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Stories / Poems

Stories by agatha christie

gli uccelli stinfali

italian

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I
Harold Waring le notò la prima volta mentre percorrevano il sentiero che veniva su dal lago. Lui era seduto fuori dall’albergo sulla terrazza. La giornata era bella, il lago azzurro, e splendeva il sole. Harold stava fumando la pipa e provava la sensazione che tutto il mondo fosse dopo tutto un posto gradevole.
La sua carriera politica stava progredendo in modo soddisfacente. Essere sottosegretario a trent’anni è un successo di cui andare giustamente orgogliosi. Gli avevano riferito che il primo ministro aveva detto di lui il giovane Waring farà strada. Harold ne era rimasto, comprensibilmente, esaltato. La vita gli si presentava sotto gli auspici più rosei. Era giovane, di bell’aspetto, in ottime condizioni e completamente libero da legami sentimentali.
Aveva deciso di concedersi una vacanza in Herzslovakia per uscire dalle solite strade battute e prendersi un vero riposo da tutto e da tutti.
L’albergo sul lago Stempka, per quanto piccolo, era comodo e non troppo affollato. Le poche persone che vi alloggiavano erano in gran parte forestiere. Fino a quel giorno le uniche altre persone inglesi, erano una donna anziana, la signora Rice, e sua figlia, sposata – la signora Clayton. A Harold erano simpatiche tutte e due.
Elsie Clayton era graziosa, anche se un po’ all’antica. Si truccava pochissimo, o forse niente del tutto, era gentile e piuttosto timida. La signora Rice era quel che si dice una donna di carattere. Era alta, con una voce profonda e i modi autoritari; però aveva il senso dell’umorismo ed era una simpatica compagnia. Era evidente che viveva in funzione della figlia.
Harold aveva passato parecchie ore piacevoli in compagnia di madre e figlia però queste non avevano fatto il minimo tentativo di monopolizzarlo e i rapporti tra loro erano rimasti amichevoli senza diventare impegnativi.
Le altre persone dell’albergo non avevano suscitato l’interesse di Harold. Di solito, si trattava di escursionisti o di gruppi turistici che arrivavano in pullman, si fermavano una notte o due e ripartivano. Non aveva quasi notato nessun altro... fino a quel pomeriggio.
Loro venivano su dal lago percorrendo il sentiero molto lentamente e, per un caso, nello stesso momento in cui avevano richiamato l’attenzione di Harold, una nuvola passò sopra il sole nascondendolo. Il giovanotto si sentì cogliere da un leggero brivido.
Poi le fissò attentamente. Ma non c’era qualcosa di singolarmente curioso in quelle due donne? Avevano il naso lungo a becco, come uccelli, e le loro facce, molto simili, avevano una strana fissità. Portavano sulle spalle un lungo mantello sciolto che si gonfiava al vento allargandosi, come le ali di due grandi uccelli.
Harold pensò tra sé: "Sono simili a uccelli..." e aggiunse quasi inconsciamente: "uccelli di cattivo augurio".
Le due donne salirono direttamente sulla terrazza e gli passarono vicino. Non erano giovani – più vicine ai cinquanta che ai quarant’anni, e si somigliavano talmente che non si potevano non prendere per sorelle. La loro espressione era severa. Quando passarono vicino a Harold gli occhi di tutte e due si soffermarono su di lui per un minuto. Uno sguardo incuriosito, che lo misurava, quasi inumano.
L’impressione di malessere che Harold provava, aumentò. Diede un’occhiata attenta alla mano di una delle due sorelle, lunga simile a un artiglio... Per quanto il sole fosse tornato a splendere, rabbrividì di nuovo. E pensò: "Che creature orribili. Assomigliano a uccelli da preda..."
Venne distratto da quelle fantasie dall’apparizione della signora Rice che usciva in quel momento dall’albergo. Balzò in piedi e le andò a prendere una sedia. La signora si sedette con qualche parola di ringraziamento e, come al solito, cominciò a sferruzzare vigorosamente.
Harold chiese: – Avete visto quelle due donne che sono entrate adesso in albergo?
– Con un mantello addosso? Sì, mi sono passate vicino.
– Creature singolari, non vi sembra?
– Sì, sono abbastanza curiose. Arrivate appena ieri, credo. Si somigliano molto... magari sono gemelle.
Harold disse: – Può darsi che io abbia una fantasia troppo accesa, eppure ho avuto la netta sensazione che quelle donne emanassero un fluido sinistro, cattivo.
– Curioso! Bisogna che le osservi meglio e vi saprò dire se sono d’accordo con voi! – Poi aggiunse: – Potremmo sapere dal "concierge" chi sono. Inglesi non direi, suppongo?.
– Oh, no.
La signora Rice diede un’occhiata all’orologio da polso e disse: – È l’ora del tè. Vi dispiacerebbe andare a suonare il campanello, signor Waring?
– Niente affatto, signora Rice.
Fece quello che gli veniva chiesto e poi, mentre riprendeva il suo posto, domandò: – Dov’è vostra figlia questo pomeriggio?.
– Elsie? Siamo andate insieme a fare una passeggiata. Per un po’ abbiamo costeggiato il lago poi siamo tornate dalla pineta. È stato proprio un giro incantevole!
Un cameriere uscì e prese le ordinazioni per il tè. La signora Rice proseguì, mentre i suoi ferri da calza si muovevano vigorosamente: – Elsie ha ricevuto una lettera da suo marito. Forse non scenderà per il tè.
