe stato così.
Il loro compito era quello di sognare un lavoro avventuroso, e di lavorare mentre sognavano.
Per quanto tempo ancora?
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