– Suo marito? – Harold rimase sorpreso. – Sapete che avevo sempre pensato che fosse vedova?
La signora Rice gli lanciò un’occhiata scrutatrice. Disse asciutta: – Oh, no. Elsie non è vedova. – Poi aggiunse enfaticamente: – Per disgrazia!
Harold trasalì.
La signora Rice, facendo segno di sì con la testa, con aria cupa, continuò: – L’alcool è responsabile di molta infelicità, signor Waring.
– Beve?
– Sì. E ha un pessimo carattere. È morbosamente geloso ed è così violento! – Sospirò. – Il nostro è un mondo difficile, signor Waring. Io non vivo che per Elsie, è la mia unica figlia... e mi è così difficile sopportare la pena di saperla tanto infelice!
Harold rispose, sinceramente commosso: – È una creatura così dolce.
– Un po’ troppo, forse.
– Volete dire...
La signora Rice disse lentamente: – Una creatura felice è più arrogante. La dolcezza di Elsie proviene, forse, da un senso di sconfitta. La sua è stata un vita troppo difficile!
Harold chiese con un po’ di esitazione: – Come... come mai ha sposato quell’uomo?
La signora Rice rispose: – Philip Clayton era un giovane molto attraente. Aveva (e ha ancora) molto fascino, un discreto patrimonio... e nessuno e niente ci hanno fatto sospettare quale era il suo vero carattere. Io ero vedova da molti anni. Due donne, che vivono sole, non sono le persone più adatte a giudicare il carattere di un uomo.
Harold mormorò pensieroso: – No, è vero.
Si sentì travolgere da un’ondata di indignazione e di pietà. Elsie Clayton poteva avere, al massimo, venticinque anni. Gli tornarono in mente la limpida espressione amichevole dei suoi occhi azzurri, la piega morbida delle labbra. E si accorse, di colpo, che il suo interesse per lei andava un po’ oltre la pura e semplice amicizia. E lei era legata a un bruto...
II
Quella sera Harold raggiunse madre e figlia dopo cena. Elsie Clayton portava un abito dalla linea morbida, di un rosa pallido. Lui notò che aveva gli occhi rossi. Doveva aver pianto.
La signora Rice disse in tono vivace: – Ho scoperto chi sono le vostre due arpie, signor Waring. Due signore polacche... di ottima famiglia dice il "concierge".
Harold girò gli occhi verso l’estremità opposta della sala, dov’erano sedute le due dame polacche.
Elsie disse con aria piena di interesse: – Quelle due donne là in fondo? Con i capelli tinti all’henné? Certo che hanno un aspetto abbastanza orribile... ma non saprei spiegarmelo.
Harold esclamò trionfante: – Proprio quello che pensavo anch’io.
La signora Rice disse, con una risata: – Secondo me, siete assurdi, tutti e due. Non si può dire com’è fatta la gente solo a guardarla!
Elsie scoppiò a ridere e disse: – Suppongo che non sia possibile. Con tutto ciò, io personalmente, trovo che sembrano due avvoltoi.
– Che strappano gli occhi ai morti! – disse Harold.
– Oh, no! – gridò Elsie.
Harold si affrettò a scusarsi: – Mi spiace.
La signora Rice disse con un sorriso: – Comunque ci sono poche probabilità di incontrarle sulla nostra strada!
Elsie disse: – Non abbiamo nessun segreto colpevole, noi!
– Può darsi che sia il signor Waring, ad averlo, – disse la signora Rice, ammiccando.
Harold rise, buttando indietro la testa. E disse: – Neanche il più piccolo segreto. La mia vita è un libro aperto.
E gli balenò un pensiero nella mente: "Che stupide le persone che lasciano la retta via! Una coscienza pulita – ecco cosa occorre nella vita. Con quella puoi affrontare il mondo intero e dire di andare al diavolo a chiunque si prova a cacciare il naso nei fatti tuoi!"
Improvvisamente si sentì pieno di vita... fortissimo... completamente arbitro del proprio destino!
III
Harold Waring, come molti altri inglesi, non aveva la minima predisposizione per le lingue straniere. Il suo francese era incerto e con un accento chiaramente britannico. Quanto al tedesco e all’italiano, ignorava sia l’una che l’altra lingua.
Fino a quel momento, questi svantaggi linguistici non gli avevano dato nessuna preoccupazione. In quasi tutti gli alberghi d’Europa aveva sempre scoperto che tutti parlavano l’inglese; e allora, perché angustiarsi?
Ma in quella località sperduta e fuori dal mondo, dove l’idioma locale era una specie di slovacco e perfino il "concierge" parlava solo il tedesco, qualche volta Harold si sentiva un po’ di amaro in bocca a vedere una delle due signore, amiche sue, che gli faceva da interprete. La signora Rice, alla quale piacevano le lingue straniere, era perfino in grado di parlare un po’ di slovacco.
Harold prese la decisione di mettersi a imparare il tedesco. Non solo, ma di comprare addirittura qualche libro di testo e di passare un paio d’ore ogni mattina ad apprendere quella lingua.
La mattinata era bella e, dopo aver scritto qualche lettera, Harold guardò l’orologio da polso e si accorse che c’era ancora il tempo di fare una passeggiatina prima di pranzo. Scese verso il lago e poi entrò nella pineta. Ci stava camminando da cinque minuti, forse, non di più, quando gli giunse alle orecchie un suono inconfondibile. Lì nelle vicinanze, non molto distante, doveva esserci una donna che singhiozzava disperatamente.
Harold si fermò per un minuto, poi si avviò in direzione di quel suono. La donna era Elsie Clayton, seduta su un tronco abbattuto con la faccia nascosta fra le mani e le spalle squassate dalla violenza del dolore che l’affliggeva.
Harold esitò un attimo, poi le si avvicinò. Disse con gentilezza: – Signora Clayton... Elsie?
Questa sussultò e alzò gli occhi verso di lui.
Harold si mise a sedere vicino a lei. Poi disse in un tono pieno della più profonda simpatia e comprensione: – Non posso fare qualcosa per esservi utile? Qualsiasi cosa?
Lei scosse la testa. – No... no... siete molto gentile. Ma nessuno può far niente per me.
Harold disse con una certa diffidenza: – Si tratta di... vostro marito?
Lei fece segno di sì. Poi si asciugò gli occhi, tirò fuori il portacipria, e lottò per riprendere l’autocontrollo.
Disse con voce tremante: – Non volevo che la mamma si preoccupasse. È cosa agitata quando mi vede infelice. Così sono venuta qui nella pineta a sfogarmi con un bel pianto. È stupido, lo so. Piangere non serve. Ma... qualche volta... insomma, si ha l’impressione che la vita sia insopportabile.
Harold disse: – Mi spiace moltissimo.
Lei gli lanciò un’occhiata piena di gratitudine e poi si affrettò a soggiungere: – È tutta colpa mia, naturalmente. Ho sposato Philip di mia spontanea volontà. Le cose... le cose sono andate male, non posso prendermela con nessuno, ma solo con me stessa.
Harold disse: – Siete molto coraggiosa a parlarmene con tanta consapevolezza.
Elsie scosse la testa. – No, non lo sono. Non ho nessun coraggio, io. Sono una terribile vigliacca. In parte i miei guai con Philip nascono da questo. Mi terrorizza... quando si abbandona a uno dei suoi scatti di collera.
Harold disse commosso: – Dovreste lasciarlo!
– Non oso. Lui... lui non me lo permetterebbe.
– Figuriamoci! E non pensate al divorzio?
Lei scosse lentamente la testa. – Non ne ho gli elementi! – Raddrizzò le spalle. – No, devo tirare avanti. Passo parecchio tempo con la mamma, sapete. A Philip questo non importa. Specialmente quando andiamo in qualche posto quieto e isolato come questo. – Poi aggiunse, colorandosi lievemente in faccia: – Vedete, una parte dei nostri guai nasce dal fatto che è gelosissimo. Se... se faccio tanto di parlare con un altro uomo, sono scenate orribili.
L’indignazione di Harold crebbe. Aveva sentito molte donne lamentarsi della gelosia del marito, e pur avendo manifestato la sua comprensione, era nel suo intimo rimasto dell’opinione che il marito doveva avere ampi motivi che lo giustificavano. Ma Elsie Clayton non era una di quelle donne. Non gli aveva mai lanciato neanche un’occhiata un po’ invitante.
Elsie si staccò da lui con un leggero brivido. Alzò gli occhi verso il cielo.
– Il sole se ne è andato. È diventato proprio freddo. Faremo meglio a rientrare all’albergo. Dev’essere quasi l’ora di pranzo.
Si alzarono e presero la direzione dell’albergo. Camminavano forse da un minuto quando raggiunsero una figura che andava nella loro stessa direzione. La riconobbero dall’ampio mantello svolazzante che portava. Era una delle sorelle polacche.
Mentre la oltrepassavano, Harold abbozzò un inchino. La donna non rispose però i suoi occhi si soffermarono sulla coppia e vi apparve un’espressione vagamente sospettosa che fece avvampare di collera Harold. Si domandò se la donna lo aveva visto seduto vicino a Elsie su quel tronco. In tal caso, probabilmente pensava...
A guardarla si sarebbe proprio detto che lo pensasse... Un’ondata di indignazione lo travolse! Che mentalità intrigante e pettegola avevano certe donne!
Strano che il sole se ne fosse andato e che avessero rabbrividito tutti e due... chissà forse era proprio successo nel medesimo momento in cui quella donna li stava osservando...
Senza capirne la ragione, Harold si sentì un po’ inquieto.
IV
Quella sera Harold si ritirò nella sua camera poco dopo le dieci. La posta era arrivata e aveva ricevuto un discreto numero di lettere dalla Gran Bretagna: qualcuna richiedeva una risposta immediata. Si infilò pigiama e vestaglia e sedette alla scrivania per sbrigare la corrispondenza.
Aveva scritto tre lettere e stava cominciando la quarta quando la porta si spalancò di colpo ed Elsie Clayton entrò vacillando nella camera.
Harold balzò in piedi, sbalordito. Elsie aveva richiuso la porta dietro di sé e ora si era fermata vicino al cassettone a cui si stava aggrappando. Il respiro le usciva a singulti dalla bocca e aveva la faccia pallida come la cera. Dava l’impressione di essere mortalmente spaventata.
Mormorò ansimante, con la voce rotta: – È mio marito! È arrivato inaspettatamente. Credo... credo che mi ucciderà. È pazzo... completamente pazzo. Sono venuta da voi. Fate... fate in modo che non mi trovi.
Mosse uno o due passi avanti, vacillando talmente da dare l’impressione che stesse per cadere. Harold allungò un braccio per sorreggerla.
Mentre eseguiva quel gesto, la porta si spalancò e sulla soglia apparve un uomo. Era di media statura con folte sopracciglia e i capelli scuri, lisci. Stringeva in mano una grossa chiave inglese. La sua voce si levò acuta, fremente di rabbia.
Si era messo quasi a gridare: – Dunque quella polacca aveva ragione! Te la intendi con questo bel tipo, eh?
Elsie gridò: – No, no, Philip. Non è vero. Ti sbagli!
Harold respinse la ragazza dietro alle sue spalle mentre Philip Clayton avanzava minaccioso verso di loro, gridando: – Sbagliarmi? Io? Quando ti trovo nella sua camera? Sei un demonio, ti ucciderò.
Con un rapido movimento laterale, scansò il braccio di Harold. Elsie, con un grido, si spostò dall’altra parte. Harold si girò con prontezza per parare l’attacco. Ma Philip Clayton aveva un solo desiderio in mente: agguantare la moglie. Si girò di scatto su se stesso, di nuovo.
Elsie, terrorizzata, si precipitò fuori dalla camera. Philip Clayton la rincorse e Harold, senza un attimo di esitazione, lo seguì. Elsie era rientrata come una freccia nella sua camera che si trovava in fondo al corridoio. Harold sentì il rumore della chiave che tentava di girare nella toppa, ma troppo tardi. Prima che ci riuscisse Philip Clayton aveva agguanto la maniglia, spalancando la porta, ed era sparito nella stanza.
Harold udì un urlo terrorizzato di Elsie. Senza aspettare un attimo, anche Harold si precipitò dentro. Elsie, senza più potergli sfuggire, si trovava contro le tende della finestra e, mentre Harold entrava, Philip Clayton l’aggredì, brandendo la chiave inglese. Lei proruppe in un urlo di terrore. Poi, afferrando un massiccio fermacarte dalla scrivania che aveva vicino, glielo scaraventò addosso.
Clayton crollò di schianto. Elsie si mise a gridare. Harold rimase impietrito nel vano della porta. La ragazza si lasciò andare in ginocchio di fianco al marito immobile sul pavimento, dov’era caduto. Fuori nel corridoio, si sentì scattare la serratura di un’altra porta.
Elsie scattò in piedi e si precipito verso Harold. – Vi prego... per piacere... – Aveva la voce bassa, ansante. – Tornate in camera vostra. Verranno... e vi troveranno qui.
Harold fece segno che aveva capito, in un lampo, la situazione. Per il momento Philip Clayton era fuori combattimento. Però non c’era da escludere che qualcuno avesse sentito l’urlo di Elsie. Se lui, Harold, fosse stato visto nella camera della donna, si sarebbe trovato in una situazione imbarazzante. Potevano nascere molti equivoci. Per il bene di tutti e due, non dovevano scoppiare scandali.
Cercando di fare il minino rumore possibile, percorse rapido il corridoio e rientrò nella sua camera. L’aveva appena raggiunta quando sentì una porta che si apriva. Restò seduto nella sua camera una buona mezz’ora ad aspettare. Non osava uscire. Presto o tardi, ne era sicuro, Elsie sarebbe venuta.
Sentì bussare piano alla porta. Balzò in piedi e corse ad aprire. Ma non fu Elsie a entrare. Era la signora Rice e Harold rimase sconvolto a vedere com’era ridotta. Sembrava invecchiata improvvisamente. Aveva i capelli grigi spettinati e la faccia segnata da profonde occhiaie.
Si affrettò a offrirle una sedia. Lei ci si lasciò cadere con il fiato corto.
Harold esclamò: – Sembrate agitata, signora Rice. Posso offrirvi qualche cosa?
Lei scosse la testa. – No. Non pensate a me. Sto bene, credetemi. È solo lo shock. Signor Waring, è accaduta una cosa terribile.
Harold chiese: – Clayton è ferito seriamente?
Lei restò con il fiato sospeso. – Peggio. È MORTO...
V
La stanza gli girò intorno. Una sensazione simile a quella di una doccia di acqua ghiacciata che gli scorresse giù per la spina dorsale rese Harold incapace di pronunciare parola per un attimo o due.
Ripeté con voce spenta: – MORTO?
La signora Rice annuì. Poi disse con una voce che aveva il tono affranto di chi è completamente esausto: – L’angolo del fermacarte di marmo l’ha preso in pieno alla tempia e, cadendo indietro, ha urtato con la testa contro il parafuoco di metallo. Non so che cosa lo abbia ucciso... certo che è morto. Ho visto la morte abbastanza spesso per saperlo.
Un disastro... – ecco la parola che suonava insistentemente nel cervello di Harold. Disastro, disastro, disastro...
Disse con veemenza: – È stata una disgrazia... c’ero, e ho visto...
La signora Rice ribatté secca secca: – Naturale che è stata una disgrazia. QUESTO, lo so anch’io! Ma... ma sarà quello che penseranno anche gli altri? Io... francamente, sono spaventata, Harold... questa non è la Gran Bretagna...
Harold disse lentamente: – Posso confermare la versione dei fatti di Elsie.
La signora Rice rispose: – Certo, ed Elsie può confermare la vostra. Ma... ma è tutto qui!
Il cervello di Harold, perspicace e cauto per natura, comprese benissimo il suo punto di vista. Ripassò mentalmente la sequenza degli avvenimenti e misurò in pieno la fragilità della loro posizione.
Lui ed Elsie avevano trascorso parecchio tempo in reciproca compagnia. Poi c’era il fatto che erano stati visti insieme nella pineta da una delle due polacche in circostanze abbastanza compromettenti. Le signore polacche, a quanto pareva, non parlavano l’inglese, però era possibile che lo capissero – almeno un poco La donna, forse, poteva conoscere il significato di parole come "gelosia" e "marito" se, per un caso, aveva udito senza essere vista la loro conversazione.
Comunque, era evidente che a suscitare la gelosia di Clayton doveva essere stato qualcosa che lei gli aveva raccontato. E adesso... la sua morte. Quando Clayton era morto, lui, Harold, "si trovava nella camera da letto di Elsie Clayton". Niente stava a dimostrare che non aveva assalito deliberatamente Philip Clayton con quel fermacarte. Niente, a dimostrare che il marito geloso, in realtà, non li aveva affatto trovati insieme. C’erano solo la sua parola, e quella di Elsie.
Sarebbero stati creduti?
Una paura agghiacciante lo afferrò.
Non immaginava, no, NON RIUSCIVA AFFATTO a immaginare – che lui stesso o Elsie potessero correre il rischio di vedersi condannare a morte per un delitto che non avevano commesso. Certo, in qualsiasi caso, potevano essere accusati soltanto di omicidio colposo. (Esisteva l’omicidio colposo, in questi paesi stranieri?) Ma anche se fossero stati prosciolti dall’accusa, ci sarebbe sempre stata un’inchiesta – e tutti i giornali ne avrebbero parlato.
"Un uomo e una donna inglesi incriminati – marito geloso – promettente uomo politico". Sì, significava la fine della sua carriera politica. Non sarebbe mai sopravvissuto a uno scandalo del genere.
Impulsivamente disse: – Non possiamo far sparire il cadavere in qualche modo? Nasconderlo in qualche posto?
L’occhiata stupita e sprezzante della signora Rice lo fece arrossire.
La donna disse in tono incisivo: – Mio caro Harold, questo non è un romanzo poliziesco! Sarebbe una pura follia tentare qualcosa di simile.
– Suppongo di sì. – Gli sfuggì un gemito. – Cosa possiamo fare? Mio Dio, cosa possiamo fare?
La signora Rice scosse la testa, disperata. Poi aggrottò le sopracciglia mentre il suo cervello si metteva faticosamente a lavorare.
Harold chiese: – Non si può fare proprio niente? Niente, per evitare questa terribile sciagura?
– Ecco, l’aveva detto... era una sciagura! Terribile... imprevista... schiacciante.
Si fissarono.
La signora Rice disse con voce rauca: – Elsie... la mia bambina. Farei qualsiasi cosa... morirà se sarà costretta a passare per un’esperienza simile. – E aggiunse: – Anche voi, la vostra carriera... tutto....
Harold riuscì a balbettare: – Non badate a me.
Ma non era proprio quello che pensava.
La signora Rice continuò amaramente: – È tutto così sbagliato... così falso dal principio alla fine! Non è come se ci fosse stato veramente qualcosa fra voi. Posso ben dirlo, IO!
Harold, aggrappandosi a quella pagliuzza, suggerì: – Perlomeno potrete dichiararlo... che tutto è stato sempre molto corretto.
La signora Rice disse, amara: – Sì, se mi crederanno. Ma lo sapete anche voi come è questa gente!
Harold dovette ammetterlo tristemente. Nessuno sul continente avrebbe mai creduto che non ci fosse una relazione colpevole fra lui e Elsie, e tutto ciò che avrebbe detto la signora Rice avrebbe ottenuto solo lo scopo di farla giudicare una madre che mentiva spudoratamente per amore della figlia.
Harold disse cupo: – Sì, non siamo in Gran Bretagna, per sfortuna.
– Ah! – La signora Rice alzò la testa. – QUESTO è vero... Non è la Gran Bretagna. Mi chiedo, però, se non si potrebbe fare qualcosa...?
– Sì? – Harold la guardò con interesse.
La signora Rice disse brusca: – Quanto denaro avete con voi?
– Non molto. – E aggiunse: – Potrei telegrafare per farmelo mandare, naturalmente.
La signora Rice disse con aria tetra: – Forse ce ne vorrà parecchio. Però penso che ne valga la pena.
Harold si sentì risalire un po’ dal fondo di quell’abisso di disperazione. Disse: – Cosa pensate di fare?
La signora Rice parlò con tono deciso: – NOI, PERSONALMENTE, non abbiamo la minima possibilità di nascondere la morte di Philip però credo che sia possibile mettere a tacere l’accaduto UFFICIALMENTE!
– Lo credete davvero? – Harold era speranzoso ma un po’ incredulo.
– Sì, tanto per cominciare il direttore dell’albergo si metterà dalla nostra parte. Preferirà far passare sotto silenzio quello che è successo. Secondo me, in questi strani piccoli paesi balcanici dev’essere facile corrompere chiunque... e probabilmente i poliziotti sono più corrotti di tutti gli altri!
Harold disse lentamente: – Non so. Credo che abbiate ragione.
La signora Rice proseguì: – Per fortuna credo che in albergo nessuno abbia sentito nulla.
– Chi occupa la camera vicina a quella di Elsie, dalla parte opposta della vostra?
– Le due signore polacche. Non hanno sentito niente. Sarebbero uscite in corridoio, in caso contrario. Philip è arrivato tardi, lo ha visto soltanto il portiere di notte. Lo sapete, Harold? Credo che sia possibile mettere a tacere tutta questa storia... e ottenere un certificato di morte, dovuta a cause naturali, per Philip! È solo questione di comprare il silenzio di chi sta abbastanza in alto... probabilmente il capo della polizia!
Harold sorrise debolmente e disse: – Un po’ come in un’operetta, vero? Non so, ma penso che, dopo tutto, non ci resta che provare.
VI
La signora Rice tornò ad essere la persona energica di sempre. Venne convocato il direttore. Harold rimase nella sua camera, e si tenne alla larga. Si erano messi d’accordo con la signora Rice che la storia più convincente da raccontare era quella di un litigio fra marito e moglie. La giovinezza e la grazia di Elsie avrebbero ottenuto maggior comprensione e simpatia.
La mattina dopo arrivarono vari funzionari di Polizia che vennero mandati di sopra, in camera della signora Rice. Se ne andarono a mezzogiorno. Harold aveva telegrafato per chiedere il denaro ma, all’infuori di questo, non aveva preso parte alle trattative – e, del resto, non gli sarebbe stato comunque possibile perché nessuno di quei personaggi ufficiali parlava l’inglese.
A mezzogiorno la signora Rice si presentò nella sua camera. Aveva l’aria pallida e stanca ma bastava il sollievo evidente che le si leggeva in faccia a raccontare com’erano andate le cose.
Disse semplicemente: – HA FUNZIONATO!
– Oh, grazie a Dio! Siete stata davvero magnifica! Sembra incredibile!
La signora Rice disse con aria meditabonda: – È andato tutto così liscio che c’è quasi da pensare che sia la prassi normale in queste cose. Si può dire che hanno allungato subito la mano, praticamente. È piuttosto disgustoso, a dire la verità!
Harold osservò asciutto: – Non mi pare questo il momento di discutere la corruzione dei servizi pubblici. Quanto?
La tariffa è piuttosto alta.
E gli lesse un elenco di persone: Il capo della polizia. Il commissario. L’agente. Il dottore. Il direttore dell’albergo. Il portiere di notte.
Harold si limitò semplicemente a commentare: – Il portiere di notte non avrà molto, vero? Suppongo che si tratti, più che altro, di una mancia un po’ grossa.
La signora Rice spiegò: – Il direttore ha posto la condizione che la morte non dovesse assolutamente risultare come avvenuta nel suo albergo. La versione ufficiale sarà quella che Philip ha avuto un attacco di cuore in treno. È uscito in corridoio per prendere un po’ d’aria... sapete anche voi come capita spesso che vengano lasciati gli sportelli aperti... ed è caduto sui binari. Incredibile quello che può fare la polizia, se ci si mette con un po’ di buona volontà!
– Bene – disse Harold. – Grazie a Dio la NOSTRA polizia non è affatto così!
E se ne andò a pranzo, sentendosi di un umore quanto mai britannico, e superiore.
VII
Di solito, dopo il pranzo, Harold raggiungeva la signora Rice e la figlia per il caffè. Decise che era meglio non modificare il suo modo abituale di comportarsi.
Era la prima volta che vedeva Elsie dalla sera precedente. La giovane signora appariva molto pallida ed evidentemente era ancora sotto shock, tentava però coraggiosamente di comportarsi come al solito, dicendo le solite banalità sul tempo e sul panorama.
Commentarono l’arrivo dell’ospite appena giunto all’albergo, cercando di scoprire di che nazionalità fosse.
Harold era convinto che un paio di baffi come quelli non potessero che essere francesi... Elsie era sicura che fosse tedesco, e la signora Rice lo giudicava spagnolo.
Sulla terrazza c’erano soltanto loro, oltre alle signore polacche le quali sedevano all’estremità più lontana e lavoravano tutt’e due all’uncinetto.
Come sempre quando le vedeva, Harold provò un leggero brivido di apprensione. L’espressione fissa, quei nasi a becco, quelle lunghe mani che parevano artigli...
Un fattorino dell’albergo si avvicinò e disse alla signora Rice che qualcuno chiedeva di lei. La signora si alzò e lo seguì. All’entrata dell’albergo, gli altri videro che si incontrava con un funzionario di polizia in alta uniforme.
Elsie restò col fiato sospeso.
– Non pensate... che sia andato male qualcosa?
Harold si affrettò a rassicurarla. – No, no, niente del genere. – Ma provò anche lui un attimo di terrore. Poi disse: – Vostra madre è stata magnifica!
– Lo so. La mamma è una gran lottatrice. Non si lascia abbattere dalla sconfitta. – Elsie rabbrividì. – Ma è tutto così orribile, non vi pare?
– Su, su, non dovete continuare a pensarci. Ormai è tutto passato, tutto finito.
Elsie disse a voce bassa: – Non riesco a dimenticarlo... che sono stata io a ucciderlo.
Harold rispose concitatamente: – Cercate di dimenticare! È stata una disgrazia. Lo sapete benissimo!
La faccia di lei si rasserenò lievemente.
Harold aggiunse: – E poi, ad ogni modo, ormai è finita. Quel che è stato, è stato. Non pensateci più.
La signora Rice tornò. Dall’espressione della sua faccia videro che tutto andava per il meglio.
– Mi ha fatto prendere uno spavento! – disse questa quasi allegramente. – Ma era solo una formalità per certi documenti. Tutto bene, ragazzi miei. Siamo fuori dai guai. Forse sull’onda dell’entusiasmo potremmo anche concederci un liquorino.
Il liquorino venne ordinato e arrivò. Levarono i bicchieri.
La signora Rice disse: – Al futuro!
Harold sorrise a Elsie e disse: – Alla vostra felicità!
Lei ricambiò il sorriso e disse, alzando il bicchierino: – E a voi... al vostro successo! Sono sicura che diventerete un grand’uomo.
Dopo lo spavento provato, la reazione li faceva sentire giubilanti, un po’ storditi. La paura si stava allontanando! Tutto andava bene...
In fondo alla terrazza le due donne che somigliavano a uccelli rapaci si alzarono. Piegarono accuratamente il lavoro. Attraversarono il pavimento della terrazza, lastricato di pietra.
Con un piccolo inchino vennero a sedersi vicino alla signora Rice. Una di loro cominciò a parlare. L’altra posò gli occhi su Elsie e Harold e un lieve sorriso le apparve sulle labbra.
Non era un sorriso simpatico, pensò Harold...
Guardò in direzione della signora Rice. Questa stava ascoltando ciò che diceva la polacca e anche se non riusciva a capire una parola di quello che diceva, l’espressione della sua faccia era abbastanza eloquente. Vi erano ricomparse l’angoscia e la disperazione. Ascoltava e, di tanto in tanto, diceva una parola. Poco dopo le due sorelle si alzarono e, dopo un inchino rigido, appena abbozzato, rientrarono in albergo.
Harold si sporse verso la signora Rice e disse con voce rauca: – Cosa c’è?
La signora Rice gli rispose con il tono sommesso e desolato di chi è senza speranza. – Quelle donne hanno intenzione di ricattarci. Hanno sentito tutto ieri sera. E adesso il fatto che abbiamo cercato di mettere tutto a tacere, fa apparire l’intera storia sotto una luce mille volte peggiore...
VIII
Harold Waring era giù, vicino al lago. Stava camminando concitatamente da un’ora nel tentativo di calmare con il moto, l’angoscia sconvolgente da cui era stato assalito.
Arrivò, infine, nel punto in cui aveva notato per la prima volta le due sinistre creature che tenevano nelle grinfie malvage la vita di Elsie e la propria.
A voce alta, disse: – Che Dio le maledica! Quella maledetta coppia di arpie diaboliche! Vampiri, sono!
Un colpetto di tosse lo fece voltare di scatto: si trovò di fronte allo sconosciuto dai folti baffi che era uscito allora allora dall’ombra degli alberi.
Harold, momentaneamente, non seppe cosa dire. Quell’ometto doveva aver sentito, senza esser visto, ciò che gli era appena uscito dalle labbra.
Un po’ imbarazzato, Harold disse, anche se la cosa poteva apparire un po’ buffa: – Oh... ehm... buongiorno.
In un inglese perfetto, l’altro replicò: – Ma temo che per voi non sia una buona giornata, vero?
– Be’... io... ecco... – Harold si trovò di nuovo in difficoltà.
Il piccolo uomo disse: – Vi trovate in un pasticcio, monsieur? O sbaglio? Posso esservi di aiuto?
– Oh, no, grazie, grazie! Stavo soltanto scaricando un po’ i nervi!
L’altro disse gentilmente: – Eppure credo che POTREI aiutarvi, sapete? Sbaglio o no, se collego i vostri guai alle due signore che poco fa erano sedute sulla terrazza?
Harold lo fissò sbalordito. – Sapete qualcosa di loro? – E aggiunse: – A proposito, ma voi chi siete?
Come se confessasse le sue origini regali il piccolo uomo disse pieno di modestia: – Sono Hercule Poirot. Perché non venite con me a fare una passeggiata in pineta? Così potrete raccontarmi la vostra storia? Come ve lo dicevo, credo di potervi essere d’aiuto.
Ancor oggi, Harold non riesce a capire cosa lo spinse a raccontare tutto l’accaduto per filo e per segno a un uomo con il quale aveva parlato solo pochi minuti. Forse fu per l’eccessiva tensione, ad ogni modo, così avvenne: raccontò tutto a Hercule Poirot.
Quest’ultimo ascoltò in silenzio. Un paio di volte fece segno di sì, gravemente, con la testa.
Quando Harold tacque, l’altro disse con voce sognante: – Gli uccelli stinfali con il becco di ferro, che si nutrono di carne umana e vivono vicino al lago Stinfalio... Sì, tutto concorda...
Vi chiedo scusa – disse Harold fissandolo sbalordito. "Forse l’ometto era pazzo", pensò
Hercule Poirot sorrise: – Sto riflettendo, molto semplice. Ho un mio modo particolare di osservare i fatti, capite? Dunque, torniamo alla vostra faccenda. Siete in una posizione molto spiacevole.
Harold disse spazientito: – Non c’è bisogno che veniate voi a dirmelo!
Hercule Poirot continuò: – Il ricatto, è una cosa seria. Queste arpie vi costringeranno a pagare... a pagare... a pagare ancora! E se tenterete di sfidarle, cosa credete che succederà?
Harold disse amaramente: – Verrà fuori tutta la storia. La mia carriera sarà rovinata e una disgraziata creatura che non ha mai fatto male a nessuno avrà una vita infernale, e Dio solo sa come andrà a finire!
– Di conseguenza – disse Hercule Poirot, – bisogna fare qualcosa!
Harold rispose con voce atona: – Cosa?
Hercule Poirot si appoggiò indietro, socchiudendo gli occhi. Poi disse (e di nuovo un dubbio sulla sua sanità mentale sfiorò la mente di Harold): – È il momento di ricorrere alla nacchere di bronzo.
Harold disse: – Siete completamente pazzo?
L’altro scosse la testa e rispose: "Mais, non!" Io cerco soltanto di seguire l’esempio del mio grande predecessore, Ercole. Abbiate qualche ora di pazienza, amico mio. Domani vi avrò liberato da chi vi sta perseguitando.
IX
Il giorno dopo, quando Harold Waring scese dalla sua camera trovò Hercule Poirot seduto, da solo, sulla terrazza. Sia pure controvoglia, Harold era rimasto impressionato dalle promesse di Hercule Poirot.
Gli si avvicinò e domandò ansiosamente: – Bene?
Hercule Poirot gli rivolse un sorriso raggiante. – Tutto bene.
– Cosa volete dire?
– Tutto è stato sistemato in modo soddisfacente.
– Ma cosa è SUCCESSO?
Hercule Poirot rispose con aria sognante: – Mi sono servito delle nacchere di bronzo. Oppure, usando un linguaggio moderno, ho fatto ronzare i fili di metallo... a farla breve, ho adoperato il telegrafo! I vostri uccelli stinfali, monsieur, sono stati portati dove non potranno esercitare la loro genialità per un certo tempo.
– Erano ricercate dalla polizia? Sono state arrestate?
– Precisamente.
Harold trasse un lungo sospiro di sollievo. – Che meraviglia! Non ci avevo mai pensato, a questo! – Si alzò. – Bisogna che vada a cercare la signora Rice per dirglielo.
– Lo sanno.
– Oh, bene! – Harold tornò a sedersi. Ditemi soltanto che cosa... – Ma si interruppe.
"Sul sentiero che veniva dal lago stavano arrivando due figure con il mantello svolazzante e un profilo da uccello".
Allora esclamò: – Mi pareva di avervi sentito dire che erano state condotte via!
Hercule Poirot segui il suo sguardo. – Oh, quelle signore? Loro sono innocue: si tratta di due dame polacche, di buona famiglia, come vi ha detto il portiere. Forse non avranno un aspetto piacevole, ma è tutto.
– Ma non capisco!
– No, non capite! Sono LE ALTRE signore, quelle ricercate dalla polizia: quella signora Rice sempre piena di risorse e la lacrimosa signora Clayton! Sono loro, i due famosi uccelli da preda. Quelle vivono di ricatti, "mon cher"!
Harold ebbe la sensazione che il mondo intero gli girasse vorticosamente intorno. Disse con voce fievole: – Ma l’uomo... l’uomo che è stato ucciso?
– Nessuno è stato ucciso! Non c’è stato nessun uomo!
– Ma L’HO VISTO, io!
– Oh, no. La signora Rice, alta, con la voce profonda, è molto abile nella personificazione delle figure maschili. È stata lei a recitare la parte del marito senza la parrucca grigia e convenientemente truccata per quella parte. – Si sporse in avanti e batté un colpetto sul ginocchio al suo compagno. – Non dovete essere così credulone nella vita, amico mio. Non è facile corrompere con il denaro la polizia di un paese (e, probabilmente, questa non è stata affatto corrotta) ma diventa impossibile quando c’è di mezzo un delitto! Quelle donne hanno sfruttato l’ignoranza del solito turista inglese per le lingue straniere. Visto che parla francese e tedesco, è sempre questa signora Rice a intervistare il direttore e a prendere in mano la situazione. La polizia arriva e va nella SUA camera, sì! Ma cosa vi succede realmente? VOI non lo sapete. Magari lei racconta di aver smarrito una spilla o qualcosa del genere. Una scusa per fare in modo che la polizia venga, così voi potete vederla. Per il resto, cosa succede in realtà? Voi telegrafate chiedendo i soldi, un bel po’ di soldi e li consegnate alla signora Rice che è incaricata di tutte le trattative! Ecco! Però quegli uccelli da preda sono avidi. Hanno scoperto che sentite un’irragionevole avversione per quelle due sfortunate signore polacche. Le signore in questione vengono e sostengono una conversazione perfettamente innocente con la signora Rice e questa non sa resistere alla tentazione di ripetere il giochetto. Sa che non potete capire quello che viene detto. Così voi sarete costretto a telegrafare chiedendo altri soldi e la signora Rice fingerà di darli alle due polacche.
Harold sospirò profondamente. E disse: – Ed Elsie... Elsie?
Hercule Poirot distolse gli occhi. – Ha recitato molto bene la sua parte. Fa sempre così. Un’abilissima, piccola attrice. Tutto è così puro... così innocente. Non fa leva sul sesso, ma sul sentimento cavalleresco. – Hercule Poirot aggiunse in tono sognante: – E questo ha sempre successo con un inglese.
Harold Waring trasse un lungo sospiro e disse asciutto: – Voglio mettermi a imparare tutte le lingue europee che esistono! Nessuno potrà prendermi in giro una seconda volta!
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